Qualche nota sulla dissimulazione della controtradizione nell’attuale état d’esprit[1]

944 laicitaIl nemico è, come vuole la tradizione e l’osservazione spregiudicata della realtà, interno. I temi della laicità, della libertà e della “accettazione critica” (e/o di comodo) del mondo moderno – e delle sue ancor più temibili propaggini postmoderne – quale portato del Cristianesimo sembrano oggi funzionare da collante tra alcuni settori della “destra” laica[2] e i cosiddetti “cristianisti”. I primi, che operano una pervicace politicizzazione del sacro, molto spesso (e non a caso) sono reduci da esperienze molto à la page (e di segno completamente opposto, almeno esteriormente, rispetto agli attuali orientamenti: ma pure allora à la page!) in specie negli anni ’70; essi, convinti assertori della utilizzazione politica della categoria di “giudeocristianesimo”[3], continuamente insistono nella spericolata – ma redditizia – asserzione di una convergenza, quando non di una identificazione, tra Occidente e Cristianesimo. I secondi, esponenti di una attitudine “politicista” che, dentro la Chiesa cattolica – ma contro il suo magistero! –, difende i “valori dell’Occidente” in quanto essi sarebbero intimamente cristiani (sic): con ciò dando luogo ad un’indebitasacralizzazione della politica (speculare all’altra loro tesi, altrettanto inaccettabile, della sua totale “laicizzazione”), che non tiene conto della verità elementare che l’Occidente attuale, comunque lo si voglia intendere, è radicalmente antireligioso (e, di rimando, anticristiano). Ora, non tanto prendere le parti dell’anticristianesimo, quanto difendere l’Occidente in quanto cristiano costituisce oggi l’ultimo abominio. Inoltre, i valori che codesti confusionari maîtres à penserdifendono e reinterpretano a loro piacimento – in primis libertà[4] e laicità – sono, nella migliore delle ipotesi, quelli di certo cattolicesimo mainstream postconciliare, e hanno comunque sempre costituito dei cavalli di battaglia del protestantesimo (tendenzialmente in funzione anticattolica…). Sarà pleonastico affermarlo – ma di questi tempi, nei quali solo l’incredibile è vero ed il frastuono babelico regna sovrano a mascherare il nulla che nasconde dietro sé –, ma la libertà, secondo la dottrina cattolica, non può precedere la Verità (nel qual caso si tratterebbe di arbitrio, i Romani avrebbero detto licentia); tantomeno la laicità – di cui si danno sempre definizioni piuttosto vaghe, non ultima quella di “spazio di neutralità” ove avverrebbe un improbabile confronto tra mondo laico e Cristianesimo – può costituire un baluardo da utilizzare per chi, alieno da fisime neoprotestanti, sa che, prima del proprio pensiero e delle opinioni politico-ideologiche di chicchessia, foss’anche del Papa, viene la Tradizione[5]. Se poi si professa una tutto sommato banale e parolaia avversione al relativismo ed al nichilismo e al tempo stesso si è da un lato stretti difensori del Vaticano II, che il relativismo ha abbondantemente ispirato e nutrito, dall’altro sodali con i cristianisti “laici”, che utilizzano in modo palesemente strumentale il Cristianesimo, allora la contraddizione è evidente, troppo – temiamo – per essere involontaria.   

Peraltro, asserire le radici giudeo-cristiane dell’Occidente implica anche il paradosso – che non ci sembra essere stato sufficientemente rilevato ed analizzato – di una civiltà che, in quanto presuntamente formatasi sul solco della tradizione biblica, avrebbe prodotto (unica nella storia) quel relativismo e quella secolarizzazione ormai pressoché planetizzatosi che, giustamente stigmatizzato, è per l’appunto contrastante con il Cristianesimo. Se si prende alla lettera, senza “contrappesi” di riservatezza, l’ingiunzione evangelica di “predicare sui tetti ciò che si ascolta nell’orecchio” (Mt 10,27), estendendola tout court al mondo profano e validando una tale interpretazione in senso missionario, non si fa altro che spianare la strada alla totale profanazione – che puntualmente, infatti, si è prodotta[6], e che i cristianisti chiamano, a seconda delle loro convenienze, “relativismo” ovvero “laicizzazione”[7]–, non sussistendo più alcun mistero da insegnare; ma, così facendo, si è patentemente contraddetto lo stesso Cristo, che parlava in parabole al popolo e poi, in privato, le spiegava ai più intimi (Mc4,10-12). Con la tesi del Cristianesimo quale fonte del mondo moderno siamo in piena gnosi spuria, e i cristianisti più avveduti lo dovrebbero sapere bene…[8] Oggi assistiamo, non casualmente, a fenomeni di “ritrazione” e di ”occultamento” dei centri cristiani tradizionali (si pensi al Monte Athos), specularmente alle grida scomposte e politicizzate ed allo svuotamento ab intra della tradizione, zelantemente operato da figuri la cui legittimità solo a discutere di Cristianesimo ci appare più che dubbia.

Quello “cristianista”, pur apparendo al profano – avvinto da non poi così misteriose “potenze dell’aria” – un’espressione tipicamente cristiana, addirittura nel solco della tradizione, costituisce in realtà un fondamentalismo di derivazione ideologica anglosassone, una elaborazione postmoderna operata in vitro e successivamente inoculata a menti sprovvedute ovvero interessate sulla base di un totale – e volgare – disconoscimento della tradizione: disconoscimento che ebbe il suo momento centrale e propulsivo nel Vaticano II, quando, oltre allo sfiguramento della liturgia, si propose un adattamento della Chiesa ai tempi moderni, l’accettazione di un ecumenismo puramente orizzontale e l’introduzione nel lessico e nella prassi cristiano-occidentale di termini e valori, quali quelli di laicità e libertà religiosa, come già rilevato esemplificativi di un certo sentire postmoderno e/o protestante, più che cattolico.

Si prendano due esempi relativamente recenti, particolarmente significativi relativamente ad un tale ordine di problemi. Le manifestazioni di solidarietà per i cristiani d’Oriente: ora, non è difficile ricordare come molti tra i maggiori animatori di queste dichiarazioni di principio (in sé giuste) furono a suo tempo favorevoli alla guerra in Iraq (che fu anche definita “nobile”, e sulla cui opportunità spesso gli stessi non hanno mutato parere). Si ha qui l’impressione di un autentico gioco delle parti (per la verità, sempre la stessa), un “fare e disfare la realtà” operato sulla base di una visione del mondo francamente machiavellica ed oligarchico-tecnocratica. Intendiamoci: la sofferenza dei cristiani d’Oriente vale certamente una manifestazione (e ben di più), ma è evidente a tutti che le molteplici guerre euroamericane ad essa hanno perlomeno fortemente contribuito – se non l’hanno, forse più verosimilmente, causata. Ci viene allora il sospetto che i poveri ortodossi, i greco-cattolici, i maroniti e quant’altri siano stati per l’ennesima volta strumentalizzati in funzione antiislamica, con il pretesto sempre utile a livello mass-mediatico della “liberta religiosa” (peraltro più o meno garantita negli stati “laici” del Vicino/Medio Oriente).

Altro esempio: M. G. Maglie pubblicò il 2 luglio 2007, su Il Giornale, un pezzo dal cinematografico titolo Messa in latino, ritorno al futuro. Dichiarandosi subito, come la moda dei tempi quasi impone, una “non cattolica[9]attenta a quel che fa Papa Ratzinger sulla scena mondiale e nello spirito dell’Occidente” (ovviamente, non “nello spirito cristiano”, né “dell’Europa”, anche se non ci risulta sia mai stato promulgato ex cathedra Petri un dogma in materia di “Occidente”), la giornalista affermava che con la riforma liturgica “sostanzialmente la Messa non cambiava”. Ciò è, semplicemente, falso[10]. Chiaramente, la Maglie è in buona fede, visto che, come dice lei stessa, non è un’abituale frequentatrice delle liturgie, tradizionali o postconciliari che siano (per lei non fa differenza, appunto perché non presenzia né alle une né alle altre). Ciò che colpisce in questi intellettuali “laici” – oltre al “coraggio” ed alla “indipendenza” dei loro sermoni, qualità che peraltro essi spesso si attribuiscono con immodesta autoreferenzialità – è lo strano connubio di malcelato disinteresse pratico per la sostanza (liturgica e tradizionale) del Cristianesimo e di caparbio uso politico-culturale ed estetico dello stesso. La rivalutazioneestetica della liturgia tradizionale – ammirazione del tutto esteriore, in quanto tale assolutamente non connessa con il sostrato “teologico” ed “ecclesiologico” che fa da irrinunciabile contraltare alla liturgia medesima –, il tentativo di conciliare impunemente “ricchezza del passato” e “modernizzazione” (un bel gioco di parole; ormai però l’abuso ne ha determinato la nullificazione in termini semantici), di far apparire risolti tutti i dissidi interni alla Chiesa (“la corrente che si schierava e si dichiarava totalmente contraria al Concilio Vaticano II si è ormai spenta” [sic]; inoltre, il “grande passo” rappresentato dal motu proprio ratzingeriano “chiude uno ‘scisma’ che si era aperto dopo il Concilio: l’arroccamento della tradizione contro lo spirito della riforma[11]. Si rimettono le cose al loro posto, e la modernità e la tradizione tornano a dialogare”), il cieco e talora formalistico ossequio al Papa – corroborato anche dall’equivoco della convergenza delle idee politiche di Ratzinger con i teo-con nostrani –, un “papismo” del tutto fuori luogo, non a caso erroneo secondo la stessa tradizione cattolica[12]: tutte operazioni sapientemente costruite a tavolino e date in pasto al gregge dei lettori, tra i quali improbabili “cattolici non praticanti” e masse gaudiose che non sanno neppure cosa rappresenta la Pasqua[13] (ah, le radici cristiane…). 

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Il problema resta, ultimamente, il medesimo: riconoscere, dietro la fitta, immaginifica cortina che la “civiltà occidentale” erige per coprire le sue ignominie, che la guerra in atto non si combatte, come vorrebbero i neo-constatunitensi ed i loro servili epigoni nostrani, tra Islām e “giudeocristianesimo”, ma tra una Weltanschauungsacra e tradizionale – a qualunque tradizione si appartenga – e una visione del mondo “moderna”, di cui laicismo, fondamentalismo ed occultismo non costituiscono che variazioni sul medesimo tema (avendo spesso, peraltro, la medesima fonte).  

Siamo convinti che ci sia qualcosa di peggio del mito del progresso, oggi chiaramente e variamente demolito, e sopravvivente solo nelle menti di chi, fuori tempo massimo, è agito dai residui psichici dell’universo ideologico illuministico: ed è la mistica del regresso, che ci vuole trascinare e far sprofondare tutti nell’abisso, argomentando i suoi fini nascosti con un’esteriorità talora apparentemente “accettabile”, ma che in realtà cela un nocciolo subdolamente controtradizionale, per nulla osteggiato dal corrente état d’esprit. Ciò che, alimentando la confusione, è, forse, uno degli innumerevoli, terribili segni dei tempi.       



[1] Si veda, al proposito della tesi della diffusione di “stati d’animo” indotti al fine di favorire l’”ambiente” nel quale verranno inoculati i germi di tendenze, di “destra” o di “sinistra”, ma sempre “sovversive”, M. Blondet, Gli “Adelphi” della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Milano 20056.

[2] In realtà, se le parole hanno ancora un significato, né di destra né di laicità si dovrebbe parlare, ma di un pensiero tecnocratico ed economicistico, a-ideologico (nel senso delle ideologie classiche) ovvero superideologizzato (se per ideologia si intende un sistema di idee che determina, pur di veder confermate quelle stesse idee decise a tavolino, la negazione della realtà), e di ateismo, per quanto quest’ultimo sia umanamente possibile (non a caso, gli intellettuali che sostenitori dell’”Occidente cristiano”, se non cristiani, si definiscono “laici”, mai “atei”).

[3] Un giudeocristianesimo quale categoria politica non è mai esistito; esso è, in tutt’altro contesto, una realtà afferente all’esoterismo.

[4] Cui è stata addirittura ridotta la questione della messa tradizionale: non più questione di Verità, ma di libertà (vadano a leggersi, codesti paladini della libertà, i motivi e gli esiti dell’”aggiornamento”, e scopriranno che il termine “libertà” non è il più appropriato a descrivere la questione).

[5] Espressa, oltre che dalla Scrittura, dai Concili, dalla Patristica e dal Magistero della Chiesa.

[6] Torna qui l’idea – a nostro parere fondata – della modernità quale prodotto dell’eresia gnostica (e quindi non, per Grazia di Dio, del Cristianesimo, ma del suo più irriducibile nemico!).

[7] Altro classico escamotage teso a confondere i semplici è quello che gioca sull’ambiguità del referente semantico di “Occidente”, in cui i cristianisti includono i “marziani” Stati Uniti e la “venerea” Europa. Ma se essi contemplassero un semplice mappamondo, scoprirebbero l’inanità di una tale petitio principii (senza considerare l’origine massonica della religiosità statunitense!).  

[8] Sull’idea, tanto intellettualmente fascinosa quanto storicamente e dottrinalmente discutibile (e comunque incompatibile con la Weltanschauung cristiana), del Cristianesimo quale primo agente della secolarizzazione occidentale basta leggere, tra gli altri, M. Cacciari e S. Weil, non casualmente tutt’altro che invisi a buona parte delle gerarchie cattoliche (il primo è stato anche invitato in qualità di relatore ad una recente presentazione delGesù di Nazareth di Benedetto XVI: lo stesso Benedetto che ha confermato un documento del precedente pontefice che dà la possibilità, al sacerdote che in coscienza lo ritenga giusto, di far comunicare il protestante che faccia richiesta dell’Ostia: siamo, praticamente, alla profanazione delle sacre specie – ricordiamo che la “dottrina” protestante non riconosce nell’Eucaristia la Presenza reale –, permessa da chi sarebbe un “vero tradizionalista”! Lo scollamento tra realtà e deformazioni immaginifiche indotte dai media è qui evidente).

[9] Strano a dirsi, non ci risulta di cristianisti “laici” interessati al Cristianesimo come prassi spirituale.

[10] Non è questo il luogo per una discussione sulla “problematicità” (a voler esser buoni) del novus ordo Missae; basti qui rimandare all’”intervento Ottaviani” ed al fondamentale libro di R. Coomaraswamy The Destruction of the Christian Tradition, che, se vivessimo in una civiltà normale, sarebbero ampiamente sufficienti a tacitare i cristianisti nostrani e gli “atei devoti”.

[11] Notare l’uso delle parole: è la tradizione che si “arrocca” contro lo “spirito” della riforma!

[12] Anche nel cattolicesimo – che ultimamente fa di tutto per occultarlo – il capo della Chiesa è Cristo, e non tutto ciò che il Papa dice deve essere accettato dal cattolico, che anzi è tenuto a rifiutare ciò che, proferito dal Pontefice, è in aperto contrasto con la Tradizione. Ultimamente, si parla spesso del Papa, quasi mai di Cristo (tantomeno dello Spirito Santo…).  

[13] S. Zurlo, Perché non possiamo dirci cattolici: bocciati in religione, Il Giornale, 08/04/2007 (23,2% degli intervistati). A questo proposito, mostra tutta la sua debolezza la tesi secondo cui in Occidente sarebbe in corso una strepitosa “rinascita del sacro”. Una tale asserzione mostra di ignorare che quest’ultima è a dir poco dubbia – soprattutto da un punto di vista cattolico –, annoverando tra le sue fila neopaganesimo, sincretismi di ogni risma, culti ufologici, per tacere delle derive sataniche (mentre le chiese sono sempre più vuote e sempre più brutte). Apprezzeranno i cristianisti di bocca buona?

 

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