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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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(da "Ritmi della scienza sacra")

(…) Teniamo presente che “geometrizzare” vuol dire misurare…il mondo, ma “misurare” è filosoficamente un concetto assai difficile. Di per sé è un concetto relativistico, e nasce proprio come tale.

Semiologicamente, misura deriva da censura che, a sua volta, deriva da metior, quindi da un nome greco più arcaico, metis, che ha il senso di saggezza. Secondo S. Agostino la “misura” è ciò che dona a tutte le cose la loro forma, mentre il peso (la massa) trascina tutte le cose verso la stabilità. Per lui, come per molti filosofi di scuola platonica, la misura è il principio di limitatezza e di relatività rispetto all’Assoluto. O meglio, è il modo con cui l’Assoluto definisce la manifestazione.

Se misurare vuol dire, in una qualche maniera, conoscere, dobbiamo cercare di comprendere che cosa si può  conoscere, ammesso che si possa conoscere…qualcosa. Tale assillo del conoscere e del superare l’ignoranza (o la a-vidya per i vedantini), tramite un sistema razionale qualsiasi, avvolge tutta la fisica, la filosofia e, se possibile, anche la metafisica della misura.

Osserviamo che l’Uomo Moderno ha esasperato l’aspetto laico “misurante” della mente, insistendo sempre più nella conoscenza operata per “confronto”, e quindi per misura fra elemento di riferimento (unità di misura) ed elemento da indagare.(…)

“Laicamente” si può misurare qualcosa soltanto se si dispone di un sistema di riferimento riconosciuto (valutabile dalla sensibilità o dalla intelligenza di colui che studia l’oggetto da misurare), che fornisca la “regola” l’unità di misura, utile per confrontare fra loro oggetti “misurabili”.

Ma è proprio su questa parola, “confrontare”, che la scienza della misura non può essere sempre considerata “vera Conoscenza”. Infatti, sia le unità di misura di riferimento, come il sistema di riferimento, come il metodo adottato per misurare, sono relativi ad un particolare e definito numero di elementi: quelli che colui che intende misurare, considera “significativi”. E la storia della scienza ci insegna che gli “elementi significativi” di un periodo storico non lo sono più per il periodo successivo e che, per quanti elementi dell’oggetto riusciamo a sottoporre a misura, la nostra valutazione sarà comunque e sempre parziale e, soprattutto, sarà relativa ad alcuni aspetti dell’oggetto e mai a tutti.

(…) Molte filosofie (soprattutto quelle induiste vedantine ma anche quelle dell’ascesi mistica esicasta) sostengono che la conoscenza e la “misura” sono possibili solo per “identità” (cioè si conosce solo ciò che si è), e stabiliscono che, comunque, è assai difficile essere consapevoli d’essere qualcosa; per cui qualsiasi conoscenza “umana” resta sempre e comunque illusoria o parziale. Altre filosofie, soprattutto quelle cristiane, nelle quali il concetto di Trascendenza assume un ruolo fondamentale nel processo di superamento del dualismo, sostengono invece che si può conoscere e misurare solo attraverso l’Amore (su tale argomento vorremmo rinviare il lettore volenteroso al nostro Intelletto d’Amore).

In questa fase del nostro ragionamento vorremmo osservare che, se accettiamo la limitatezza conoscitiva insita in ogni misura effettuata dall’uomo, possiamo dire anche che la “misura” stessa consente, quanto meno, di entrare in relazione con l’oggetto, di utilizzarlo, di studiarne alcuni aspetti che ci aiuteranno poi nella speculazione e nel confronto.

Ma se isoliamo la singola “misura” e le attribuiamo un “valore in sé” (sistema assai in voga sia presso i tecnologi che presso gli accademici agnostici) finiamo per inseguire l’analisi parziale e perdiamo il valore della sintesi; finiamo per allontanarci sempre più dal “significato” di quel sasso nell’ambiente che lo ospita, per inseguire sempre più il “nostro scopo”…e non quello del sasso.

(…) Tale processo incessante, che impone alla mente di “confrontare” in continuazione le informazioni provenienti dall’interno e dall’esterno, è il metodo con il quale l’Uomo decaduto riesce a sopravvivere nel mondo.  In fondo, la famosa conoscenza “del bene e del male” insita in quella benedetta mela paradisiaca, ha costretto l’Uomo nella prigione “relativistica”; non essendo più a contatto con Dio, l’Artefice che rende inutile ogni confronto, l’Uomo perde la “misura assoluta” delle cose, e ha bisogno della “misura per confronto”. Da quel momento in poi è costretto continuamente a valutare, a pesare, ciò che è e ciò che fa. Precipita nel tempo e nello spazio, diventa vittima del passato e del futuro, e per lui diventa quasi impossibile la percezione del presente.

Egli non è più l’Adam del Genesi, che emana la “realtà” e dà il “nome” alle cose. L’Uomo decaduto diviene vittima della “quantità”.

(…) L’Uomo, infatti, ha quasi completamente perduto l’interesse (o forse la speranza) di conoscere per identità, ma resta confinato in una conoscenza solo per confronto. La memoria, decaduta da contemplazione a ricordo ci rende schiavi dell’esperienza in quanto, solo attraverso il confronto continuo con il ricordo delle esperienze pregresse, riusciamo a sopravvivere. (…)

Ritmi della Scienza Sacra, di Claudio Lanzi

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