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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Nell’affannosa prosecuzione della mia ricerca di…oggetti smarriti ho deciso di dedicare un piccolo spazio alla ricerca dei bambini perduti cioè di un modo di intendere l’infanzia che non esiste più; ma anche dei vecchi perduti, cioè di una fascia d’età ormai esorcizzata dal contesto sociale.

Se noi facciamo riferimento alla semiologia dei due termini scopriremo che i Bambini e i Vecchi, sono i grandi esclusi da questa nostra società efficientista, post-moderna, post industriale, iperinformatizzata e disperatamente preoccupata di mostrarsi formalmente buona, forse perché tormentata da un senso di colpa di cui non riesce più a trovare le origini. [1]

Dico esclusi, perché ogni iniziativa sociale si dibatte fra due estremi:

- O tende alla rigida divisione in fasce d’età (i vecchi stiano con i vecchi, i bambini con i bambini, i giovani (categoria sponsorizzata da tutto ciò che è “moderno”, stiano ovviamente con i giovani).

- Oppure opera un transfert psicologico, forzando violentemente gli uni a diventare come gli altri: i bambini imitino gli adulti, i vecchi facciano finta d’esser giovani e i giovani si sforzino di assomigliare a quei 3 o 4 stereotipi che standardizzano l’idea di efficienza, efficacia, successo, su cui si basa il giovanilismo ad oltranza.

 

Ringiovanire

Ovviamente tutta la società modernista è proiettata in questa dimensione giovanilista per cui il concetto di “giovane” ha assunto un significato molto esteso e collegato all’immagine che del “giovane” ci propongono i media. Ne deriva che anche un vecchio “rampante” può diventare, per adozione, giovane.

L’uomo felice e sano deve comunque ringiovanire, e se non ce la fa deve comunque “sembrare” giovane.

Il vecchio se non vuole essere ghettizzato deve trovare il suo spazio fra i giovani produttivi, consumisti, sportivi, socialmente e sessualmente efficienti; e comincia ad essere impressionante, in questa società di persone ultrasettantenni, la forsennata pubblicità di “ausilii” all’anziano orientati non verso un miglioramento delle condizioni di salute o di valorizzazione della saggezza che dovrebbe competere a chi è avanti con gli anni, ma verso una proiezione nell’ambiente e nelle attività più consumistiche e festaiole: caro anziano…pensa a divertirti, cambiati i pezzi, prendi il viagra, sostieni i denti, rinnova la libido, sconfiggi la cellulite, ecc..

 

Crescere

Il bambino invece che, nella immagine edulcorata del mulino bianco e dei mandorlati balocco, sembra sceso dal pero dell’ingenuità, deve essere tenero, ingenuo e adatto al borotalco, adatto alle pappine plasmon, vorace di giochi deficienti nati dagli incubi di Pinocchio nel paese dei balocchi, ma poi  deve sbrigarsi a parlare come un adulto e agire come un adulto, far divertire gli adulti, non far perdere tempo agli adulti e ovviamente, diventare come gli adulti che pretendono di educarlo secondo i loro principi e valori.

La parola inquietante che indica tutto ciò è “scolarizzazione”. Questo dovrebbe fare del bambino un buon animale sociale accettato da tutti perché ha imparato ad imitare bene ciò che gli viene proposto o meglio imposto per diventare un membro della società che lavora. Ma l’etica, l’esperienza religiosa, la filosofia (applicata, non la storia) la riflessione, la meditazione, il significato della preghiera, del sacro, la ragione per essere, per vivere, per esistere, il senso stesso della vita e della società degli esseri viventi, quale spazio hanno nel processo di scolarizzazione?

C’è anche da dire che trovandosi in una società arrivistica e contraddittoria, il bambino riceverà sia dalla scuola che dalla famiglia, degli impulsi sia centrifughi che centripeti rispetto a dei “valori” sociali e familiari che diventano ogni giorno più labili e mutevoli. Il mondo adulto non ha più da proporne a se stesso e quindi, figuriamoci ai bambini!

Dai primi anni di vita fino all’adolescenza il bambino verrà infatti sballottato da tensioni che lo porteranno al rifiuto delle proposte educative che gli pervengono dalla famiglia (sfasciata) e dalla scuola (incerta su cosa si deve insegnare), o allo sviluppo di quella autereferenzialità e quel confronto bullistico tra anime sbandate che produrranno le mostruosità comportamentali a cui ci hanno abituato le cronache. Il virus del relativismo, della futilità, e della fruizione ad oltranza lo contagerà ben presto e gli oggetti della sua venerazione diventeranno i giocatori, gli attori, le veline e così discorrendo.

E per compensare gli aborti educativi che loro stesse hanno prodotto, le “istituzioni” proporranno politiche per i giovani, politiche per gli anziani e politiche per l’infanzia. Insomma si ghettizzano le fasce di età e si dimentica che un essere vivente… è sempre lo stesso essere vivente, a tre anni, a quarant’anni, a novant’anni.

In effetti questa “divisione” ha delle motivazioni economiche assai furbe, in grado di smuovere il Pil di una nazione. Sia in età pediatrica che nella vecchiaia, la macchina sanitaria(dai pannolini…ai pannoloni), quella dell’alimentazione (dagli omogeneizzati ai brodini, dai gelati per bambini alla…coppa del nonno), quella del “gioco” preconfezionato (dai cubetti della lego alla play station, al gratta e vinci), quella dei supporti (dal passeggino… alla sedia per disabili) generano una industria miliardaria.

E mentre le amministrazioni pubbliche e private si intortano in politiche sociali che assicurino efficienza e divertimento alle generazioni estreme, il patrimonio arcano di bellezza, conoscenza, profondità, che proviene dalla potenza dell’infanzia e dalla vecchiaia viene completamente dimenticato.

Più o meno consapevoli di aver creato una schizofrenia dell’educazione, anziché una politica dell’educazione, proliferano gli “specialisti”: sociologhi, i pedagoghi, i neurofisiologi, gerontologhi e i pediatri, che studiano l’uomo e lo “curano” in relazione al suo ambiente e alle fasce d’età. E dicono come deve essere, con chi deve stare, dove deve andare, cosa deve mangiare. Per la miseria quanta gente c’è che deve occuparsi del disagio di altra gente!! Quali sono i medici, quali i malati, o forse siamo tutti malati?

Ognuno è in cura da qualcuno. In questo schema c’è qualcosa che non va.

Infatti gli uomini e le donne di età media (i quasi giovani o comunque gli esseri produttivi che determinano il…Pil) vengono a loro volta presi da dubbi e angosce in massa, su se stessi, sul senso della loro vita, sul lavoro, sull’amore, da frustrazioni per il  successo mancato da…ansia da realizzazione.

Ne consegue che un esercito di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti (categorie inesistenti fino ad un secolo or sono) si deve prendere cura degli uomini di età media; forse ciò indica che l’umanità “produttiva”, efficiente e consumatrice, si è dimenticata il significato di due parti di se stessa (i vecchi e i bambini) e si è ammalata? Non sa più bene cosa sia la malattia che la coglie ma sa perfettamente di essere nevrastenica, ipocondriaca, complessata.

La dimenticanza del senso profondo dell’infanzia e della vecchiaia ha creato una deviazione dalla responsabilità e dall’ascolto consapevole verso chi è nato da poco oppure verso chi si appresta a morire; Il dictat efficientista recita che non importa amarlo, importa distrarlo e divertirlo, promuovendo l’acquisto di prodotti utili e inutili, la spinta alla fruizione di tutto ciò che è consumabile. Basta sfogliare una rivista di “moda” per bambini, per contemplare le tante piccole barbie in mostra, le tante piccole veline in erba, pronte a vendersi come prodotti “fruibili”. Altro che pedofilia!!

In questa forsennata  moltiplicazione dei desideri, dei bisogni, al di la di quelli naturali, si creano  nuove prigioni (come si può vivere senza telefonino, senza automobile, senza computer? eppure fino a pochi anni fa…non c’erano, e si viveva benissimo). E tale moltiplicazione aggredisce l’infanzia. E come fai a vivere senza la play station?

Ci vogliono uomini che accrescano il Pil, che spendano e comprino ciò che c’è e ciò che ci sarà e che diano potere a coloro che gestiscono gli orientamenti e le fruizioni di massa.

In questo mondo determinato dalla finanza e dalla tecnologia, ci vogliono masse di scalmanati che spendano i loro soldi per vedere dei miliardari, con un quoziente di intelligenza di poco inferiore a quello della gallina, che tirano calci ad una palla, trovando in questo “sport” un nuovo orgoglio di appartenenza, di squadra, di compagine, assolutamente indifferenti al fatto che ognuno di quei miliardari guadagna 10.000 volte più di un impiegato (e per protestare contro questo schifo nessuno fa neanche la più piccola dimostrazione di piazza).

Ci vogliono uomini che comprino sofware sofisticati, che li costringano a star seduti su una poltrona con giochi virtuali, per fare sesso virtuale, per provare emozioni virtuali, in una continua proposta teatrale, dove la separazione dal mondo, dalla natura, è sempre più grande. ecc. Uomini che fotografino e filmino le loro performance, chiudendole nell’illusorietà di un video e identificandosi con il video e non più con se stessi. Sono in uno schermo, ho una immagine…ergo sum.

In questo mondo, lo ripetiamo, determinato dalla finanza e dalla tecnologia, siamo disposti a coprire d’oro un giornalista furbacchione che piloti l’opinione pubblica; siamo pronti a strapagare un presentatore, una “velina” idiota, un paio di natiche disperse nella folla di ormai invasiva di tette, e di chiappe rigurgitate a profusione dal cinema e dagli altri media.

 

E i bambini?

Che spazio hanno i bambini in tutto ciò?

Dov’è che li lasciamo liberi di giocare ai loro giochi e non ai nostri pseudogiochi di “giovani perenni” o a quelli che inventiamo per loro, o peggio a quelli che imponiamo a loro viziandoli e plagiandoli o peggio ancora abbandonandoli davanti allo schermo di un computer o ad una tastiera dove colui che è più bravo è quello più veloce a spingere tasti. 

Riusciremo più a smettere di costringerli continuamente in spazi da adulti, i città da adulti, in proposte da adulti, ma, soprattutto, pensate dagli adulti?

Ludoteche (!!), nome strano che assomiglia a discoteche, a nastroteche, insomma a… teche, a scatole, a spazi recintati, con “professionisti dell’educazione” che pilotano, controllano, propongono il gioco. Alcuni di questi professionisti sono bravissimi e fanno miracoli, lo sappiamo benissimo.

Ma ci rendiamo conto come ci siamo ridotti? Professionisti per far giocare i bambini! Ma per decine di migliaia d’anni i professionisti del gioco sono stati i bambini stessi, senza nessuno che si sostituisse alla loro fantasia; e i loro insegnanti di tradizioni e di favole sono stati i nonni davanti al camino acceso.

 

 

E il contatto tra i vecchi e i bambini?

Ma, questi vecchi, invece che relegarli nell’ospizio o confinarli nei “circoli per anziani” perché non lasciar loro la gioia di raccontare le fiabe ai bambini? Perché non trasferire dalla fantasia dell’anziano a quella del bambino, dei piccoli distillati di sapienza?

Perché non avvicinare la vita che nasce alla vita che muore, lasciando che quell’ineffabile coscienza della tradizione perenne trovi accoglienza nei mille “perché” dell’infanzia e venga assorbita con gioia dal vecchio?

Perché allontanare coloro che stanno per andar via da questo mondo, da quelli che ci si stanno affacciando? Quale cavolo di “trauma” si vuole evitare? Ma non sarà che gli adulti (altrimenti definiti giovani), aggrappati al loro brandello di materia vivente, temano di vedere la loro degenerescenza nella degenerescenza dei genitori e credano di difendere i bambini (e se stessi) dall’idea della morte mentre in realtà esorcizzano l’unico evento che la società materialista non può esorcizzare? 

Oggi, a mio avviso con un disprezzo per l’infanzia e con un razzismo becero e violento, mascherato da proposte educative, ghettizziamo i bambini in spazi sempre più angusti.

E’ già, come si fa a giocare sotto casa? Ci sono le auto che ovviamente hanno la precedenza su tutto. C’è l’asfalto che serve agli adulti, mica ai bambini; e non c’è la terra! Quindi…recintiamoli questi bambini, dentro uno spazio con una moquette e con dei giochi della chicco e della plaimobil.

Ma porca miseria come fa, oggi, un bambino di città a sporcarsi col fango fino alle orecchie, che è una delle cose più belle del mondo? Niente da fare, non può più farlo, perché tutto va lavato con napisan e i batteri li ammazziamo con lisoform. Ma in questo mondo igenizzato, anche un microbo insignificante è in grado di operare una devastazione. E così proliferano e allergie, le epidemie di malattie sempre nuove, i virus sempre più specializzati, i batteri furbissimi che fanno colazione con gli antibiotici  mentre gli anticorpi se ne vanno in vacanza.

Ahi ahi ahi!! Ma avete mai visto una masnada di bambini, liberi, in mezzo ad un prato, in mezzo alla campagna, o in un cortile?

Io ci sono stato (nella campagna, nel cortile, nei prati) quando avevo dai 5 ai 12 anni, e non solo quando andavo in vacanza. Ho giocato senza proposte degli adulti, ho inventato giochi assurdi, sono stato coinvolto dai miei coetanei in centinaia di avventure create al momento. 

Senza scivoli, e attrezzi noiosamente identici, creati dagli assessorati preposti all’educazione (di chi?), perché “fanno bene” allo sviluppo psicofisico. Non c’erano educatori che mi dicevano: stai attento!

Io sono precipitato a capofitto dentro una fontana a 6 anni, rischiando di affogare e ferendomi gli stinchi fino all’osso; mi sono quasi distrutto un ginocchio a 7 anni, cadendo su un viale in discesa pieno di pietrisco; ho frantumato i vetri di una finestra a 9 anni tirando con la fionda; mi sono rotto un braccio a 10 anni durante un furibondo nascondino; mi sono quasi spaccato la testa con una bastonata durante un duello eroico con altri bambini. Mi sono anche trafitto con un paio di chiodi arrugginiti (e non c’era la penicillina e manco l’antitetanica) e le ginocchia sbucciate e non disinfettate… è meglio non ricordarle. Ma, per la miseria, che meraviglia!!

Beh si, ho rischiato di farmi male sul serio, e qualche scapaccione, proprio dai nonni, me lo sono preso. Tutte cose diseducative ma bellissime dove s’impara un sacco. Non c’erano gli asili nido (nido di cosa?). I bambini non devono stare all’asilo nido. Quando hanno meno di 5 anni devono stare con la mamma.

 

Ma allora cosa è l’educazione?

Ho cercato di ricordare che i bambini, insieme ai vecchi, sono gli esseri più fragili della compagine sociale. Essi vengono, fin da neonati, o forse direi prima ancora di nascere, trascinati in questa bolgia, indottrinandoli e imprigionandoli in gabbie sempre più costruite da coloro che hanno una “età produttiva”. Tutto ciò che avviene prima e dopo dell’età produttiva va recintato, assemblato in gruppi, va isolato e adattato. Al più va studiato, diventa oggetto di ricerca universitaria e di proiezioni statistiche che consentano la “gestione” di tali spazi di età.

Ormai i bambini vengono separati dalle famiglie per periodi sempre più lunghi e resi “obbligatori”: asilo, scuola, doposcuola e poi immersi in altre attività adulte ma ovviamente “ludiche”: piscina, palestra, tennis; e infine i compiti. Ma quando li lasciamo liberi d’essere bambini?

Nessun bambino andrebbe mai in piscina se non ce lo portassero i genitori. Ma se ci fosse una strada fangosa e delle pozzanghere sarebbe felice di inzaccherarsi e di schizzarsi insieme agli altri coetanei. Certo che se fin da piccolo gli diciamo di non sporcarsi, se lo terrorizziamo con la paura dei vermi, degli insetti, delle zecche, dei pappataci e dei pidocchi…sarà ben difficile che riesca a sentirsi libero di giocare. Si, la piscina è sicura perché c’è il bagnino e la ciambella di salvataggio: Ma l’avete mai fatto un bagno nella pozza di un fiume? Vi siete mai tirati zolle fangose? Avete mai camminato in un campo a piedi nudi col fango fino alle ginocchia? Un gusto pazzesco!!

Si, nella pozza del fiume non s’impara a nuotare a delfino e a stile libero, ma si gioca molto meglio.

 

E il sesso?

E lasciateglielo scoprire naturalmente, da soli, come hanno fatto tutti i bambini di questo mondo per migliaia d’anni, giocando al dottore o altro!! Ma non indottrinateli anche in questo, che è uno dei regali più grandi che ci abbia fatto il Padreterno. Lasciateli sbagliare da soli, curiosare da soli, senza contribuire a creare confusione nelle regole naturali senza dirgli cosa devono fare, senza obbligarli ad utilizzare perfino le loro pulsioni sessuali secondo gli schemi sociali degli adulti.

E soprattutto non ascoltate le direttive europee in arrivo promosse dalla organizzazione mondiale per la Sanità. I bambini sanno masturbarsi benissimo da soli senza che un maestro adulto glie lo debba spiegare. Ma queste direttive europee non saranno una forma di pedofilia? 

 

Il tempo

I bambini … fanno parte di un tempo magico, misterioso, percepito comunque come “passato” per tutti coloro che lo sono stati. Devono sbrigarsi a crescere e ad assomigliarci perché, perbacco, devono offrire il loro contributo al Pil e a tutti gli stereotipi sociali di cui, a nostra volta siamo padroni e prigionieri nello stesso tempo. Il problema non è nel fatto che siano felici o meno, che siano se stessi o meno, ma solo che, quanto prima, siano “occupati” o “disoccupati”.

I vecchi, invece sono quello che noi saremo inevitabilmente (se non moriamo da giovani). E non ci piacciono perché non ci piace pensare che saremo così: meno forti, meno potenti, meno affascinanti; e allora rifacciamo loro il look, gli mettiamo l’auricolare amplifon, la dentiera con algasiv, gli regaliamo degli apparecchi per buttare giù la pancia, botulino e acido ialuronico per far finta che la pelle sia giovane. Insomma devono sembrare giovani!!

Essere bambini è tollerato purché si sbrighino a crescere. Esser vecchi è insopportabile.

 

Ma quanto s’impara da un vecchio e da un bambino! Uomini e donne giovanilmente “maturi” ed efficientissimi, dovremmo forse ricordarci che il bambino rappresenta una memoria straordinaria di ciò che ci sembra d’essere stati mentre il vecchio rappresenta ciò che aspettiamo, spesso con ansia, di diventare.

Entrambe le età sono avvolte nella nebbia e nell’incertezza. La memoria dell’infanzia è pesantemente deformata dalla interpretazione e dai filtri della logica dell’adulto. La previsione della vecchiaia è deformata dagli stereotipi che ci hanno raccontato o che abbiamo visto, dalla paura della inefficienza e della morte.

O, se siamo un pochino più saggi ed abbiamo un’idea della fisica quantistica o dei famosi piani molteplici dell’essere dell’ormai abusato Guénon, dovremmo forse riuscire a pensare che quel bambino e quel vecchio che abbiamo come memoria o come previsione nella testa, siamo sempre noi. Non si tratta di un altro essere. Noi, proprio noi, siamo anche quel vecchio e quel bambino. L’uomo è un continuum spazio-temporale. Non diventa un accidente: è.

Se facciamo amicizia con questa idea forse cercheremo d’imparare da questi due aspetti di noi stessi (l’infanzia e la vecchiaia), senza pretendere che anziano e fanciullo diventino come noi siamo “ora” (in quell’ora variabile e volubile rappresentata dalla nostra pretesa di fermare il tempo); non allontaniamoli e non pretendiamo di trasformarli soltanto perché non siamo in grado di riconoscere o accettare il loro essere “noi” indipendentemente dall’età.

Ecco: forse questa è la via per cui, perfino in una società robotizzata come la nostra, sarà possibile restituire alla vita la riconoscenza per la sua straordinarietà, la bellezza della scoperta d’esserci, il profumo d’ineffabile che accomuna il mistico e lo scienziato nel rispetto verso il mistero.



[1]
Entrambe le parole hanno una base semiologica non sempre positiva. Bambino che ha una radice simile a babbeo indica lo sciocco, cioè colui che non sa articolare un pensiero logico; in-fante è colui che non sa ancora parlare e fanciullo (o piccolo fante) è ancora colui che non ha la capacità di esprimersi in autonomia. Tutti questi termini indicano un essere piccolo, incapace di difendersi da solo, bisognoso di protezione. Il vecchio (vetus, vetulus) è connesso al senso ciclico di “anno” quindi molto vecchio vuol dire molti anni. Differente è il termine anziano (colui che viene prima) che ha inizialmente un significato temporale ma poi diventa anche sinonimo saggio, in quanto dotato dell’esperienza di chi viene prima (ha quindi primato)

Commenti  

# Dalmazio Frau 2014-06-03 07:08
Lao Tzu...

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