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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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La Grotta delle Ninfe nell’Odissea 

Per prima cosa bisogna chiedersi cosa racchiuda in sé l’idea dell’antro, idea che i rapsodi e gli aedi della civiltà greca celebrarono nelle cosmogonie e nelle genealogie eroiche. All'’immagine dell’antro si collega l’idea del "di dentro" nel senso più propriamente etimologico del termine, vale a dire di ciò che non "ex –siste" non è fuori, non è manifesto, e a cui appartengono soprattutto le divinità dell’oltretomba, oppure certe entità del sovrasensibile che operano in una dimensione invisibile.
Questo concetto ci viene proposto da Porfirio quando descrive l’omerico Antro delle Ninfe, a cui l’autore conferisce notevole valore simbolico. Si tratta dei versi con cui Omero illustra la grotta dinanzi alla quale i Feaci lasciano Ulisse addormentato, dopo averlo sbarcato da una delle loro incredibili navi. Incredibili perchè si tratta di navi dotate d'intelletto, con le quali i sudditi di Alcinoo percorrono i mari, collegati mentalmente ad esse. Tutto ciò accade dopo che Ulisse è passato innumerevoli volte attraverso i pericoli del mare. Alla fine l’eroe viene salvato da un velo misterioso prestatogli da Leukothea. Solo grazie al potere di quel velo Ulisse può pervenire all’isola magica dove regna eternamente la primavera.       

altUn commentatore di Omero credette di riconoscere nel velo di Leukothea il velo purpureo col quale gli iniziati ai misteri di Samotracia si cingevano per difendersi dai pericoli del mare. A parte questo, in parecchie raffigurazioni di scene iniziatiche il mysthes è rappresentato col capo coperto da un velo. Allora non possiamo non citare l’immagine conclusiva del bacino absidale della Basilica sotterranea di Porta Maggiore, dove si scorge una giovane donna nell’atto di lanciarsi  in un mare burrascoso, entro il quale una divinità marina la sta aspettando, con un velo  tra le mani.
Porfirio interpreta i versi di Omero come si trattasse non di una semplice epopea, ma di un messaggio iniziatico, cosa assai in voga tra i commentatori dei poemi omerici del tempo. Infatti per  Porfirio la grotta dinanzi alla quale i Feaci abbandonano Ulisse addormentato avrebbe in sé un profondo significato iniziatico. Primo fra tutti l’albero di ulivo, sacro ad Atena, posto alla sua entrata. In esso Porfirio vede il simbolo della "verde sapienza, dalla qualil Demiurgo trae la vittoria e la dona a coloro che sono gli atleti della vita".
La grotta è il luogo dove l’eroe deve giungere, dopo aver visto, conosciuto, sperimentato e temuto tutto ciò in cui si è imbattuto nel suo travagliato vagare. Sulla nave Ulisse è stato colto dal sonno. Il che ci rammenta quanto accade ad Arianna, l’eroina che per amore muore e, grazie all’amore di un Dio, accede alla vita eterna e diviene una Dea mediante un sonno che precede l’incontro col Dio dei Misteri. Quanto alla grotta, Porfirio vi ravvisa la metafora sia del mondo deperibile, sia il suo opposto: una dimensione sottile entro la quale operano entità misteriose e temibili, intente a tessere eternamente l’involucro terreno nel quale saranno racchiuse le anime degli esseri mortali.

Narra Omero: "In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma, vicino a lui l’antro amabile e tenebroso, sacro alle Ninfe Naiadi. Dentro vi sono crateri e anfore di pietra, dove le api serbano il miele. Lì, alti telai di pietra, sui quali le Ninfe tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi; lì ancora acque che sempre scorrono. Due sono le porte, l’una che scende verso Borea è per gli uomini, verso Noto è la via degli immortali". Questi sono gli enigmatici versi di Omero.
 Secondo Porfirio l’immagine del tessere serve a esprimere l’attività di certe entità sovrumane che perennemente agiscono nelle realtà sensibili. Dal suo punto di vista, l’antro delle Ninfe è il luogo d’arrivo di Ulisse, la sua meta, il luogo preciso che deve raggiungere e che gli appare subito dopo il risveglio. Si tratta di un antro dalla duplice natura, così come duplici sono le sue entrate e duplice è tutto ciò che gli appartiene. Esso è al contempo incantevole e tenebroso. Tenebroso in quanto è il luogo dove vanno le anime destinate a entrare in un corpo materiale. Infatti due sono le entrate: una, dalla quale si accede al mondo dei mortali, l'altra, che conduce a quello degli immortali. La grotta è però anche l’immagine del mistero di ciò che avviene nella dimensione invisibile, in quella dimensione segreta dove le Ninfe Naiadi tessono incessantemente stoffe di porpora su telai di pietra. A questo punto Porfirio ci ricorda che il parlare di Omero va decodificato: le stoffe di porpora sarebbero i corpi fatti di carne e di sangue, i telai di pietra alluderebbero alla durezza della materia, dalla quale questi vengono estratti e con la quale sarebbero foggiati. Le Ninfe che abitano nella caverna sono Naiadi, il cui nome deriva dal verbo nao, "scorro", in riferimento allo scorrere incessante della vita. Nell’antro però ci sono pure delle giare, anch’esse di pietra, colme non di acqua ma di miele. In essi nugoli di api preparano incessantemente l’alimento prezioso che estraggono dal fiore della terra, infatti le api raccolgono dalla terra varie potenze, che poi trasformano in un unico e straordinario alimento, il miele: "di tutto raccogliamo, affinchè di tutto si faccia uno". Ma cosa rappresentano le api?

A Roma, in una delle sale del Palazzo dei Conservatori è custodito uno dei più significativi simulacri di Artemide Efesia, sul quale, tra le altre immagini, compare una miriade di api che sale e scende sui paramenti che serrano le membra buie della dea. Si tratta di un simulacro che sembra fatto per evocare la silente e invisibile dimensione alla quale appartiene un essere divino, dai cui paramenti sboccia tutto quel che deve esistere. Qui si muovono le api (anime purificate) che traggono ed elaborano ciò che di trascendente germoglia dal seno della terra, e che poi unificano, tramutandolo nel cibo degli dèi. Lo stesso Porfirio rileva che anche nel mitraismo l’immagine dell’antro è sempre presente, perchè con esso si celebra il mondo del quale è creatore Mithra. In effetti il dio nella sua iconografia celebrativa appare di solito come un essere di luce che si staglia contro il buio di una caverna, entro la quale nascono e germogliano i fioi. Proprio Porfirio racconta che l’antro che per primo Zoroastro dedicò al Dio era uno spelain anthron,  una grotta fiorita.
A conferma di ciò, sia nel mitreo delle Sette Porte a Ostia, che in quello delle Pareti Dipinte vediamo raffigurati sui podi e sui muri alberi e cespugli verdeggianti. Quanto ai luoghi di culto di Mithra, questi dovevano somigliare ad antri in quanto metafora della dimensione a cui le anime reincarnate sono destinate, ma anche richiamo alla discesa agli inferi degli iniziati.

Gli antri oracolari

Per le popolazioni antiche, le grotte erano spesso misteriose sedi oracolari, nelle quali officiavano donne dotate di facoltà profetiche. Generalmente il responso veniva dispensato ai consultanti in versi. Alcune di queste grotte erano dedicate a un qualche eroe che, assurto allo stato di entità divina, parlava agli interroganti direttamente mediante il sogno.
Nel primo caso abbiamo l’esempio dei rinomati oracoli di Delfi, Cuma e altri ancora, nei quali agivano le leggendarie Sibille. Secondo Strabone, quello di Delfi consisteva in una caverna profonda alla quale si entrava per un passaggio angusto. Da questa fuoriuscivano esalazioni che determinavano un'esaltazione che derivava da qualcosa di sovrumano. Sulla bocca di un secondo crepaccio era posto un alto tripode, sul quale prendeva posto la sacerdotessa di turno e da lì essa inalava il vapore portentoso che le infondeva l’afflato profetico. Ben più drammatica è la descrizione che Virgilio fa di quanto avveniva nell’antro di Cuma: Enea viaggia di profezia in profezia finché, giunto a Cuma, si trova ad assistere alla sconvolgente manifestazione del furore sacro della Sibilla Cumana. Questa per Enea sarà la settima profezia, così come sette sarebbero stati i giovenchi e le pecore dal vello nero che dovevano essere sacrificati prima di entrare nell’antro. In entrambi i casi, gli oracoli sembrano essere in stretta connessione con l’anima della Terra. Il primo mediante lo Stomas Ge (letteralmente la "bocca della terra") che si apriva immediatamente sotto il Sacro Tripode, il secondo mediante il sacrificio preliminare, costituito da ostie dal mantello nero. In una simile situazione persino Apollo, Dio della luce, appare nella sua collocazione tellurica, nel suo aspetto di entità tenebrosa, che trasmette l’afflato profetico attingendo alle profondità della terra. Tuttavia anche a Delfi il Dio, uccidendo il serpente, figlio della Madre Terra, ne acquisisce la voce divinatoria; si trasforma, diviene lui stesso l’incontrastato Signore degli antri oracolari e dell’arte della divinazione. Perchè il Grande Serpente, nato dalla terra, è il simbolo del mistero della facoltà oracolare. In questo caso si tratta di oracoli del tipo estatico, dove le profetesse designate erano colte da stupore e poi da furore, quindi, dopo essere cadute in possesso del Dio, dalle loro labbra fluiva il vaticinio, in versi poetici.
altDi altro tipo, e talvolta con caratteristiche ancor più oscure, erano le grotte oracolari "incubatorie", come quella di Trofonio, nella Beozia nord-occidentale. A differenza degli antri delle Sibille, qui il consultante si metteva in contatto diretto col Nume di quelle sotterraneità oracolari, che erano in realtà dei sepolcri. Si trattava quindi di cenotafi dedicati a un qualche eroe che in vita si era distinto per gesta straordinarie.
Trofonio era stato un grande architetto, il cui merito specifico era l'avere ideato il tempio di Delfi. Terminata l’opera, però, fu inghiottito dalla terra. Essendo poi stata la Beozia colpita da una preoccupante siccità, gli abitanti si recarono a consultare l’oracolo di Delfi. Il responso fu che la siccità sarebbe cessata solo se avessero consacrato a Trofonio un antro che si trovava nella foresta di Lebadeia, luogo in cui il leggendario architetto era scomparso ingoiato dalla terra. Da allora esso iniziò a emettere vaticini, divenendo così una delle caverne oracolari più celebri di tutta l’Ellade, perchè l’autore del tempio di Delfi era diventato parte di quell’universo sotterraneo, da cui agli uomini provengono i vaticini.

"Sotterraneità" vuol dire però anche invisibilità, ossia un luogo senza tempo che in quanto tale possiede in sé sia il passato che il futuro. Si disse anche che Trofonio fosse un figlio di Apollo delfico, quindi un’ipostasi del Dio stesso. Ma la grotta oracolare di Lebadeia era celebre, oltre che per i suoi responsi, anche per il modo in cui li si otteneva: chi vi entrava si trovava subito immerso in una profonda oscurità, poi, levata al nume una preghiera, restava per un po’ in uno stato di dormiveglia. Quindi percepiva un tocco leggero che gli sfiorava il capo, a cui seguiva la sensazione che le ossa del cranio si dissolvessero, dando così modo all’anima di uscire dal corpo liberamente. Si aveva poi l’impressione che l’anima liberata dal corpo fosse divenuta simile a una vela gonfiata dal vento. A ciò seguiva la visione della danza delle sfere, accompagnata dalla loro inenarrabile armonia.

Il movimento delle sfere è descritto come il muoversi di una spirale cosmica al di sotto della quale si scorgeva un abisso tormentoso e perennemente privo di pace, dal quale giungevano urla disperate e gemiti di animali sofferenti. A parte il baratro terrificante, dal punto in cui il consultante si trovava era possibile scorgere una parte del regno della potente Persefone. Da lì si aveva la visione dello Stige, le cui acque separano il mondo delle tenebre da quello della luce.
Nel racconto di Plutarco, a un dato momento interveniva un'enigmatica guida che restava tuttavia invisibile al consultante. Da questa egli avrebbe appreso che quattro sono i principi di tutto ciò che "è": quello della vita, quello del movimento, quello della generazione e quello della dissoluzione. Nel regno dell'Invisibile, l’Unità unisce la vita al movimento, l’Intelletto unisce il Movimento alla Generazione e questa, nel regno della Natura, si unisce alla Dissoluzione.

Come possiamo rilevare, nei due tipi di antri oracolari l’uno induce nel sacerdote, ma più di frequente in una sacerdotessa, uno stato di possessione, l’altro, quello di tipo incubatorio, provoca una sorta di traslazione dell’anima mediante la quale si giunge a conoscere una dimensione ulteriore e ad acquisire una vera e propria iniziazione. Perché, in certi casi, entrare in queste grotte era come scendere agli inferi e conoscere ciò che è oltre il tempo e che appartiene all’Invisibile.

Gli dei della caverna 

Ogni essere divino possiede una sua ideale e simbolica dimora, con la quale è in stretta e armonica relazione. Abitatori di grotte sono i Ciclopi, le Ninfe, il dio Pan, il dio Sonno, Chirone e tutti gli altri Centauri. Probabilmente con gli dèi della "caverna" si voleva alludere a certi aspetti della forza divina, quando questa è immanente o primordiale. La sede del Centauro Chirone è una grotta sacra sopra la quale grava il peso della dimensione soprannaturale e della quale egli è il cuore vivo e operante. Per Macrobio, il Centauro che scocca la freccia verso l’alto è da identificarsi col Sole, quando questo si trova nel punto più basso del suo annuale percorso, quando cioè sfiora quasi i limiti del mondo materiale.
Nel periodo in cui Macrobio scrive i Saturnali, nel Sole venivano contemplato l’intelletto e la potenza ultraterreni, quando si manifestano agli uomini sotto la forma e i nomi dei molteplici volti del Sole. Nel Centauro, che è uno di questi tanti volti, egli riconosce l’estremo limite toccato dalla Divina Sapienza, nel momento in cui questa sembra mescolarsi alla materia. Da questa posizione costui scocca l’ultima delle sue frecce, indirizzandola verso l’alto, a significare che sempre, anche quando il Sole ha raggiunto il limite della sua vita, il mondo materiale continua a dipendere da lui, e grazie a lui, nonostante tutto, non s'interrompe mai il flusso vitale che congiunge la terra al cielo.

altVolendo tralasciare l’interpretazione eliocentrica che Macrobio elargisce a ogni divinità, in Chirone si può scorgere colui che sa riconoscere tutto ciò che appartiene alla vita e che raccoglie nel suo vagare per tortuose contrade interdette ai comuni mortali. Non a caso egli ha per dimora una grotta che si apre sulle pendici di un mitico monte, teatro dello scontro cosmico tra dèi olimpici e Giganti. Infatti la caverna in cui dimora Chirone il Saggio, l’amico degli uomini, è una sorta di centro del mondo, attorno a cui avvenne la vittoria e il trapasso tra il vecchio e il nuovo cosmo. Ma occore tener presente ciò dice Saturnino Sallustio nel Perì Theon Kai Kosmou: "ciò non accadde in nessun tempo, ma avviene sempre". 
In questo sacro monte, che fu fulcro di una lotta immane, si aprono molteplici grotte, dimora di altri Centauri, esseri selvaggi discendenti dal mitico Issione che incarna l’empia ingratitudine verso gli dèi. Unica eccezione tra questi è Chirone il Saggio, che conosce le tortuosità dell’esistere e il potere salutare delle erbe, cioè sa discernere ciò che di materno e salutare produce ancora la Terra Madre, sebbene, con la fine dell’età dell’oro, essa non sia più "madre" ma sia diventata matrigna. O forse Chirone, a motivo della sua saggezza, ha la facoltà di riunire in un’unica realtà l’inizio e la fine dei cicli universali, valicarne i limiti imposti dal tempo e uscire dall’età dolorosa per riannodare ciò che ancora vive dell’età felice.

L’indole di Chirone è diversa da quella degli altri Centauri, in quanto egli non è figlio di Nefele, cioè dell’inganno architettato da Zeus contro l’empio Issione, ma di Kronos e di una Ninfa delle montagne. L’età dolorosa è infatti la conseguenza dell’empietà e dell'ingratitudine, personificate da Issione. Incatenato a una ruota irta di serpenti e condannato a ruotare per l’eternità, egli è la metafora della sorte degli uomini che sono avvinti alla fatalità dell’amara età del ferro. 
Da quelle grotte, i Centauri figli di Issione si lanciano in ogni direzione per portare morte e rovina nel mondo. Issione l’empio è infatti una sorta di Adamo ellenico. I Centauri suoi figli richiamano l’idea delle passioni di cui è preda l’uomo che, pur dotato di ragione, si lascia trascinare da ciò che in lui c’è di selvaggio e animalesco.
Chirone, al contrario, è l’intelletto che domina l’impulso violento e feroce, e che guida coloro che sono destinati a compiere azioni straordinarie. Si racconta che il suo antro fosse costituito da un insieme di grotte, in parte naturali e in parte opera degli stessi Centauri e che in ognuna di queste vi fosse l’impronta del passaggio degli dèi. L’antro di Chirone è situato cioè in una dimensione speciale, al limite tra il visibile e l’invisibile, il cui confine è metaforicamente segnato dalla corrente del fiume Anauro, che divide il mondo dei Centauri da quello dei mortali. Secondo Macrobio, la caverna di Chirone rappresenta la dimora dell’ultimo Sole, vale a dire dell’Intelletto Divino che, quando discende al limite estremo di ciò che è sovrumano, sfiora e si confonde con quel ch'è mortale.

Le Grotte del Dio Sonno

Insegna Giamblico che i sogni sono prodotti dalla nostra intelligenza, ma che per loro tramite si può giungere a sfiorare verità supreme. Tuttavia è anche possibile che questi siano del tutto ingannevoli. Ce ne sono però alcuni particolari, inviati dagli dèi affinchè arrivi fino a noi la conoscenza di ciò ch'è sacro. In questo caso si tratta di sogni che provengono da un altrove speciale. Essi si manifestano nel momento del torpore, quando ci si trova tra la veglia e il sonno, oppure quando si è prossimi al momento del risveglio.
Nella religione greca la rivelazione delle verità divine avviene per il tramite degli oracoli, dei poeti o dei sogni. Nondimeno questo potrebbe succedere anche quando si è del tutto svegli. Quando ciò avviene, sempre secondo Giamblico, si è colti da una specie di abbandono delle facoltà che normalmente caratterizzano la veglia, come se la coscienza gradualmente arretrasse e si dissolvesse. La vista prima si appanna, poi inizia a oscurarsi. In questo stato si percepiscono prima delle voci simili a brandelli di frasi portate dal vento, mentre in una zona di confine tra vista e mente vanno via via formandosi visioni sorprendenti. Infatti, come di notte, stando su una terrazza illuminata, può accadere che improvvisamente tutte le luci si spengano, allora, per qualche istante, si resta disorientati. Ma poi guardandosi intorno e gettando lo sguardo oltre la terrazza si cominciano a percepire  luccichii vaghi, s'intravedono masse cupe e indistinte, forme ondeggianti e ancora segrete, perchè avvolte nel velo  della notte. Alla fine però, se ci si lascia  guidare dal chiarore della luna o delle stelle, ci si rende conto che il tremulo scintillio è dovuto all’acqua di un lago o di una fontana e che le masse cupe che poco prima c'inquietavano sono rocce e le enigmatiche forme che si muovono sono silenziose creature che popolano la notte  Alla fine si comprende che un mondo molto più vasto si estende oltre i confini della terrazza. La medesima cosa accade nel corso di un sogno profetico: prima che la luce della coscienza si spenga, si è convinti che esista solamente l’angusta realtà in cui ci si trova, poi, quando la luce dell’intelletto svanisce, si cominciano a percepire voci e immagini che provengono da una dimensione sconosciuta e infinita.

Secondo la tradizione presente in Giamblico, esiste una duplice vista: l’una corporea e adatta a cogliere solo le cose che appartengono alla dimensione terrena, l’altra, quella dell’anima, che si estende all’infinito oltre ciò che vediamo col corpo. Cosicché, spegnendosi la prima, subentra l’altra, che diviene attiva durante il sonno e che si serve dei sogni per manifestarsi.

Nelle religioni antiche anche il sonno era un principio universale, per il cui tramite gli dèi trasmettono agli uomini le cose riposte e segrete di un’arcana sapienza, quindi anch’esso era considerato un’entità eterna e trascendente. I Greci lo chiamavano Ypnos  e lo credevano figlio della Notte. Per i Latini invece il suo nome era Sopor e in lui riconoscevano un dio misterioso la cui dimora è una grotta che si apre sul fianco di una montagna avvolta perennemente in molteplici strati di nebbia. Essa sorge nel più remoto occidente, quasi ai confini della notte eterna. La luce che illumina la grotta è quella di un ininterrotto crepuscolo, perchè in quel luogo non c’è né alba né tramonto, ma solo un perpetuo crepuscolo; è un mondo chiuso nel più totale silenzio, con un’unica eccezione: il gorgogliare morbido e uniforme della fonte dell’Oblio che sgorga proprio nel centro della grotta e che con la sua voce insinuante induce chi l’ascolta al torpore e all’oblio. Davanti all’entrata germogliano le ingannevoli erbe del sonno. Tra queste regna sovrano il fiore del torpore, il papavero. All’interno, su un letto d’ebano, giace sdraiato languidamente il Dio Sonno. Il suo capo è incoronato da un serto di papaveri, suoi fiori prediletti. La sua figura, però, è  a mala pena visibile attraverso il fluttuare d'una cortina bruna, tenue e leggera come un velo. Attorno a lui è disposta la sua corte silenziosa, composta dalle personificazioni dei tanti  sogni che si affacciano alla mente di quelli che dormono. Una delle più importanti è Morfeo, che ha la facoltà di rivestire qualsiasi forma umana, e accanto gli sta Fabeàtor, che è in grado di prendere qualsiasi forma animale. C’è poi Fantasio, che entra nel sonno dei condottieri e dei re, assumendo l’aspetto di rocce e di alberi, di fonti e di laghi e di qualsiasi altra cosa, purché non sia animata. Ma oltre a questi ci sono una miriade di altri ministri del Signore del sonno, che vagano instancabilmente nella mente di chi dorme. Tutto questo è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, presentandoci la dimensione che si estende oltre lo stato di coscienza e celebrando il mistero nascosto dietro il fenomeno del sonno.

Nella fede degli antichi il sonno è una frontiera, un passaggio ambiguo che gli dèi tengono aperto per comunicare con gli uomini, per trasmettere loro avvertimenti o minacce, premonizioni o consigli, oppure per manifestare il loro sdegno e la loro ira. Questo passaggio è metaforicamente situato in una grotta, della quale incontrastato signore è un dio dalle connotazioni sfuggenti e indefinibili che non si sa bene se sia amico o nemico degli uomini, o l’una cosa e l’altra. Quanto alla collocazione geografica della grotta, si dice che sia posta nel paese dei Cimmeri, il che potrebbe voler dire ch'è situata nel più lontano Occidente. Un Occidente mitico, che serve a indicare una dimensione arcana, collocata al confine del regno dei morti.
Esso è la metafora di una frontiera invisibile, ma tuttavia incoercibile che divide l’esistere dal non esistere, il visibile dall’invisibile. Ed è nell’Occidente che si trovano i leggendari luoghi, accessibili solamente a personaggi insoliti, nati per trasformare il mondo. Perché è nel mitico Occidente che si trovano le regioni più occulte della religione antica: il giardino delle Esperidi, le Isole dei Beati, l’Isola di Porpora dell’infanzia di Dioniso ed anche la grotta dell’enigmatico Signore del sonno e dei sogni. Forse perchè è qui che è riposto il segreto della scomparsa del Sole e del suo eterno riapparire e di quella del Tempo e degli Eoni, entro i quali nascono e si dissolvono i cicli della vita e le molteplici manifestazioni di quanto dall’invisibile germoglia, cresce e si dissolve e poi incessantemente ritorna. Velata è la luce che avvolge la grotta del sonno, come velato è il suo Nume, che giace in eterno su di un letto del colore del buio, quasi a voler dire che suo piedistallo è proprio l’oscurità della notte.  Perchè nella sua dimensione la luce e l’ombra, il visibile e l’invisibile si mescolano e si bilanciano, nell’alternarsi continuo di ciò che già è, con quello che deve ancora essere, ciò che è già successo, con quel che deve ancora succedere. Si tratta di uno scrigno segreto, entro il quale un Dio dorme e sogna e, dormendo e sognando, comunica i segreti della vita ai viventi. Questa è la patria dei sogni, il luogo di frontiera nel quale una folla di entità indefinibili mutano continuamente di forma. La loro natura è quella della nebbia che nasce e si nutre dei sogni di un Dio che incessantemente li crea, nella luce crepuscolare di ciò che non è ma che potrebbe essere, che già è o che mai sarà. A condurre la folla di queste creature larvali, ci sono tre potenti demoni:Morfeo, Fabèor e Fantasio che la mente del Dio dormiente plasma, obbedendo alla volontà del consesso degli dèi. Iris, la risplendente figlia di Zeus e di Hera, da cui promana una luce d’oro e che veste una tunica variopinta, è ciò che lega alla sommità radiosa dell’Olimpo la penombra silente dell’antro del Dio Sonno.

Si tratta di un Angelos rilucente che di tanto in tanto discende nell’antro di Ypnos, che  giace eternamente avvolto nel mistero della sua natura indefinibile. Allora succede che nei demoni, che da sempre lo servono, vengano infusi vita e spessore. Succede che essi prendano a nutrirsi della mente di coloro che sono immersi nel sonno. Morfeo è la più famosa creatura di Sopor ed è quella che interagisce con gli uomini più di frequente. Perchè quando gli dèi intendono comunicare loro qualcosa, lui entra in azione assumendo l’aspetto di un personaggio  famoso o che abbia la massima credibilità per colui a cui il messaggio è rivolto, e del quale è veicolo il sogno. Così il messaggio è senz’altro ben accetto e ascoltato. Ma il discorso si fa più complesso se si vuole analizzare la funzione di Fabèor, perchè in questo caso gli dèi comunicano in maniera enigmatica, forse perchè si tratta di un messaggio destinato a gente non comune, e tale dev'essere perciò anche il messaggio. Quando gli Achei erano sul punto di salpare alla volta di Troia, Agamennone sognò un serpente attorcigliato attorno a un nido, dove nove uccelletti finirono divorati dal rettile. Subito dopo, la madre degli uccelletti divenne la decima vittima del serpente. Tutti allora compresero che si trattava di un sogno mandato dagli dèi. Tiresia, che vedeva oltre il visibile, fu l’unico a comprenderne il significato: i nove uccellini rappresentavano nove anni di guerra, mentre la loro madre, la decima preda, simboleggiava il concludersi in modo cruento della guerra.

Ma perchè la dimora di Sopor è descritta come un antro? Forse perchè in essa è riposta l’idea di una verità sotterranea che collega ogni essere umano a quella strana cosa ch'è il sonno. Perchè l’uomo, quando si addormenta, viene catturato da un che di indefinibile, come  l’aspetto con cui è descritto il dio del sonno. Quando ciò avviene, per l’uomo non c’è scampo; egli resta prigioniero delle Potenze che abitano quell'enigmatica grotta nella quale tutto è solo apparenza e ogni cosa può essere verità o inganno.

Il Mistero delle Grotte del Tempo

Nel massiccio del monte Ida, a Creta, esiste un antro veneratissimo nei tempi antichi perchè, secondo il mito, Zeus vi nacque e vi fu allattato. Secondo alcuni da una capra, secondo un’altra versione, da una Ninfa o una principessa. Tutte vengono però chiamate Amaltea. Si racconta che guerrieri di stirpe divina eseguirono una danza circolare e coprirono col clangore dei loro scudi i vagiti del figlio di Rhea.
Sempre a Creta si trova una seconda grotta altrettanto sacra, scoperta da alcuni viaggiatori del XVII secolo, ma indagata con sacvi sistematici solo alla fine del XIX secolo. Vennero così alla luce reperti indecifrabili, tra cui due scudi rotondi, in bronzo dorato, risalenti al VII sec.a.C., dalla chiara funzione rituale. Il che fa pensare che nell’antichità il luogo fosse utilizzato come grotta santuario. In uno degli scudi è raffigurato un personaggio regale che con entrambe le mani solleva al cielo un leone, tenendolo in una posizione particolare. Infatti il leone è tenuto sollevato in alto, sopra il suo capo, col corpo completamente inarcato. La posizione dell’animale potrebbe far pensare che voglia rappresentare l’arco del cielo, sotto il quale il personaggio eroico compie le sue imprese. Inoltre egli appare contornato da quattro timpani, probabilmente di bronzo, mentre alla sua destra e alla sua sinistra due Genii alati si fronteggiano, facendo risuonare strumenti a percussione. In basso, un toro scalpitante sostiene sul capo il piede sinistro del personaggio regale. Nell’altro scudo è raffigurato un grande uccello con le ali spiegate posto al centro di un’area gremita di figure zoomorfe e su ciascuno dei lati sono riprodotti due lunghi serpenti. Sul capo di questi si rizzano delle corna lunate. Più in basso, sotto le gole dei rettili, avanza una coppia di leoni. Oltre a ciò, sempre nella parte inferiore dello scudo, all’esterno della sua circonferenza, appare una figura maschile con una tiara sul capo.

altIl fatto che nella grotta sia stata rinvenuta una moltitudine di lucerne sotterrate nei pressi di un grande altare scolpito nel vivo della roccia confermerebbe che si tratta di una grotta-santuario. Il mito parla infatti di due antri, nei quali Rhea avrebbe nascosto Zeus appena nato per proteggerlo da Kronos, a significare che, sottratto al padre, Zeus si sarebbe salvato dal dominio del Tempo. Infatti Saturnino Sallustio, nel trattatello Sugli Dèi e il Mondo, nel commentare  il mito di Kronos spiega che in lui va riconosciuto il Tempo nella sua interezza e nei figli le varie parti del tempo: alla fine tutte le parti che lo compongono fanno ritorno alla loro primordiale unità. In realtà il mistero di queste grotte cretesi pare proprio imperniato sull’enigma del tempo. A tal proposito va ricordata la storia di Epimenide, un personaggio che, nonostante la sua vicenda risulti fantastica, sembra essere vissuto realmente.
Si racconta che Epimenide, giovane pastore di Creta, nell’intento di ritrovare il gregge del padre si fosse allontanato dai luoghi dov'era solito far pascolare le pecore. Per questo si diresse verso le solitudini rupestri di certe montagne che si riteneva fossero abitate da arcane entità misteriche. Il giovane camminò fino allo sfinimento, ma giunta l’ora più calda della giornata, quando i raggi del sole scendono a picco e il tempo sembra fermarsi, si trovò in prossimità di una grotta profonda che aveva un che d'insolito e inquietante. Sia pur preoccupato, rendendosi conto di essersi troppo allontanato dai luoghi conosciuti, sentendosi stanco e accaldato, decise di entrare ugualmente in quella grotta. Subito si addormentò, e al suo risveglio riprese a cercare il suo gregge.
Non ci viene detto se poi sia riuscito a recuperarlo, ma tornato a casa non trovò vivo più nessuno dei suoi parenti, ad eccezione di un fratello che gli si fece incontro e lo fissò terrorizzato come avesse visto un fantasma. Anche Epimenide era sbigottito, perchè all'’inizio non riconobbe il congiunto che poche ore prima aveva lasciato adolescente e che ora invece ritrovava  carico di anni. Il sonnellino di Epimenide era durato cinquantasette anni durante i quali non era invecchiato di un solo giorno, mentre tutti i suoi parenti erano morti o incanutiti. Questo vuol dire che mentre stava nella grotta Epimenide era vissuto al di là del tempo. Si credeva, infatti, che dimora del Tempo Infinito fosse un antro. Il Tempo Infinito era contemplato come un’entità enigmatica che, soprattutto nell’Ellenismo tardo, era considerata personificazione dell’Eternità e del suo mistero. In un brano scritto da Claudiano in onore di Stilicone, in modo quanto mai suggestivo ne viene descritto l’antro:

"Giace ignota e lontana, inaccessibile a noi uomini, e quasi irraggiungibile anche per gli dèi, la grotta dell’immenso Aion, Madre squallida degli anni, che dal suo ampio grembo manda le epoche e le riprende. Un serpente, che con la sua tranquilla divinità tutto consuma, circonda la grotta ed è vitale in eterno nelle sua squame, divorando con la bocca la propria coda e tornando così silenziosamente ai propri inizi. Quale custode del vestibolo siede la Vecchia Natura, col bel viso, e da tutte le sua membra pendono anime alate".

Questi versi ci fanno pensare che la grotta in cui Epimenide trascorse dormendo cinquantasette anni potrebbe essere la dimora del Tempo. Un luogo in cui non esistono scansioni che lo dividano e parcellizzino. Nelle cosmogonie orfico-rapsodiche il Tempo è visto come perno di tutto ciò che viene a esistere, quindi come scaturigine dell’esistente. Al di là di lui ogni cosa è, ma non esiste. In effetti sono ben strane le immagini che Claudiano propone. In queste, Aion, il Tempo Infinito, il Tempo  senza ripartizioni, ma che le possiede tutte, è presentato come Madre, diversamente dal resto della letteratura antica, dove di solito è descritto come un dio primordiale talvolta con una lunga barba, ma più di sovente con una testa di lupo e una di leone ai lati del capo, col corpo avviluppato entro le spire di un lungo serpente. In Claudiano invece Aion è definito Madre delle età che questi principi contengono. A differenza di altre divinità primordiali, che con la loro azione fecondatrice creano gli universi, Essa è Generatrice.

Nella metafisica di alcune religioni questo Principio è indicato come Padre del tutto, in altre come Madre. Nel primo caso si segue una visione creazionista, nell’altro prevale quella generativa come nel caso di Gea prima che si congiungesse al Cielo Stellato, secondo la Teogonia di Esiodo. Non possiamo non ricordare il simulacro di Artemide Efesia, dove la dea ha il volto e le membra del colore del buio, un buio che è però avvolto nel fulgore dello xoanon gremito di anime, fiori e animali, fantastici o reali: è un’immagine sacra in cui è resa evidente l’idea del fuori, dell’essere e del divenire. In essa ritroviamo anche il concetto che Claudiano ha voluto esprimere con l’immagine della grotta, dove vive e opera Aion che, come altre forme divine e legate alla primordialità totale, ha per dimora un luogo che corrisponde a quel che lui è, e a ciò che da lui perviene.
Non a caso egli pone la Natura al di fuori della grotta, dove ha inizio il mondo visibile, e la designa quale custode di una soglia oltre la quale c’è solo l’intuibile. Claudiano definisce il Tempo Infinito Madre perchè ne celebra l’azione generativa. La pone in una grotta perchè questa evoca l’idea dell’invisibilità suprema, che è il cuore della Vita. Lo spazio esterno è dedicato invece alla Natura, che di Aion è ciò che appare, come lo Xoanon di Artemide Efesia: come in questo e da questo sbocciano le Anime, vale a dire le Potenze che traggono dall’Invisibile le Ragioni Visibili. Perché Aion e la Natura sono la medesima cosa, come lo sono la parte buia e quella di luce della Grande Artemide, quando si mostra come Grande Madre di tutto ciò che è destinato a esistere.

"Principio e origine di tutto, antica Veneranda Madre del Mondo e Notte e Luce e Silenzio che fai la guardia, Gloriosa Rhe, che coi tuoi raggi splendenti illumini la terra, Aion dalle fiamme inestinguibili, guardandomi con i tuoi occhi, splendendo felicità pura". Con questi versi essa viene celebrata in un antico inno attribuito a Pitagora. Il tutto è però cinto da un misterioso serpente che circonda l’essenza della vita e incessantemente, con moto circolare, entra ed esce da se stesso.

Quanto ad Epimenide, gli autori antichi assicurano che sia vissuto intorno al VI secolo a C. e di lui si racconta che, dopo la meravigliosa avventura gli Dèi gli abbiano fatto dono della capacità di vedere nel passato e nel futuro. Quale potrebbe allora essere il senso della sua storia? A quanto si narra, inizialmente lui era solo un pastore, quindi una figura legata alla natura e alla terra. Funzione importante però, perchè alla figura del pastore è congiunta l’idea dell’intuizione delle cose divine.
Di ciò erano persuasi parecchi esegeti del paganesimo medio e tardo, tra cui Varrone e soprattutto Giuliano Imperatore. Perchè il pastore, per il fatto di vivere al di fuori della civiltà urbana, secondo loro, sarebbe stato in grado di percepire cose che agli altri sono nascoste; come accadde a Esiodo, pastore anch’egli, al quale le verità divine furono offerte avvolte nei veli variopinti del mito. Epimenide si trova a transitare nei pressi di una grotta speciale, proprio nel momento in cui le ombre si accorciano e sparisce il mondo a lui noto ed al suo posto ne appare un altro segreto, che si trova alle spalle di quello conosciuto. Epimenide entra nella grotta nell’ora  che i pastori più temono, in quell’ora in cui gli uomini delle civiltà pastorali si muovono con cautela.

Si tratta del momento in cui tutto un mondo nascosto s’intreccia a quello palese e dilaga, con le sue caratteristiche enigmatiche, indecifrabili, inquietanti. Perché il Mezzodì è sacro ad Ecate e a Pan e possiede in se un attimo speciale, in cui il divenire si arresta ed anche il tempo si ferma, e le porte dei templi vengono sbarrate, e i simulacri degli dèi velati. In questo istante pericoloso, Epimenide entra in una grotta arcana, nella quale, secondo la leggenda, nacque o vi fu tenuto nascosto Zeus. Si racconta anche che, in memoria dell’evento, la grotta fosse ricolma di miele  e che dentro di essa la morte non potesse entrare; e chi vi si fosse trattenuto, sarebbe vissuto per sempre. Sembra anche che a colui che vi penetrava, accadesse di udire il fragore degli scudi dei Kureti. Si diceva anche che, in un certo giorno dell’anno, un grande fuoco, simile ad un’unica fiamma, sprizzasse dalla grotta diffondendo all’intorno una luce irreale.

Ma ci sono altre grotte, in altre tradizioni, che come quella Cretese hanno la prerogativa di essere aldilà del tempo, oppure  partecipi di una diversa logica del fluire degli anni.
In una leggenda Scozzese si narra quel che accadde a un certo John Smith, che era  entrato per caso in una  grotta  del tempo. Si trattava anche in questo caso di un giovane pastore che, mentre conduceva al pascolo il  gregge, sentendosi stanco, entrò  in una caverna attraverso un passaggio che si apriva sul fianco di una  roccia fatata. Si trattava di una picco speciale, conosciuto col nome di Roccia di Merlino. Il giovane vi entrò e si accorse che era abitata da Fate e Folletti. Accolto con benevolenza da questi, vi si trattenne per un po’, ma  quando ne uscì, convinto di essersi trattenuto li dentro per un solo giorno, si rese conto che in realtà erano trascorsi moltissimi anni.

Anche nella tradizione tedesca esiste una grotta  straordinaria, situata  sul monte Kyffauser. Si racconta che in essa l’Imperatore Federico II di Svevia continui a vivere, sebbene addormentato, attendendo che la patria tedesca abbia bisogno di lui. Ma a prescindere dal dato patriottico, si dice anche  che ciò avverrà quando nella valle tornerà a fiorire il pero selvatico, e sarà allora che lo Stupor Mundi sarà finalmente  sciolto dal suo sonno secolare. Questo però sarà anche il momento in cui nel mondo, in tutto il mondo, tornerà a fiorire l’iniziale  primordiale primavera. 

Riferimenti bibliografici 

1 Porfirio, Antro delle Ninfe, Milano 1997.
 2 Macrobio, Saturnali  I,21,20
 3 Plutarco, De Genio Socratis, Milano, 1982.
 4 MacrobioSaturnali I ,21
 5 Saturnino Sallustio, Sugli Dèi e il Mondo, Padova, 1978. 
 6 Giamblico, I Misteri.
 7 Ovidio, Metamorfosi  XI
 8 Saturnino SallustioSugli Dèi e il Mondo, Padova, 1979.
 9 Claudiano, De Consulatu Stilichonis II 424
 10 Karolyi Kerenyi, Miti e Misteri, pag. 332, Torino, 1999.
 11 Porfirio, Antro delle Ninfe, Milano, 1974.
 12 E. Kantorowicz, Federico II Imperatore, Stuttgart, 1927.

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