Cnosso, il labirinto archetipico

Labirinto: strana parola della quale si sono ipotizzate diverse etimologie che rimandano a caverne di pietre o metalli, a edifici intricati, a percorsi tortuosi e ingannevoli; una etimologia (dalle due radici greche di lâmb-âno = prendo e rin-áô = [io] inganno) ne evidenzia proprio gli aspetti di illusorietà e di ingannevolezza.

altAnche Ovidio (Metamorfosi, VIII, 166-168), a proposito del labirinto di Cnosso, sottolinea l’ingannevolezza di quell’edificio (tanta est fallacia tecti); parimenti, nell’emblema CDLIV della Symbolographia del gesuita Jacobus Boschius (1702) è presente un labirinto con al centro un albero, probabilmente una quercia, e il motto così recita: Uno fallacia filo solvitur [Con un solo filo si scioglie l’inganno]. Dello stesso autore abbiamo un altro emblema raffigurante un labirinto con il motto Inextricabilis error, che rimanda al duplice significato di errare: andar vagando, allontanarsi dalla mèta, sbagliare, ingannarsi.

Forme labirintiche si trovano in pressoché tutte le civiltà conosciute: nella grafica preistorica, nei mandala orientali, in talune danze rituali, nella cultura classica greca e latina, nei testi alchemici, nei pavimenti delle cattedrali cristiane, nella letteratura simbolica ed emblematica dal medioevo all’età moderna. Attualmente ne sopravvivono pallidi e snaturati riflessi ridotti a giochini multimediali, oppure, in ambito psicologico, sotto forma di tests di “intelligenza” per animali e uomini: i primi devono trovare cibo percorrendo un labirinto, i secondi devono trovare una via per uscirne.

Noi torniamo al significato tradizionale del labirinto, percorso iniziatico verso un centro il cui accesso, protetto appunto dalle volute labirintiche, è riservato soltanto a coloro che hanno la capacità di superarne gli intrichi e gli inganni; la sua simbologia è molto complessa poiché si articola sia sulla qualità del centro che sulla direzione e sul livello del percorso.

altIl più famoso labirinto della mitologia greca è quello di Cnosso a Creta, caverna naturale o artificiale o combinazione delle due, comunque ipogeo, le cui vicende bene esemplificano il collegamento fra tre possibili livelli labirintici coesistenti: infero, terrestre e celeste. Infatti il Minotauro o Tauromino [toro di Minos], uomo-toro posto al suo centro, ha come nome proprio Asterios [Stellato]; in alcune raffigurazioni cretesi del labirinto compaiono una o più stelle, e il corpo stesso del Minotauro spesso è trapuntato di stelle. Una fonte riporta che Troia e le sue mura furono ricostruite da architetti cretesi “secondo il modello del labirinto di Cnosso, che era stato anche una rappresentazione dell’universo stellato” (P. Santarcangeli, Il libro dei labirinti, Frassinelli 2005, pp. 18-19).

Teseo percorse la sotterranea caverna labirintica fino al suo centro e, dopo aver ucciso il Minotauro, ne uscì grazie al filo offertogli da Arianna; nel viaggio di ritorno si fermò a Delo dove istituì la danza rituale chiamata Geranos [danza delle gru], riproduzione del labirinto infero e omologia terrena della costellazione celeste della Grus. Ricordiamo per inciso che la gru è un animale altamente simbolico nella maggior parte delle culture: messaggero degli dèi, mediatore fra terra e cielo, psicopompo, emblema di vigilanza, disciplina, sollecitudine e buon governo. Nell’iconografia la gru viene spesso raffigurata su una sola zampa e con un sasso nell’altra oppure con della sabbia nel becco, espedienti per ridestarla se si fosse addormentata durante il suo turno di veglia sul sonno delle altre. Virgilio (Eneide, V, vv. 578-603) ricorda che anche a Troia si svolgeva una sorta di danza labirintica che mimava in modo ludico i passi della guerra riproducendo le volute del labirinto cretese; questo gioco fu trasmesso dal figlio di Enea, Ascanio, agli antichi Latini e da questi a Roma, dove conservò il nome di Troia.

Lo stesso Virgilio nel libro VI dell’Eneide (vv. 14-30) pone il labirinto di Cnosso sulla porta dell’antro della Sibilla di Cuma, effigiato da Dedalo che lì sarebbe approdato fuggendo a volo da Creta. L’eroe deve percorrere simbolicamente un labirinto prima di varcare la soglia dell’Averno. Guénon (Simboli della Scienza sacra, Adelphi 1997, cap. 29) commenta sottolineando che il labirinto non equivale al viaggio agli Inferi ma lo prelude; è una prova iniziatica preliminare, una “erranza” nelle “tenebre esteriori” del “mondo profano”, che permette a chi la supera di avere accesso alla caverna dell’iniziazione dove avviene la morte iniziatica che genera l’illuminazione e la rinascita spirituale.

altL’uomo nel labirinto e il labirinto nell’uomo

Non soltanto un uomo in un labirinto, ma un labirinto nell’interiorità dell’uomo. Anche nel microcosmo umano possiamo infatti ritrovare delle strutture labirintiche ugualmente disposte su tre livelli: addominale, toracico, cerebrale. Il labirinto più allettante e più pericoloso per l’uomo è la sua stessa psiche, non l’anima tradizionalmente intesa, ma la mente, luogo delle illusioni e degli inganni. Ora parleremo della “erranza” dell’uomo nel labirinto dei suoi fenomeni mentali, sospinto dai moti del suo corpo e della sua psiche.

La natura labirintica della psiche è descritta molto efficacemente da Jung nella sua teoria dei complessi; ricordiamo che, etimologicamente, il termine com-plesso indica soltanto un insieme di elementi collegati fra di loro e, a differenza di quanto comunemente si pensa, non rimanda a nulla di patologico. Nel modello junghiano il complesso è una sorta di campo energetico, un insieme di contenuti psichici cognitivi e affettivi simili, coagulato attorno a un nucleo centrale che funge da calamita attirando esperienze analoghe. La psiche non è una realtà monolitica ma composita e dinamica, un complesso di complessi in relazione fra di loro; possiamo raffigurarla come una struttura radiale al cui centro è il complesso dell’Io circondato da complessi a tonalità affettiva. Ogni singolo complesso è a sua volta disposto secondo una struttura radiale simile a quella della psiche in generale e ha al suo centro un nucleo di valenza archetipica, ossia comune a tutta la psichicità umana, attorno al quale si aggregano i vissuti personali di ogni singolo essere umano relativi al tema di quel nucleo. Il complesso dell’Io è l’insieme relativamente stabile e coeso di tutto ciò che riguarda noi stessi e la nostra storia, e ha la funzione di centro della personalità cosciente, pur presentando degli aspetti inconsci. Gli altri complessi sono insiemi di contenuti psichici raggruppati attorno a un nucleo carico di valenza affettiva (sentimenti, emozioni, figure significative come padre, madre, etc.), e sono in parte consci e in parte inconsci.

La psiche può essere quindi rappresentata come un grande labirinto a sua volta composto da tanti piccoli labirinti che sono i complessi. Al suo interno, come all’interno di ogni singolo complesso e nelle vie di relazione fra di loro, si trovano percorsi più o meno tortuosi e ingannevoli.

altUn primo inganno è nell’errare in un labirinto senza saperlo, oppure immaginarlo dove non c’è, il che corrisponde a una visione dilatata oppure condensata di sé stessi e delle situazioni nelle quali ci si trova: un vicolo cieco può essere scambiato per un’autostrada, oppure un’autostrada può essere scambiata per un vicolo cieco. Un ulteriore inganno è nel credere che il labirinto sia al di fuori di noi e che gli intrichi nei quali ci troviamo provengano dall’esterno - dagli altri, dalle circostanze, etc. - mentre, in realtà, lo portiamo dentro; il labirinto psichico è sempre interiore, e gli intrichi apparentemente esteriori non fanno che riflettere, simmetricamente e come in uno specchio, quelli interiori.

Un labirinto è un luogo in cui è molto facile entrare, da cui è molto difficile uscire, e in cui è ancora più difficile stare.

Ricordiamo però che il labirinto stesso offre indicazioni su come affrontarlo:

◊        in ogni labirinto si può inserire una struttura a croce che rappresenta le quattro direzioni del piano: ciò indica in primo luogo fermarsi per orientarsi, poi scegliere una direzione oppure, se non si riesce a sceglierla, sopportare di restare fermi;

◊        i labirinti contengono spesso delle parti simmetriche: ciò suggerisce di mantenere giusta misura e giuste proporzioni;

◊        alcuni labirinti sono raffigurati come torri spiraliformi oppure con una torre al centro: l’indicazione è di porsi su di un piano più elevato che permetta di guardare gli intrichi dall’alto, con distacco.

Approfondiremo meglio gli aspetti labirintici della psiche in una seconda conferenza che si terrà a Simmetria il 31 gennaio 2010 e che avrà per titolo I labirinti di Psiche.

La vita come labirinto

Una riflessione conclusiva: ognuno di noi è un labirinto ambulante che si muove nel labirinto del suo spazio-tempo esistenziale. Noi esseri umani siamo piccoli e piccolo è il nostro spazio-tempo poiché siamo forme limitate e transitorie della Possibilità Infinita, un altro modo di concepire Dio. Tuttavia, nel nostro piccolo, tutti noi facciamo parte di una grande rete cosmica nella quale l’intrecciarsi delle esistenze crea un grande labirinto che è poi la Vita stessa.

Anche su questo torneremo nella prossima conferenza di gennaio.

Per ora chiudiamo riportando una testimonianza che rimanda a questa ulteriore valenza del labirinto: la sognatrice è una donna, psicologa analista, che ha percorso labirinti psichici, esistenziali e onirici fino ad approdare a questo sogno. Lo affidiamo alla riflessione dei lettori.

Entro in casa mia e vedo che alcuni oggetti, piccoli mobili, piante etc. sono stati spostati e messi in un ordine diverso dal mio; qualcuno è entrato e mi chiedo chi sia, forse la sig.ra C. Poi vado in cucina e vedo acqua in terra, alla fine mi accorgo che c’è un piccolo buco circolare sul soffitto, vicino alla caldaia, e che da lì scorre giù dal piano di sopra un getto incessante di acqua. Sono costernata, nel frattempo arriva una paziente per la sua seduta, e sono costretta a mandarla via dopo averle mostrato il guasto per convincerla che non è una scusa. Cerco Maria, l’amministratrice, e finalmente la trovo in compagnia di una ragazza fragile e sofferente che non può abbandonare. Tutte e tre usciamo per trovare qualcuno che ripari il guasto, ma ci perdiamo, facciamo deviazioni inutili, la ragazza è lenta e Maria si attarda con lei, intanto si fanno le 19 e io ho un altro paziente che mi aspetta; mi arrabbio molto con Maria, la casa ormai sarà allagata e il paziente mi sta aspettando invano; minaccio di chiamare i Vigili del Fuoco. Continuiamo a girare a vuoto, ora siamo in campagna sulla sponda del fiume opposta a casa mia, non so quando abbiamo passato il fiume ma adesso non c’è modo di tornare sull’altra sponda. Alla fine scopriamo un grande edificio e vi entriamo: è uno strano palazzo pieno di meandri, sale, corridoi, terrazze, e ci sono molte persone. Giriamo a lungo anche qui, ma non troviamo mai una via per uscirne; il palazzo diventa sempre più grande e labirintico, giunge fino al mare dove vedo grossi scogli di roccia scura che - dice Maria - sono stati frammentati da qualche cataclisma. Torniamo indietro sempre cercando un’uscita, ma più giriamo e più ci perdiamo, il palazzo sembra non avere uscite. Mi rendo conto di quanto sono ormai lontana da casa mia, e che non uscirò più da questo labirinto. Qualcuno dice che in effetti è così, è impossibile uscirne, e infatti stanno tutti lì tranquilli facendo qualcosa o chiacchierando fra loro; la persona aggiunge che solo a pochi è stato concesso di uscirne, grazie a qualche circostanza fortunata che ha fatto loro incontrare qualcuno che li ha condotti fuori. A questo punto finalmente comprendo, quel luogo labirintico è la vita stessa. Si può uscire dalla sua prigione - nel sogno penso alla maya, alla ruota delle esistenze, al karma - soltanto grazie a un incontro fortunato che ci indichi una via di liberazione.

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