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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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I “ladri di cose divine” sono un certo tipo di eroi che, volenti o nolenti, sono costretti a lasciare il loro luogo di origine al quale bramano tornare, e a costoro sono collegati oggetti che per opera dell’Eroe predestinato vengono tolti e allontanati dal territorio a cui appartengono. I più conosciuti sono Ulisse, Giasone ed Enea. Ma cosa si cela dietro questi personaggi che sembrano nati per compiere un bizzarro, impareggiabile viaggio? Gli eroi in questione devono avere la capacità di superare i pericoli del mare prima di raggiungere la terra, dalla quale sono partiti essi stessi o i loro antenati. Oppure sono tenuti a restituire al luogo di origine, un oggetto che generazioni prima ne è stato allontanato, magari trafugandolo con l’inganno.

Per Ulisse il ritorno ad Itaca è qualcosa di insostituibile e vitale, non surrogabile neppure dalla possibilità di soggiornare in luoghi edenici, dove gli si promette l’immortalità. Nell’Anthrum Ninpharum Porfirio di Tiro, spiega che Ulisse personifica l’anima che compie per gradi il suo percorso. Ciò vuol dire che da una data epoca in poi, le vicende di certi eroi mitici, erano considerate come qualcosa che andava ben oltre le avventure di un viaggio leggendario attraverso luoghi fantastici. Si tratta di poemi, in cui è sempre messa in risalto l’idea di un ritorno. Sia Ulisse che Enea sono protagonisti di un accidentato ritorno verso un qualcosa che per essi risulta imprescindibile. Oppure come nel caso di Giasone, anche se non loro personalmente, il ritorno ha a che fare con un oggetto speciale, legato al passato della stirpe. Dietro a tutte questi avvenimenti, c’è l’idea del “rientro” in qualcosa di originario e di antico, qualcosa alla quale è indispensabile ricongiungersi, affrontando tutte le peripezie di un viaggio che ha le connotazioni di un percorso iniziatico.
>Secondo Graves il nome Odisseus significherebbe Nessuno, il che vorrebbe dire che, l’ appellativo consegnato da lui al Ciclope, non sarebbe menzognero, ma indicherebbe un ben preciso modo di essere. Tre sono le divinità nell’ambito delle quali si muove l’eroe : Hermes, Atena e Poseidon e lui più di qualsiasi altro, è un ladro di cose divine. Il primo connesso alle sue radici, l’altra quale punto focale del suo ritorno ad Itaca, il terzo come suo persecutore nel corso del viaggio.
Nel caso di Giasone, il personaggio dà inizio alla sua vicenda con un ritorno e con l’attraversamento del fiume Anauro. Con questo atto si rivela la figura dell’eroe. Egli ritorna in quello che sarebbe stato il regno di suo padre, se costui non fosse stato detronizzato da Pelia. Come Ulisse anche Giasone torna per recuperare la sua patria e la sua terra. Come Ulisse anche lui deve superare una quantità di eventi straordinari che lo spingeranno a varcare il confine di una dimensione altra. Sin dal principio è presentato come proveniente da una dimensione “sovrumana”. Egli raggiunge la sponda dell’Anauro calzando un sandalo solo e ciò vuol dire che proviene da una dimensione non umana: quella dei Centauri. Il luogo da cui giunge è situato tra il mondo dei mortali e quello degli immortali. Suo compito sarà quello di intimorire, proprio per via del sandalo mancante, l’usurpatore, e recuperare il vello aureo di un ariete divino, trasmigrato in un paese posto nel paese magico dei discendenti del Sole. Per far ciò, Giasone, il cui nome significa”Colui che risana”, dovrà abbandonare nuovamente la sua patria originaria e procedere attraverso innumerevoli prove. Non per niente si racconta che, nel percorso, lasciata l’isola di Lemno, sacra agli Hefastoi, sia lui che gli occupanti della nave Argo raggiunsero la Samotracia e li furono iniziati ai misteri dei Cabiri. Dopo di che, dopo essere passati per le rocce Simplegadi, arrivano finalmente nella Colchide dove è custodito il vello d’oro. Ciò vuol dire che si trattava di un gruppo di iniziati.
Per quanto concerne Giasone, l’ombra di Frisso oscurava Iolco, causando siccità e carestie e solamente con il ritorno del vello divino, quest’ombra si sarebbe diradata. Quindi simili ritorni non coinvolgono solamente i protagonisti, ma anche il territorio che essi raggiungeranno. Talvolta il loro arrivo determina il risanamento del regno e della regione, spesso caduta in preda a personaggi negativi che ne detengono indebitamente il potere, come nel caso di Pelia a Iolco. Altre volte il regno è stato invaso da gruppi che se ne contendono il dominio, come nel caso di Itaca.
Per quel che riguarda Enea, si tratta di un ritorno che avviene dopo generazioni, causato da un avvenimento traumatico come la distruzione di Troia. Qui il “ritorno” determina una situazione violenta che, sconvolge l’assetto del paese, come accade con la venuta dei Troiani nel territorio di Laurento. Gli Dèi sono ovunque, quindi anche all’origine di questi avvenimenti, perché gli eroi del ritorno portano con sè qualcosa del passato che dovrà integrarsi e concludersi nel futuro. Durante il loro percorso essi dovranno vedere e conoscere cose che vanno ben oltre l’umano. Talvolta le prove a cui vanno incontro sono le medesime già superate da altri o che altri dovranno affrontare. Infatti, sia nel caso di Giasone e degli Argonauti che in quello di Ulisse, si dovrà transitare per luoghi che sono una specie di spartiacque tra l’umano e il sovrumano: l’isola delle Sirene, quella di Circe e, quasi alla conclusione del viaggio, l’isola dei Feaci, dove l’eroe predestinato sarà accolto e protetto dalla regina.
Giasone, ”Colui che risana”, riportò effettivamente il benessere a Iolco e nella regione della Tessaglia, anche se con lo sminuzzamento della sua storia in mille rivoli il vello d’oro pare perdere di peso e di importanza. In effetti anche gli ulteriori episodi legati a Medea, fanno riflettere e suggeriscono l’idea che dietro il personaggio della Maga si celi una entità divina con prerogative misteriche. Come del resto può essere per il rapporto di Ulisse con Circe. Quale significato possono avere l’incontro del protagonista e i suoi legami con una potente Maga, nel corso del suo itinerario prodigioso?
Sopratutto nel paganesimo tardo le peripezie dell’eroe si rivestono di connotazioni iniziatiche. Ulisse ha in sèe “la vocazione” al ritorno, al luogo di origine. Questa è la sua chiamata, questo è il suo destino, legato alla terra che ha lasciato e a coloro che la abitano. Tuttavia per raggiungerla bisogna sostare nel regno di una Maga.
Apuleio, nel suo paradossale racconto contenuto nell’Asino d’oro, preannuncia un viaggio iniziatico. Anche lui, come gli Eroi del mito, deve ricongiungersi ad una terra dalla quale provengono i suoi antenati e anche lui deve conoscere tutti gli orrori e pericoli dell’arte magica. Dopo di che, approda al culto e ai misteri di Iside. Da lui la Dèa è descritta con nella mano sinistra un cymbium, vale a dire una lucerna a forma di nave. E’ forse un caso che, nel bacino absidale della basilica di Porta Maggiore, l’entità divina che affiora dai flutti tenga tra le mano un velo a forma di nave ? Vuole questo forse evocare il percorso iniziatico attraverso “i pericoli del mare”, sottolineati da Virgilio nell’Eneide. Giasone deve incontrarsi e unirsi a Medea, la terribile Maga figlia di Perse, che ha gli occhi dall’iride dorata, come tutti coloro che discendono dal Sole ed è sacerdotessa di Ecate e nipote di Circe.
Il ritorno di Ulisse ha come punto fondamentale il soggiorno presso di essa. Nell’Eneide il momento magico si ha invece quando l’Eroe si incontra con la Sibilla. Che, oltre che essere destinata all’oracolo di Cuma, è addetta anche al culto di Ecate. In tutti e tre i poemi le tre Maghe sono connesse al mondo sotterraneo: Medea in quanto ipostasi della stessa Ecate, della quale in certe versioni è detta figlia, oppure appare con le stesse caratteristiche di Demetra, come testimoniano i due serpenti che le trainano il cocchio durante la fuga; quindi essa stessa si mostra con delle valenze che caratterizzano le divinità sotterranee. Quanto a Circe, spinge Ulisse a scendere nel mondo delle ombre e la Sibilla guida Enea nel regno di Dispater. Ciò vuol dire che nel percorso del ritorno è previsto il contatto con gli inferi, preceduto però dall’incontro con delle Maghe.
Stranamente, tra i tre il destino di morte colpisce solamente Giasone, vale a dire colui che nel corso del ritorno ha ricevuto più aiuto dagli Dèi. Egli infatti, rimasto oramai solo e senza gloria, muore colpito dalla nave oramai divenuta fradicia nei pressi dell’istmo di Corinto, proprio nel luogo dove l’aveva consacrata alla dèa Hera. Il che vuol dire che Giasone e la nave erano una cosa sola, quasi che il suo unico compito fosse quello di riportare a Iolco il Vello d’Oro. Ma neppure ciò gli era riuscito, perchè l’oggetto meraviglioso sembra non vi sia rimasto a lungo. Agli inizi della vicenda, egli compare circonfuso di uno splendore quasi divino, al contrario alla fine egli è solamente un uomo, gravato dalla terribile ipoteca che coinvolge qualsiasi mortale. La nave stessa, che pareva essere qualcosa di ultraterreno, si sfalda e crolla uccidendolo con una delle sue travi. Tutto quel che di sovrumano dapprincipio lo circondava e lo supportava si deteriora, vinto da ciò che lui avrebbe dovuto vincere: il potere del tempo che tutto divora e che domina la realtà del divenire.
Assai significative sono le navi che conducono gli eroi verso la terra del ritorno. E indicativo è il raffronto tra esse. Quella di Giasone comincia a morire nel momento in cui si svuota del suo contenuto eroico: gli Argonauti. e con essa muore anche Giasone. Abbandonata, dimenticata, lentamente ma inesorabilmente si disgrega, il che vuol dire che ha la stessa sorte di colui per cui è stata costruita. Come in certe storie, qui abbiamo un personaggio di cui la vita e il destino coincidono con un oggetto al di fuori della sua persona. Differentemente le navi di Ulisse sono più di una e progressivamente vengono distrutte dall’ira del Dio del mare. Via via, esse perdono il loro contenuto (i compagni di Ulisse), perché il loro condottiero deve raggiungere la terra di origine da solo. Egli deve fare ritorno solo dopo essere passato per il regno di Alcinoo, navigando su di una nave prodigiosa che procede in intima comunione mentale con il suo equipaggio. Ugualmente le imbarcazioni di Enea devono essere anch’esse navi straordinarie, dietro la cui apparenza si celano entità divine (le Ninfe ).
Per Porfirio, il viaggio di ritorno di Ulisse simboleggia il ritorno dell’Anima verso se stessa. Ma quella di Ulisse è un’Anima speciale che si origina da un individuo straordinario: Autolico figlio di Hermes.
Si racconta che sia stato lui a imporre il nome all’eroe appena nato: Odisseo da odyssomenos (part. οδϋσσομαι) che vuol dire “l’odiato”. Infatti nessuno fu più odiato di lui, sia da parte degli abitanti di Troia che dal Dio del mare. Si racconta anche che non fosse nemmeno figlio di Laerte, ma di Sisifo. In effetti le radici dell’eroe sono alquanto bizzarre. Egli discende dal Dio che protegge i ladri e da chi, come Autolico, è in grado di mutare l’apparenza delle cose, nonché da Sisifo che osò sfidare gli Dèi. Questi sono i presupposti di Ulisse, grazie ai quali nel corso del suo viaggio sarà in grado, anche se non sempre, di prevedere i pericoli ed intuire il modo di schivare l’ira di un potentissimo Dio. Tuttavia ciò non sarebbe potuto avvenire, se non avesse ricevuto aiuto da Hermes che è presente in tre momenti decisivi del viaggio: quando viene liberato dalla prigionia di Calipso, quando è sul punto di incontrare Circe e nel momento in cui si trova tra i misteriosi Feaci. Ma Hermes è l’Angelos Dios, il Nunzio di Zeus, così come la sua maggiore protettrice Atena ne è la mente. Egli procede racchiuso tra due polarità antitetiche che, tuttavia, si integrano e si completano a vicenda: quella infera che fa capo a Hermes e quella decisamente uranica che culmina in Atena. C’è chi disse che l’uomo è un ladro di cose divine e nessuno lo è più di Ulisse nel corso del suo peregrinare. Quasi che il fine ultimo non fosse il ritorno alla terra di origine, ma la conoscenza di ciò che è nascosto ai mortali, perché il desiderio di ritrovare l’origine di se stesso sembra essere solo un pretesto per compiere il ritorno a se stessi: in altre parole non è tanto importante il fine, quanto il mezzo. E questo sarà un percorso che non può essere che irto di pericoli.
Presupposto della salvezza è quello di non dimenticare mai chi egli sia. Infatti il primo momento critico da affrontare è quello del cibo dell’oblio che lo attende nella terra dei Lotofagi. Qui Hermes non è palesemente presente, ma lo è occultamente essendo lui il Dio che preserva la memoria, come ci viene tramandato nell’inno Orfico: “ le mie preghiere ascolta, alla vita un nobile fine concedi alle opere, nelle graziedella parola e nella memoria “(XXVIII). Il non dimenticare se stessi è la conditio sine qua non per uscire da quel particolare problema. Come del resto accadde anche al Lucio dell’Asino d’oro, il quale, nonostante tutte le sciocchezze suggeritegli dalla sua testa asinina, non dimenticò mai se stesso e la ricerca della sua forma originaria.
Il vero e proprio viaggio tra creature ignote e entità sovrumane ha inizio con l’avventura del Ciclope: da quel momento Ulisse dovrà confrontarsi con individui di natura ambigua ai limiti di dimensioni sovrumane. L’incontro con Polifemo, segnerà gli avvenimenti e il destino del suo ritorno. E’ l’invocazione che il figlio di Posidone indirizza al padre, “fa’ che non giunga mai a rivedere la sua terra e se è proprio destino che la riveda, ciò avvenga dopo indicibili sofferenze e lì giunto trovi dei nemici ad attenderlo”, che determina i destini dell’Eroe.
Ulisse poteva non fermarsi nella terra dei Ciclopi, dopo aver acquisito le provviste necessarie per continuare il viaggio, poteva tirar dritto e arrivare presto ad Itaca, ma lui voleva conoscere gli abitatori del posto: perché Ulisse è un ladro di cose divine, perché egli vuol conoscere e possedere cose che l’uomo non può e non deve conoscere, per carpirle è disposto ad affrontare ogni pericolo, ma quando si trova al culmine del rischio prende corpo la sua innata astuzia ereditaria. A spingerlo è l’attrazione verso il tipo di ignoto che va oltre l’umano e Polifemo personifica il gorgo insondabile e terribile che si cela nel mare sconosciuto, lungo il quale sarà costretto a navigare. Solamente dopo aver spento l’unico occhio di Polifemo, egli sarà messo alla prova col sovrumano. Perché la potenza del Ciclope si compendia nel suo unico occhio circolare, con il quale sceglie le sue vittime per poi ingoiarle. Quindi bisogna sottrarsi a lui chiudendoglielo una volta per tutte.
E’ necessario nascondersi e celare il proprio nome dietro una cortina fumogena invalicabile: “Oudeis – Оυδεις = Nessuno”, da cui per Graves deriverebbe il nome Odisseo, mentre per Kerenyi verrebbe da odyssomai = odio. In effetti entrambe le etimologie sono calzanti per il personaggio, in quanto è perseguitato dall’odio di un Dio e nello stesso tempo possiede un’indole sfuggente. Polifemo appare come il guardiano di una soglia proibita, oltre la quale i mortali non possono andare. Anche Giasone si trova a doversi confrontare con il custode del territorio che appartiene all’enigmatico e oscuro Minosse, ma a soccorrerlo c’è l’arte magica di Medea, Ulisse invece può ricorrere solamente alla sua sagacia ed astuzia. Tuttavia a tradirlo è il suo orgoglio: quando oramai è sul punto di prendere il largo non resiste alla tentazione di proclamare la sua identità. La grida in faccia a Polifemo e a tutti gli Dèi, anche a quelli che gli sono contrari. Vale a dire che si spoglia dell’ombra che lo protegge e consegna al nemico il proprio nome, cioè se stesso.
Nella tradizione magico-religiosa, conoscere il nome di qualcuno vuol dire possederlo. Oppresso dall’odio del Dio del mare, egli oramai dovrà andare avanti per incontrare se stesso al concludersi di dure prove. Ad esse andrà incontro muovendosi per il mare, un mare che, come spiega Giuliano Imperatore, rappresenta l’aspetto più occulto del mondo sotterraneo, vale a dire quell’abisso inimmaginabile entro il quale si formano le ragioni divine. Quanto a Posidone, suo Dio incontrastato, conosciuto con l’appellativo di “scuotitore di terre”, non è detto che la sua ira contro Ulisse fosse dovuta al fatto di avergli accecato il figlio, ma forse è motivata dall’attimo d’orgoglio dell’Eroe quando proclama contro tutto e tutti il proprio nome. E non sarebbe la prima volta che ciò suscita lo sdegno del Signore del mare: quando Ajace Oileo, gridò ai quattro venti di essersi salvato a dispetto degli Dèi e degli uomini, Posidone con il tridente colpì la roccia a cui l’eroe si era aggrappato, e questa si inabissò portando con se l’eroe.
Anche il fatto che Ulisse raggiunga l’isola natante del custode dei venti ha il suo significato. Costui possiede il controllo sugli spiriti che animano il mare, metafora di tutto quel che è diveniente, compresi gli esseri umani. Plutarco disse che solamente gli Dèi “sono”, gli uomini invece “divengono”. La dipendenza di Eolo nei confronti di Posidone risulta evidente: non ha una dimora stabile. Questa evoca la natura dello scuotitore di terre, cioè di colui che rende instabile ciò che sembra esserci di più stabile: la terra. Qui la prudenza di Ulisse provoca una situazione disastrosa che spinge i suoi compagni a supporre qualcosa di non vero: che Ulisse nasconda loro le ricchezze che ha ottenuto da Eolo. Possiamo ben dire che gli dèi confondono chi vogliono perdere. Infatti sia lui che i suoi compagni, proprio quando sono in vista della patria agognata, per loro colpa cadono in balia di venti avversi che, come spiriti malevoli, li scagliano lontano dalla loro terra. Ulisse aspirava a conoscere ciò che è oltre la vita e oltre l’umano, e oltre l’umano viene lanciato. Perché lui non comprende che entrare in queste dimensioni ulteriori vuole dire lasciarsi trascinare lontano da ciò che si conosce e più si ama. Ma cosa è che Ulisse realmente ama ?
Afferrati da un turbine, un vero e proprio gorgo, vengono spinti lontano in una dimensione che è oltre l‘umano. Hanno la visione della loro isola che si fa sempre più lontana, sono consapevoli di essere spinti verso mète sconosciute e vaghe. Infatti approdano in una terra che ha un altro cielo, dove il giorno e la notte si congiungono, il buio e l’ombra si uniscono in una specie di danza strana, dove il visibile e l’invisibile si sfiorano. Questa è la frontiera che divide il mondo dei mortali da quello di esseri diversi: Numi e giganti, entità infere e telluriche. Si tratta della frontiera di uno straniante universo, su cui domina Hecate, la Dèa dei Maghi.
Plutarco spiega che l’orizzonte è la metafora del confine tra quel che è visibile e l’invisibile, di ciò che è conoscibile con quel che per gli umani deve essere inconoscibile. In esso infatti è ravvisabile la natura di Anubis che è affine a quella di Hecate. (De Iside – 44); essa infatti collega il visibile all’invisibile. La terra in cui approdano è abitata da esseri giganteschi e antropofagi. Qui Odisseo perde gran parte dei compagni e tutte le sue navi, eccetto quella su cui viaggia, assieme a Euriloco, personificazione del suo tratto più umano. Sembra quasi abbia il valore di una potatura a cui l’eroe è stato destinato. Fuggono e poi sbarcano in una terra ricca di selvaggina e di sorgenti. Dopo essersi riforniti di viveri potrebbe salpare e tentare di ritrovare la via di casa, ma Ulisse salendo su una altura scorge un’isola poco lontana sulla quale sorge un grandioso palazzo. I compagni lo scongiurano di non dirigervisi, ma lui obietta che da dove si trovano non saprebbe verso quale direzione spingere la nave. Ed è proprio così, perché oramai sono entrati nel labirinto di ciò che non appartiene più ai mortali e solamente entrando nella logica del sovrumano essi possono da ora in poi salvarsi e sperare di far ritorno alle proprie case.
Non è infrequente trovare un certo tipo di creature straordinarie, al centro di isole circondate da acque sconosciute ai naviganti, i quali vi giungono solamente per decisione degli Dèi. Sono acque che fanno pensare al grande Okeanos che circonda il mondo e sulle cui rive si trova la dimora dei morti. Con Circe i compagni di Ulisse sperimentano la trasmutazione da umano a sub-umano: da umano ad animale. In effetti la Maga li priva del logos, della parola. Va tuttavia tenuto conto che una simile trasformazione rammenta l’antefatto di molteplici riti iniziatici, cioè il morire e il rinascere in una pelle di animale o da una pelle di animale, come nel meskhent Egizio, dove l’iniziando, avvolto nella pelle di un’animale sacrificale, raggiunge la palingenesi e con questa la rinascita. Anche nel Mitraismo maschere ferine indossate nel corso dei misteri alludono alla morte e alla rinascita che si attua all’interno del gruppo iniziatico; e Apuleio cela la sua iniziazione ai misteri di Osiride, dietro l’assurda vicenda di Lucio-asino.
>La tappa di Ulisse nel regno magico di Circe è uno dei punti più significativi del suo misterioso viaggio, la prima delle tappe in cui l’Eroe è costretto a interrompere la sua navigazione; l’altra sarà nell’isola di Calypso. Protagonista accanto a lui della vicenda è Euriloco, che personifica un se stesso rovesciato. Tanto lui è ansioso di carpire quanto più è possibile dell’ignoto, quanto Euriloco lo è del ritorno al suo luogo di origine: il cugino di Odisseo rappresenta la parte in ombra di Ulisse, quella prudente e più umana. Entrambi si salvano dagli incantesimi di Circe, entrambi resistono a questi, l’uno per l’intervento di un Dio, l’altro proprio grazie alla sua cautela. Stranamente quest’ultimo è proprio colui che sarà destinato dalla sorte a raggiungere con un gruppetto di compagni la dimora di Circe. Ma a differenza di questi, rifiuta di entrarvi, in quanto è consapevole di trovarsi in un ambito ignoto e assolutamente estraneo alla natura umana. Perché mai la sorte designa Euriloco? Forse perché Ulisse doveva incontrarsi con un Dio che gli avrebbe fatto dono di qualcosa di assolutamente singolare, qualcosa che nasce e fiorisce solamente per gli Dèi: il fiore Moly. Perchè Ulisse è destinato a entrare nella casa di Circe, è stabilito che dovrà confrontarsi con essa e restare indenne. Non bisogna dimenticare che egli discende da Hermes e come tale ha una parte in sè che è erede di cose divine. Anche se lui non può cogliere direttamente il fiore straordinario, lo può tuttavia ottenere dal Dio che è alla radice del suo “essere”.
Ancora dopo l’avvento del Cristianesimo i Simoniani riconoscevano in Ulisse “l’Anima Intelletto che avendo gustato il fiore Moly ed avendo mangiato questo frutto, non solo non fu mutato in bestia da Circe, ma usando della capacità di tal frutto potette di nuovo plasmare e richiamare alla loro primitiva effigie tutti coloro che erano già stati mutati in bestie. Così grazie a quel latteo e divino frutto egli fu amico fedele e fu amato dalla Maga “1.
Non è un caso che il fiore Moly coincida proprio con l’episodio appartenente all’incontro con Circe, la grande incantatrice, personificazione dell’arte magica, vale a dire delle trasmutazioni. Infatti la descrizione del fiore allude a una morte (la nera radice) e a una rinascita (il fiore simile al latte), e Ulisse si trova in un mondo che, come dice il Kerenyi “è in continuo contatto con la morte come il dritto di un tessuto e il suo rovescio” 2, ed è per questo che incontra Hermes, l’Angelos che congiunge il visibile all’invisibile, che è nunzio di Zeus, nonché protettore della memoria e della parola. In quanto Dio della memoria e della parola, con il suo dono impedirà ad Ulisse di seguire la sorte dei compagni e dimenticare se stesso, smarrendosi nell’indefinito e perdendo la memoria del logos, trasformandosi in un animale tellurico come è il maiale.
Perché egli per proseguire la propria iniziazione deve commisurarsi con Кιρκα, la Maga, il cui nome pare derivi da κιρκός che vuol dire “falco” o dal verbo κιρκοω che significa “recingo- chiudo con anello”. In entrambi i casi è presente l’idea del cerchio che si stringe attorno a qualcosa, che piomba improvvisamente sulla preda, dopo aver tracciato con il suo volo anelli concentrici nel cielo. Quasi volesse richiamare alla mente l’idea del Fato che si abbatte sull’uomo dal cielo e lo chiude entro l’ anello del suo destino. Chi salva Ulisse da ciò è Hermes, il dio kabiro, vale a dire una forma divina legata ai misteri di Samotracia. Forse per questo Ulisse è ritratto quasi sempre con sul capo il pileus degli Hefastoi. A differenza dei compagni, Ulisse resta sempre se stesso essendo, come lo giudicavano i Simoniani, la personificazione “dell’anima intelletto”.
Tuttavia anche i suoi compagni sono parti di lui, parti che verranno via via eliminate. Essi sono i primi a fare la conoscenza con Circe, sono i primi a udire il suo canto e il suono del suo telaio, davanti al quale lei tesse. Così come le Moire, Circe tesse e canta i destini dei mortali, muta la loro forma ed i loro pensieri, affinché si integrino alla corporeità alla quale sono sin dalla nascita assegnati. Ma nello stesso tempo Circe è una Potnia Theron, una Signora degli Animali, come lo è Afrodite nel momento in cui si avvicina ad Anchise, ma soprattutto come lo è la Grande Madre Cibele, figura posta al centro della compagine dei Cabiri, le entità misteriche congiunte ai culti di Samotracia.
Il fatto è che dietro entità divine minori si celano divinità possenti, il che significa che queste si confanno alla loro sfera d’azione. Ogni divinità è raffigurata con tra le mani degli oggetti che la contraddistinguono: Circe possiede una lunga bacchetta con la quale esercita il suo potere che si potrebbe assimilare al suo numen, vale a dire alla sua forza attiva. Questa però agisce solamente quando è congiunta alle misture che lei medesima prepara, spremendo i succhi di quel che nasce dalla terra. Come spesso avviene quando ci si confronta con entità infere o telluriche, ciò che si assume come alimento è di importanza notevole. Psyche venne istruita su come doveva comportarsi quando si sarebbe trovata davanti a Persefone: sedere sulla nuda terra e accettare solamente del pane grezzo. La stessa Persefone restò per sempre legata agli inferi per aver gustato un chicco di melagrana offertole da Hades. Perché sembra che questo tipo di entità possano esercitare il loro potere solamente quando le loro vittime abbiano interiorizzato ciò che a loro appartiene, a meno che, come Ulisse, non abbiano gustato qualcosa che si oppone alla natura di esse. Se ciò avviene accade che, come dicevano i Simoniani, egli possa divenire amico della Maga e di nuovo plasmare, raffigurare e riportare alla loro primitiva effigie tutti coloro che erano già stati mutati in bestia”.
Anche Lucio-asino si avviò verso il ritorno al se stesso originario solamente dopo essersi nutrito della rose che il sacerdote di Iside teneva accanto al sistro. Non è impossibile che tutto ciò sia un richiamo a un determinato momento dell’iniziazione ai misteri, quando cioè il mystes, dopo essere passato nella pelle dell’animale sacrificale, si accinge a rientrare nella sua propria forma. Circe è il frutto dell’unione tra il sole e il mare, ossia tra il grande Oceano, primordialità assoluta, e il Sole, simbolo di ciò che è manifesto. Essa è l’immagine di quel che pur, essendo visibile, ha dietro di sè il mistero di un mondo invisibile. Per questo è presentata come Maga, in quanto munita di poteri insondabili e agli uomini sconosciuti. La sua natura è la medesima del Moly del quale i petali sono bianchi e luminosi ma la radice è oscura. Circe personifica il Moly, immagine di una morte che prelude a una rinascita, e non per niente il colore della sua corolla è accostata al latte.
Il fiore Ulisse lo riceve da Hermes, guida delle anime, e grazie a lui i compagni dopo essere divenuti porci, animali sacri alla Terra Madre, recuperano il logos, la parola, che è ciò che separa l’uomo da quel che è solamente tellurico e da questo lo diversifica. C’è da rimarcare che Circe per renderli tali li colpisce con la sua verga e che per farli tornare uomini li accarezza con un unguento. L’immagine fa venire in mente l’affresco della Villa dei Misteri, dove l’inizianda viene percossa con una bacchetta da un essere alato, così come ricorda il verso dell’Inno Omerico a Demeter, dove la Dèa procede all’immortalazione di Demofonte ungendolo di ambrosia.
I versi di Omero dicono che i compagni di Ulisse ritornarono alla loro immagine originaria più forti e belli di prima, come se si fosse realizzata una rigenerazione. Persino Euriloco, ossia la componente più intrinsecamente umana di Ulisse, se pur riluttante, si lascia convincere a trasferirsi con gli altri nella dimora della figlia del Sole, dove dovranno restarvi per un intero anno. Quanto ad Ulisse, per quel lasso di tempo vivrà in intima comunione con colei che è la personificazione dell’arte magica. Deve farlo per imparare a confrontarsi con ciò che incontrerà nel viaggio di ritorno: per ritornare alla sua patria e a se stesso egli sarà obbligato a compiere una discesa agli inferi e conoscere il mondo umbratile dell’oltretomba.
Questa è una tappa, alla quale dovrà sottoporsi anche Enea, nel suo viaggio verso la terra di origine della sua stirpe. Anche Giasone effettua una sorta di discesa agli inferi, nel momento in cui compie il sacrificio a Brimo. In ognuno di questi “viaggi del ritorno”, agli eroi tocca avvicinarsi agli inferi e ai suoi dèi. Come accadde ad Apuleio di Madaura nel suo iniziatico ritorno alla propria natura originaria. Quanto ad Ulisse, dovrà farlo per “conoscere”, per sapere ciò che incontrerà nel corso della sua navigazione. Ciò dimostra che il “vaticinio” è cosa che appartiene al mondo sotterraneo. Ma Ulisse incontra le anime dei trapassati o i loro eidola ?
Erwin Rodhe è convinto che sia proprio così 3>; questi sono descritti così come erano nell’attimo della morte, oppure appaiono chiusi nella fissità costante di ciò che maggiormente li caratterizzò nel corso della vita: Orione che va a caccia, Minosse che giudica, Eracle che tende l’arco. Quasi a voler dire che di essi resta solamente il simulacro di quel che fecero in vita. Ma per arrivare ai limiti della dimora di Persefone, Ulisse dovrà valicare la misterioso corrente di Okeanos, sulle cui rive si apre l’entrata del mondo sotterraneo. Con questa figurazione, Omero quasi conclude l’epopea di Ulisse: le anime dei Proci che vanno, guidate da Hermes verso la moltitudine dei morti. Ulisse però non si introduce veramente nel mondo sotterraneo, ma si ferma al suo ingresso e lì celebra il fosco sacrificio che va reso ai morti, perché si tratta di un sacrificio che va compiuto sulla entrata del regno delle ombre.
Egli sa come confrontarsi con queste, perchè glielo ha insegnato Circe, la grande Maga, così come Medea insegnò a Giasone il rito da riservare a Ecate, nel quale questa è invocata con il medesimo appellativo che si attribuisce a Demetra. Il che vuol dire che gli Eroi, nel loro viaggio di ritorno. devono essere pronti ad affrontare gli Dèi dell’Erebo.
Quel che non si può fare a meno di rimarcare è il fatto che Omero tiene a descrivere con precisione e nei minimi particolari i cerimoniali religiosi celebrati nelle varie occasioni. Anche ora, sulla soglia dell’Erebo, il sacrificio in onore dei morti è riferito con la massima accuratezza, come se nell’epopea di Ulisse tutti i passaggi del sacrificio assumessero una specifica rilevanza, quasi si trattasse di insegnamenti. Macrobio, nel commentare l’Eneide, mette in risalto le cerimonie religiose che Virgilio espone nel suo poema, dando loro un rilievo considerevole, in quanto apportatrici di istruzioni per la disciplina religiosa. Vero è che in questo caso siamo in un’epoca molto più recente, tuttavia non si può escludere che i rituali descritti potessero avere una funzione di catechesi iniziatica.
Nel nostro caso, Ulisse scava una fossa quadrata, intorno alla quale versa una libagione di latte e di miele, poi di vino e quindi di acqua, e dopo aver fatto ciò vi sparge farina d’orzo. In realtà si tratta di una vera e propria escara, quindi un altare agli dèi sotterranei. Forse dietro questa descrizione potrebbe esserci un rimando ad un preliminare iniziatico: non possiamo escluderlo, data l’accuratezza con cui l’azione viene descritta. Secondo alcuni scoliasti, Ulisse sarebbe l’anima intellettiva, che è giunta fin lì grazie all’aiuto di Circe; ma deve essere lui, solamente lui a creare il punto di contatto con la dimensione dei morti, realizzando una sorta di tempio che ha la tipologia di un’escara. Singolare è il cenno al miele e al latte, l’uno in quanto considerato un alimento purificatorio e l’altro come allusione ad una rinascita. Poi vengono il vino e l’acqua, probabile rimando al fiume Okeanos, infine la farina d’orzo che tutto ricopre e che si riferisce a Demetra, la Terra Madre, congiunta in modo strettissimo a Persefone. La mistura che lui prepara fa pensare al kekyoneleusino, la bevanda mistica istituita da Demetra stessa e che assumevano gli iniziati ai Misteri della Dèa.
>Stando sulla soglia degli inferi l’eroe compie una serie di gestualità rituali, grazie alle quali apprende i misteri dell’oltre tomba. Soprattutto, come rileva Erwin Rodhe, egli ha la visione dei tre ”Penitenti”, le tre figure mitiche che personificano le tre colpe che contraddistinguono la stirpe umana: l’ingordigia simboleggiata da Tizio, la brama del piacere simboleggiata da Tantalo, e l’orgoglio per l’acutezza della propria mente rappresentata da Sisifo. Oltre questi c’è la turba senza limite dei trapassati; tra i quali Minosse, Orione, Ercole, i quali ripropongono eternamente le azioni che li resero famosi. E poi ci sono le ombre per sempre prive di gioia, perché prive della vita, circondate da un cupo paesaggio, che ricalca perfettamente quel che esse provano.
Si tratta di eidola, quindi di “esseri” spogli di quel che è fondamentale per gli uomini, ma non privi del dolore, perché si può dire che esse private della vita, non possiedano nient’altro che il proprio dolore, ma anche questo è larvale. Ciò che viene messo in risalto è il fatto che queste ombre non possiedono più la mente, non hanno più la memoria, vale a dire che sono state svuotate di ciò che è più specificamente umano, vengono infatti definite “teste vuote”, teste sprovviste della mente, prive cioè dell’anima intellettiva che è molto di più dell’ ’intelligenza”. Per gli esegeti più tardi, questa è personificata proprio da Ulisse, perché è il protetto di Athena, mente del Sommo Zeus, e perché discende da Hermes, il dio del sottile acume e della parola.
Per un attimo questi esseri umbratili, privi di se stessi, si riappropriano di ciò che hanno perduto, grazie al sacrificio cruento celebrato da Ulisse, Anima Intellettiva. Lui però deve scendere agli inferi e apprendere da Tiresia quali dovranno essere le tappe del suo viaggio di ritorno, ma deve anche confrontarsi con la desolazione dell’oltretomba. Per un attimo gli eidola cessano di essere tali, nel momento in cui bevono il sangue delle vittime, nel momento in cui placano la loro terribile sete col sangue che qui assurge a simbolo della vita stessa. Solo all’apparire di Ercole si apre uno spiraglio di luce e speranza, nella cupa uniformità del mondo dei morti.
Ma giunti a questo punto del poema, quando oramai Ulisse ha concluso il suo passaggio nel mondo sotterraneo, Omero ci fa sapere che le ombre che Ulisse ha incontrato, non sono realmente le anime dei trapassati, ma solamente i loro eidola. Sono quella parte di loro che è rimasta legata alla vita trascorsa e al loro lato più umano e mortale. La Psychè, il loro lato immortale, per gli eroi come Ercole, continua a vivere nel mondo sereno degli Dèi. Quanto a tutti gli altri, alla turba dei morti comuni, forse di loro non resta che l’eidolon, il riflesso di quello che sono stati quando erano vivi, legato all’eco delle loro emozioni. Ciò potrebbe alludere al mistero iniziatico, secondo il quale non hanno più paura della morte coloro che hanno ricevuto l’iniziazione.
"quelli delle due morti” come li definisce la Maga, coloro che, a differenza degli altri, per due volte scenderanno nell’Ade. “Tutto questo è compiuto” dice Circe come si fosse trattato di un rito iniziatico.
Poi nei pressi dell’isola delle Sirene, la nave sembra essere prigioniera della bonaccia. Niente spaventava di più gli antichi naviganti, quanto la situazione di stallo che creava la bonaccia. Il sole sfolgora, ma non vi è un’alito di vento, tutto è fermo, non c’è più quello che può essere considerato il respiro del mare e della terra. L’unica cosa che esiste è la voce carezzevole e invitante di entità sovrumane, donne dal volto umano e con il corpo di uccello che abitano in un luogo dove tutto è immutabile e fermo. Anche Ulisse è immobile, legato all’albero della nave, quasi che in lui si rispecchi la natura del posto, un posto dove la vita è sospesa. In cosa consiste la seduzione delle Sirene? Non viene descritto il loro aspetto, anche se nell’iconografia più antica sono raffigurate come in parte donne e in parte uccello. Omero ci dice solamente che cantano e che il loro canto è invincibile. Tramite questo, offrono a Ulisse ciò che lui più brama: la conoscenza. Ma una cosa è certa: se lui accetterà la loro offerta e ascolterà il loro richiamo morirà. Mentono le Sirene ? Le ossa sparse tutt’intorno testimoniano il destino che attende chiunque lasci la propria rotta e segua il loro canto. E’ un destino di morte, ma non ci viene detto in che modo i malcapitati muoiano.
La Grecia è contraddistinta da una moltitudine di isole, ma nel nostro caso l’isola acquisisce un significato recondito. Le entità più straordinarie abitano in isole, come anche le popolazioni più straordinarie: Circe, Calipso, i Feaci, come se l’immagine dell’isola servisse ad indicare un luogo che non è un luogo, ma un punto di forza che fatalmente, percorrendo gli itinerari di questi eroi, non si può non incontrare. Le isole in questione trasmettono l’idea dell’isolamento minaccioso, dell’invalicabilità metafisica, la rappresentazione di qualcosa interdetta all’uomo. Cosa dice il canto delle Sirene?
Sirena viene da ειρω, “lego, incateno tramite un canto magico”. Un canto magico di morte che interdice a chi non sia predestinato l’ingresso alla dimensione degli immortali. Un canto esiziale che rammenta “il>maleficio funesto” a cui allude Demetra, quando si accinge a rendere immortale Demofonte. .
Nelle raffigurazioni più antiche, le Sirene non sono donne dalla coda di pesce, ma esseri alati con corpo di uccelli e volto di fanciulle. Forse in esse si può ravvisare l’immagine di guardiane di una soglia vietata ai mortali. Una soglia che conduce alla conoscenza di un remoto sapere, oramai agli uomini per sempre vietato.
1 Simon Mago –“La Grande Rivelazione”- Da Ippolito “Confutazioni” VI –Testi Gnostici Cristiani- Laterza –Bari 1970
Kerenyi – Mito e Misteri –pg 67 –Boringhieri -1990
2 Kerenyi – Mito e Misteri – Boringhieri -1990
3 Erwin Rodhe –culto delle anime presso i Greci – Laterza-Bari 1982

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