La via Appia fino da Roma a Brindisi e la via Egnatia da Durazzo a Costantinopoli

La Via Appia

Fu la prima e sicuramente la più importante e maggiormente trafficata strada dell’antichità. La sua fama e rilevanza sono confermate dall’appellativo con il quale Stazio (Silv. 2, 12) ed i Romani la chiamarono, Regina viarum; Marziale la definì "Appia… Ausoniae maxima fama viae" (9, 102). Fu assai citata da scrittori romani e greci, su di essa ci è rimasta una letteratura assai ricca di riferimenti anche minimi. Fu teatro di tanti episodi storici[1] ed è ricca di monumenti soprattutto nel primo tratto[2]. È perfettamente indicata nella Tabula Peutingeriana con stationes e mansiones.

Collegava, nel suo intero percorso, Roma a Brindisi, il principale scalo marittimo per la Grecia, la Macedonia, l’Egitto e l'Oriente. Tutto l’itinerario era lungo 360 miglia romane (1 miglio romano = mille passi = m. 1.480) cioè Km 532. Per precisione il passus (passo romano) era computato come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino, ad esempio sinistro-destro-sinistro, quindi il doppio rispetto all'accezione moderna.

Il censore Appio Claudio Cieco cominciò i lavori per la costruzione nel 312 a.C., che nel suo tratto iniziale fece ristrutturare ed ampliare una strada preesistente che collegava Roma ai Colli Albani passando per Aricia (Ariccia);egli la completò fino a Capua prima della conclusione della sua carica (Liv. 9, 29). È opinione diffusa che, nel corso del tempo, la continuazione ed il completamento fino all’Adriatico di questa grande opera sia stata realizzata da vari membri della sua famiglia.

Fu edificata a tratti, come quasi tutte le strade romane. Il punto iniziale era a Porta Capena, nei pressi delle Terme di Caracalla. Subito dopo il rettilineo a sud di Roma, lambiva le paludi Pontine, che furono in parte bonificate con sapienti opere idrauliche, raggiungendo il Tirreno a Tarracina[3] (Terracina). Successivamente scorreva lungo il mare per Fundi[4] (Fondi), Formiae[5] (Formia), Minturnae[6] (Minturno) e Sinuessa[7] (Mondragone). Da qui la Via Appia andava verso l’interno fino a Capua[8] (Santa Maria Capua Vetere).

Il secondo tratto proseguiva per Vicus Novanensis[9] (Santa Maria a Vico), superava la stretta di Arpaia[10], raggiungendo Caudium (Montesarchio) e Beneventum[11](Benevento), importante centro urbano quasi equidistante dai mari Adriatico e Tirreno.

Successivamente la Via Appia, percorrendo valli longitudinali nell’Appennino, toccava Aeclanum[12] (Mirabella Eclano), Aquilonia, Venusia[13] (Venosa). Tutti gli 11 ponti originali romani tra Capua e Venosa furono distrutti durante la seconda guerra mondiale e ricostruiti con la massima fedeltà nello stesso sito. Il terzo ed ultimo segmento raggiunse Silvium[14] (Gravina in Puglia), Tarentum[15] (Taranto) e pervenne all’Adriatico a Brundisium[16] (Brindisi). I lavori si conclusero nel 190 a.C., ed al capolinea furono poste le imponenti colonne che ancora oggi si ammirano in prossimità del porto, punto di riferimento ai naviganti antichi e moderni.

Fu restaurata ed ampliata durante il periodo di AugustoVespasianoTraiano ed Adriano. In particolare Traiano costruì una variante che da Beneventum toccava Aequum Tuticum (Ariano Irpino), attraversava l’Appennino Dauno e raggiungeva Aecae (Troia), Herdoniae (Ordona), Canusium (Canosa di Puglia), Rubi (Ruvo), Barium (Bari), Neapolis (Polignano), Egnatia (Egnazia, che non ha nulla in comune con le Via Egnatia) e quindi Brundisium. Questa nuova strada, chiamata Via Appia Traiana, era molto usata per decongestionare il traffico sul vecchio tracciato e serviva a valorizzare le aree interne del Sannio e dell’Apulia. Aveva un altro piccolo bivio a Butontum (Bitonto) che proseguiva sulla Murgia a Caelia per ricongiungersi ad Egnatia. Il percorso costruito dall’imperatore era un pò più breve ma aveva pendenze maggiormente accentuate e quindi era preferito dalle carovane che trasportavano merci con asini e muli mentre chi aveva carri e carrozze percorreva il tracciato antico più comodo.

Strabone nella sua Geografia ne descrisse l’itinerario con le varianti e la cita più volte nelle sue opere. In particolare Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, a causa dell’instabilità politica e della mancanza di manutenzione, tutta la Via Appia perse importanza per molto tempo fino al periodo rinascimentale; nel XVIII secolo, papa Pio VI ne ordinò il restauro e la rivitalizzò nella parte laziale.

Ampie tratti del percorso originale si sono preservati fino ad oggi, ed alcuni sono ancora usati per il traffico automobilistico (per esempio vicino Velletri). A conferma della perfetta scelta del terreno, che lascia perplessi i moderni, è il constatare che ferrovie, strade ed autostrade attuali siano a fianco alla Via Appia sia nel tratto Roma-Napoli che in quello Napoli-Bari.

 

Via Egnatia

Con la conclusione della seconda guerra punica (202 a.C.) ed il successivo completamento della Via Appia fino a Brindisi (190 a.C.), era necessario per Roma proseguire la strada verso oriente al fine di collegare alla capitale le nuove province di Acaia, Illiria e Macedonia, che comprendeva anche l’Epiro. Quindi, dall’altra parte del mare, nel 146 a.C. si iniziò a costruire la Via Egnatia, per volere di Gaio Ignazio, Proconsole di Macedonia, da cui prese il nome. Fu tra le prime vie consolari che i romani edificarono fuori Italia; con tale opera consapevolmente si realizzò un millenario itinerario est-ovest che tagliava la penisola balcanica tra il Canale d’Otranto ed il Thermaicus sinus[17] (golfo di Salonicco), congiungendo Ionio e basso Adriatico all’Egeo settentrionale (Aristot., Mirabauscult., 104) in 267 miglia romane (Strabone);successivamente fu prolungata verso Bisanzio-Costantinopoli e la sua già grande rilevanza accrebbe ulteriormente poiché collegò le due capitali dell’Impero e proiettò Roma verso l’Oriente.Il primo autore che la ricordò fu Polibio (XXXIV, 12).La lunghezza complessiva era di circa 760 miglia romane, pari a km 1.125, quindi di misure più che doppie rispetto alla Via Appia.

La strada si fa iniziare solitamente da Dyrrachium[18] (Durazzo), rimarchevole porto fondato dai greci nel 627 a.C. Più a sud era sita Apollonia[19] (Pojan), nell’antichità importante scalo marittimo nel Canale d’Otranto, dotata di un percorso interno che raggiungeva la Via Egnatia a Claudiana[20] (Peqin). La distanza tra questo centro di raccordo ed i due scali marittimi era perfettamente uguale. Grazie alla costruzione della nuova strada romana i citati centri rivieraschi conobbero una ricchezza e splendore che non ebbero più nel corso della storia. Dyrrachium conserva ancora imponenti resti del suo fasto ed oggi è il principale scalo marittimo d’Albania, mentre Apollonia è un piccolo villaggio. Riuniti i due itinerari, la via risaliva il corso del fiume Genusus (Shkumbin) seguendo probabilmente una precedente pista, detta Via Candavia, da un oronimo illirico, che conduceva dall’Adriatico fino, come dicevano gli antichi, alla regione dei laghi Lychnidòs (lago d’Ocrida e del Grande e Piccolo Prespa). I romani costruirono comunque ex novo l’intero tracciato, con proprie tecniche edificatorie, scavando nella viva roccia un buon segmento di strada nelle gole che risalivano i monti  in territorio illirico-macedone, superando lo spartiacque che divide l’impluvio adriatico-ionico dall’Egeo. Di passata ricorderò che il percorso dell’antica Via Egnatia separa oggi le due parlate della lingua albanese, il tosco a sud ed il ghego a nord. Una coincidenza o solo il ricordo dell’antico confine tra Illiria ed Epiro? Il suo itinerario, dopo la confluenza di due rami iniziali a Claudiana, raggiungeva Masio Scampa[21](Elbasani), Lychnidos[22] (Ocrida), Heraclea Lyncestis[23] (Bitola), per scendere a Florina[24], Edessa[25], Pella[26] raggiungendo il mare a Thessalonica (Salonicco), l’antica Therma che dà nome al Golfo Thermaico. Questa città ebbe un’enorme importanza commerciale, viaria, politica e religiosa; da sud, vi giungeva la strada che proveniva dalla Grecia centrale; da nord, quella che attraversava la Macedonia risalendo il corso del fiume Bardarius (oggi Vardar in slavo ed Axiòs in greco) fino a Scupi (Skopje[27], attuale capitale della Repubblica di Macedonia) ed attraverso la sella di Kumanovo tagliava la Mesia, attuale valle della Morava in Serbia, per giungere in Pannonia (Ungheria). Successivamente da Thessalonica la Via Egnatia continuava verso oriente, toccando le centri urbani di Amphipolis (Amfipoli), Philippi, Neapolis[28], Traianopolis, Kypsela e  Byzantium-Costantinopoli, fondata con rito etrusco dall’imperatore Costantino col nome di Nova Roma. Nella capitale del Bosforo si raccordavano alla via Egnatia sia le strade che provenivano dall’Europa che quelle dall’Asia. Il capolinea orientale fu fu uno dei massimi centri stradali del mondo antico. Da lì era possibile risalire ad occidente verso Tracia, Illiria, Mesia, Dacia, Chersoneso e verso oriente costeggiare il Ponto Eusino fino all’Armenia o puntare verso Ancyra[29]e la Mesopotamia o dirigersi a sud verso il vicino Oriente e l’Egitto.

Tutta la via Egnatia fu costruita in territori orograficamente aspri, all’epoca poco conosciuti se non da fonti letterarie, che hanno messo a dura prova le capacità tecniche degli ingegneri romani; solo in alcuni tratti, come in Italia, fu possibile sfruttare le valli fluviali e le pianure costiere. In alcuni luoghi si tennero presenti i tracciati dei trattuti che dai monti scendevano verso le pianure costiere dell’Adriatico e dell’Egeo. Certamente fu la strada più nota e trafficata fuori della nostra penisola.

 

Considerazioni generali

Come si vede l’asse stradale Via Appia-Via Egnatia fu la principale arteria che collegò Roma all’Oriente e successivamente all’altra capitale dell’Impero, massimo percorso itinerario dell’antichità. Ebbe importanza enorme per oltre settecento anni nel segmento italiano (fino al V secolo d.C.) mentre in quello balcanico fu assai usato fin oltre l’XI secolo d.C. In particolare la Via Egnatia fu mezzo di diffusione del nascente Cristianesimo, costantemente percorso da bizantini, crociati ed anche ottomani. Mentre sappiamo quasi tutto sulla Via Appia non altrettanto si può dire per la Via Egnatia, anche se non mancano citazioni di Cesare, Cicerone, Polibio, Strabone ed altri autori classici. I motivi sono molteplici: la presenza di popolazioni latine autoctone fu gravemente erosa dalle invasioni barbariche, l’insediamento di allogeni che non ebbero un contatto diretto con la romanità, la carenza di adeguate ricerche archeologiche e topografiche sul campo, l’assenza di riscontri tra dati letterari e siti geografici, l’insufficiente indagine in campo cartografico[30], le scarse sopravvivenze toponomastiche ed il disinteresse di successivi governi ed abitanti dei luoghi. Alcuni tratti ci sono quasi completamente ignoti; ad esempio nella regione dei grani laghi macedoni siamo certi che passasse a nord degli specchi d’acqua ma non sappiamo esattamente dove. Per fortuna in questi ultimi anni, soprattutto da parte albanese, si stanno promuovendo campagne di scavi, in cooperazione con americani ed altri stranieri, che forniranno sicuri frutti. Non altrettanto si può dire per la Grecia, che ha usato il nome Via Egnatia per collegare il porto di Igumenitza a Salonicco con una autostrada finanziata dall’UE senza preoccuparsi di fare ricerche sul tracciato della strada romana nei suoi attuali territori; la moderna via taglia fuori intere regioni antiche come Epiro, Lincestide e Desaretia. La Macedonia attuale, nelle componenti slava e albanese, non sente la necessità di studi ad hoc mentre da parte turca regna una marcata indifferenza considerando il sultanato erede imperiale di Costantinopoli. È assolutamente certo che attente ricognizioni cartografiche, dei residui toponomastici, di rilevamenti aerofotogrammetrici e satellitari, seguiti da campagne archeologiche ad hoc darebbero frutti copiosi ed importanti dato che è stata in uso fino al basso medioevo.



[1]
Tra i tanti ricordiamo la crocifissione di Spartaco e degli altri gladiatori ribelli dopo la guerra servile, l’assassinio di Cicerone e l’episodio del Quo Vadis.

[2]Mausoleo di Cecilia Metella, Villa dei Quintili, Sepolcro degli Scipioni, Sepolcro di Priscilla, Villa di Geta, Catacombe di San Callisto, Catacombe e Basilica di San Sebastiano, Ninfeo di Egeria e Complesso di Massenzio.

[3] Probabilmente ebbe origine dagli Ausoni. Secondo Dionigi di Alicarnasso fu fondata da profughi da Sparta col toponimo di Ταρρακινή. Fu capitale dei Volsci che la chiamarono Anxur, dal nome del santuario di cui rimangono ancor oggi imponenti resti. Fu conquistata dai romani nel 406 a.C.

[4]Incerta l’origine; fu città aurunca occupata poi dai Volsci.

[5]Fondata dai greci col toponimo di Ορμίαι, per il comodo approdo che offriva, le sue origini si ricollegano alla vicenda di Enea. Fu centro degli Aurunci e quindi romana tra il V e IV secolo a.C.

[6]Fondata dagli Ausoni, fece parte della Pentapoli Aurunca. Divenne romana nel 340 a.C.

[7]Altro centro degli Aurunci, fu colonia romana dal 296 a.C. con tale toponimo.

[8] Ebbe grande importanza nell’antichità. Fu fondata nell’VIII secolo a.C. e fu a lungo etrusca. Ebbe industrie e commerci. Nell’841 d.C., i saraceni la distrussero ed i suoi profughi fondarono a poca distanza l’attuale centro di Capua. Non bisogna quindi confondere le due città che hanno lo stesso toponimo.

[9]Fu costruita dai Romani durante la seconda Guerra Sannitica per motivi strategici.

[10] Le famose Forche Caudine della seconda Guerra Sannitica, dove i Romani furono sconfitti nel 321 a.C.

[11]Centro abitato antichissimo, fondato dagli Osci, fu poi sannitico come Maleventum. Nel 275 a.C. i Romani vi sconfissero Pirro, re dell’Epiro, attuale Albania. Dal 268 a.C. divenne Beneventum, ritenendo di buon auspicio questo nuovo toponimo.

[12]Città sannita su un pianoro triangolare, tra i fiumi Ufita e Calore. In epoca romana fu centro assai importante. Nel suo territorio notevoli resti archeologici (terme, macellum, basilica paleocristiana). Oggi è un piccolo paese in provincia di Avellino.

[13]Di origine sannita, fu colonia romana e centro di grande rilievo. L’8 dicembre del 65 a.C. vi nacque Quinto Orazio Flacco, tra i massimi poeti della letteratura latina, ancor oggi famoso per la sua ironia ed eleganza.

[14]Centro peuceta, greco (Σιλβìον) e romano. L’attuale toponimo viene da grava = grotta, per la natura carsica del territorio.

[15]Fondata dai greci, pare nel 706 a.C. col toponimo Τάρας, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, fu l’unica colonia spartana. Dette i natale a tanti uomini illustri e fu sede di una scuola pitagorica seconda solo a Metaponto. È sede di un interessantissimo museo archeologico.

[16]Fondata dai messapi e poi greca, conobbe il suo massimo e lungo periodo di splendore in epoca romana, per industrie e commerci. Con le invasioni barbariche decadde. Vi nacque Marco Pacuvio, massimo tragediografo latino e vi morì Virgilio il 21 settembre del 19 a.C.

[17]  Il toponimo, citato anche da Tito Livio, viene dall’antica città di Therma, su cui sorse successivamente Thessalonica, l’odierna Salonicco. La sua importanza strategica ed economica è grandissima poiché è lo sbocco naturale al mare della Macedonia e delle regioni centrali della Balcania.

[18]Furono corinzi e corciresi congiuntamente che individuarono la penisoletta di Epidamno per costruire Δυρράχιον; nel 229 a.C. divenne romana col toponimo di Dyrrachium e conobbe il massimo splendore della sua storia. Citata da Plinio (NatHist., III, 145), successivamente fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Fu Normanna, Angioina e veneziana fino al 1501. All’epoca la maggioranza della popolazione era italiana, gli altri gruppi etnici erano greci, albanesi e slavi; aveva una cancelleria latina ed una greca. È documentato, in città e lungo la costa, l’uso della lingua dalmatica a differenza dell’entroterra che era illirico.

[19]Fondata nel 588 a.C., anche essa da corinzi e corciresi, col toponimo Απολλωνία, divenne romana nel 219 a.C. Fu importante sede del culto di Apollo, da cui ebbe il nome.

[20]Oggi è un modesto villaggio. Nell’antichità era nota per la biforcazione della via Egnatia per chi proveniva dalla Grecia.

[21]Fondata dagli Illiri in epoca non ben determinata, ebbe importanza come stazione di sosta lungo la via Egnatia. Annoverata nella Tabula Peutingeriana, fu sede epicopale.

[22] Centro di origine illirica, fu greco e poi romano, capitale della Desaretia. Ebbe sempre notevole importanza; fu sede di Patriarcato e capitale della Bulgaria con lo zar Samuele. Fino al 1767, dipendevano dalla sua arcidiocesi greca le comunità ortodosse dell’Italia meridionale, della Dalmazia e di Venezia.

[23]Fondata verso la metà del IV secolo a.C. da Filippo II di Macedonia, ebbe tale toponimo in onore di Ercole e della Lincestide (terra delle linci), di cui fu capitale. Giulio Cesare la citò nel De bello civili (III, 73, 3) e fu sede episcopale. Notevole il sito archeologico romano alla periferia dell’odierna città.

[24]Città fondata dagli elleni probabilmente intorno V secolo a.C. sul fiume Aliakmon. Oggi sita in Grecia, al confine con Macedonia ed Albania. Ebbe una certa importanza in epoca classica, attualmente è sede universitaria anche se piccolo centro tra le montagne. È legata all’Italia moderna da Marcello Mastroianni, che qui nel 1986 interpretò il film Il volo, e da Gian Maria Volontè che vi si spense il 6 dicembre 1994 durante le riprese di Lo sguardo di Ulisse.

[25]Da non confondere con l’omonima in Asia Minore. Fu fondata nel IV secolo a.C. e si sviluppò grazie alla via Egnatia.

[26]Di origine assai antica, fu capitale della Macedonia col re Archelao. Conquistata dai romani nel 168 a.C., perse importanza politica ma conservò rilievo commerciale. È famosa per la nascita di Alessandro Magno, 21 luglio del 356 a.C., ed il decesso del tragediografo Euripide, 406 a.C. Oggi è importante è il sito archeologico con resti greci, romani e paleocristiani.

[27]In questa città, o nelle sue vicinanze, nacquero il favolista latino Fedro (circa 15 a.C.) e l’imperatore Giustiniano (Tauresium, 11 maggio 482).

[28]Tra queste due ultime città ebbe luogo la famosa battaglia di Filippi, nel 42 a.C.

[29]È l’odierna Ankara, capitale della Turchia.

[30]Il primo fu il topografo belga Nicola Bergier agli inizi del  novecento.

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