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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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estratto del seminario del 8 Aprile 2016 al Refettorio Ambrosiano di Milano

di Claudio Lanzi

 

964 Immagine1Tutte le tradizioni filosofiche, misteriche, e i sistemi religiosi di ogni luogo della terra hanno dedicato largo spazio ad una “regolamentazione” del mangiare, occupandosi sia del tipo di cibi, che della loro proibizione (permanente o transitoria) che del modo di assumerli in particolari circostanze celebrative o altro.

Perciò, prima di porre in relazione l’alimentazione con la mistica e  l’ascesi (soprattutto in un contesto cristiano) cercheremo di stabilire in quale ambito parleremo di alimenti in quanto il semplice fatto del “mangiare” non esaurisce quello che normalmente viene considerato “alimento”.[1].

 E’ indubbio che la prima “esperienza alimentare”, anche se vegetariana, in ambito biblico, al di la del complesso simbolismo insito nella storia dei nostri progenitori,…non va a finire molto bene, così come mostrato nella celebre immagine di A. Durer riportata in alto. Infatti dal primo morso di Adamo al frutto dell’albero proibito, inizia il processo di caduta e di separazione dalla dimensione edenica primordiale, quella in cui la Conoscenza e l’Essere non erano separati dalla dielettica.[2] L’importanza che assume Sophia, Sapienza di Dio nel Cristianesimo Orientale, è dunque in sottile relazione e contrapposizione all’Albero da cui proviene invece la Conoscenza del Bene e del Male. Discriminazione che appare perciò assai diversa dalla Sapienza stessa che travalica e trascende quella acquisibile dall’albero dove è attorcigliato il serpente che offre il frutto magico e pericoloso. Sembrerebbe quasi che il processo di materializzazione e individuazione nel mondo manifesto, inizi con l’infrazione… di un tabù alimentare. Non tutto può essere mangiato senza conseguenze.

Da questo punto inizia il processo da cui si deduce che non esiste una scelta senza una perdita, senza un dolore. Ma ovviamente il termine “alimentazione”, in questo caso, deve essere leggermente dilatato, cosa che noi cercheremo di fare nelle prossime righe.

 1)Di cosa ci alimentiamo:

 Si dice che l’uomo sia onnivoro, cioè in grado di mangiare e trasformare quasi qualsiasi cosa di ordine vegetale o animale riesca a raggiungere e a masticare. Si sono sviluppati dibattiti infiniti, spesso anche feroci, sulla importanza o meno di una dieta priva di cibo animale ma in questo momento, per quanto riguarda la nutrizione che passa dallo stomaco, non faremo distinzioni particolari né prenderemo alcuna posizione.

Osserviamo però che, se attribuiamo al concetto di alimentazione un senso un pochino più esteso, e che cioè si estenda a tutto ciò che l’uomo assorbe e trasforma per trarne la possibilità di vivere, ci accorgeremo che noi ci nutriamo di tante altre cose oltre che il “cibo” ordinario e che difficilmente rispettiamo, apprezziamo e conosciamo, la complessa e mirabile quantità di forme d’energia che ci nutrono e ci fanno vivere:

 Ad esempio ci nutriamo d’aria, senza la quale non sarebbe possibile  ossigenare il sangue, e attivare quella funzione che, se interrotta anche per pochi secondi, ci porta alla morte.

Ci nutriamo di sole e di luce senza i quali il nostro mondo sarebbe oscuro e gelido. La luce oltre a consentire alle piante di crescere presiede ad altri infiniti processi legati allo sviluppo della vita,

Ci nutriamo di parole, di suoni, di canti, che consentono la comunicazione indispensabile allo  scambio tra simili, e la consolazione o il confronto

Ci nutriamo di pensieri, di ragionamenti, che sviluppano la discriminazione, che fanno riflettere e approfondire e scegliere.

Ci nutriamo di sensazioni amorebvoli o spiacevoli, attraverso la pelle gli occhi, e tutti i sensi. Un uomo desensorializzato è un uomo morto.

Per ultimo dovremmo dire (ma i materialisti non sarebbero d’accordo) che ci nutriamo d’esperienze e contatti spirituali cioè che ci nutriamo d’ineffabile: ma questo riguarda appunto il tema dell’ascesi e della mistica dove assai spesso è facile confondere esperienza psichica per esperienza spirituale.

 Un aspetto poco analizzato, infine, e che concerne una brusca variazione della fisiologia umana (ma anche quella prevista dalla metafisica delle Sephirot[3] nella Cabala ebraica e in altre tradizioni) è insito nel fatto che mentre per nove mesi l’uomo viene alimentato dalla pancia, attraverso il cordone ombelicale. Viene “accresciuto”, sviluppato e custodito come un frutto da una pianta, in un rapporto di assoluta contiguità. Ma, una volta che il bambino sia uscito alla “luce”,  il principale ingresso involontario per l’alimentazione viene abbandonato e il nutrimento viene cercato, questa volta volontariamente, attraverso la bocca.

Questo spostamento di “zona” modifica drasticamente le abitudini del neonato e le modalità di contatto con la madre. Ciò che prima era unito, anzi “fuso” con l’elemento amniotico e il calore della madre all’interno della pancia, deve essere improvvisamente mediato dalla bocca che, oltre a consentire di alimentarsi, inizia ad emettere suoni di vivace protesta quando l’alimento non arriva e quando il calore materno si allontana. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo argomento, che intoduce una serie di considerazioni sui rapporti armonici fra i centri cosidetti “sottili” del corpo umano ma rimandiamo ad altri testi[4]. Riteniamo per ora importante averlo ricordato.

  

2) Il rapporto fra gli alimenti e gli “elementi” filosofico-alchemici

I quattro elementi formatori dell’Universo (fuoco, acqua, terra ed aria) richiamati da buona parte del mondo classico e in particolare da Platone, ricorrono costantemente nel processo di alimentazione. E già questo dovrebbe far riflettere sulla perenne magia e sacralità del “pasto”. Infatti, anche se in modo assai sbrigativo e superficiale ci permettiamo di ricordare che:

Nasciamo nell’Acqua e, in buona parte, siamo fatti di Acqua.

Cresciamo in virtù del calore, del Fuoco interiore alimentato dall’Aria, dal respiro e dalla chimica che trasforma i cibi in energia. E tramite il Fuoco del Sole ci scaldiamo e abitiamo un ambiente in grado di accoglierci.

Camminiamo nella Terra, ne mangiamo i frutti, e di terra stessa siamo fatti e nella terra torneremo.

 Ma tutta questa enorme quantità d’energia che serve per farci vivere, tutta questa acqua, questo fuoco, questa terra e quest’aria che consumiamo, che circolano dentro di noi e che ci vengono riversate addosso senza risparmio possono corrompersi (e non stiamo parlando  di un problema ecologico). Si corrompono naturalmente, per ossidazione, per inquinamento da altre sostanze, per degenerazione, per consunzione, per putrefazione; parafrasando un adagio comune alle discipline alchemiche orientali ed occidentali possiamo dire che, dalla corruzione  e dalla putrefazione si determina il composto fertile che consente la trasformazione e la resurrezione.

Ovviamente qualora manchi il fuoco che partecipa a qualsiasi trasformazione e subentri il gelo, non esiste più alcuna trasformazione e l’esistenza stessa si paralizza nella quiescenza, nella immobilità e nella morte.

Tutto questo è evidente in quei cicli dell’esistenza e in quelle cosmogonie efficacemente descritti, anche se con importanti distinguo, da Eraclito, Parmenide e dal pitagorico Ferecide.

Ogni cosa nasce, ogni cosa consuma e si consuma, ogni cosa muore e dalla morte deriva la fermentazione per consentire una nuova nascita.

Questo aspetto, nell’ambito della liturgia cristiana (che però ha ascendenze assai più antiche nelle pratiche della sepoltura egizie) è ben rappresentata nella complessa e profonda liturgia che precede la veglia pasquale. Senza entrare nei dettagli ricordiamo la consuetudine, oggi parzialmente dimenticata, di piantare semi di grano vicino al sepolcro, ad indicare, fra l’altro proprio la resurrezione e la rinascita.

  

3)La ritmica triadica, celeste e terrena dell’alimentazione

Alimentarsi è dunque un atto sacro, composto fondamentalmente di tre fasi: prendere, conservare ed elaborare (digerire) e infine restituire trasformando, dopo aver assorbito l’energia necessaria. Questo ciclo triadico, splendidamente rappresentato dalla danza delle Cariti[5] non riguarda solamente quello che passa dallo stomaco ma tutte le attività umane. Il respiro, che più di ogni altra funzione umana è caratterizzato appunto da un “assorbire” in inspirazione, un “conservare” nel trattenimento e nella sospensione, un “restituire” sotto forma di anidride carbonica in espirazione, è analogo al ciclo dell’alimentazione orale. E come sappiamo sia le scorie del cibo prodotte con le feci, sia quelle dell’ossigeno come anidride carbonica, partecipano efficacemente all’alimentazione della natura che, da tali scorie produce nuova vita.

 

4) La corruzione e la trasformazione degli elementi

Questa assoluta meraviglia che caratterizza il perpetuarsi dell’esistenza in cui tutto viene riutilizzato efficacemente è, come ben sappiamo, assai poco rispettato dall’uomo, che si appropria della natura alterandone pervicacemente il ritmo; Ma, per la stessa ragione per cui invade brutalmente tutto ciò che sia fruibile, mangia male, assorbe male, ricicla male.

Per mangiar male voglio dire che l’assoluta commercializzazione, industrializzazione, produzione massiva del cibo, fa si che lo stesso sia sempre più povero della sacra purezza che lo distingue nel suo sviluppo naturale, sia sempre più “plastificato”, imbustato, sterilizzato, impacchettato, rendendolo irriconoscibile.

L’uomo è ciò che mangia (e questo è un detto antico variamente riutilizzato). E se la dobbiamo prendere alla lettera ne viene fuori che noi esseri tecnologici siamo… liofilizzati, plastificati, sterilizzati, uniformati nel pensiero, nelle parole, nel cibo, in tutto. Abbiamo fatto tanto per combattere contro le divise ed oggi siamo noi stessi una divisa senza contenuto.

Siamo privi della giusta alimentazione, nel corpo e nell’anima.

Tutto viene prodotto massivamente, con disprezzo e indifferenza totale verso le fonti primarie, vegetali ed animali, da cui deriva buona parte di questa alimentazione. La chimica invade massicciamente la produzione dei cibi e trasforma le sostanze rendendole a volte assai più tossiche e mortificandone i principi nutritivi.

Da questo ovviamente deriva un digerire male, un assorbire male. e ovviamente un riciclaggio pessimo.

Questo ovviamente non è l’ennesimo e noioso messaggio ecologico-sociale, ma una considerazione squisitamente spirituale. L’uomo è spiritualmente ammalato, intossicato, confuso. Annaspa alla ricerca di valori che non trova, di uno spirito che si è occultato e di una materia che è diventata irriconoscibile.

E urla in continuazione il suo disagio, prendendosela con i governi, con i poteri forti, con Dio; ma assai più difficilmente con se stesso. E forse anche per questo, come dimostrano le cronache giornaliere, è precipitato in una pazzia collettiva, che alterna bulimia materiale e spirituale a anoressia. Un vero… disastro in progress.

 

 5) La sacralità dell’alimentazione: Mangiare, benedire, ringraziare

Vorrei ricordare che il “pasto” è sempre stato un atto sacro, contrassegnato da un orario preciso in cui si riunificava il nucleo familiare, alimentato da silenzio e dalla concentrazione sull’”essere insieme” (che è il contrario dello stare insieme) ma anche dalla giovialità e dalla intimità. Un atto in cui la Madre e il Padre si riuniscono insieme ai Figli intorno al la mensa. Dalla cucina dove ogni piatto è ricco dell’Amore di chi lo ha preparato, vengono portate le vivande sul tavolo.

Li vengono benedette e distribuite a tutti. Li viene effettuato il Ringraziamento, sia per l’alimentazione quotidiana sia (e questo spesso si dimentica), per la possibilità di condividere, di scambiare, di partecipare a quel calore sacro, a quel fuoco primordiale che contraddistingue la mensa. Si parla proprio del fuoco primordiale, quello un po’ mortificato dagli odierni termosifoni, quello che ardeva nel camino. In queste riunioni la famiglia (o a volte il clan familiare) portava sul desco le cose più importanti, che riguardavano tutti, i principi fondanti, ribaditi sia attraverso la preghiera che attraverso la condivisione dei problemi e delle difficoltà.

Di questo “calore sacro” oggi è rimasto assai poco, sia per la scarsa attenzione dedicata al pasto, sempre più frettoloso, sempre più approssimativo, come per il reciproco disinteresse che ormai caratterizza i rapporti umani e familiari.

Una ritualizzazione della sacralità del pasto la troviamo ancora nelle comunità monacensi, dove il pasto è contrassegnato dalla liturgia e dove assai spesso il mangiare è accompagnato dalla lettura di testi sacri. Questo alimentarsi sia dalla bocca che dalle orecchie, segue tradizioni assai antiche e sotto alcuni aspetti, ricorda anche quei simposi filosofici che troviamo in Platone, in Socrate, e più tardi in Seneca e che contrassegnavano l’ingresso dell’Amore per la Conoscenza in un contesto conviviale che dava al cibo quella sapienzialità, quella capacità di nutrimento universale che non può avere in mezzo al caos o alla fretta.

Ovviamente nel cristianesimo il pasto più importante, transitato dalla cultura ebraica ma totalmente trasformato da Cristo viene celebrato nell’Eucarestia[6] . A tale procedimento partecipano anche il vino e l’acqua ma per questo aspetto, assai profondo e sapienziale, rimando ai testi in nota.[7] Tale pasto ha dei significati abissali che non possono essere trattati in questo breve incontro ma ci basti ricordare che nel “pane” si riunificano le specie del corpo e del sangue di Cristo e che su tale aspetto si fonda tutto il cattolicesimo. E’ assai interessante notare che tale evento, dato quasi per scontato dal cristiano abitudinario che finisce per considerarlo un corollario alla Messa, in realtà ha una portata enorme. Quando avvenne il famoso “miracolo di Bolsena” a rinsaldare la fede in un opera che “sfida” qualsiasi logica, ad Orvieto venne costruita addirittura una cattedrale e forse uno dei reliquari più belli del mondo[8].

Indubbiamente il Cristiano si alimenta con il proprio Dio e, al di la della complessa evoluzione del rito eucaristico nel corso dei millenni, tale atto mistico (di apparente “cannibalismo”) ha un collegamento filosofico importante con le partizione del corpo divino che ritroviamo, ad esempio, nell’Egitto (smembramento di Osiride) e in Grecia (smembramento di Dioniso).[9]

Anche nel mitraismo e in altri culti mediterranei esisteva un momento del pasto (una forma “eucaristica” assai particolare e di cui abbiamo trattato altrove,[10]

Teniamo inoltre presente che l’epopteia, ma anche la contemplazione e lo svelamento misterico, sono perfettamente rappresentati in questo pasto transustanziale.

Molti mistici parlano di questo momento come di un atto talmente sconvolgente da modificare il tempo e lo spazio. Non si tratta solo da una pia opera devozionale ma si tratta di un “assorbimento” di una sostanza (anzi di una supesubstantia come si trova a volte nelle antiche forme del Pater) che ovviamente trasforma colui che la mangia.

Vedi le bellissime descrizioni di tali momenti da parte della Emmerich, di  Luciana Virio, di Cristina Campo e di tanti altri. Ovviamente per tutti coloro che hanno un approccio laico e materialista a tali incontri col sacro tale aspetto resta confinato nella schizofrenia.

  

6) Il digiuno e le varie forme di “carne”

In questa breve disamina dell’alimentazione non possiamo evitare di parlare il digiuno, quello volontario ovviamente, e non quello causato dalla impossibilità di procurarsi cosa mangiare.

Si può “digiunare” da tante cose: Da qualsiasi cibo e bevanda, da alcuni cibi, ma più generalmente si può decidere, o per prassi religiosa, o per scelta dietetica, o per operazione “filosofica” di deprivarsi di elementi che ci alimentano (o ci intossicano) durante il giorno.

L’Islam, il cristianesimo, l’ebraismo, prevedono regolarmente delle giornate di digiuno, o delle prescrizioni specifiche relative a certi alimenti, o dei periodi in cui l’alimentazione è connessa alla presenza o assenza della luce solare. Il cristianesimo inoltre, come ben sappiamo fino all’esistenza del “vetus ordo” era abbastanza rigido con le prescrizioni quaresimali, con le astinenze del Venerdì e con altre “vigilie” distribuite nell’anno secondo il calendario luni-solare proprio della ritmica rituale cristiana (oltre alla astinenza dal cibo per un certo numero di ore prima dell’eucarestia).

Tali privazioni sono sempre più lontane dalla mentalità occidentale eppure, oltre al rispetto di determinati criteri connessi all’anno liturgico, tali “astinenze” hanno sempre avuto una grande importanza nel governo dell’anima e del corpo degli uomini.

 

Nell’ascesi di ogni tradizione religiosa il digiuno è un evento “quasi naturale”. Colui che cerca la verità e il contatto con la trascendenza ha poco spazio per riempire la pancia. Il cibo, soprattutto se in eccesso, come dicono i grandi padri dell’esichia e della patristica in genere, offusca la mente, e porta verso l’ “akedia”, il male terribile che uccide il fervore e l’amore per il Vero.

Ovviamente il digiuno va esteso a tutto ciò che distrae l’uomo dalla ricerca di Dio. Per cui degli esseri straordinari come Evagrio Pontico o Isacco da Ninive, Giovanni Climaco, o lo stesso Palamas spiegano con chiarezza che astenersi dal cibo vuol dire anche pratica della riservatezza, e quindi astinenza dalla convivialità, astinenza dalle parole[11].

Nel nostro mondo fracassone e confusionario vorrebbe dire anche astinenza dalla televisione, dai telefonini, dai supermercati, dal caos quotidiano e ovviamente dal sesso. In tali occasioni la quiete della mente viene sicuramente favorita e la pratica del respiro consapevole, come alimento principale, e della preghiera come elemento sussidiario, possono letteralmente riempire la vita del praticante, laico o monaco che sia.

Ovviamente questo digiuno dalla fruizione delle cose mondane e quindi da tutte quelle spinte istintuali che portano verso gli eccessi nella gratificazione dei sensi, riconducono l’anima verso il cuore, portano verso la contemplazione, l’ascesi, la bellezza e il silenzio.

Purtroppo la civiltà del “fare” è tale da non lasciare tregua dal rumore, dalla continua e voluta sollecitazione con qualsiasi mezzo all’inseguimento del consumo, della fruizione, del piacere in se stesso, del successo, dell’interventismo nel bene e nel male, del potere e della prevaricazione, dell’affermazione dell’io come mezzo supremo per dare scopo ad un vivere sempre più vuoto di valori e di finalità principiali.

Sarà perciò molto difficile, con le premesse dispersive appena elencate, che un approccio del genere alla spiritualità possa ricomporsi anche in occidente. Assai difficile ma non impossibile.

  



[1] Ho scritto un libretto, nel 2013, chiamato “Gli animali e l’anima” (ed Simmetria). Una riflessione sul rapporto fra l’alimentazione onnivora e quella frugivora o comunque vegetariana, senza prendere le parti di una soluzione della nutrizione in un verso o nell’altro, ma cercando di evidenziare le contraddizioni che animano le posizioni apodittiche e cercando di chiamare le cose col loro nome.

[2] v. Ermetismo e Mistica: C. Lanzi Simmetria 2015

[3] v: La Kabalah Cristiana di Paolo Virio ed Simmetria 2015

[4] Su Ritmi e riti, ho cercato di approfondire le proporzioni nel corpo umano cercando di confrontare alcune nozioni di fisiologia orientale con altre di tipo mediterraneo.

[5] v. Sentieri spirituali-La Danza delle Ore. C. Lanzi Simmetria III ediz. 2015

[6] Un testo molto importante su tale tema è quello di Vittoria Luisa Guidetti: Didaché, Simmetria 2004, dove viene affrontata la transizione delle liturgie dalla Pasqua ebraica a quella cristiana.

[7] Mazza E. Mistagogia una teologia della liturgia in epoca patristica. - Mazza E. L'anafora eucaristca, studi sulle origini -  Mazza E. Didachè elementi per una interpretazione eucarstica (Subsidia 2001)- La porte J. La doctrine eucharistique chez Philon d’Alexandrie Teologie Historique 1972

[8] Il sacerdote Pietro da Praga che nel 1263 “dubitava” della presenza di Gesù nel pane e nel vino si trovò in mano un ostia sanguinante. Da qui l’istituzione del Corpus Domini da parte di Urbano IV (in opposizione a Berengario di Tours che reputava tale presenza solo simbolica)

[9] Il significato molteplice e metafisico di tali smembramenti ha affascinato molti ricercatori tradizionalisti e rimandiamo alle loro opere. (Plutarco nel De Iside et Osiride, Apuleio nelle Metamorfosi, e poi ovviamente Mircea Eliade nella Storia delle Idee e credenze religiose, e ovviamente Kremmerz nella Sapienza dei Magi e moltissimi altri)

[10] Mithra: Cenni sul mito e sul simbolo. C. Lanzi su www.simmetria.org

[11] L’universo sconfinato dell’esichia, quello meglio conosciuto come dei praticanti della “preghiera a gesù” o dei padri del deserto, è in buona parte raccolto nella Filocalia. Da IV secolo in poi la famosa preghiera: “Kyrie Iisù Christé, Iié Theù, eléisòn me tòn amartolòn”  diventerà, anche con ritmiche e connotazioni differenziate, il vero alimento per i monaci del monte Athos e anche per quelli bizantino slavi.

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