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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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L’erba voglio (terza puntata)

Prosegue la mia ricerca di oggetti e uomini smarriti, smarriti anche dalla memoria. Forse per trovarli dovrei andare in una di quelle trasmissioni televisive dove si parla di persone scomparse.

altMi viene sempre in mente la tomba di Huges Libergier, l’architetto e l’ingegnere di Reims, con il suo abbigliamento ieratico e la sua espressione intelligente; mi viene in mente Maitani, l’architetto del duomo di Orvieto con la sua proverbiale abilità di scultore di conoscitore di geometrie pitagoriche e di ingegnere. Uomini particolari, rispettati ed amati. Uomini silenziosi, studiosi, efficienti, abili con la mente ma soprattutto con le mani; arrivati al loro lavoro attraverso lunghissimi anni di praticantato nelle botteghe delle corporazioni dei costruttori e “iniziati” all’Arte e al Magistero attraverso un sistema assai simile a quello cavalleresco.

Uomini che facevano il “tour de France”, soffermandosi nelle varie città dove venivano educati, addestrati, non solo nell’architettura o nell’ingegneria (non esistevano facoltà apposite) ma nella filosofia e nell’alchimia; grandi viaggiatori in contatto con i corrispettivi costruttori ed artisti dell’oriente bizantino e dell’Islam; uomini depositari di segreti straordinari sulla composizione delle malte, dei colori. Architetti e ingegneri che sapevano scolpire e “squadrare” perfettamente una pietra con l’ausilio di un piccolo scalpello di ferro e un martello di legno, che si arrampicavano come ragni sulle intelaiature degli edifici, che passavano giorni e giorni a seguire devotamente il Maestro che man mano trasferiva loro le tecniche per tracciare, per scolpire, per progettare. Maestro che si chiamava così in quanto detentore della scienza di costruire e di fare ponti  ed archi, ma anche conoscitore dell’estetica e del simbolismo dell’arte che andava insegnando.

In fondo, lo stesso Leonardo è un epigono degli altrettanto abilissimi uomini del medioevo e del tardo impero romano, dove però non esisteva ancora quella “prosopopea” e quell’antropocentrismo, sviluppatosi a partire dal rinascimento, attraverso il quale l’artista diventa “primadonna”. Infatti proprio Leonardo fu uno dei primi a dimenticarsi velocemente del suo Maestro, Piero della Francesca al quale doveva buona parte del suo sapere.

Ma nel mondo classico e in tutto il Medioevo esistevano i “mestieri”.

Nessun architetto si sarebbe mai sognato di progettare neanche una stalla se prima non avesse militato, per decenni, nelle botteghe dei suoi maestri, addetto ai lavori più umili e man mano addestrato, solo se lo meritava, a quelli più complessi e raffinati.

C’è da dire che la “formazione” preliminare di determinate maestranze avveniva prima di tutto in famiglia o nell’alveo del paese o del borgo natale, dove le necessità di una vita molto asciutta e severa, anche se fondamentalmente allegra, imponevano ad ogni uomo ed ogni donna una contiguità tecnica con le strutture urbanistiche e agricole, soprattutto per il fatto di doverle riparare in continuazione, in seguito ad incendi, invasioni, devastazioni, ecc..

Monasteri e abbazie fornivano ai più dotati e a coloro che ne avevano realmente voglia, strumenti di studio e la possibilità di perfezionare le loro attitudini naturali. (Grazie a Dio non esisteva una scuola dell’obbligo, per cui, chi studiava, amava farlo sul serio).

Una delle caratteristiche degli ingegneri e degli architetti “antichi”, e mi riferisco soprattutto a quelli medievali, era quella di essere “artisti” nel senso più completo del termine e innamorati del loro mestiere.

Canone fondamentale per costruire fu sempre quello di Vitruvio (De Architettura) che imponeva, per qualsiasi opera ingegneristica o urbanistica, il rigoroso rispetti di tre principi:

 

la “finitas” cioè la stabilità statica, la sicurezza e la resistenza nel tempo.

la “utilitas” e cioè la perfetta rispondenza alla funzione per la quale veniva progettata e costruita l’opera (per questa prerogativa fu sempre assai importante l’opera di Beda il Venerabile che con i suoi trattati fondamentali “De Tabernacolo” e De Templu Salomonis, fin dal 735, stabiliva le basi del rapporto fra simboli metafisici, strutture e proporzioni architettoniche).

la “venustas” e cioè la bellezza, l’armonia , la proporzione, il buon inserimento nell’ambiente e nel paesaggio.

 

Su questa “triade” che accompagna tutta l’armonia del mondo classico, rimando ad alcuni testi del sottoscritto[1] ma la cosa che mi sembra importante rilevare è che i tre principi suddetti non erano mai fra loro separabili. Un buona opera ingegneristica deve essere bella, funzionale, stabile!!

Si tratta in realtà, di una tradizione continua, che, in occidente, parte dai costruttori dei templi egizi, da quelli dei colossi sumerico accadici, e, passando per la Magna Grecia,  arriva ai grandi progettisti di strade, di terme e di anfiteatri romani, senza trascurare ovviamente il mitico Hiram, a cui s’ispira anche la tradizione massonica.

Trasferendo tale ieratica “techné” in tempi moderni, come posso non ricordare Adriano Graziotti, che non era un ingegnere ne un architetto ma che considerava se stesso (ed aveva ragione) un ottimo matematico e che ha sempre usato …le mani per dimostrare le sue intuizioni geometriche, ingegneristiche e filosofiche?

Il grande equivoco che, come al solito, ha letteralmente frantumato il cammino sacro dell’arte del costruire e dell’ingegneria, deponendole nelle mani dei mercanti e separandole dalla ieraticità che distingueva il lavoro del costruttore, è stata la progressiva e micidiale “laicizzazione” dell’opera architettonica, artistica, ingegneristica.

 

Una buona domanda per un ingegnere “moderno” potrebbe essere: Sei in grado di progettare e realizzare un ponte, senza fare nessun calcolo, con la certezza che si regga e che resista nei secoli, così come faceva Villard de Honnecourt?

Questa sarebbe una bella sfida.

Infatti, così come abbiamo cercato di dimostrare per le precedenti professioni, oggi siamo abituati a passare per dei protocolli, dei “ricettari”, dei formulari appunto, che stabiliscono, in base ad algoritmi consolidati, se una torre è in grado di sostenersi o meno.

Rispettando… democraticamente quel ricettario “tutti” sono in grado di costruire un ponte!

All’intuito, alla vera capacità immaginifica e fuori della logica ordinaria, non viene dato alcuno spazio (semmai viene concesso alla visionarietà ipertrofica ed egocentrica, quella delle archistar).

Ma dobbiamo tener presente che un vero ingegnere antico “sentiva” il peso e la resistenza dei marmi, delle pietre, fin dall’ideazione.

Lo sentiva sulla sua matita, mentre disegnava. Si, lo so che questo discorso può sembrare assurdo ma è proprio qui il centro del problema. Qui entra in gioco il “genius” che dovrebbe essere il nucleo semiologico della parola ingegnere.

Il genius o ce l’hai o non ce l’hai. Il genius, o l’ingegno, o la genialità, consentono al progettista di “sentire” perfettamente se un arco con un determinato raggio, un determinato spessore sul piano di calpestio, determinate fondamenta, una determinata chiave di volta ed una determinata struttura portante, starà in piedi nei secoli o meno.

Questa sensazione, che si trasferisce dalle mani, al cuore, al cervello, è una prerogativa degli ingegneri che visualizzano la “fisica” del progetto e la corrispondenza con la materia impiegata. Ecco perché fare lo scalpellino, impastare malte, sollevare pietre ecc. ecc. era un’ottima pratica preliminare che oggi manca quasi completamente alle nuove generazioni di tecnici.

 

Per cui voglio un architetto e un ingegnereche studino l’arte, che conoscano l’universo delle proporzioni, dell’armonia, dell’antropometria.

Voglio un ingegnere e un architetto che abbiano fatto l’operaio, il saldatore, il muratore e che proseguano a farlo anche quando saranno laureati.

Voglio un ingegnere e un architetto che studino gli “antichi” e che vedano in quale modo inserivano una forma nell’ambiente.

Voglio un ingegnere che si stupisca per la realizzazione della cupola del Pantheon e che si domandi come diavolo fa a reggersi senza che prima sia stato fatto uno straccio di calcolo sulle strutture!

Voglio un ingegnere e un architetto che non sradichino centinaia di ulivi secolari per mettere al loro posto ettari di pannelli solari inquinanti e indistruttibili o, ancor peggio mostruose pale eoliche.

Voglio un architetto che si domandi per quale ragione nessun borgo medievale arrampicato sopra una roccia “disturba il paesaggio” e perché tutti vivano volentieri in un casale col camino e il pavimento in cotto e perché invece diventino nevrastenici dentro un grattacielo di plastica e cemento.

Voglio un architetto e un ingegnere che si domandino per quale ragione un abominio come l’Ilva di Taranto abbia letteralmente distrutto una delle città e dei porti più belli del mondo.

Voglio un architetto che si vergogni di produrre degli obbrobri come Corviale a Roma o come il quartiere Zen di Palermo, che non seppellisca l’Ara Pacis dentro un loculo come ha fatto Mayer, che non faccia inutili nuvole d’acciaio come quelle di Fuksas, dove veleggia il suo ego ipertrofico.

Voglio un architetto che non disprezzi i simboli del tempio e non trasformi una chiesa in una bara di cemento o in un supermercato.

Insomma, vorrei degli architetti e degli ingegneri che non contraddicano in pieno la filosofia vitruviana estrapolando forzosamente la “funzionalità” dalla vivibilità e dalla bellezza.

 

Ma, cari amici ingegneri e cari amici architetti (tra i nostri lettori ce ne sono tanti di entrambe le razze), ormai il danno è fatto e credo che il processo che abbiamo avviato da quasi un centinaio d’anni a questa parte, sia drammaticamente irreversibile.

Ormai ognuno di voi sa a cosa serve un microprocessore ma nessuno sa esattamente come è fatto. Si, perché per progettarlo ci vogliono delle macchine, a loro volta assistite da altre macchine, governate da software specializzati e hardware complicatissimi e miniaturizzati.

Tutti sanno usare il plotter o photoshop ma la matita, questo oggetto misterioso, sta scomparendo fra le nebbie di Avalon. Tutti si accaniscono sulla “consolle” di un videogioco e mentre credono di giocare non si accorgono d’essere giocati.

Usiamo delle parti di cui conosciamo (parzialmente) lo scopo ma non sappiamo come fanno a funzionare. Ragioniamo per “sistemi” e diamo per scontato che determinate scatole nere producano certe funzioni (oggi tutto si riduce in input e output) ma il nostro rapporto fisico, sensoriale con gli oggetti che automatizzano il nostro mondo è totalmente alienato e alienante; sempre più virtuale (orrida parola che con la virtù non ha nulla a che vedere), sempre più mediato, indiretto, separato dal contatto umano, dall’empatia con l’altro e con noi stessi.

Si è creata la temuta simbiosi uomo-macchina e non possiamo più uscirne.

Abbiamo spezzato il collegamento mente-cuore-mani. E questo è terribile.

Qualcuno ha idea di dove tutto ciò stia portando? Io si, e non mi piace affatto.

 

Mio nonno era un genio della meccanica (lo dico con assoluta certezza e senza false modestie). Un genio “antico”, di mentalità e di carattere. Completamente autodidatta, era tuttavia titolare di decine di brevetti, adottati da industrie famose che lo corteggiavano incessantemente. Si è vero, destava qualche invidia a livello universitario, proprio perché lui non era laureato e decine di ingegneri andavano a trovarlo per farsi spiegare le sue invenzioni di alta ingegneria.

Parlo di mio nonno con orgoglio soltanto perché ricordo, con un misto di trepidazione e di meraviglia, il mio lungo periodo di apprendistato vicino a lui.

Dalla mia famiglia era stato decretato che io dovessi diventare un tecnologo, e così fu, nonostante le mie deboli proteste e la mia refrattarietà. Ma, mentre studiavo, sia al liceo che all’università, mio nonno mi “costringeva” a seguirlo nel suo laboratorio dove sicuramente, diceva lui, avrei imparato molto di più che in qualsiasi aula universitaria.

A volte restavamo a lavorare dalla tarda mattinata fino alla notte, scordandoci perfino di mangiare. C’erano moltissimi strumenti nel suo laboratorio ma sessanta anni fa, di ogni strumento elettromeccanico si comprendeva esattamente la natura e la funzione; si comprendevano i principi fisici e i materiali su cui era basato; era possibile modificarlo, riassemblarlo e ricostruirlo: insomma, metterci le mani dentro.

Mio nonno ideava i suoi dispositivi durante lunghissime passeggiate nei parchi archeologici romani. Al suo rientro si infilava nel suo laboratorio e trasferiva le idee in minuziosi appunti e piccoli disegni nei suoi quaderni. Io guardavo estasiato le sue intuizioni meccaniche, gli ingranaggi, le chiocciole di Archimede, le molle, e tutta una serie di marchingegni che lui m’invitava a “capire” toccandoli, sentendone l’anima, la vita. Erano “belli”, per quanto può esser bello un oggetto meccanico. Sosteneva mio nonno che se avessimo trascurato l’estetica… l’oggetto non avrebbe mai funzionato bene e ribadiva con forza che l’estetica era completamente basata sull’equilibrio delle forze e sulla proporzione fra le parti. E vai un po’ a dargli torto!

Credo di aver compreso qualcosa del calcolo infinitesimale e di quello vettoriale soltanto quando mi sono trovato a combattere con una spirale d’Archimede, che spingeva in progressione contro una lamina elastica d’acciaio armonico, a sua volta contrastata della tensione di una molla.

Ma non li ho capiti nel modo come me li insegnavano nelle lezioni di analisi o di fisica: li ho….visti e sentiti sulle mani, nel lavoro compiuto dal cinematismo che prendeva forma man mano che lo costruivamo.

Ricordo ancora una sera d’estate: era tardi, io ero stanchissimo e lui, nonostante l’età, sembrava essersi svegliato in quel momento. Eravamo impantanati su un oggetto che si rifiutava di funzionare in conformità al progetto. Allora lui mi chiese di intervenire, completamente alla cieca, all’interno di un meccanismo complicatissimo. Avrei dovuto infilare un cacciavite da orologiaio dietro una serie di ingranaggi e raggiungere la testa di una vite completamente invisibile. Girare in un verso o nell’altro questa vite aumentava o diminuiva la tensione di una piccola molla e questo modificava la velocità di funzionamento del cinematismo. Io non ci riuscivo, perché non vedevo un accidente e, ogni volta che arrivavo ad inserire il cacciavite nella piccola sede della vite, le mie mani non erano abbastanza ferme e non sapevo come regolare l’insieme senza alcun riferimento visivo.

Allora nonno mi disse.

“Non devi cercare di vedere con gli occhi ma con la punta delle dita e con la mente. Devi sentire nella gola, nel cuore e nelle mani la tensione della molla e avvertire quando questa raggiunge la giusta estensione: riprovaci e respira con calma”.

Dopo un po’ ci riuscii: le mie dita… “vedevano” (tale esperienza mi procurò una gioia inesprimibile che non sono in grado di spiegare); finalmente, la piccola vite venne regolata perfettamente e il cinematismo iniziò a funzionare benissimo.

E mio nonno mi disse sorridendo burbero: “Te lo avevo detto! Hai sentito la meccanica sulla pelle, hai sentito sulle dita il movimento che volevi raggiungere e regolare e ti sei identificato con la vite e con la molla: ecco, questo è il primo passo… per diventare un ingegnere vero”.

La cosa m’inorgoglì moltissimo  ma compresi ben presto che quello era realmente solo un primo passo. Per progettare realmente qualcosa di così raffinato ci voleva ben altro!

Decine di anni più tardi vidi dei film sulle discipline zen e ritrovai, stranamente, le parole di mio nonno. Non credo che lui abbia mai conosciuto nulla di orientale ma questo vuol dire che determinati principi sono universalmente validi ed efficaci anche se non profumano d’esotico.

 

Vorrei tanto che, in questo mondo, ci fosse ancora spazio per un ingegnere “vero” come lui.

Esiste un fenomeno paranormale del genere?

Se esiste ci chiami: sarà un onore parlare con lui e vedere se è ancora possibile costruire delle belle cose, realmente utili al corpo e all’anima, funzionali, solide, comprensibili e accessibili, che non creino abitudine o asservimento, senza scatole nere, senza compartimenti stagni, ma soprattutto, che aiutino l’essere umano a perfezionarsi, le virtù e l’amore per il bello e il buono ad accrescersi e rispettino anzi valorizzino totalmente la bellezza del luogo dove saranno inserite senza minimamente inquinarlo.

Oddio! Ma che sto dicendo?



[1]
Sentieri Spirituali II edizione

Commenti  

# Claudio Lanzi 2014-05-02 10:46
Riceviamo questo commento da parte di un lettore che conosciamo ma che ci chiede di non pubblicare il suo nome (abbiamo riassunto alcune parti della mail).

Mi sembra che il magistrale elenco iniziato da Claudio Lanzi: "voglio (cerco) un" … si potrebbe estendere praticamente a tutte le attività, professionali e non, sia sinteticamente riassumibile attraverso un
"cerco (voglio) un essere un essere umano", finalmente libero perché finalmente “non libero” (con profonda e ineludibile consapevolezza) di staccarsi da Dio o come lo si chiama.
La consapevolezza di questa universale Origine o scaturigine consente di eliminare il conflitto fra l'aspetto esecutivo e quello creativo di ogni attività umana (intercambiabili per qualsiasi tipo e livello di azione). Tutti noi musicalmente e carnalmente possiamo essere testimoni di questa terribile esaltante conversione delle nostre radici.
p. s.:
sì esistono, conosco (perché sono miei cugini) un ingegnere ed una dottoressa (fratello e sorella) che hanno fatto della loro vita un’opera d’arte.
# Claudio Lanzi 2014-05-02 11:05
Grazie del commento e anche dei complimenti eccessivi che (chiedo venia) ho omesso di riportare.

Cara amica lettrice, se ti va, fai leggere questi nostri interventi ai tuoi parenti. Qui in giro, di opere d'arte ce ne sono sempre meno e se qualcuno si separa dalla melma collettivista e desacralizzata che contraddistingue la nostra epoca... fa un gran piacere conoscerlo.
C. L.
# Dalmazio Frau 2014-05-03 16:02
Nulla da aggiungere, concordo su tutto. Solo un ricordo personale: anni fa tenni alcune lezioni d'arte in un liceo scientifico. L'insegnante d'arte era un architetto, donna ( specie inesistente fino a pochi anni fa ) che ammise di non saper disegnare. Evviva la faccia!
# ORIETTA 2014-05-06 08:51
È un articolo bellissimo. L'esperienza sensoriale a prescindere dalla conoscenza. Intrigante anche.
Grazie
orietta
# maurizio trotta 2014-05-13 23:47
come ''arch'' osservo: una sviolinata per gl'ingegneri a scapito degl'arch - poi con ordine: che i tecnici medievali fossero più artisti rispetto ad altre epoche è un'offesa per chi realizzò le 7 meraviglie e più, senza avere a loro volta un passato a cui ispirarsi - il mitico Hiram, a cui s’ispira anche la tradizione massonica...è la base della massoneria e non ''anche'' - architetti come lo spagnolo A.Gaudì e l'italiano C.Scarpa sono stati dei maestri, a tuttoggi insuperati, nell'uso dei materiali (pietra e cemento) in epoche recenti - nota sulla consolle, mi diverte moltissimo e non vedo la polemica della frase ''di essere giocati'' - alcuni borghi arrampicati in realtà sono della porcherie permesse quando nessuno si preoccupava del paesaggio e ce li ritroviamo sul groppone con scusa della storicità - la tecnologia odierna è ad un livello altissimo per la stragrande società ma in realtà per lo scopo commerciale e quindi si prende solo l'apetto necessario piuttosto che capirne il totale funzionamento e il concetto generatore, per esempio i sensori di parcheggio sembrano adatti più per handicappati che per chi sappia manovrare l'auto e poi prima come si parcheggiava ? Cordiali saluti Maurizio
# Claudio Lanzi 2014-05-14 09:29
Evviva: fa piacere un parere contrastante.

Però, come "ing." vorrei precisare che
a) non ho sviolinato gli ingegneri. L'episodio familiare potrebbe essere applicabile benissimo agli architetti o a qualsiasi altra professione artigianale come (a mio avviso) dovrebbero tornare ad essere le professioni.
Un mio caro amico architetto sostiene a spada tratta di aver imparato quasi tutto da suo padre, che era muratore e scalpellino.

b) Ho parlato dei costruttori di cattedrali non come "maestri" assoluti ma come continuatori di una tradizione perenne. Ci ho scritto tre libri abbastanza noti che parlano proprio di loro, compreso Hiram, per cui rimando a quelli.

c) Beh se non le piacciono i borghi medievali (quasi tutti sono fondati su strutture romane e altri su mura megalitiche quindi vuol dire che qualcuno aveva, già in precedenza, fatto amicizia con il Genius loci))...facciamo una proposta per spianarli e per metterci dei bei palazzi in vetro e cemento, circondati da pannelli solari e pale eoliche (così sembreranno più ecologici).
d) Se però la tecnologia odierna è a un livello altissimo (io purtroppo sono stato un tecnocrate e quindi ho dato il mio forte contributo allo sviluppo di tutta questa altezza) mi pongo una domanda:
cosa vuol dire altissimo?
Ricambio i cordiali saluti e rinvio ai moltissimi articoli sull'arte, sull'urbanistica e sull'architettura presenti in questo sito a partire da quelli di E.M. Mazzola.
Un caro saluto.
C.L.
# Claudio Lanzi 2014-05-16 07:51
Con grande efficacia, potere di sintesi, graffiante ironia e un briciolo di disperazione, Vittorio Sgarbi spiega come, attraverso una metodica diseducazione, si possano fare delle cose orribili, distruggendo il paesaggio urbano ed extraurbano, pagando un sacco di soldi e sentendosi "artisti".

http://www.youtube.com/watch?v=9oj2G_janew
# Claudio Lanzi 2014-05-18 09:13
Ettore Maria Mazzola ci scrive:

splendido Claudio,
dalla prima all'ultima parola. Splendida la storia della tua esperienza col tuo nonno geniale.
Io non vedo una sviolinata agli ingegneri e una critica agli architetti, vedo semplicemente una lettura onesta della situazione, che vede l'architettura e l'urbanistica contemporanee essere l'abominevole risultato di un insegnamento idiota ed ideologico. Noi architetti, troppo spesso, dimentichiamo che ci sono delle discipline (guarda il caso recenti) che sono nate per studiare gli effetti collaterali della nostra professione (Sociologia Urbana, eziologia, aspetti della neurofisiologia) che mettono in diretta relazione il prodotto degli architetti ed una serie di patologie. In realtà basterebbe imparare a mettere da parte l'ego (superego direi) e capire che non c'è nulla di male nell'imparare dall'esperienza della tradizione. Quella esperienza tattile di cui parlava il nonno di Claudio è quella che si ritrova nell'opera dei nostri più illustri predecessori. L'aver messo da parte la conoscenza della storia, l'aver condannato il rispetto della tradizione in nome di un idiota reato di "falsificazione della storia" ha prodotto solo mostruosità e ignoranza ... e non possiamo esserne orgogliosi! Nel mio piccolo ai miei studenti americani (nemo profeta in patria) insegno l'architettura, l'urbanistica e le tecniche costruttive tradizionali, insegno a fare quel dimensionamento senza calcoli di cui parla Claudio, basandomi sui principi che usavano gli antichi (il piedritto di un arco basato sulla costruzione geometrica di un esagono costruito al suo interno, oppure il dimensionamento dello spessore dei muri basato sui principi elementari proposti da Rondlet, ecc.) Magari in questo devo aggiungere una nota per gli ingegneri ... se si studiassero i metodi antichi di dimensionamento piuttosto che il solo calcolo del cemento armato e dell'acciaio, oggi non dovremmo piangere per i (L'Aquila, Barletta, Pompei) dovuti all'ignoranza dei tecnici e soprintendenti

Ai malati di modernismo (si badi, non modernità) ricorderei volentieri le parole di Giulio Magni:
«Ci dovremo dunque contentare di una colonnina di ghisa nuda, senza il più piccolo segno artistico, solo perché la scienza n’ha dimostrato con i calcoli che può sopportare il peso affidatole? Il secolo guarda all’utile, ma l’utile non avrebbe dovuto escludere l’arte. Igiene, economia, uso dei nuovi materiali, adeguamento a tutto ciò che si definisse come moderno, sono senz’altro dei traguardi da guadagnare, tuttavia su come risolvere questi problemi si deve sensibilizzare il grosso pubblico! Compito per il più delle volte evaso proprio da coloro che avrebbero dovuto assumersi il ruolo di interpreti e di divulgatori. È un nostro dovere quello di conoscere la storia e di non liquidare la tradizione ed il patrimonio ereditato».

Ettore
# Antal Nagy 2014-05-20 10:23
Voglio una “Facoltà di Architettura” che mi dia l'opportunità di studiare l'arte di costruire come i Maestri del passato, come al Conservatorio di musica ho la possibilità di studiare musica classica e musica leggera, e come all'Accademia di Belle Arti ho la possibilità di studiare disegno figurativo e modellato come si faceva una volta. Vorrei che non sia obbligatorio essere solo moderni.

Voglio una “Facoltà di Architettura” dove si insegnino:

Disegno dal vero.
Materiali e tecnologie antiche e moderne.
Teorie e tecniche tradizionali dell'architettura.
Laboratorio di progettazione con tecniche locali.
Progettazione, Paesaggio e Genius Loci.
Fondamenti di geometria e simbolismo della forma geometrica.
Storia del cristianesimo e dell'architettura templare.
Laboratorio di progettazione sacra.
Estetica ed armonia delle forme.
Laboratorio di produzione dei materiali da costruzione.
Etc..

Voglio una “Facoltà di Architettura” in cui si insegni a parlare in modo chiaro e non si spieghino i progetti con parole e concetti vuoti, autoreferenziali, imbarazzanti e ridicoli.

Voglio una “Facoltà di Architettura” che sia anticonformista.... che ami il passato come lo amo io. E che non mi privi di quella ricchezza che a lezione mi hanno sempre insegnato a snobbare se non addirittura a disprezzare.



Tre "Zimmermaenner", appartenenti ad una delle corporazioni storiche di carpentieri ancora attive in Germania. Si muovono per il paese fieramente vestiti in quel modo; alla fine del periodo di apprendistato sono obbligati a compiere un pellegrinaggio rigorosamente a piedi o per passaggi, volto al conseguimento di ulteriori nozioni e insegnamenti presso carpentieri di altre regioni o paesi. Questo periodo può durare diversi anni con l'obbligo di non tornare a casa prima che quel tempo sia trascorso.
# Claudio Lanzi 2014-05-20 11:01
Beh, cari amici architetti (peccato che nessun ingegnere "pentito" sia ancora intervenuto) che dire?
Grazie del contributo.
"Il mondo sarà salvato dalla Bellezza". Sono convinto che Dostoevskij abbia avuto ragione e che valga la pena impegnarsi perché l'armonia e l'integrazione con la natura tornino ad essere la base d'ogni sistema di misura.

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