Queste note sono tratte da una conferenza tenuta il giorno 24 Febbraio 2011 al Centro Russia Ecumenica di Borgo Pio all’interno di un corso dal titolo “Come ci parla”. Di tale incontro abbiamo riportato anche un breve estratto video.

 
Parlare della natura delle parole e del linguaggio…parlandone, è un po’ un controsenso. E’ come chiedere all’oste se il vino è buono. Si rischia ovviamente di essere autoreferenti, e poiché si chiede alle parole di giustificare la loro esistenza attraverso se stesse, si può andare incontro ad un assurdo logico.
Si può però tentare di risalire al senso e al suono di ciò che diciamo, abbandonando schemi mentali precostituiti e soprattutto, cercando di superare la potente spinta della ragione che ci porterebbe cartesianamente ad accettare l’esistenza soltanto di ciò che viene pensato e individuato attraverso le parole e la logica ad esse collegata.
Evitare tali briglie non è affatto semplice in quanto il mezzo usato per l’indagine è il medesimo (la parola) di cui cerchiamo di scoprire il significato. Forse riusciremo a non affogare nel sofisma, e a non farci spaventare dal limite stesso del mezzo (appunto la parola) con il quale tentiamo di risalire alla fonte della parola, del simbolo e del numero, soltanto se accettiamo il limite della parola stessa. Il linguaggio infatti, può essere considerato come un enorme sub-insieme indefinito, vivente nei confini delle sue frequenze, delle sue articolazioni, ma recintato dalla logica umana, dalla ragione umana, dal pensiero umano. Alcuni pretendono che tale spazio non abbia confini, ma proprio perché lo strumento d’indagine coesiste con l’oggetto indagato, e facile che sorga la presunzione di chi confonde il mezzo con il fine (o se ci piace di più…il dito con la luna). Ancora peggio, forse, si trovano coloro che, materialisticamente, non riuscendo a concepire qualcosa che possa superare la grandiosità del pensiero e del linguaggio ad esso collegato, non accettano l’esistenza di una trascendenza in base al principio: “non la vedo, non la so pensare, non so come parlarne… quindi non c’è”.
Parola, per lo meno nella lingua italiana, deriva da paraula, termine tardo latino che a sua volta significa parabola. Quindi la parola è già di per sé un simbolo o, quanto meno, una struttura simbolica il cui vero senso richiede un’omologia, una parabola appunto, che colleghi un significato superficiale (quello espresso dalla successione di fonemi articolati atti ad indicare gli oggetti con un suono condivisibile dagli altri) ad uno più profondo e meno visibile, riposto nei meandri della coscienza.
 
C’è da notare che anche il modo e la formula con cui, nella geometria analitica e nell’analisi matematica, si rappresenta la parabola, è caratterizzato da un’equazione che tiene conto di un punto avente determinate coordinate, se ne allontana fino a raggiungere un vertice, e poi ritorna ad un livello con la medesima ordinata ma con ascissa diversa, ad indicare proprio che si è passati da un luogo assai lontano per ritornare verso l’origine ma con una prospettiva completamente diversa da quella di partenza.
Se limitiamo ovviamente il significato di parola alla nostra attività logorroica, con cui definiamo le cose attraverso fonemi in continua evoluzione e modifica, sulla base del tempo, della lingua, della storia ecc., ne conteniamo molto il senso.
In realtà, sia nella lingua italiana che latina, esistono altri due termini importantissimi, collegati per molti versi alla parola. Essi sono Verbo e Logo. Logo da Logos è sia discorso che ragione. La radice è la medesima di logica, il che vuol dire che l’attività discorsiva e quella razionale (qualunque sia la ragione a cui si allude) vengono confrontate se non equiparate nelle radici semiologiche di questo termine. Verbo, invece, che ha una radice indo-iranica in wer (da cui anche il tedesco Wort) seguita ad essere equiparato, impropriamente alla parola discorsiva. In realtà nella radice di Verbum si intende la “parola che indica”cioè che da il senso, e la durata temporale alle cose. In tal senso il Verbo indica l’ingresso del Tempo nella manifestazione.
Sotto questa luce, nella tradizione cristiana, sia il Genesi che il Vangelo di Giovanni mettono il Verbo al principio del processo cosmogonico.
Come sappiamo, in quasi tutte le cosmogonie, all’inizio c’è un suono primordiale una vibrazione, non definibile altrimenti, che rappresenta il mezzo attraverso il quale dall’Immanifesto “incommensurabile” si passa al manifesto; e ciò avviene attraverso l’esercizio di una Volontà Assoluta nell’arco delle infinite Possibilità del Creatore, o anche di un atto d’Amore, attraverso il quale nasce la Vita (che per alcune tradizioni è un fenomeno transitorio ed illusorio, per altri è espressione metastorica dell’ingresso dello Spazio e del Tempo nell’Universo (v. Ritmi e Riti). Quanto questo Suono sia assimilabile al Logo, al Verbo, o alla Parola, è un raffinato problema filologico, e a volte teologico che spesso ha aperto sottilissime diatribe… tra filoni di una stessa religione (quando la teologia diventa per l’appunto…logia del théos).
 
Questo suono misterioso, ineffabile,è inudibile da orecchie umane. Noi lo chiamiamo suono ma in realtà, se lo riconducessimo nelle categorie delle cose udibili o pronunciabili, ne organizzeremmo una mortificazione a nostra immagine e somiglianza, cosa che spesso accade quando le religioni si “popolarizzano” e sviluppano sentimenti di natura esclusivamente devozionale o timorosa e superstiziosa nei confronti di una potenza che gradisce sofferenza o sacrificio per non mostrarsi irata. Non così fu ad esempio nell’Egitto faraonico quando il cuore (ib) veniva raffigurato quale vaso con due manici, o orecchie (v. De Rachewiltz o De Lubicz). Cuore come organo in grado di ascoltare quel Verbo di cui andiamo parlando. Per tale ragione, forse, le famose orecchie per intendere a cui si allude così spesso nel Nuovo Testamento, non sono propriamente quelle attaccate ai lati della testa.
Ben altro suono, dunque, è quello che deleghiamo al linguaggio, alla parola, quale sistema per dare un nome alle cose, in una maniera condivisibile con altri esseri della nostra specie. Dal punto di vista metafisico potremmo forse far ascendere la strutturazione di un linguaggio al dono dato primordialmente all’Adam del Paradiso Terrestre. Dono della lingua e dell’articolazione del suono (cioè della musica) che se, da una parte lo collega alla logica, dall’altra lo fa passare dalla conoscenza per “identità”, caratteristica dell’essere contemplante e coincidente col suo Creatore, all’essere dialettico, che distingue attraverso la definizione, una cosa dall’altra, un me da un te, un io dall’altro, e quindi anche un Creatore e una Creatura.
E’ straordinario che a lui e solo a lui viene data la facoltà di nominare. Le cose acquistano forma “definibile” tramite il nome che da loro Adamo. Quindi questa parola primordiale, questo suono primigenio, avvolta nel mistero che precede la caduta è un modo per rendere formali le cose dell’universo edenico per avvolgere le cose di una specie di “seconda” creazione”: quella data dal Nome che ne consente la distinzione e la discriminazione.
Ovviamente tale Nome è un nome suonato, un nome cantato o…in-cantato, un nome che assimila la vibrazione acustica a qualsiasi altro possibile archetipo vibratorio. Anche la fisica moderna fa di tale mondo vibratorio e elettromagnetico il principio aggregante della materia. Suono, dunque come reale Prima Materia alchemica.
Ovviamente l’uomo precipitato nella dialettica, nel dualismo, e nella conoscenza del bene e del male, l’uomo attuale, insomma, ha invece, ed ovviamente, una parola assai distante da quella edenica. Potremmo dire, in linea con le dottrine ermetiche rinascimentali, che tale parola si è sempre più coagulata nel linguaggio amorfo, sillogistico, logico. Gli aedi, ultimi esponenti di un linguaggio decaduto, ma ancora cantato, hanno smesso di cantare (perbacco, ci vuole troppo tempo). Il corpo è diventato sempre più pesante ed ha smesso di avere quelle risonanze proprie di una materia che riconosce se stessa nella propria energia e nel proprio suono.
Eppure il linguaggio, attraverso il quale si articolano i nomi delle cose terrene, costituisce sempre e ancora un’omologia rispetto a quello spirituale del mondo celeste.
 
Forse un paragone più esplicito, anche se attraverso la parabola, è quello che si rifà al famoso linguaggio degli uccelli che nelle agiografie di Francesco ma anche di altri, ricorda l’esistenza di suoni celesti, assai diversi, per natura e sostanza, da quelli normalmente percepibili.
Nel processo evolutivo (o involutivo come pensano alcuni), man mano che l’uomo si separa dall’Origine perde progressivamente le parole di contatto o i suoni celesti, in grado di comunicare con lo Spirito. E così perde la facoltà di ascoltare direttamente, in quanto non ha più…le giuste orecchie.
Anche per questo in molti contesti tradizionali, si da ancora un’enorme importanza alla conservazione delle cosiddette lingue sacre, soprattutto durante le celebrazioni liturgiche. Tali lingue, nella loro vetustà, possiedono una valenza omologica con il divino o con il cosiddetto mondo dei princìpii.
Lo stesso Platone, che più volte si lamenta della intraducibilità dei Principii attraverso il linguaggio, andò in Egitto, e come lui Pitagora, per acquisire, oltre al contatto con i misteri, quella confidenza con la scrittura geroglifica, che, al pari di quella ideogrammatica cinese, più si avvicinava alla parola simbolo del linguaggio degli Dei.
Simbolo che, a nostro avviso, non è affatto qualcosa che sia possibile tradurre attraverso un pensiero e quindi attraverso un discorso: ma è pura mousichè. E’ pura Grazia, vicina alla soglia di Mnemosine la Dea primordiale che scavalca il Tempo. La successiva precipitazione del linguaggio geroglifico nel demotico e poi nell’alfabetico ha ovviamente separato sia la mente che la lingua dal suono primordiale.
Le precipitazione dei fonemi nelle sbrigative lingue moderne ha snaturato gli accenti, la musicalità e il ritmo del rito, e ha ucciso il senso anagogico di ciò che viene detto; e non è più possibile tornare indietro se non si sviluppano diverse orecchie, diversi occhi e, soprattutto, diversa voce.
Per fare un esempio limitato solo all’ultima parte di queste considerazioni, e cioè alla precipitazione dalla lingua sacra alla lingua volgare, basti pensare alla differenza fonetica, simbolica, significante, melodica, ritmica e semantica, che esiste tra il canto di Ite, Missa est, e la dichiarazione andate, la Messa è finita. Potremmo meditare per ore sulle differenze tra tali due memorie del sacro, che sono invece assimilate spesso come equivalenti.
Per questo il simbolo e la parola simbolica, foneticamente e musicalmente ancorati al suono archetipale e cioè alla lingua sacra, diventano gli elementi maggiormente in grado di creare un ponte con l’ineffabile con l’incommensurabile.
Ben venga dunque la comprensione dei significati letterali, tanto invocata nella riforma liturgica del periodo post conciliare della Chiesa Cattolica. Ma teniamo anche presente che, nell’uso corrente, tali traduzioni hanno dato luogo a modifiche, interpretazioni, liberalizzazioni arbitrarie, assai simili a quanto accaduto a suo tempo in area Luterana, che spesso hanno reso il rito totalmente diverso da quello operato nella lingua sacra (e nel caso specifico ci riferiamo ovviamente al Canon Missae). La lettura di quel meraviglioso libro di Luciano Amerio (Iota Unum) potrebbe essere, per chiunque lo desideri, un valido esempio dei rischi che si corrono nell’invadere il campo del rito, soprattutto quando tale invasione si accompagna all’abbandono delle lingue sacre.
 
La preghiera, la meditazione, la contemplazione, sotto questo aspetto, si avvalgono del contatto simbolico con il trascendente e l’uso del ritmo e del suono più arcaico sono sicuramente un mezzo straordinario per consentire l’ingresso alla vera meditazione e alla vera preghiera. Se il monachesimo (celtico, benedettino, esicasta ecc.) ha fatto della liturgia delle ore e della salmodia un fondamento della sua ascesi, ci deve essere una ragione ben precisa.
Ovviamente qualsiasi studio sulle esperienze dei mistici, dei contemplativi, degli asceti di qualsiasi tradizione, ci mostra come la lingua, la lettura, l’esegesi, la liturgia all’interno di determinati Riti, siano soltanto mezzi sacramentali meravigliosi. In realtà lo Spirito (grazie a Dio) soffia dove vuole Lui, e non è la nostra liturgia, più o meno conforme ai Principii che lo condiziona a …soffiare dalla nostra parte. Ma sicuramente il rispetto del suono tradizionale, e della parola, nel senso che abbiamo cercato di trasmettere, aiuta l’anima a non perdersi nei rivoli dell’interpretazione e dell’autoreferenza, e a trovare il suo Artefice; aiuta inoltre il praticante a mantenere il contatto con la sua origine che altrimenti sbiadisce nella memoria e si ammala nell’accidia (il male tanto temuto dai Padri del Deserto).
Il contatto con la trascendenza (termine, questo, sempre meno usato e considerato purtroppo anche in ambito ecclesiale, sempre meno attuale) è esperienziale, non è immaginifico. Ma è un’esperienza non traducibile con le normali categorie logiche. E’ quella di cui Dante dice: intender non lo può chi non lo prova. E’ una esperienza in cui le parole ordinarie non hanno alcuna possibilità di penetrare. Anzi tali parole possono produrre danni e fraintendimenti.
Il simbolo sacro non parla necessariamente attraverso la logica (anche se la logica ne può far vivere l’aspetto secondario traducibile con le parole e quindi non esperienziale) ma richiede l’intuito fulmineo, richiede… lo spirito dell’anagogia e della musica. Quella stessa musica di cui parlavano i pitagorici quando dicevano che il loro maestro sapeva ascoltare la Musica delle sfere.
 
A questo proposito, il linguaggio simbolico (e il termine linguaggio ci ricollega di nuovo alla articolazione della parola tramite la lingua) più astratto è quello numerico-geometrico. Per alcuni il linguaggio numerico-geometrico, anche se apparentemente freddo, apparentemente privo di quegli afflati “emozionali” caratteristici dell’esperienza sensibile, è quello più vicino al linguaggio divino. Per altri, invece, l’assenza d’impatto emozionale, caratteristico di un’esperienza “matematica”, può far dubitare che in un simbolismo numerico geometrico possa animare l’esperienza della bellezza e del “divino”. Infatti siamo mentalmente abituati a far transitare l’esperienza della bellezza attraverso una sollecitazione sensoriale che modifichi piacevolmente la percezione. L’enfasi e l’estasi poetica, musicale e, in qualche modo erotica, che accompagna l’esperienza del bello, inteso sensorialmente, potrebbe perciò sembrare totalmente estranea a quella numerico-geometrica.
In realtà, se il numero e la forma geometrica astratta venissero macinati esclusivamente dalla logica e diventassero perciò un’esperienza razionale, tale freddezza potrebbe diventare agghiacciante, ed addirittura alienante. Tali processi possono trasformarsi, infatti, in una mera masturbazione enigmistica, destinata a sollecitare le capacità del cervello e a creare quell’autoreferenza sterile che ha portato oggi la cosiddetta “scienza” a separarsi dall’etica, e a perseguire soltanto il risultato dell’analisi, della ricerca del particolare, perdendo l’approccio con la meraviglia della sintesi e perciò…con il Creatore.
Ma esiste un altro modo, assai più arcaico, per avvicinare il numero, la geometria e… perciò la musica. E’ il modo dei nostri Padri. E’ il modo dei pitagorici, ma anche di coloro che hanno scritto i libri sacri, nei quali il numero e il ritmo hanno una funzione determinante. Così come è determinante il numero dei salmi, il numero dei versetti del Cantico, il numero delle cantiche della Commedia dantesca ecc..
 
Il numero ha una qualità metafisica e simbolica prima di essere uno strumento per rappresentare la quantità. Ne erano ben consapevoli tutti i matematici e i fisici fino a pochi secoli or sono, che non si sono mai sognati d’esser “laici” e di separare la sacralità dalla scienza, la religiosità dalla conoscenza. Oggi soltanto pochi “coraggiosi” come Florenskij o il nostro Fantappiè, e fra gli ultimi in Italia anche Sermonti (tanto per citarne alcuni) osano essere… religiosamente scienziati e riscoprire la qualità del numero e la finalità nel Creato.
A Simmetria abbiamo fatto molti corsi su tale argomento, corsi non semplici, ma con un approccio divulgativo. E’ straordinario accorgersi come anche coloro che attraverso anni di scuola asfittica hanno perduto il senso qualitativo del numero e del segno, lo riscoprano con entusiasmo e amplino le loro conoscenze matematiche non solo attraverso la filosofia della matematica ma attraverso la metafisica.
Scoprire che i numeri, prima di esser utili per calcolare… gli interessi di una banca, sono alla base del ritmo, della danza, del battito cardiaco, del respiro, della liturgia, non è molto difficile; mentre entrare nel significato di ogni numero, così come facevano i pitagorici, distinguendoli in quadrati, triangolari, ecc., e andando all’origine del senso numerico, può essere più complesso, anche se affascinante.
Uno ad esempio, è la più comune rappresentazione dell’indivisibile, ma è anche totalizzante, e la sua natura evoca il Principio, e nello stesso tempo l’Assoluto. E così si può procedere con gli altri numeri, attraverso successivi approfondimenti dei quali i tardo pitagorici come Proclo o Giamblico hanno lasciato tante tracce meravigliose.
Il numero e la geometria astratta definiscono gli archetipi primordiali senza appoggiarsi alle forme “sensibili”; senza viaggiare nell’emozione e senza pretendere operazioni deduttive. La deducibilità, il sillogismo vengono dopo. Ma il numero, come Ente qualitativo e quantitativo, si presta alla più pura e più astratta meditazione e contemplazione.
 
La separazione tutta “moderna” (e, a nostro avviso, un tantino diabolica) del conoscere (quantitativamente) dal contemplare o dal pregare, ha creato la frattura materialista e relativista che oggi viviamo.
Il numero e la geometria astratta, così come la musica, parlano nel mondo delle idee. Non hanno bisogno di mediatori. E, per tornare al titolo di questo paragrafo, il numero fornisce i ritmi e Dio parla attraverso lo scorrere dei numeri, attraverso i Suoi ritmi che fanno nascere le forme.
Dio parla perciò anche attraverso la danza e la musica: cioè attraverso il rito che è sempre legato alla radice sreu, che vuol dire scorrere; legato alla proporzione, all’armonia. Per questo gli antichi nostri progenitori collegavano sempre la danza, il teatro, la pantomima, la musica in genere, al concetto di sacro e chiamavano tutto questo “mousiché”. Per questo la separazione dell’uomo dalla natura, l’odierno isolamento in grandi scatole di cemento o di latta, dove si celebra la laica ritualità priva di armonie caratteristica della vita “moderna”, hanno prodotto la sensazione ansiogena, caotica e confusa in cui si arrampica l’anima umana, distratta e alienata dalle sue origini e, ovviamente “stressata”.
In realtà, se frazioniamo nei dettagli una singola armonia, potremmo essere suggestionati dal caos o dal disordine che albergano, in apparenza, in ogni istante della manifestazione: e ciò è tanto più evidente quanto più tale istante d’analisi viene separato dal contesto generale di appartenenza.
 
Ciò accade ogniqualvolta l’attenzione si ossessiona, nella continua ricerca della ripetibilità di un fenomeno per crederlo “vero”; Tale approccio, che definiremmo moderno, laico, galileiano, cartesiano, separa un accadimento, un suono, un’azione, una vibrazione, un colore, dal suo contesto: parcellizza la natura e perciò l’Opera Divina, analizzandola nei suoi particolari e ne perde invariabilmente la meraviglia della sintesi.
Se fino a qualche secolo fa il termine “filosofia” o il termine “scienza” indicavano un’immensa quantità di discipline, oggi la conoscenza è parcellizzata in micro-conoscenze settoriali, che spesso si sviluppano a compartimenti stagni.
Se, a titolo d’esempio, consideriamo la conoscenza che ognuno di noi può avere di un oggetto di uso comune come un’automobile, scopriremo che delle specializzatissime conoscenze dei particolari, galleggiano in un abisso d’ignoranza generale. Infatti, coloro che si occupano della centralina elettrica non hanno la più pallida idea della meccanica dell’auto. A loro volta i meccanici si divideranno in “subspecialisti”: quelli che sanno tutto sulla trazione, quelli dell’impianto elettrico, quelli dell’impianto frenante, ecc.. All’interno di una scatola “nera” chiamata centralina, esistono a loro volta dei circuiti, dei microprocessori, ecc, ognuno dei quali è progettato da uno specialista totalmente estraneo all’auto, e che conosce soltanto quali impulsi devono uscire ed entrare nel suo oggetto. Il resto…non lo riguarda.
 
Questo discorso, che vale per un’auto è ancora più forte per la medicina. Un dentista e un gastroenterologo non hanno quasi argomenti “scientifici” di cui parlare insieme (eppure sono entrambi medici!) e, a loro volta, ognuno di loro, per fare il suo mestiere, dipende da un coacervo di macchine complicatissime di cui conosce il funzionamento ma non la costruzione, non l’interno.
Se estendiamo questo approccio parcellizzato all’indagine sulla natura, alla speculazione filosofica, all’analisi del linguaggio, del pensiero, delle ragioni stesse dell’essere, rischiamo di avvolgerci nella nostra speculazione, restando magnetizzati dal particolare, dalla singola idea, dal singolo processo, e perdiamo…l’insieme.
Un po’ come quelli che valutano la bontà di un libro dalla complessità delle note a piè di pagina, e si dimenticano se ciò che viene riportato nel testo ha un senso o meno.
Ma se, per un istante, riuscissimo a contemplare l’insieme, come molti grandi mistici, grandi iniziati o a volte anche come delle anime semplici hanno fatto e testimoniato, riusciremmo, forse, anche ad apprezzare un Ordine superiore che comprende ogni Caos e che, nella nostra ansia di fruizione e d’indagine del particolare, non siamo stati in grado di cogliere.
In realtà, come da alcuni anni sta riscoprendo la fisica moderna, nella parola, nel suono, possono coesistere l’ordine e il caos, così come nella geometria.
 
Sono la nostra visione, il nostro accento, la nostra attenzione, su una sezione o su un’altra che determinano la nostra percezione di ordine o di caos.
L’ingresso nel mondo dei frattali parzialmente ascrivibile alle partizioni del piano e dello spazio euclidei e all’universo dei tassellati (al quale abbiamo dedicato tanti incontri in Simmetria) ha riscoperto qualcosa che gli antichi avevano proposto da millenni nelle suddivisioni progressive pavimentali, nei mosaici, e nei grandi “mandala” sia d’Oriente che d’Occidente. Ha riscoperto che Dio ci parla nelle successioni, nelle proporzioni continue, nei numeri razionali e irrazionali, nelle illusioni e nell’incommensurabile, e ci “sfida” a trovarlo anche nel caos.
E’ una sfida rischiosa, ma incantevole, come quella che affascina un bambino che osserva le mutevoli ma simmetriche forme cangianti di un caleidoscopio. E’ una sfida che richiede di ritrovare lo stupore nel continuo fluire delle cose, nella meravigliosa successione tra vita e morte, negli aspetti della Luce e dell’Ombra che formano la Vera Vita: quella a cui allude il Nazareno quando parla senza parabole agli Apostoli qualificati per intenderlo.
 
E’ appunto questa successione che innesta la straordinaria “danza delle Ore” o delle Grazie, che compare tante volte nella glittica greca e romana a rappresentare la sublimità dell’Armonia; quella danza che, dagli abissi primordiali dell’umanità, ci racconta il fluire costante degli eventi; ci innamora dolcemente… dell’impermanenza e ci fa credere di poter catturare il vortice del tempo.
Ma è proprio nella disillusione, nella scoperta di quanto il fluire sia inafferrabile, così come nel pretendere di interrompere una successione numerica, che si scopre il meraviglioso segreto del Presente. Il segreto che si nasconde nel nuotare nella corrente senza affannarsi a costruire dighe di sabbia, più o meno titaniche, destinate a sciogliersi.
Ma tale gioco, nella sua inebriante velocità, nasconde il disegno di Dio. Farne parte, anche per un’istante, sentirsene partecipi, sentire la nostra assoluta necessità al compiersi di questo grandioso merletto lascia senza fiato e, finalmente senza… parole e spinge a rendere grazie per lo spettacolo concesso. Ad alcuni fa scoprire che, senza stupore… non c’è Dio, e ad altri fa scoprire Dio nello stupore.

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