992 gatto1Prefazione:

Sono moltissimi i libri che l’uomo ha scritti intorno al gatto. Racconti, saggi, indagini di ogni genere su uno degli animali domestici più impertinenti, coinvolgenti, affabili ed enigmatici. La psicologia del gatto è talmente particolare e talmente diversa da quella di tutti gli altri animali da non esaurire mai la curiosità dell’uomo. Se ne sono interessati scienziati, psicologi, esorcisti, sacerdoti, filosofi e poeti che hanno guardato questo animale con curiosità, con amore, con apprensione, con paura, con ammirazione e perfino con adorazione.
Direi che questo conferma l’attitudine che ha l’uomo di cercare una spiegazione razionale per tutto ciò che razionalmente non è conoscibile.
Per l’appunto, non conoscendo Dio, l’uomo ne ha.... razionalmente parlato in milioni di libri.
Anche il gatto, perciò, che è una tra le più singolari creature di Dio, è stato assai spesso sottoposto ad analisi d’ogni tipo, tentando di ridurre in quantità, le sue misteriose qualità, il suo fascino indefinibile.
Perciò, per non ripetere irrazionalmente e inutilmente quanto è stato razionalmente già scritto (andate su internet alla voce gatto...e potete passare il resto della vita a consultare una enciclopedia senza fine), vorrei dividere queste mie considerazioni, dettate da un costante senso di stupore nei confronti di questo essere meraviglioso e sconcertante, in due parti che costituiscono l’ossatura di questo breve testo sullo... zen e i gatti.
a) La prima parte è un brevissimo e mi auguro leggero escursus “storico” su alcune (una infinitesima parte) delle testimonianze degli antichi, che attribuiscono al gatto una posizione di assoluto privilegio nei confronti del mondo spirituale (sia superiore che inferiore).
b) La seconda è costituito dal ricordo di un gatto che ho avuto con me circa 20 anni fa.

Breve exursus storico sulla....spiritualità felina

Tutti conoscono la passione quasi maniacale degli antichi egizi per i gatti.
L’uomo egiziano si radeva le ciglia quando il micio “di casa” moriva e, subito dopo, lo imbalsamava come un faraone.
Sono stati trovati cimiteri con mummie di decine di migliaia di gatti, tanto per evidenziare il rispetto totale dell’uomo egizio, per l’elemento “animico” felino e per la sua potenza, durato nei secoli, dall’Alto al Basso impero.
Come sappiamo, i Persiani riuscirono a vincere gli Egiziani portando dei gatti in battaglia quali “scudi felini”. Per paura di ferirli o di ucciderli i soldati egiziani si ritirarono in tutta fretta e vennero poi in parte massacrati. Ed esistono altre centinaia di aneddoti, su cui si diffondono gli storici romani e greci sui gatti e sulle figure zoomorfe che ne rappresentano l’elemento “divino”.
Sempre per restare in Egitto notiamo che il gatto (o il ghepardo) “giustiziere” preposto al taglio della testa di Apophis (il cattivissimo serpente che non desidera che il sole risorga) è quasi sempre quello selvatico e indipendente, con la coda mozza.
Dice inoltre l’onnipresente Plutarco che gli Egizi trovavano nella posizione del gatto acciambellato una espressione di equilibrio e saggezza suprema e gli attribuivano perciò inespresse conoscenze d’ordine misterico. Myon o Mau, nome onomatopeico del micio egizio, oltre che nemico giurato del serpente che attentava al viaggio della barca solare, rappresentava la stessa energia di Ra. Questo valeva soprattutto per il gatto maschio che era anche consacrato ad Osiride mentre la femmina, come noto, era soprattutto espressione della Luna e di Iside.
Ovviamente poi c’è sempre il solito gruppo di antropologi “scientisti” che attribuisce l’enorme rispetto verso il gatto esclusivamente alla sua funzione di cacciatore di topi e di serpenti che potevano infestare i granai e i depositi di vettovaglie disposti lungo il Nilo. Ma, grazie a Dio, l’approccio funzionale e rigidamente materialista, non esclude affatto quello mistico, magico o religioso che poi è l’unica ragione per la quale ho scritto queste note.
Sempre Plutarco, se non sbaglio, ricorda (senza commentare particolarmente il fatto) che gli Egizi credevano che, durante tutta la sua vita, una gatta potesse fare fino a 28 figli in un solo parto (!!!), compiendo, con questa notevole “prodezza ginecologica”, un omaggio alla completezza del ciclo lunare.
Molti i felini della zona del Nilo sono collegati magicamente fra loro da leggi comportamentali e da una filosofia ieratica che ne astrae il simbolismo caratteristico. La stessa terribile Sechmet, la dea leonessa, moglie del creatore di tutti gli Dei, Ptah, e madre di Neferthum (la potenza vegetante del Nilo), ha molte trasmutazioni in forme feline e sia Bastet (la sensuale dea gatta, sorella di Sekmet) che il gatto comune, ne rappresentano comunque un aspetto. Tale culto resta molto forte fino all’epoca Tolemaica anche se, proprio in questo periodo iniziano i “sacrifici” di gatti, prima inimmaginabili.
Recentemente, presso Kom Al Dikka, vicino ad Alessandria, è stato trovato un tempio dedicato a Bastet contenente circa 600 statue, buona parte delle quali in onore della Dea.

992 gatto2Queste ed altre associazioni tra la ritmica celeste e gli animali sono la base magica e rituale di quella meravigliosa e sapientissima zoologia delle religioni arcaiche che, in Persia, in Cina, in Egitto e in Grecia, ha trasferito la mitologia delle origini della vita, nella fascia dell’eclittica dove gli animali rappresentano l’anello cosmico delle molteplici potenzialità celesti.
Tra le tante raffigurazioni arcaiche dei gatti vorrei ricordare quella del celebre il papiro (cosiddetto “comico”) conservato nel museo di Torino. In tale papiro alcuni gatti conducono....al pascolo delle oche mentre altri se ne vanno a caccia di uccelli. A tale papiro, a volte, vengono date connotazioni tuttaltro che comiche (relative alla inversione dei ruoli e al senso simbolico dell’oca e degli uccelli in relazione alla forza solare del micio); ma non vorrei spingermi in illazioni al momento poco importanti.
Stranamente la stessa tematica “ironica” dove gatti, topi e altri animali si contrappongono in vario modo, appare anche su diversi codici medievali. In questo caso però, come spiegano gli stessi manoscritti, i suddetti animali valgono quasi sempre a rappresentare la competizione tra vizi e virtù.
I buddisti in genere, sia in India che in Giappone hanno una grande considerazione per i gatti. In Birmania la venerazione per i gatti precede l’arrivo del Buddha e in Giappone esiste il famoso tempio gi Gotokuji, che ospita migliaia di statuette che rappresentano il gatto Maneki Neko, oggetto di straordinarie leggende sull’accoglienza.
Nello zodiaco cinese (credo sia l’unico ad ospitare un gatto, e sono ben gradite correzioni a tale proposito) il nostro micio viene rappresentato “rampante” ed esprime il tatto, la calma, la circospezione e anche le lacrime; quindi è assai meno sessuale di quanto accade in altre tradizioni. E’ spesso citato negli aforismi confuciani ma, come sappiamo, a parte alcune nobili citazioni taoiste, in Cina il gatto come il cane sono considerati decisamente commestibili. E questa cosa, a dire il vero, mi crea qualche imbarazzo in quanto non riesco ad immaginare di poter mangiare... il micio alla cantonese. Ma a quanto pare, si dice che anche nel vicentino (che sia calunnia o verità non potrei dirlo), fino a non molto tempo fa, il gatto finiva spesso nei menù di ricchi e poveri.
Presso i Celti non era molto amato e veniva spesso offerto in sacrificio, per lo meno così tramandano gli storici romani.
Nell’Islam invece il nostro ineffabile compagno ricevette di nuovo una grande considerazione, anche se oggi il rapporto con gli animali è considerato impuro. Celebre è il racconto in cui Maometto si accorge che un gatto si è accoccolato sopra una delle sue lunghe maniche accompagnandolo silenziosamente nella sua meditazione. Il Profeta, una volta aperti gli occhi, per non disturbarlo, si tagliò la manica e riservò al micio un posto speciale nel Paradiso islamico. Si dice poi che lo toccò sulla schiena e il gatto rispose facendo la caratteristica gobba per ringraziamento. A quanto pare Maometto apprezzò molto il gesto e gli concesse di acquisire l’abilità di appoggiarsi sempre sulle quattro zampe, da qualsiasi altezza fosse caduto.
Stranamente la Grecia non ha mai mostrato lo stesso amore per i gatti (che praticamente sono quasi assenti da storia, arte e poesia, e la Roma repubblicana e imperiale si è limitata a mettere in evidenza il rapporto tra il gatto e Diana. Ritengo che questa scarsa considerazione, unendosi alle belluine credenze celtiche e ad una certa sessuofobia cristiana (di cui parleremo a breve) sia stata la causa, durante il medioevo e in buona parte del rinascimento, di una vera e propria ossessione, in seguito alla quale il povero micio subirà terribili persecuzioni.
Passiamo infatti dalla adorazione che riceveva in tutti i monasteri (basti pensare ai celebri certosini su cui torneremo), alla caccia spietata e alle torture che subiva come ipotetico emissario del demonio.
Il grande Alano di Lilla, uomo per tutto il resto straordinario e noto per le sue anticipazioni d’ordine alchemico, diceva che le streghe lo baciassero (ognuno ha i suoi gusti e mi spiace per le streghe) sotto la coda; anche per tale leggenda la fama del gatto (che a volte assumeva dimensioni umane, come compagno del sabba) procurò ai poveri gatti domestici, specialmente se neri, una sorte assai infelice.
Tra i racconti più orribili c’è quello che ricorda come in piazza di Chatelet a Parigi, per esorcizzare il demonio, un gatto venisse appeso sopra un rogo e bruciato vivo, mentre la gente stava intorno ad ascoltarne le urla strazianti (e qui direi che le uniche espressioni demoniche che riesco ad immaginare sono quelle delle facce dei sadici che assistevano ad un orrore del genere). Sono comunque infiniti gli episodi narrati nelle cronache medievali, di abbinamento tra il gatto e i fenomeni di adorazione del diavolo e a volte mi stupisco di come il gatto non serbi un rancore “genetico” per le vessazioni subite e ci conceda ancora la sua preziosa amicizia.
992 gatto3Perfino Geregorio IX, nel 1223, menzionò un gatto nero caduto dal cielo come presenza luciferica mentre lo stesso San Bernardino segnalava un unguento magico attraverso il quale le streghe, nella notte di san Giovanni o nell’Ascensione, si trasformavano in gatte! Ed anche il razionalissimo Voltaire, in un momento di apprensione assai poco...illuminista, se la prese con i gatti, constatando che nello zodiaco nostrano non era presente alcun gatto.
In realtà anche tali terribili episodi intorno ai gatti possono avere delle spiegazioni di carattere sia storico che mitologico. Ed è proprio l’enigmatica ieraticità del felino, questo suo essere immobile per ore e poi scattare come un fulmine, questo abbinare la dolcezza alla ferocia, che ne fanno un pozzo di possibilità, che ricorda il modo con cui René Guénon definisce... l’Ineffabile.

Ma chi è il gatto.
E’ un essere misterioso, in grado di confondere tutti i cercatori di “misteri” che oggi impazzano nei libri e nei media. E’ più “extraterrestre” lui di tutti gli omini verdi che rapiscono metodicamente quelle donne assatanate e bruttine che raccontano le loro esperienze erotiche extraplanetarie...e che gli alieni, purtroppo, dopo averle coraggiosamente possedute, ci riportano sulla terra.
Il gatto invece possiede, con soddisfazione scambievole, decine di gatte in una sola notte; è sessualmente più efficace di un fucile a ripetizione di John Wyne, e rischia ogni volta la vita in furiosi combattimenti con la concorrenza degli altri felini: altro che exstraterrestri!
In realtà per capire qualcosa del gatto dobbiamo tornare ai monasteri e ai certosini (monaci) in particolare. Uno dei gatti più belli, formidabile e pazientissimo è appunto quello di razza certosina, che prende il nome dalla Chartreuse dove è stato ospitato per secoli.
Ne ho avuti due di certosini. Più esattamente dovrei dire che loro due hanno ospitato me. Sono stati i miei inflessibili maestri zen, straordinari esempi di compostezza posturale, di silenzio, di attenzione, di coraggio e di raffinatezza nelle arti marziali.
Noi sappiamo che il gatto compare quasi sempre vicino al mago, all’alchimista, al sacerdote, al medico, al filosofo durante la sua pratica. E il monastero è sempre stato uno dei posti dove queste figure coincidevano spesso con quella del monaco, del ricercatore, del bibliofilo, del miniaturista.
L’alchimia e la spagiria occidentali sono nate infatti nei conventi e, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, anche la magia, come in parte anche oggi la intendiamo (male), è nata li.
Il silenzio della cella, lo studio costante e la meditazione hanno sempre favorito il monaco nella ricerca della verità, della pietra filosofale, della Medicina universale altrimenti detta Farmaco Cattolico.
Spesso, quando la presunzione ha sostituito l’umiltà, tale ricerca lo ha portato verso la “perdizione” ma spesso no; ed abbiamo migliaia di monaci e sacerdoti, benedettini, domenicani, francescani, vescovi e papi, assai noti come grandissimi esperti d’alchimia, d’ermetismo, di magia. E assai spesso il compagno silenzioso, lo specchio instancabile dell’anima di tali cercatori è stato proprio lui: il gatto.
Solo chi ha avuto il privilegio di studiare con il suo gatto sulla scrivania o sulle gambe, solo colui che ha meditato o pregato con un gatto accanto, solo colui che si è fermato a pensare ai suoi guai mentre il suo gatto lo guarda assorto e silenzioso, solo chi, ammalato e steso sul letto si trova il gatto che gli si appoggia sulla parte malata, proprio su quella malata, può capire bene di cosa sto parlando.
Il gatto si accorge e vede e sente cose che noi non vediamo e sentiamo e le elabora secondo una dimensione che a noi sfugge.

Avete mai fatto caso al micio, appollaiato sulla spalliera di un divano che guarda con gli occhi spalancati un punto...nel vuoto. Quante volte ci domandiamo: “ma che cavolo mai avrà visto”?
Eppure qualcosa ha visto, non un puntino di polvere, non una zanzara, ma ha visto. Ed ora, fissamente, “contempla”.

Quanto sopra dovrebbe bastare per capire che il gatto non è un animale come gli altri; è in grado di trasmettere, recepire, restiture, amplificare aspetti della realtà normalmente poco accessibili. Ovviamente anche fra loro esiste una gerarchia di potenzialità, diciamo di “carismi”. Ma alcuni, ne hanno di particolari, ”gattescamente incredibili".

La storia zen di Gigia
“Gigia gigia la gatta grigia” (lo so il nome è un po’ lungo ma lei rispondeva solo se uno la chiamava così) era una certosina bellissima che si fece strategicamente adottare quando era incinta di pochi giorni. Nessuno lo aveva capito ma lei, ovviamente, era ben consapevole delle conseguenze dei suoi “thyasos dionisiaci” a base di sesso ed eccessi con i satireschi gattacci del quartiere; e allora decise che era meglio effettuare una “occupazione concordata” di una casa con gli umani (che in genere hanno buonissime cose da mangiare) piuttosto che seguitare a girovagare in periferia a caccia di topi e lucertole per i suoi prossimi cuccioli.
Per cui prese l’abitudine di sedersi davanti ai portoni delle case del suo quartiere, aspettando che qualcuno la invitasse ad entrare, miagolando con discrezione ed eleganza. Quando si accorse di me puntò ovviamente sulla mia vulnerabilità verso i felidi,... e mi fregò subito. E già in questo si manifestò il suo prodigioso intuito mercuriale. Alchimia... felide.
Era affettuosissima: gatto da scrivania più che da poltrona. Giocavamo con la palla (che riportava regolarmente), acchiapparella, ma essendo un gatto d’ascendenza monastica, mi seguiva regolarmente durante le mie pratiche ed esercizi spirituali. Sedeva vicino a me. Io chiudevo gli occhi, lei li chiudeva, io li aprivo, lei li apriva. Perfetta e silenziosa e micidiale.
Mi chiamava la mattina presto, precisa come una sveglia, ed aveva l’abitudine di prendermi delicatamente la mano con i denti. Poi ci infilava la testa dentro come fosse un cuscino e ... ci si addormentava. Ed io non avevo più il coraggio di muovermi e, dopo un po’ di tempo, mi trovavo con la mano anchilosata e formicolante.
Ma se provavo a muoverla, lei la riprendeva delicatamente con i denti, e ci si rimetteva sopra. Dopo due mesi capii che mancava poco al parto. Trovai una scatola di cartoni, ci misi i giornali e tutto il resto e la disposi sotto un tavolo vicino alla cucina.
Due giorni dopo vidi, per la prima volta, un parto felino di 4 meravigliosi gatti grigi. Come si fa a dire che il parto di un gatto può essere “elegante”? Beh, il suo lo fu.
Tutti coloro che hanno avuto dei gatti sanno benissimo cosa è capace di fare una gatta per proteggere e curare i suoi piccoli. Madri con uteri in affitto, con sperma in provetta ecc., dovreste vedere e studiare cosa è la consecutio temporum caratteristica di un parto secondo la natura felina.
Dopo qualche settimana, la soddisfazione che si prova nel vedere un gruppo di banditi, altrimenti detti cuccioli di gatto, intenti a scalare i pantaloni degli umani e qualsiasi altro oggetto dove sia possibile infilare le unghie.
Quì si impara l’accettazione e... il distacco dai propri averi, sia secondo i crismi del buddismo mahayana ma anche secondo quello dell’Anonimo Francofortese. Si capisce perfettamente che non si può impedire ad un gatto di farsi le unghie sulle poltrone o di espropriare la tua parte di letto ma si può ammirare da vicino come nascono il coraggio, la disciplina, la prudenza, insomma tutte le virtù feline nell’animo di un gatto.
Ho conosciuto tante scuole tradizionali ma l’insegnamento e le pratiche trasmesse da gatto adulto a cucciolo sono più interessanti di quelle cavalleresche...da fratello a fratello.

Gigia veniva a volte al mare con me. Si sedeva sulla battigia, preoccupata, e a volte si bagnava le zampe mentre io mi tuffavo in acqua. Aspettava che quel cretino di umano uscisse gocciolante dall’acqua (aveva una espressione di disgusto abbastanza esplicita) e poi faceva una passeggiata con me lungo la spiaggia, lasciando i bagnanti a bocca aperta che, da lontano, la prendevano per un piccolo cane e poi non credevano ai loro occhi vedendola mentre mi saltava tra i piedi e sedendosi davanti ad ogni bambino che incontrava (e che restava ovviamente ipnotizzato).
Infine tornavamo a casa. Lei si avventava sui cani che mi si avvicinavano troppo; gli altri li tollerava benevolmente e, come ogni gatto che si rispetti, aveva ovviamente anche l’abitudine di cacciare i topi, i gechi, le lucertole e anche dei serpenti di campagna che, ahimé, mi portava in casa per mostrarmi quanto era abile.
Sottopose il cane del vicino ad una tortura atroce, salendo sul ramo di un albero a due metri di altezza. Il cane saltava come meglio poteva per prenderle la coda; ma non arrivava a più di un metro e ottanta. Gli mancavano 20 maledettissimi centimetri. E lei dondolava la coda a pochi centimetri dal muso del cane (secondo me, sorridendo sotto i baffi), facendolo precipitare in crisi schizofreniche e abbaiare furiosamente. Un giorno il vicino venne a pregarmi di toglierla da li perché dopo essersi divertito anche lui non poteva più tollerare la frustrazione del suo cane. Io la portai via ma poi dovetti andarla a riprendere molte altre volte perché aveva scoperto questo gioco bellissimo e non voleva rinunciarci.
Ma dava il massimo di se stessa quando mi si sedeva in braccio o, più spesso, stazionava sulla mia scrivania mentre lavoravo. Si arrotolava e mi guardava fisso negli occhi. Ogni tanto avvicinava il suo naso al mio senza smettere di guardarmi. E stavamo così a lungo. Io scrutando dentro i suoi occhi gialli e riposando la mente dietro il suo ron-ron ogni volta che decidevo (e mi accadeva spesso) di smettere di lavorare.
Questa era la Gigia.... meditante.
Un giorno ci furono dei problemi in famiglia e dovemmo cambiare casa. Lei ne risentì moltissimo e iniziò a fare pipì per terra, ovunque capitasse. Restavo a volte delle intere giornate fuori casa e al mio ritorno l’odore era insopportabile. Resistetti per mesi: le parlavo, interrogavo medici, provavo terapie di ogni genere: niente da fare.
Dopo molto tempo e veramente mortificato e affranto dall’idea di interrompere la convivenza, decisi di affidarla ad una cara amica con una piccola casa e un piccolo giardino. Purtroppo, dopo qualche tempo, anche lei si stancò di lavare per terra quattro volte al giorno; disperato andai a riprenderla e passai altri giorni con lei, ma la situazione peggiorava. Lei stava apparentemente benissimo e mi guardava in modo interrogativo, aggirandosi tra i piccoli suoi laghi che spargeva per casa. Infine la affidai a dei conoscenti che avevano un grande terreno in campagna, dove il problema “idraulico” sarebbe stato meno grave. Ma lei, per protesta, entrava in casa di soppiatto, proprio solo per fare i suoi bisogni idrici. Forse era un modo per dire a tutti che questo mondo è ormai un cesso? Bah, forse aveva ragione.
Una sera mi avvisarono che anche loro non la volevano più e che l’avrebbero mandata via.
Io, ovviamente, corsi a riprendermela.
Scena: E’ notte. Io entro in un grande cortile buio. Vedo solo una luce fioca uscire da una finestra a 50 metri di distanza. Si apre una porticina e vedo la sagoma di un gatto grigio contro luce, seduto sulla soglia che, non appena mi scorge inizia a correre come un fulmine, saltando verso di me che nel frattempo ero caduto in ginocchio commosso: mi si getta al collo e, lo giuro, mi abbraccia (o mi azzampa? come si dice di un gatto che ti mette le zampe intorno al collo?) strofinando il suo muso contro le mie orecchie e ronfando come solo un gatto felice può fare. Io inizio a piangere come una fontana (e la stessa cosa fanno tutti gli altri umani presenti nel cortile) e ovviamente le dico che non l’avrei più lasciata più, a rischio di farmi inondare casa.
Ma la cosa non andò così ed era più complicata del previsto. Io ero quasi sempre fuori casa e Gigia diventò una fontana, un fiume in piena. Altri veterinari, medicine...nulla.
E così, piangendo di nuovo e sentendomi un aguzzino, la portai in una campagna da altri amici amanti dei gatti, che avevano topi e serpenti da cacciare e un ampio terreno... da irrigare. Ci rimase per molto tempo e, da quanto mi dissero era felice. Io ovviamente non ebbi più la forza di farmi vedere e non riuscii a levarmi il senso di colpa... che ho ancora, e la rabbia per non aver saputo gestira la mia vita professionale con la malattia di questo gatto speciale. Come alibi mi raccontai che forse questa era la vita che ad un certo punto aveva scelto: era forse il suo modo per dirmi che nonostante il collegamento quasi “metafisico” che c’era fra noi, lei voleva tornare ad essere una cacciatrice, come erano stati sicuramente i suoi avi tra le mura e i giardini dei conventi
Un giorno mi dissero che, durante un inseguimento spericolato di un topo era finita sotto un treno. E io non volli più avere gatti per diversi anni: la sognai molte volte e anche se chi mi legge è libero di non crederci, posso assicurare che, nel sogno, mi raccontò un sacco di storie feline e mi spiegò cose che noi umani neanche possiamo immaginare. Dopo molto tempo me ne regalarono una, quasi identica, che visse con me per 16 anni; sembrava quasi...una reincarnazione della precedente e compare in foto.

992 gatto4Cosa ricaviamo da questa storia
Questa storia non vuol essere una esegesi romantica del gatto. Se l’ho raccontata è perché forse contiene, a mio avviso qualche riferimento filosofico che può interessare sia gli amanti dei felini sia coloro che non li apprezzano.
Ci sono alcuni elementi, in particolare, che vorrei mettere in evidenza:
Il primo è il coraggio e lo sprezzo del pericolo da “samurai”. Il gatto va a “provocare” deliberatamente il cane. Un aspetto ludico, se vogliamo, ma nel quale non è affatto assente la consapevolezza del rischio, del dolore, della morte. Ma l’azione per l’azione è talmente bella (far penzolare la coda da un ramo per osservare l’agitazione del mondo (il cane che si agita senza sosta) da giustificarla.
La condivisione del silenzio sopra la scrivania, dove ovviamente la collaborazione si limita all’osservazione, alla vicinanza, all’”esserci”. Presenza fisica ma non solo. C’è anche scambio, attenzione. Io la chiamerei una “collusione cardiaca”, perché lo sguardo è pieno di affetto, di osservazione del particolare, di induzione al silenzio.
La consapevolezza che l’umano è diverso ma spesso è in grado di accogliere e comprendere; e il contatto fisico con la mano, la stessa che l’accarezza, diventa condivisione totale, fiducia nel disporre la propria testa dentro questa mano.
La riconoscenza: oppure l’amore, vogliamo chiamarlo così? La corsa lungo il cortile e la vicinanza, la richiesta di protezione ed aiuto a chi ce l’ha data, la gioia nel riconoscere e ritrovarsi.
Il gioco: sulla spiaggia, la curiosità e l’indagare sulla vita di esseri diversi.

Beh io credo che chi si limita a dire che tutto questo è solo istintualità e non ci vede qualcosa che oserei definire “sacro”, deve indagare meglio sul suo rapporto con ciò che rappresenta la Vita, la Morte e la pienezza della natura. Il gatto e con lui buona parte del mondo animale, vive senza bisogno di giustificazioni, senza conoscere i filosofi greci e il teorema di Fermat. E non è detto che questo lo allontani dal contatto col Sublime.
Credo anche che, quando avremo compreso meglio cosa vuol dire fare “le fusa”, avremo anche noi delle idee più chiare su cosa sia il Nirvana.

Commenti  

# ORIETTA 2016-10-27 10:35
Ciao Claudio.
Bel racconto, profondo e tenero e molto personale..
Grazie: è stato una carezza nonostante io abbia come sai un "cuore di cane"
Orietta

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