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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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’: la dottrina cristiano-orientale delle dogane (telonia), il purgatorio, il Bardo Tödöl

 “Quando penso che l’eternità deve    

ricevermi, mi persuado allora che il

nascere è morire, il morire è la vita” (S. Gregorio Nazianzeno).

           

            In questo breve contributo tracceremo un profilo sintetico della dottrina cristiano-orientale delle ‘dogane’ (greco telonia, termine attestato già presso i Padri della Chiesa fin dal IV secolo: Sant’Atanasio, San Giovanni Crisostomo, San Cirillo di Alessandria),[2] Punto di partenza dell’analisi, oltre al testo appena menzionato, saranno due lavori di S. Rose e di C. Pozo (il primo ortodosso, il secondo cattolico); qualche ulteriore cenno sarà dedicato ad alcune ‘rielaborazioni’ delle stesse dottrine sugli stati postumi (R. Guénon), con particolare riferimento alla dottrina dell’immortalità dell’anima (cfr. il tema del ‘giudizio’, presente ad es. anche in Platone) e dell’’eternità’ dell’inferno.

           

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947 escatologiaLe dogane ‘aeree’ sarebbero attestate, secondo la tradizione cristiano-orientale, in Ef 2,2, ove si parla del “principe delle potenze dell’aria”: i demoni abitano infatti l’’aria’, ossia lo spazio intermedio tra cielo e terra. Secondo il vescovo I. Brjančaninov, ne parla San Paolo in Ef 6,12.[4] l’anima che dopo la morte ascende al cielo è ostacolata dai demoni, che cercano di trascinarla all’inferno. È evidente che una tale ‘elevazione’ si opera come lungo una scala,[6] La nozione di ‘dogana’, secondo un consenso relativamente comune in ambito cristiano-orientale, non è solo scritturistica ma anche, a rigore, tradizionale.

            Secondo la dottrina ortodossa, il terzo giorno dopo la morte l’anima si ‘diparte’ verso le dogane; questo viaggio dura circa sei giorni, dal terzo al nono a partire dalla morte,[8] I due ‘sistematizzatori’ moderni delle tesi in questione sono stati i vescovi russi I. Brjančaninov, appena menzionato, e Teofane il Recluso, vissuti entrambi nel XIX secolo. Mentre il secondo, significativamente, descrive l’esperienza delle dogane come eventualmente ‘seducente’, oltre che ‘terrifica’,[10] afferma che “i cristiani inclini al peccato non sono degni di essere immediatamente traslati dalla vita terrena alla beatitudine eterna” a motivo della giustizia, per cui è necessario “pesare” e “valutare” queste “inclinazioni al peccato” (distinte dal peccato in sé), ossia ‘discriminarle’ al fine di separarsene ed essere così resi degni del ‘Regno dei cieli’.

            L’immagine della dogana è dunque funzionale al simbolismo del pagamento, ad un ‘esattore’, di un dazio, di un debito, che può anche essere percepito come ‘bagaglio’ che appesantisce l’ascesa in oggetto. Come vedremo, se superficialmente, da questo punto di vista, una omologia tra dogane e purgatorio potrebbe essere ipotizzabile, il confronto risulta problematico, sia perché nel purgatorio si sconta la pena temporale (non la colpa, che è stata rimessa) derivante dai peccati (ovvero si scontano i peccati ‘veniali’, che in qualche modo ancora ‘macchiano’ l’anima), sia perché il percorso relativo tende irreversibilmente al paradiso celeste. Non si tratta quindi, nel caso delle dogane, di una ‘purificazione’, ma di una sorta di battaglia che, da interiore qual era sulla terra, si esteriorizza – e che si può perdere![12] Paradossalmente, un referente comparativo morfologicamente più vicino alle telonia è rappresentato dalle vicende che il defunto esperisce secondo le descrizioni presenti nel Libro tibetano dei morti.

            Quest’ultimo, il cui titolo (Bardo Tödöl) G. Tucci tradusse come “Libro della salvazione dall’esistenza intermedia”, costituisce una sorta di ‘vademecum’ atto a “salvare” (terminologia forse troppo debitrice di un pur inevitabile influsso cristiano) il “principio cosciente” dalla trasmigrazione[14] ciò, mediante la recitazione all’orecchio del moribondo/defunto del libro stesso. L’”esistenza intermedia” non è ancora, come si può rilevare, l’’altra vita’, costituendo un periodo di quarantanove giorni tra la vita terrena e la rinascita (ovvero il nirvâna). La continuità del “principio cosciente” (e del “corpo mentale”, “mayico”, con le “accumulazioni carmiche” del caso) è attestata anche nel Buddhismo tibetano, la morte non essendo intesa come una fine, ma come un inizio, una “porta”,[16] Fondamentalmente, è “salvo” chi riconosce la “luce-coscienza” informale per quel che è:[18] il secondo l’aspetto della “fusione senza confusione” dell’anima/persona con/in Dio, variamente declinata a seconda degli autori). Pure, mentre le esperienze che l’anima prova nel purgatorio (e nell’ascesa per le dogane) sono ritenute reali, quelle inerenti allo stadio intermedio nel Buddhismo tibetano sono considerate “proiezioni” indotte dalla “paura”.[20]

L’amore è quindi la ‘forza’ da opporre alla paura (in altri termini, l’’abbandono’, l’’arrendersi’, alla ‘resistenza’, secondo il principio del ‘dare’/’darsi’ per ‘riavere’: cfr. la parabola della samaritana al pozzo [Gv 4, in particolare vv. 4-15]).[22] su cui poggia la coscienza psicofisica, determina l’ingresso nello stato di esistenza intermedia, una “proiezione carmica” che ha tre possibili sbocchi: 1) l’estinzione nella luce (“coscienza essenziale”), se il defunto riconosce la “Luce essenziale” entro i quarantanove giorni di durata del bardo; 2) la rinascita (causata dalla “brama” [pali tahnâ] di esistere; cfr. la ‘concupiscenza’, specie nel Cristianesimo occidentale) nei “mondi inferiori” della “coscienza psicofisica” mette in moto la legge karmica e la ruota del samsâra;[24] Afferma inoltre Tucci: “[…] L’eternità è sospesa ad un istante, perché in un istante avviene la revulsione del mondo della mâyâ all’ineffabile pienezza della coscienza essenziale”.[26] Si tratta quindi, per l’appunto, di operare un ‘riconoscimento’, distinguendo tra ‘sé’ (‘grande’ âtman) ed ‘ego’ (‘piccolo’ âtman: sostanzialmente, i cinque ‘aggregati’ [khandhas]):[28]

Secondo Tucci, l’idea di ‘riconoscimento’ e quella di ‘discriminazione’ risultano strettamente connesse:

In questo riconoscimento èla salvezza, perchéinsieme a queste imagini [delle varie “divinità”] compaiono sei luci che corrispondono alle sei specie di esistenza: dei, uomini, demoni, bruti, lemuri, esseri infernali: sono luci dilettevoli e vaghe: chi cede alla loro lusinga […] saràtravolto nel flusso dell’esistenza la cui luce maggiormente lo attrasse e colpì. E ciòavviene perchéin questo intrico di imagini e di volizioni […] il desiderio si incorpora, e si invera: ciòche noi siamo èl’effetto di ciòche volemmo o delle idee nelle quali credemmo.[30] Tuttavia, è lecito cogliere nella dottrina tibetana, ripresa dall’Induismo, una certa analogia con la tesi cattolica della ‘puntualità’ (l’anima verrà giudicata in base allo stato in cui si trova al momento della morte, e non in base ai peccati commessi o ai meriti ‘accumulati’ in vita), fatto salvo l’accento sulla meditazione: “su quale che sia forma d’essere uno medita, sul punto di abbandonare il corpo, verso quella solo egli fluisce perché da quella sempre la sua natura sarà influenzata”;[32] Risalta qui la particolare efficacia della meditazione, per cui la conoscenza della “natura del Buddha” determina la rinascita “suprema, mediana o inferiore”.[34] gli iniziati cercano la “liberazione” proprio appoggiandosi sul “principio cosciente”, rammemorando le esperienze avute in vita.[36] a ciò si lega la nozione di “inferno”.[38] implica l’esteriorizzazione delle opere, ora evidenti di fronte al principio cosciente del defunto, che a questo punto non può più tornare indietro o pentirsi;[40] come ‘luoghi’: per ciascuno di noi esiste ed è stato ‘preparato’, nell’aldilà, un luogo che gli è perfettamente ‘consono’. Similmente, la Chiesa ortodossa afferma che “il luogo del paradiso è in cielo e il luogo dell’inferno è nelle viscere della terra”;[42] Si tratta, ad ogni modo, di luoghi invisibili agli occhi del corpo, poiché al di fuori delle ordinarie coordinate spazio-temporali,[44]   

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            Per quanto riguarda il purgatorio, uno dei testi di riferimento sulla escatologia intermedia è il lavoro di C. Pozo, Teologia dell’aldilà.[46] Il purgatorio, secondo le definizioni de fide del Concilio di Firenze (1439) e del Tridentino (1545-1563),[48] ma anch’esso, come inferno e paradiso, connesso alla dottrina della puntualità sopra menzionata: la bolla Benedictus Deus di Benedetto XII (1336) definisce l’eternità[50] a differenza della dottrina cristiano-orientale delle dogane, in contesto cattolico il purgatorio è quindi un dogma di fede, la cui sussistenza è attestata, secondo la esegesi cattolica, in 2Mac 12,45 e in 1Cor 3,15, oltre che in S. Cipriano (m. 258 d.C.), il primo padre da cui il termine è utilizzato. Fino ad allora, probabilmente, le testimonianze erano state molto scarse,[52] inoltre, già nei primi due secoli si usava pregare per i defunti,[54] infine, S. Agostino parla di “fuoco purgatorio” o “fuoco emendatorio”, e a partire dal IV secolo, presso i latini, la dottrina del purgatorio è comune. Anche alcuni padri greci affermano, fin dal IV secolo, l’esistenza del purgatorio; è anche significativo notare come gli orientali non ebbero alcuna controversia in materia coi latini fino al XIII secolo.[56] ma l’escatologia cattolica afferma chiaramente la retribuzione piena di ciascuna anima subito dopo la morte (ciò che riguarda anche il purgatorio): il termine utilizzato da Benedetto XII sul punto è infatti “mox”. L’uomo, a differenza che nella dottrina cristiano-orientale e tibetano-buddhista, non ha più la possibilità di decidere della sua sorte dopo la morte; ma ciò che è forse ancor più interessante notare è che egli, secondo la dottrina cattolica, ha “la possibilità di una piena decisione […] nello stesso istante della morte”, ciò che coincide col “primo atto pienamente personale dell’uomo circa il suo destino”.[58] L’estrema possibilità per l’uomo è data dall’’intersecarsi’ dell’ultimo momento della vita presente, in cui si può ancora operare una scelta in modo umano, ed il primo momento in cui l’anima può agire ‘in modo angelico’, ‘fissando’ il suo stato per l’eternità; questo punto di intersezione è l’istante (non temporale) della morte.[60]

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            Per concludere, tra la dottrina delle dogane e il bardo vi è un punto di convergenza abbastanza evidente: in entrambi i casi si tratta di un periodo in cui si protrae la ‘milizia’ della vita terrena, ma ‘tra cielo e terra’, all’interno di un lasso ‘temporale’ sospeso tra la vita stessa e (eventualmente, nel caso del Buddhismo) lo stato ‘eterno’ che si conseguirà dopo la morte. Dogane e purgatorio rimandano quindi piani che sembrano distinti: se la separazione dell’anima dal corpo (cioè la morte ‘reale’) avviene entro il terzo giorno dalla morte,[62]

            In relazione agli ‘stati postumi’, ed in specie al ‘mutamento di stato’ che vi è implicato, R. Guénon ha scritto che, dopo la morte, l’essere

[…] èpassato a un altro stato, che puòessere individuale oppure no; così, l’essere che prima era umano non lo èpiùed èdiventato qualcos’altro, cosìcome, con la nascita, esso era diventato umano, passando da un altro stato a quello che adesso èil nostro.

[2] Citeremo dall’edizione della SE a cura di G. Tucci (Milano 1998).

[4] Riportata in Rose, cit., p. III. Sulle suggestive rappresentazioni popolari delle dogane si puòvedere Andreesco-Bacou, 1986, pp. 95-148.

[6] Rose, cit., pp. 65-66.

[8] Rose, cit., p. 186. Sulla introduzione all’altro mondo cfr. infra.

[10] Rose, cit., p. 65 (nostra traduzione).

[12]“In the layers of the underheaven”afferma Brjančaninov (Rose, cit., p. 65): ovviamente, visto che i demoni non possono essere in purgatorio (nozione peraltro, nella sua ‘formalizzazione’, estranea all’ortodossia). D’altra parte, èdottrina comune della Chiesa che un angelo ‘buono’ed uno ‘cattivo’compaiano al morente (Rose, cit., p. 32 ss.), del quale si contendono l’anima, e che preghiere e suffragi siano particolarmente benefiche per l’anima ‘in via’.

[14] Tucci, 1998, p. 12.

[16] Si puòqui pensare alla definizione di ‘dies natalis’, concernente la data di morte del santo cristiano.

[18] Ma sul tema si veda infra.

[20] Rose, cit., 247-248 (corsivi e traduzione nostri).

[22] Cit., pp. 49-50 e 53.

[24] Ibidem, p. 59. Si potrebbe ipotizzare una analogia tra questi tre sbocchi ed il paradiso, l’inferno ed il purgatorio.

[26] Cit., p. 23.

[28] Tucci, cit., p. 26.

[30] Tucci, cit., p. 39.

[32] Tucci, cit., p. 39.

[34] Ibidem, pp. 49-50.

[36] Ibidem, p. 55. La nozione di ‘pesa delle opere’èpresente anche nei Brâhmana (ibidem, p. 66 n. 19).

[38] Ibidem, p. 54.

[40] Sui problemi che il termine puòimplicare v. infra.

[42] Sul tema v. anche supra.

[44] Ibidem.

[46] Ibidem, p. 331.

[48] A rafforzare l’idea dell’’ascesa’, si ricordi, ad es., come Dante rappresenti il purgatorio come una montagna, che prelude al paradiso terrestre. 

[52] Pozo, cit., p. 328

[54] Ibidem.

[56] Ibidem, pp. 329-331.

[58] Ibidem, p. 284, n. 30.

[60] V. supra.

[62]Èchiaro che l’utilizzo di categorie temporali per l’aldilàva inteso in senso ‘analogico’. Cfr. Guénon, cit., pp. 119.

[63] Ibidem, p. 112.

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