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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Il MISTERO DELLE ORIGINI NELLA PALEONTOLOGIA UMANA

di Mario Giannitrapani

Ab ovo usque ad mala (Orazio, Satire, I,3)

Ogni disamina del nostro passato biologico quale storia naturale dell'uomo, ha spesso bisogno, per una più congrua comprensione, anche di una ricostruzione paleogeografica quale insieme di dati paleobotanici, archeofaunistici, cronostratigrafici e geoarcheologici. Alla luce poi dei più recenti orientamenti della paleoantropologia, non è certo da sottovalutare il grande peso delle nuove scoperte della biologia molecolare e della genetica delle popolazioni.

 Si preferisce però qui presentare un quadro "classico", per così dire, della «paleontologia umana»: ossia si restringe l'indagine, per economia di spazio e facilità di lettura, alle principali "morfologie" cranico-scheletriche delle diverse sottofamiglie biologiche, fossili e viventi, consapevoli che la «morfologia» non è solo "forma", o "dimensioni e proporzioni" fra le singole parti, ma, soprattutto, indagine profonda sulle fisionomie spirituali che «pre-esistono» e si «manifestano» appunto – la preesistenza dei modelli di sviluppo di C.H. Waddington - attraverso quella specifica «forma», lo spazio paleogenetico di R. Thom. Infatti, l'idea "ancestrale" che gli antichi ebbero delle nostre origini fu, molto probabilmente, una «percezione» umbràtile, misteriosa ed occulta, quasi l'«aurora» di un'ignota notte: un retaggio aureo che nella manifestazione fisica e fenomenica dell'io, ebbe appunto l'inizio della sua «fine», il suo «tramonto».

altDiversamente, l'idea "scientifica" che i moderni hanno elaborato delle nostre origini, è appunto una «visione» diurna, tutt'al più crepuscolare, di un paesaggio che si è incapaci, o non si vuole, osservare di notte; si preferisce "vedere" solo ciò che i soli raggi solari illuminano, un'apparente chiarezza, e non soffermarsi sulle maestose espressioni misteriose che l’oscurità avvolge e, allo stesso tempo, dischiude. 

La Paleoantropologia pertanto, non è neanche "una scienza hard, classica o popperiana": ossia nessun esperimento, come noto, può replicare la presunta "ominazione" né, tantomeno, la "verificabilità" dell'ipotetica "evoluzione può trovarsi nei resti fossili", come osservato giustamente dall'antropologo A. Salza. Quest'ultimo studioso afferma infatti che "l'umanità non ha origini, in quanto risultato di un processo che parte con la formazione dell'universo […]"; come per l'universo quindi, al momento del Big Bang, le condizioni iniziali al «contorno» dell'umanità non hanno un «bordo», proprio come la superficie della terra non ha un «contorno» al Polo Nord.

M. Landau 1) asserisce inoltre che molte interpretazioni, spesso patetiche, dell'evoluzione umana, assumono appunto la forma della "favola": un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe), una fatina (la teoria darwiniana), un talismano (la stazione eretta o l'encefalizzazione) ed un lieto fine (Homo sapiens, noi)…

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