984 Cluadio


Estraggo questo scritto da un vecchio fascicolo di appunti e di conversazioni con un grande Maestro oggi scomparso, per cercare di rispondere ad alcune domande che tutti quanti, nella nostra vita, ci siamo fatte più volte a proposito del significato del termine “maestro”: parola che come ben sappiamo viene ormai usata costantemente a sproposito.
  
M: “…… caro amico mio, cosa vuoi che ti dica? come faccio a parlare di qualcosa che è stata bruciata dall’ignoranza, dal consumo, dal “progresso”? in questi anni di guerra, di odio e di disfacimento dei principi, è necessario raccogliersi intorno alla ricerca del Vero, del Nobile e dell’Eterno allontanandosi dal fugace e dal transitorio”.
 
A: “Per questo mi hai detto più volte che l’insegnamento Vero deve tornare nelle catacombe e il magistero nel silenzio?”

M: “Caro mio: tutte le cose che iniziano fatalmente volgono al termine. Ma esistono alcune cose, invece, che non hanno un vero e proprio inizio ma accadono anzi si accadono, anzi, sono. Cose che non accettano definizioni razionali e si sottraggono completamente al tempo e alle griglie classificatorie degli uomini.
Più volte nella vita può accadere all’uomo normale e al pellegrino in particolare, di entrare in questi non tempi e questi non spazi: e quando la coscienza è matura, l’essere può accorgersi di aver varcato una soglia occulta e misteriosa, inaspettata che lo pone di fronte all’Abisso. Ma se qualcuno, degno e giusto lo accompagna, tutta la sua vita si trasformerà. Un Maestro è un essere che è entrato in permanenza in tale stato superando senza rimpianti questa soglia”.
 
A: “Credo perciò che un Maestro non scelga mai di esserlo, né di diventarlo. Mi sembra proprio che non esista alcun… cursus honorum da maestro e chiunque studi per diventare maestro, da quanto ho capito, oltre che presuntuoso è un perfetto idiota. E’ perciò un immenso e tragico errore confondere l’Insegnante con il Maestro”
 
M: “Si, l’insegnamento è una attività che si persegue per scelta ed è frutto dello studio, dell’apprendimento e, in parte, ma solo in parte, anche dell’esperienza e dell’attitudine didattica: cose che distinguono un buono da un pessimo insegnante.
L’insegnamento è una attività che si svolge nel tempo e che è propria del tempo; sono solo il tempo, lo spazio e le leggi degli uomini che abilitano qualcuno ad insegnare, sia a livello exoterico che esoterico”.
 
A: “Perciò mi vuoi dire che il Maestro non è abilitato da carte e sigilli (contrariamente a quanto si dice in quegli strani luoghi pseudoiniziatici di cui abbiamo parlato tante volte, dove ci si contende a suono di carte bollate, un magistero con attestati, documenti di conferimento, fotocopie… e bollini blu di Chiquita Banana!!). Ne consegue, se ho ben capito, che se qualche magistero ha bisogno di tali “legittime” per svolgersi e affermarsi, vuol dire che la schola…è ormai distrutta da tempo”.
 
M: “Si: Un Maestro è semplicemente l’uomo che conosce e gestisce con Grazia, Eleganza, Potenza e a volte Ironia, la magnanimità, la magnificienza, la maestà e la magnitudine che sono quattro modi per dire magia in senso arcaico. Per cui maestro è uno stato dell’essere, non è un conseguimento o, peggio, un diploma o un baccalaureato (i francesi non sanno quanto, per noi italici, tale termine ricordi il baccalà). Il Maestro non è detto che insegni né che dica di esserlo. Diviene tale soltanto perché la Provvidenza, o se vuoi il Fato e gli Dei, lo hanno tassativamente obbligato ad esserlo introducendolo in uno stato straordinario, in una prigione magistrale che dona la libertà. E’ un dovere pesante che dà alcuni diritti. E questo spiega bene perché di maestri ce ne siano pochissimi. Spesso non si desidera affatto insegnare e, come sappiamo tutti, alcuni celeberrimi maestri dell’antichità, fuggivano disperatamente da tale incombenza. A qualcuno accadde di riformare delle “scuole” o di costruirne altre ex novo. E quasi sempre tale decisione portò loro infiniti dispiaceri, disgrazie, delusioni e fatiche”.
 
A: “A questo punto mi sembra chiaro e senza ombra di dubbio, che l’equazione per cui un praticante debba diventare un “maestro” attraverso la pratica, anche se ha praticato perfettamente per decine d’anni, sia totalmente sballata. Sbaglio? Ma, anche se il magistero non è il fine né il traguardo né l’obiettivo della pratica, resta però il fatto che, un vero praticante può comunque realizzarsi”.
 
M: “Certo, purché si sappia che, anche colui che si è realizzato (cioè diventato consapevole e depositario di un elevatissimo stato dell’essere) non è detto che debba essere un Maestro.  Se perciò, al termine della pratica (cioè della vita, perché una pratica che duri meno di tutta la vita, non è una pratica) qualcuno immagina d’esser diventato maestro, vuol dire che non ha capito un accidente di anni ed anni di lavoro. Infatti anche la “pratica” più eccelsa, intesa in questo modo, avviene nel tempo degli uomini, e quindi non riguarda lo stato coscienziale del Maestro, che non è nel tempo lineare e che, se vuoi, trascende perfino il tempo… un po’ più snob, quello considerato ciclico.
Quando finalmente il praticante incontra e VEDE, nella sua interezza, il suo magister (il che vuol dire che può averlo incontrato infinite volte e, pur avendolo rispettosamente chiamato maestro, può non averlo mai visto) quest’ultimo può conferirgli l’incarico d’insegnare; ma, anche questo, non vuol dire affatto che sia stato insignito del magistero sapienziale”.
 
A: “A fronte di quello che dici mi sembra un po’ ridicola quella proliferazioni di gradi “magistrali” che caratterizzano determinate strutture e “fratellanze” contrassegnate da una pioggia di conferimenti e simbolismi di cui hanno perso gran parte dei significati.
 
M: "Maestro è una parola seria, molto seria. Solo se un Accadimento incredibile e stravolgente (che, ripeto, è al di là del tempo e dello spazio) e se un Maestro Autentico (quindi quasi introvabile) e Magnifico, insigniscono il praticante del pesante mantello e fardello della “Magnanimità”, allora accadrà che il praticante diventerà SUO MALGRADO maestro. 
E, come ben sai, non ne sarà felice, non si sentirà gratificato, non si sentirà importante e neanche “grande” (né una volta, né due, né tre, scusa il calembour…trismegistico) ma si sentirà infinitamente preoccupato e si domanderà per quale ragione gli è capitata una simile sorte (alcuni maestri la definiscono quasi una disgrazia). Si domanderà perfino (se è un essere sincero) se per caso debba scontare, con tale incarico, dei peccati gravissimi di cui non è ancora consapevole”.
Un Maestro è un uomo SOLO: solo come nessuno può immaginare. Non saprà se riuscirà ad abbeverarsi soltanto con un “calice” che contiene centinaia di draghi e serpenti da trasformare in medicina.
Ma…non preoccuparti: un giorno smetterà d’essere preoccupato e diventerà terribilmente sereno, terribilmente felice, terribilmente addolorato, terribilmente grato, terribilmente forte, e terribilmente limpido”. 
Sarà…terribilmente. Questo sarà il suo stato iniziale. E poi sarà, e basta”.
 
E qui si chiuse una conversazione avvenuta in montagna alla luce delle stelle, in prossimità del solstizio d’inverno. 
 

Commenti  

# maurizio trotta 2016-09-07 19:07
CONCORDO PIENAMENTE SULL'ARTICOLO E RICHIAMA ANCHE LA FANTASIA DEI 33 GRADI, MA CI SONO ANCHE I 13, DELLA FRATELLANZA DOVE QUALCUNO FAREBBE CARTE FALSE PER ''SALIRE'' QUESTE SCALE CON TANTO DI FREGI ECC. TANTO CARE A QUEI SOGGETTI CHE NON HANNO ALTRE GRATIFICAZIONI E CI CREDONO PURE......SENZA POLEMICA !!!!
# Claudio Lanzi 2016-09-07 20:19
trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando. Mah: chissà

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