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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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La rivista New Scientist (Il codice dell’età della pietra. Come non ci eravamo accorti dell’origine della scrittura, 20 febbraio 2010) ha recentemente dedicato la propria copertina a una rivoluzionaria scoperta: i dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche erano accompagnati da un codice ricorrente di segni, 25.000 anni prima delle più antiche testimonianze alfabetiche. Le due implicazioni più immediate degli studi di Jean Clottes, già direttore delle ricerche a Chauvet, e del grande database di petroglifi francesi datati tra i 35.0000 e i 10.000 anni da oggi, realizzato da Genevieve von Petzinger e April Nowell dell’Università di Victoria (Canada), sono formidabili. Innanzitutto, l’esistenza di una codificazione astratta nel Paleolitico superiore (i segni hanno tra i 13.000 e i 30.000 anni), tradizionalmente ritenuto “muto” se non per i grandi affreschi a soggetto animale come Altamira o Lascaux, o per incisioni anamorfiche (calendariali?) su manufatti. Ma poi la sbalorditiva diffusione del medesimo insieme di segni in tutto il mondo, che ad alcuni, come al prof. Iain Davidson dell’Università del New England, fa pensare all’improvvisa “emersione”, circa 40.000 anni fa, di una trasformazione cognitiva strutturale nella razza umana.

Più che a una scoperta – come spesso avviene nella scienza – siamo di fronte a una riscoperta. Le studiose che hanno confrontato i 26-29 segni ricorrenti sulle pareti di antiche grotte australiane, asiatiche, europee, americane ed africane, ammettono che l’attenzione verso le grandiose pitture a soggetto animale e venatorio avrebbe “distratto” i ricercatori precedenti dal riconoscere l’importanza dei piccoli e costanti segni che le accompagnavano.

Eppure anche i dipinti preistorici erano stati ignorati dalla comunità scientifica, allorquando Marcelino Sanz Sautola li segnalò per la prima volta nel 1879 (la scoperta in realtà si deve alla figlia seienne dell’archeologo, così intento a cercare professionalmente reperti sul pavimento da non levare gli occhi verso l’alto). Troppo belli e ben fatti, non corroboravano l’idea standard dei “cavernicoli bestiali”, e furono ritenuti inautentici dagli accademici per almeno un ventennio. Solo pochi anni fa, infine, si è giunti a riconoscere che le splendide pareti sono composizioni collettive, perfezionate in un impressionante lasso di tempo (almeno 20.000 anni) dal lavoro di centinaia di generazioni che, con una costanza oggi al limite del comprensibile, tornavano a ricolorare e a modificare periodicamente dettagli e posizioni degli affreschi.

Ma quella della “scrittura” paleolitica è una riscoperta anche in senso proprio. Tra il 2000 e il 2002 collaborai con il prof. Giuseppe Sermonti a un affascinante studio sulle origini dell’alfabeto della grande famiglia semitica, che comprende lo abc latino, quello greco, etrusco, fenicio, su fino all’alba della nostra scrittura fonetica, il proto-sinaitico. Destando qualche perplessità, presentammo allora alla Società Italiana di Archeoastromia e su diverse riviste una spiegazione astrale dell’origine dell’alfabeto, già ipotizzata da Alessandro Bausani nel 1978. L’ordinamento e la forma delle lettere alfabetiche ricalca sostanzialmente lo snocciolarsi e i disegni celesti degli asterismi, indicati dai passaggi della luna nelle costellazioni (mansioni lunari). La ricerca, suffragata da elementi impressionanti di storia comparata delle mitologie, condusse il prof. Sermonti a datare al Paleolitico sia le costellazioni, sia quelle che riconobbe come proto-lettere: segni ricorrenti raffigurati in corrispondenza delle grandi pitture primitive, il cui vero soggetto, vestito da tori e cavalli, era il cielo, e i giri delle sue stelle nel pascolo dell’eternità. La mandria delle costellazioni si sposta con la precessione degli equinozi, tornando al suo punto di partenza ogni 26.000 anni. Le generazioni dei pittori delle grotte tennero dietro loro religiosamente, spostando concordemente le raffigurazioni secolo dopo secolo, in un coro di muggiti stellari e canti umani, dei quali oggi la scienza raccoglie i segni muti come inizio dell’era delle lettere (cfr. G. Sermonti, L’alfabeto scende dalle stelle. Sull’origine della scrittura, Mimesis, Milano 2009).

Bibliografia

  • Alessandro Bausani, “L’alfabeto come calendario arcaico”, Oriens Antiquus, 17 (1978), pp. 131-146
  • Giovanni Garbini, “All’origine dell’alfabeto”, in E. Acquaro e D. Ferrari, Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture, Lumièrese Internationales, Lugano, 2008, pp. 11-23
  • Giovanni Pettinato, La scrittura celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia, Milano, Mondadori, 1998
  • Kate Ravilious, “Messages from the Stone Age”, New Scientist, 205 (2010) 2748, pp. 30-34
  • Stefano Serafini, “La scrittura celeste: nell’alfabeto un’antica testimonianza archeoastronomica?”, Rivista Italiana di Archeoastronomia, 2 (2004), pp. 95-105
  • Giuseppe Sermonti, “Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico”, Giornale di Astronomia, 20 (1994) 3, pp. 4-8
  • Giuseppe Sermonti, Il mito della Grande Madre. Dalle amigdale a Çatal Hüyük, Mimesis, Milano, 2002

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Il “codice” e la sua diffusione (da New Scientist)

Sotto: raffronti tra incisioni preistoriche e fenomeni celesti (da Sermonti, “Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico”)

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