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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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altNella strada provinciale che porta da Grado ad Aquileia sorge un piccolo borgo fondato nel 476 da Teodorico, vicino alla città termale di Galeata dove soggiornò per qualche tempo Severino Boezio.

Nel 478, in questa città,, viveva un certo Targezio di Galeata, di professione orafo, sopravvissuto alla invasione di Teodorico del 489, alle incursioni degli emissari di Odoacre e ai continui conflitti fra Romani e Goti. Egli fu l’autore della famosa “corazza di Teodorico” esempio inimitabile di arte orafa romano-barbarica e celata sapientemente nel mausoleo di Teodorico stesso, in seguito trafugata e mai più ritrovata. Questo straordinario orafo aveva un amico speciale, molto simile a lui nel fisico e nel carattere, con cui condivideva ogni esperienza, la passione per la filosofia e per l’arte orafa. Il nostro Targezio aveva una vita affannata, come ogni uomo di quei secoli convulsi. Aveva problemi in famiglia, incomprensioni, passioni, delusioni, dolori, offese, e anche qualche gioia, ovviamente.

Targezio nonostante fosse stato allievo di Severino Boezio (durante una sua breve permanenza a Roma nel 507) e nonostante i suoi studi di filosofia, non poteva fare a meno di pensare che i suoi problemi fossero i più importanti dell’universo e che nessuno ne avesse mai avuti di simili ai suoi, ma il confidarli costantemente al suo Amico gli dava una certa serenità.

Il suo grande Amico, infatti, anche lui allievo di Boezio e amico dello stesso Macrobio ed anche di Simmaco (suocero di Boezio), tentava di spiegargli che la sofferenza e le difficoltà fanno parte dell’esistenza e che affinano la coscienza. Per dimostrarglielo meglio lo trascinava per sentieri isolati, in cima alle montagne venete a meditare. Restavano li a guardare il cielo per ore, a volte senza dire una parola altre volte cantando sottovoce come si usava a quei tempi tra giovani colti letterati. Ma, dopo un po’ di silenzio Targezio aveva sempre delle domande sui suoi problemi familiari, lavorativi e affettivi. Infatti, pur amando le vette dei monti, i brividi e le incertezze delle vette terrene e spirituali suggerite da Boezio, si sentiva sempre assai attratto e travolto dalla vita del borgo, anche se a quei tempi era assai precaria; sosteneva, a ragione, che se non fosse riuscito a portare i silenzi e le armonie delle vette nel suo agire quotidiano si sarebbe sentito perso e inutile: perciò dopo un po’ di tempo, si stancò di fare tutti questi ritiri silenziosi e iniziò a defilarsi e a restare nel borgo in cui lavorava.

Il suo Amico, a sua volta, dopo l’ennesima escursione tra le vette dell’anima e quelle dei monti, gli lasciò una lettera nella quale c’era scritto che gli augurava ogni bene ma che lui si sarebbe ritirato nella sua nuova casa, in cima alle montagne, in mezzo ai suoi tesori e alle sue meraviglie e che, se il nostro Uomo avesse voluto, avrebbe potuto raggiungerlo in qualsiasi momento. Poi sparì improvvisamente dalla circolazione ma non lasciò alcun indirizzo e non si fece più vivo.

“Ma perché mai se ne sarà andato? E poi…quali tesori avrà mai avuto?” si chiese Targezio“non mi sembrava che fosse così ricco”.

Dopo alcune notti agitate in cui sognava di ritrovare il suo caro amico in palazzi principeschi, in mezzo a fiumi di oro e di pietre preziose e in cui immaginava che avesse trasformato le sue esperienze filosofiche e mistiche in un  affare redditizio, decise di indagare sul serio e trovare un modo per andarlo a cercare.

E, per non sbagliare strada, si rivolse ad un monaco Mago espertissimo, che disegnava mappe e carte geografiche sulla terra e sul cielo. Un monaco rarissimo e assai ascoltato.

Il Monaco, guardando in una mappa di cristallo, gli disse che il suo amico era ormai lontanissimo e che, se proprio voleva trovarlo si sarebbe dovuto preparare con attrezzi di ogni tipo ma soprattutto con esercizi speciali, sia fisici che spirituali.

Targezio, pur vivendo in un’epoca contrassegnata da un grande fervore religioso e da continue dispute fra cattolici ed ariani, si sentiva poco propenso alle pratiche ascetiche. Gli piaceva molto parlare di filosofia con il suo amico e con il grande Severino Boezio ma gli esercizi di silenzio, di respiro e di preghiera d’ascendenza pitagorica non gli andavano proprio giù.

Come se non bastasse il Monaco Mago gli disse che doveva tenersi lontano dalle abitudini mondane, anche da quelle più innocenti e conviviali, perché la strada che aveva preso il suo amico era assai aspra e, se avesse voluto percorrerla anche lui per raggiungerlo, avrebbe dovuto prepararsi seriamente.

 

Targezio non era molto convinto di proseguire nell’impresa ma ne fece una questione d’orgoglio, e decise di provarci. La mattina faceva gli esercizi consigliati dal Monaco e il pomeriggio studiava attentamente le mappe consigliate e perfino le Virtù Cardinali e Teologali (il monaco era assolutamente fissato con Properzio con le Virtù) mentre la sera si dedicava, senza molto fervore in verità, alla meditazione e alla preghiera e regolarmente si accorgeva di non aver capito cosa fossero queste famose virtù.

Dopo un anno di esercizi in cui andava ogni tanto dal Monaco a consigliarsi, si accorse d’essersi stancato di fare sempre le stesse cose senza vedere risultati concreti e cominciò a diradare sia gli incontri che le pratiche; dopo due anni vedeva il monaco un paio di volte l’anno e non sapeva più cosa chiedergli; dopo tre anni faceva solo gli esercizi che gli piacevano e dal monaco non ci andava più: anzi, aveva l’impressione di aver preso tutto quello che il maestro poteva dargli gratuitamente e non sapeva più che farci con tutti quelle pratiche noiose.

E così per molti anni a seguire, si dimenticò del Monaco, degli esercizi, dell’amico e del suo proposito di cercarlo. Ovviamente se la prese con gli esercizi che non erano efficaci, col monaco che non era bravo abbastanza e con la vita che era piena di impegni assai più importanti che andare a cercare gli amici dispersi. 

Quando meno se lo aspettava,  durante un sogno agitato, gli apparve il Monaco con la sua sfera di cristallo piena di mappe che gli disse:

“Allora: sono passati tanti anni. Cosa hai fatto e cosa hai deciso di fare della ricerca del tuo amico?”

Il nostro uomo non sapeva che dire. Ormai si era dimenticato  dell’Amico e perfino dello scopo per cui lo cercava. Gli sembrava che la sua strada spirituale si fosse esaurita negli esercizi inconcludenti che aveva fatto nel passato.

Ma, svegliatosi tutto sudato dal sogno, si accorse di essere piombato in uno stato di panico. E così decise di andare da un medico famoso che, dopo averlo debilitato con decine di sanguisughe per togliergli gli umori nefasti, lo convinse che la radice del suo terrore era tutta nei traumi infantili subiti durante le invasioni dei Burgundi e che quindi, una volta capite le ragioni dei suoi traumi non avrebbe più avuto paure (neanche uno psicologo moderno avrebbe potuto far meglio!).

In effetti, dopo tale scoperta si sentì assai più tranquillo e andò a rilassarsi ulteriormente in una sua piccola casa di campagna con la vista sul mare e una magnifica fonte termale.

Si rese conto di aver avuto una vita difficile e pensò che la villa fosse una buona compensazione per la vita difficile. Poi trovò delle bellissime amanti provenienti dalla corte di Bisanzio e dalla Nubia e pensò che le amanti fossero una ulteriore compensazione al disagio esistenziale, alla paura della morte e forse anche alla ricerca del suo Amico. Poi trovò anche una moglie che non amava molto ma che cucinava benissimo, e pensò che la moglie fosse una bella compensazione al bisogno d’amore che sentiva bruciare dentro di se. Poi, dopo la vendita alla corte di Teodorico della famosa corazza e di altri importanti monili divenne anche molto ricco e si disse:

“Ma perché devo cercare un tesoro se il denaro già ce l’ho?”

E così andò avanti per molti altri anni della sua vita.

 

Ma, come succede in ogni avventura che si rispetti, una mattina buia e tempestosa arrivò un imprevisto. Un messo proveniente della complessa e contraddittoria burocrazia gotica gli portò una pergamena dove c’era scritto, “Buonanotte”. E non c’era alcun mittente.

“E cosa vuol dire buonanotte, si chiese, la buonanotte si da a chi sta andando a dormire. Forse sto andando a dormire? Non è possibile, è mattina.”

Questa semplice domanda gli fece esplodere di nuovo il più terrificante disagio e lo ripiombò nel panico; anzi, gli fece venire una pioggia di disagi, di schizofrenie, di paure.

Arrivata la sera se ne andò finalmente a dormire ma non passò affatto una buona notte. Sognò la Morte sotto forma del dio pagano Saturno, vestito di nero tra due colonne rosse (come aveva visto nel foro Romano quando era stato alla scuola di Boezio) che gli indicava una fossa piena di vermi e che, sogghignando, gli mostrava un fascicolo di pergamene sgualcite scritte su due colonne. In una colonna c’era scritto quello che aveva preso dalla vita e nell’altra quello che aveva dato. La prima colonna era fittissima, nella seconda non c’era scritto quasi nulla.

Si svegliò angosciato!

“Eh per Giove, si disse, ora pure i sogni con Saturno ci si mettono! Ma davvero ci manca così poco alla fine? Ma può essere essere mai che, in tutta la mia vita, io abbia dato così poco?”

Cercò di ricordare tutte le volte che aveva aiutato veramente qualcuno senza pretendere nulla, e si accorse di non essere stato affatto generoso. Si accorse che aveva criticato sempre tutto e tutti, si accorse anche che aveva sempre consigliato chi non voleva essere consigliato, che era intervenuto dove nessuno desiderava che intervenisse, che aveva perfino amato chi non voleva essere amato.  Inoltre non era più certo di sapere cosa fosse l’amicizia e, per la miseria, aveva grandi dubbi su cosa fossero le virtù di cui gli aveva parlato il monaco; e perfino l’amore era diventato una parola vuota.

 

Allora, angosciato e tristissimo, se ne andò in un bosco tenebroso in quanto ricordava che il suo monaco sosteneva che i boschi fossero pieni zeppi di spiritualità e di spiriti elementali che davano suggerimenti metafisici e a volte anche pratici.

Cammina… cammina trovò una fontana parlante. Si, lo zampillo che usciva dalle rocce parlava con voce argentina.

Specchiati diceva la fontana, specchiati e rifletti!”

Il nostro orafo si guardò sulla superficie dell’acqua piatta e scoprì di essere diventato vecchio:

“Accidenti, si disse, chissà quanti anni ho?”.

Insomma sapeva benissimo di avere una certa età anagrafica ma quell’uomo che aveva visto riflesso  nell’acqua della fontana era molto più vecchio di quanto pensasse. Ma proprio tanto!

Deciditi a morire. Sei un essere inutile” gli disse la fontana.

E ora cosa poteva fare?  Lui, un essere inutile? Ma come? aveva fatto perfino una corazza a Teodorico!!! Era un cesellatore e un gioielliere famoso! Sapeva tutto sui metalli, sulle pietre. Aveva tanti amici alchimisti provenienti da Bisanzio. Aveva la sensazione di possedere tante cose ma nessuna che lo interessasse più di tanto. Sapeva tante cose ma non sapeva nulla e soprattutto, anche se aveva letto Parmenide ed Eraclito, e tutti i libri di filosofia e di metafisica allora disponibili che parlavano di esistenza nel bene e nel male si accorse che non sapeva chi era lui e che ci stava a fare in quel bosco; e si accorse che avrebbe dovuto affrontare la morte, senza conoscerne il significato.

“Questa, si disse, è una cosa grave: che scopo ha questo mio girovagare fra l’esperienza e la noia, fra la ricerca e la paura di trovare, fra la paura di morire e la incapacità di vivere, portandomi dietro l’insoddisfazione e la solitudine nonostante tutte le mie conoscenze?”

Allora cominciò a piangere come un bambino. Si sentiva vinto, si sentiva perso, si sentiva sconfitto.

Restò li, imbambolato e avvilito per molte ore e si chiese se questo fosse il famoso pianto liberatore che prelude ad una scoperta grandiosa. Ma per molte ore non accadde assolutamente nulla, non scoprì proprio un bel niente e così smise anche di piangere, e si sentì vuoto e sciocco.

Poi, improvvisamente, arrivò il vento che gli scompigliò i capelli, arrivarono le nuvole che oscurarono il cielo, arrivò il temporale che lo bagnò come un pulcino, arrivarono i fulmini che rischiararono l’oscurità della boscaglia e poi arrivò la notte: e il fango gli si appiccicò ai calzari. “Che succede in questi casi?” - disse il nostro uomo a se stesso - Dovrei incontraregli spiriti della notte, le ninfe,  i folletti, i viandanti misericordiosi, gli angeli, i samaritani”.

Macché: a lui toccò aspettare che la pioggia smettesse senza che accadesse nulla; alla fine del temporale era intirizzito, raffreddato e anche un po’ arrabbiato.

Finalmente, da una stradina laterale, alle prime luci dell’alba, apparve una vecchia con un viso dolcissimo e arguto, con un pesante fardello sulle spalle che conteneva della legna, una brocca, un mantice per il camino, e un sacco di concime. Una vecchia con un vestito logoro ma ancora elegante.

Il nostro Uomo che aveva letto Apuleio e tenti altri narratori del mondo classico, si ricordò che, nei miti e nelle leggende, si devono sempre aiutare le vecchine a portare i fardelli e che poi, in genere, si chiede alle vecchine dove riposarsi; loro in cambio indicano la strada per andare da qualche parte.

La vecchia gli si fermò davanti: era evidente che fosse stanca. Gli sorrise.

Lui si alzò in piedi, sorrise anche lui, prese sulle spalle il fardello e si incamminò con lei, ma lo fece di cuore, lieto di aver qualcosa da fare invece di piangere e autocompatirsi. Oltretutto la vecchia era molto simpatica e diceva un sacco di storie divertenti e satiriche; però, dopo un po’ la vecchina si fermò e gli disse:

“Io sono molto stanca e la strada è lunghissima. Prendimi in braccio, non peso molto. Mentre cammini io starò zitta mentre tu mi racconterai la tua storia”.

Lui non era molto forte e la strada, manco a dirlo, era tortuosa e scivolosa.

Ma a quel punto che fare? Prese in braccio la vecchia, si legò il fardello sulle spalle e proseguì cercando di ricordare la sua vita, fin dall’infanzia. Non sapeva per quale ragione lo stava facendo, ma non poteva evitare di parlarle. E mentre lui raccontava, raccontava e raccontava la vecchina, che all’inizio lo guardava con aria curiosa, si addormentò profondamente.

“Per Giunone…si disse, me lo aveva detto che sarebbe stata zitta ma non fino a questo punto! Si vede che la mia storia è abbastanza noiosa”

Il sole si alzò e illuminò bene la strada tra le foglie; una strada che non finiva mai mentre la vecchia seguitava a dormire beatamente. Venne di nuovo il tramonto. Il nostro Uomo seguitava a vomitare parole, pensieri, considerazioni, giudizi. Ormai, si trascinava sulle gambe doloranti e mentre proseguiva seguitava a parlare, anzi, ormai a farfugliare; gli si chiudevano gli occhi e la voce era diventata roca. Gli sembrava di non ricordare nulla di tutto quello che aveva detto. Non appena provò a tacere per riprendere fiato la vecchia aprì gli occhi e gli disse:

“Beh, perché ti fermi, continua, se no non riesco a dormire”.

E lui proseguì. E più raccontava più gli sembrava di aver trascorso una vita inutile, piena di luoghi comuni, di deleghe a Dio e agli altri per risolvere le sue angosce; gli sembrava di non essersi mai amato, di non aver mai creduto con il cuore a quello che faceva. Più parlava e più piangeva, più piangeva e più teneva forte la vecchia perché non cadesse. E più si sentiva leggero nell’anima e forte nel corpo. Si rese conto che la vecchina era un dono prezioso, quasi magico forse, e decise che sarebbe morto piuttosto che lasciarla cadere.

Quando ormai camminava senza vedere più dove metteva i piedi ed era piombato in una specie di letargo cosciente, venne bruscamente riportato alla realtà dalla voce della vecchia che gli disse:

“ Dai, fermati, siamo arrivati. Questa è la mia casa. Grazie dell’aiuto; il tuo amico lo conosco bene, non è lontano da qui. Segui quel piccolo sentiero e arriverai alla sua casa. Ma ora ti prego levati da torno perché mi attacchi il raffreddore; e porta via con te il mio fardello perché ti potrebbe servire”.

In realtà la vecchia gli indicò un sentiero brevissimo che conduceva ad una casetta diroccata con una porta aperta da cui usciva una luce fioca.

Lui ringraziò a sua volta la vecchia, le diede un bacio sulla fronte, prese di nuovo il fardello e, stranamente rincuorato e di nuovo saldo sulle gambe, in pochi minuti raggiunse la casa. In controluce ma facilmente riconoscibile, comparve l’uomo che cercava. Il suo Amico.

Non era invecchiato affatto, contrariamente a lui! Era sempre uguale; lo guardava con simpatia e affetto come ai tempi della loro gioventù e lui si sentì di nuovo con gli occhi pieni di lacrime.

“E basta piangere! disse a se stesso

Voleva dirgli tante cose, anzi dargli tante cose, anzi prendere tante cose. Già: ma quali cose?

Si ricordò perciò di tutte le vicende che aveva raccontato alla vecchia, e, soprattutto, di quelle che aveva dimenticato o fatto distrattamente milioni, miliardi di volte; e poi di tutte quelle che non aveva più avuto voglia e tempo di pensare e di fare. Si ricordò di tutto ciò che aveva rimandato e omesso, delle parole sprecate, delle azioni vane: un’infinità. 

Il suo cuore fu invaso da malinconia e poi gli sgorgò una preghiera senza parole, un respiro con mille armonie che durò qualche secondo o qualche ora; il suo corpo fu pervaso da una irrefrenabile danza interiore, la sua voce da un canto tanto profondo e bello quanto silenzioso. Non era felice ma molto più che felice: dopo tanto tempo era stupito.

Alla fine restò senza fiato per molti secondi mentre il suo amico lo guardava divertito.

E così Targezio, in parte singhiozzando e in parte ridendo chiese:

“Ma ora che si fa?”

 “Accenderemo il fuoco, scalderemo l’acqua e cuoceremo le patate. Io non mangio da quando me ne sono andato e sinceramente devo dire che ho fame.” Vedo che hai portato tutto ciò che serve.

Improvvisamente Targezio, preso da un raptus mistico esclamò:

“Ma tu sei Dio?”.

“Ma sei scemo?Io sono te ovviamente” rispose l’Amico

“No, non è possibile che tu sia me: e allora chi è la vecchia, chi è il Monaco, cosa sono la strada, la fontana, il temporale e tutte le altre cose che mi sono accadute in questi due giorni?”

“Ecco, disse l’Amico, queste finalmente sono delle buone domande.

                                                           Fine prima parte.

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