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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Cominciamo ponendoci una domanda: perché parlare oggi, nel 2008, di un argomento come il Calendario romano, vecchio di quasi tremila anni? Stiamo facendo un’operazione di archeologia o di filologia, dotta ma di per sé scarsamente utile ai fini pratici? O possiamo trarre da questo argomento qualche insegnamento utile per la nostra vita?

Soffermiamoci a pensare proprio al 2008: siamo nell’epoca della tecnologia e dell’hi-tech, nella nostra civiltà il calcolo del tempo è basato su di un sistema di particelle atomiche e si misura con orologi digitali che danno in forma numerica l’ora, i minuti, i secondi. Ecco, proprio questo è il problema: ora, minuti e secondi sono falsi, sono stati creati come scala numerica in base sessanta e suoi sottomultipli: sessanta secondi fanno un minuto, sessanta minuti fanno un’ora, ventiquattro ore fanno un giorno. E nulla hanno a che vedere con il tempo reale scandito dai ritmi naturali del Sole e della Luna.
Sono tutti minuti ed ore eguali, nulla li rende differenti l’uno dall’altro, sono numeri privi di una loro specificità ed individualità. Esattamente come gli esseri umani di oggi sono tutti eguali e, in fondo, indistinguibili gli uni dagli altri: metà della vita passata al lavoro, l’altra metà davanti alla televisione seguendo programmi scelti da altri, tempo libero che è in realtà tempo perso.
Costretti a vivere la vita incasellata e preorganizzata imposta da questa società, non abbiamo il tempo, è il caso di dirlo, di alzare gli occhi al cielo per vedere lo scorrere dei giorni. A che pro? tutti i giorni sono eguali.

Invece per i popoli antichi ogni giorno era differente e il calendario era costruito anno per anno osservando il cielo, la mutazione delle fasi della Luna che segnano il trascorrere dei mesi e il movimento del Sole che dà la lunghezza dei giorni.
Gli antichi sapevano alzare gli occhi al cielo. Alzare gli occhi al cielo vuol dire detergersi lo sguardo dal fumo delle fabbriche e dallo smog delle auto e guardando nello spazio immenso della volta celeste guardare anche dentro di sé.

Perché questo è l’insegnamento che ci dà il Calendario antico: l’uomo è una cosa sola con la natura che lo circonda, non ne è il padrone assoluto, il devastatore che dall’epoca dell’Era Industriale sta distruggendo, inquinando, sconvolgendo l’habitat che è fonte di vita per noi come per tutto il mondo animale e vegetale.
Se l’uomo è parte integrale della natura, allora la rispetta e non la sfrutta, senza bisogno di leggi che proteggono l’ambiente e del protocollo di Kyoto. Se l’uomo è parte della natura, la sua crescita sarà armonica e non squilibrata, non avrà bisogno di alcool e droga per sentirsi vivo ma la sua ragione di vita sarà nel dare compiutezza all‘opera creata.

altEcco il fondamentale insegnamento del Calendario: imparare a conoscere l’armonia dei ritmi celesti perché questi ritmi possano essere portati dentro di noi, creando quella calma interiore che è il primo passo per conoscere veramente sè stessi, senza bisogno dello psicanalista e degli ansiolitici, il primo passo per una crescita interiore che conduca verso l’intuizione delle meravigliose possibilità che il corpo, la mente e lo spirito, riuniti in un solo fascio, possono trasformare in realtà.
Così sarà possibile assaporare nel ritmo del trascorrere del tempo quella musica degli astri di cui parlavano gli antichi, che avevano orecchie libere dal frastuono delle città di oggi.
Questo ritmo lo troviamo espresso nella sapienza con cui i Romani costruirono il loro Calendario: la civiltà di Roma seppe creare quello che era al tempo stesso uno strumento pratico per l’uso di tutti i giorni ma anche un’espressione intellettuale e spirituale dello sviluppo del singolo individuo come vir e come mulier e dell’intera societas come unione dei cittadini nel duplice aspetto sociale delle Curiae e militare delle Legiones.

Il primo Calendario romano era un calendario di dieci mesi per un totale di 294 giorni pari a dieci mesi lunari sinodici, di esso ne sappiamo poco o niente e non abbiamo idea di come venisse riempito lo spazio tra questi 294 giorni ed i 365 giorni del ciclo solare, l’unico che consenta di rispettare il ciclo naturale delle stagioni. Dall’inizio dell’VIII secolo a.C. il calendario venne portato a dodici mesi per un totale di 364 giorni: con Giulio Cesare si avrà l’aggiustamento quasi definitivo a 365 giorni, perfezionato nel XVI secolo da papa Gregorio XIII.
Quello che a noi interessa è il Calendario di 364 giorni in dodici mesi, attribuito a Numa Pompilio, anche se oggi si ritiene che sia stato invece introdotto dai successivi Re di Roma.
Questi dodici mesi seguivano ciascuno il ritmo della Luna: iniziavano il giorno in cui compariva la prima falce lunare dopo la Luna Nuova , avevano un punto intermedio dopo sette, otto o nove giorni con la comparsa del Primo quarto della Luna nel giorno chiamato None, mentre il giorno centrale del mese era costituito dalle Idi, il giorno in cui la Luna Piena splendeva luminosa nel cielo, proseguendo nella notte la luce diurna del Sole. I giorni successivi erano i “giorni atri” cioè scuri, perché la Luna andava progressivamente decrescendo fino a scomparire nuovamente.
Ogni mese aveva quindi un suo ritmo, perché la Luna ha un ciclo di 29 giorni e mezzo (mese sinodico) e pertanto ogni ciclo lunare inizia e finisce in date differenti: già questo rendeva ogni mese un mese particolare e differente dagli altri, non tanto per la lunghezza quanto per il cadere delle feste sacre e profane in date che ogni anno potevano essere diverse. In questo modo solo una scienza come quella posseduta dai Pontefici Romani (titolo poi assunto dal Papa cristiano)  era in grado di costruire ogni anno il nuovo Calendario.

Ma il ritmo calendariale era espresso in particolare nella distribuzione dei mesi e delle feste nel corso dell’anno: se dividiamo l’anno in due semestri ed esaminiamo il significato di ogni singola coppia formata dai mesi del primo e del secondo semestre si scopre l’esistenza di una costruzione complessa, di una vera “armonia celeste” su cui il romano basava le sue attività agricole, sociali e rituali (si veda di P. Galiano L’armonia dell’anno, ed. Simmetria, Roma 2007).

E’ necessario premettere un dato particolare proprio al Calendario Romano: esso comprendeva non un solo Capodanno ma quattro “inizi di anno”, così come anche i giorni di fine anno, analoghi al nostro 31 dicembre, erano due e non uno solo (il che farà molto piacere a quelli che amano i veglioni di San Silvestro).
Gli “inizi di anno” sono quattro perché il mese iniziale di ciascun semestre, rispettivamente Marzo e Settembre, costituiva il “capodanno civile” ma era preceduto da un “capodanno religioso” in Gennaio e Luglio, a loro volta separati dall’inizio dell’anno civile da una fase di preparazione e di purificazione nei mesi di Febbraio ed Agosto. A questa zona temporale di inizio fa seguito la attualizzazione nella realtà sociale e individuale delle premesse poste nei mesi precedenti: in Ottobre divengono cittadini di Roma coloro che erano stati concepiti in Aprile, mentre Maggio con i suoi maiores, gli Antenati divinizzati delle famiglie gentilizie, si contrappone a Novembre, il mese della plebe senza Antenati e quindi priva di maiores.
Infine i due mesi conclusivi: in Giugno si conclude il semestre religioso con la celebrazione della Dea del Focolare Vesta, nel cui tempio erano conservati i pignora Urbis, e in Dicembre termina il semestre civile con la celebrazione dei Saturnalia dedicati al Dio dell’Età dell’Oro, Saturno.

altEsaminiamo più in particolare il rapporto tra queste coppie di mesi.

Gennaio e Luglio costituiscono la coppia di “inizio dell’anno religioso”, precedenti ambedue di due mesi l’inizio “civile”; in Gennaio è Janus che dal periodo di vuoto sacrale seguente i Larentalia, ultima celebrazione dell’anno che finisce, pone le premesse perché un nuovo anno possa venire all'esistenza, a Luglio è invece la distruzione fisica di Roma per opera dei Galli che mette in forse l’esistenza stessa dello Stato, per cui la crisi viene superata con la rifondazione di Roma e la celebrazione della Vittoria degli Equites romani guidati da Castor e Pollux nella battaglia del lago Regillo con il rito della Transvectio Equitum.
Per tale ragione presiedono a questi mesi due divinità temibili: Janus, il Dio dal duplice volto che presiede ai passaggi, il guardiano della soglia, e Juno Caprotina, armata di lancia e ornata di serpenti, terribile come un esercito schierato in battaglia.

La potenza evocata in Gennaio e in Luglio necessita di una fase di maturazione e di preparazione per potersi manifestare sul piano fisico con Marzo e Settembre: questa fase è costituita dai mesi di Febbraio ed Agosto.
Nel primo prevale la purificazione rituale della città, dei cittadini, dei loro possedimenti per opera di Fauno Silvano, Dio dei primordi, con il rito dei Lupercali, nel secondo si evocano Ercole e Diana, le più antiche divinità di regalità, potere e vittoria, categorie che troveranno la massima espressione nel mese successivo con la celebrazione di Iuppiter come Optimus e Maximus, il Dio che è al di sopra di tutti.

Marzo e Settembre sono, come si è detto, l’”inizio dell’anno civile” : sul piano sociale, Marzo costituisce l’inizio delle attività militari, ed è quindi preceduto dall’iniziazione degli adolescenti ai Lupercalia di Febbraio; con Settembre si giunge al termine del periodo della guerra, celebrato con la festa della Equorum Probatio, la parata degli Equites vittoriosi.
Sul piano rituale, l’inizio è segnato in Marzo dalla riaccensione del Fuoco di Vesta, cui corrisponde in Settembre il rito del Clavus Annalis.

In Aprile e Ottobre i principii evocati dall’alto si dispiegano nel piano orizzontale dell’esistente: Aprile è connesso con l’aspetto naturale e femminile della società, concepimento e parto, ma anche licenziosità; Ottobre si collega invece al piano sociale e maschile, con il passaggio dei giovani nel ruolo di cives e l’ordinamento dei cives come quirites, cioè uomini riuniti nelle Curie, fondamento dell’organizzazione civile della Roma arcaica e monarchica.
Il rapporto tra i due mesi è sottolineato dal rito sacrificale di un cavallo detto October Equus, il cui sangue sarà usato in Aprile per la preparazione da parte delle Vestali del suffimen, composto utilizzato per la purificazione degli armenti e dei campi nel giorno natale di Roma.

Maggio e Novembre rappresentano due mesi critici, in cui è necessario tenere a bada i nemici di Roma, siano essi le larve dei Lemures e gli spiriti dei non-romani cacciati dalla terra ora posseduta dai Romani, nemici che devono essere neutralizzati con i riti prescritti nel mese di Maggio, oppure la plebe, anch’essa situata al di fuori dello Stato, la quale è tenuta fuori della condizione di cives e che per ora è ammessa ad imitare in Novembre, sotto la direzione degli Edili plebei, le sacre celebrazioni dei Patrizi che in Settembre onorano il padre Iuppiter.

In fine Giugno e Dicembre, ambedue mesi di “fine anno”, concludono i due semestri sempre in linea con il carattere maggiormente sacrale e naturale del primo e prevalentemente civile e sociale del secondo.
Giugno è il mese della iunctio, dell’unione armonica che è matrimonio tra individui ma anche patto tra i popoli, premessa a nuova generazione e nuovo ampliamento del potere di Roma, unione protetta dagli Dèi custodi del patto. Dicembre è il mese in cui l’uomo si prepara a superare la notte oscura dell’Inverno in vista della nuova Primavera, e pertanto esso è incentrato sull’armonia tra le componenti dello stato riunite senza ostacoli di grado sociale nella festa dei Saturnalia in onore del Dio dell'Età dell'Oro, archetipo dell'equilibrio tra uomo e uomo e tra uomo e natura.

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