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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Procedendo per gli scavi di Ostia antica, a un certo punto del Cardo Massimo sulla destra, ci s’imbatte in un vasto prato dalla forma triangolare. Al vertice nord ci sono i resti solenni di un santuario, mentre nell’angolo est, si scorgono i ruderi in opus reticolatum di un sacello, entro il quale un dio bellissimo giace su un ricco kline. Ha un copricapo dal quale si irradiano dei raggi. Il significato palese è che dal pileus che il dio indossa, si propaga tutta la luce del firmamento.
Il dio era conosciuto con il nome di Attis, nome dal significato oscuro e controverso, perché deriva da un termine Frigio e di origine Frigia è anche il suo tardo culto in Roma. Ma chi è Attis ?
Si racconta che la figlia del re di Pessinunte, mentre si aggirava nei pressi del fiume Sangaris, restò conquistata dalla bellezza di un mandarlo nato in quel luogo luogo in modo prodigioso. Come spinta da un sortilegio, la ragazza afferrò una delle mandorle e se la pose in seno. Miracolosamente, al contato del frutto concepì e, trascorso il tempo giusto, partorì un bambino di straordinaria bellezza. Tuttavia il re padre, non volendo avere nulla a che fare con un nipote generato in maniera così irregolare, ordinò che venisse abbandonato sulle rive del fiume Gallos. Ma, sempre in modo prodigioso, Attis fu nutrito così che poté sopravvivere e crescere. Egli passava la vita andando a caccia e suonando la sirinx. Ma un giorno, mentre si riposava sulla riva del fiume, la Grande Madre Cibele lo vide, se ne innamorò castamente e decise di tenerlo per sempre con se. A motivo del suo amore decise di donargli la cosa più bella: il pileo coperto di stelle. Ma un giorno Attis si innamorò follemente della Ninfa di un pino e, preso dalla passione, abbandonò la dimensione divina e seguì la Ninfa nella sua caverna, dove si congiunse con lei. Avvertita dell’evento da uno dei suoi leoni, Cibele si infuriò e fece impazzire il giovane che, sentendosi inseguito dalla sferza delle Erinni, cominciò a correre tra le rocce del Monte Dindimo, fino a che, giunto sotto un grande pino si evirò. Dal suolo impregnato del suo sangue, nacquero le viole mammole, i primi fiori di primavera. Sembra che a seguito di ciò, Attis sia morto, e ciò accadde il 22 marzo, giorno dell’equinozio di primavera. Il giorno seguente i fedeli lo piangevano, il 24 ne celebravano il funerale, ma il 25 Attis risorgeva e si univa nuovamente alla Grande Madre.
Nel raccontare queste cose andrebbe usato il presente indicativo, perché Saturnino Sallustio avverte che “ciò non avvenne in nessun tempo, ma avviene sempre”.
Come si vede, si tratta di un mito assai complicato, non sempre facile da ricostruire nella sua interezza. Il fatto è che coloro che elaborarono questi racconti sacri, li tutelarono avvolgendoli nei veli policromi e stranianti del mito, affinché soltanto chi fosse realmente interessato a coglierne il senso, lo intendesse grazie a una ricerca intensa e sofferta “..il dio non nasconde ne svela la verità, bensì la indica “,lasciò scritto Eraclito di Efeso.
Nel nostro caso ci troviamo di fronte a una serie di figurazioni enigmatiche, collegate tra loro dal motivo della discesa di un dio nel mondo dei mortali e dalla sua risalita alla dimensione divina. Tutti coloro che ne hanno fatto l’esegesi, vissero intorno a IV secolo e seguirono la religione di Attis considerandolo un culto solare. (1)
 
Ma chi è Attis? Esso è soprattutto un dio, vale a dire una delle cause della vita nel cielo e sulla terra. In quanto tale si rivela mediante il mito. A connotarlo sono i suoi attributi, le vicende mitiche e gli appellativi che i fedeli gli rivolgono negli inni. Quando questi si raccoglievano nei pressi del tempio della Magna Mater, durante le solennità che andavano dal 22 marzo al 4 aprile, i cantori con enigmatici versi, celebravano la gloria di Attis e della Grande Madre Cibele.
Sia tu stirpe di Crono, sia tu stirpe beata di Zeus, sia della Grande Rhea, ti saluto o Attis, nome che fa chinare gli occhi a Rhea. Te gli Assiri chiamano Adone tre volte desiderato, tutto l’Egitto Osiride, la sapienza dei Greci Corno celeste della Luna e i Traci dell’Emo Coricante, e i Frigi ora Padre, ora Spiga Verde mietuta o Suonatore di flauto che la Mandorla Ferace ha partorito “.
La Mandorla Ferace”: con questa immagine prende l’avvio il mito di Attis. Perché i Frigi dicono che il Padre di tutto è mandorla: quella mandorla preesistente che contiene il frutto perfetto che pulsa e si muove; frutto che contiene in se l’idea della vita stessa. Attis è un figlio che si esprime con tanti nomi, ma che nella sua essenza resta incomprensibile per la mente umana. Solamente mediante le figurazioni meravigliose cantate dai divinamente ispirati, Attis può essere intuito e rivelato agli uomini. Egli si presenta nel cuore dei fedeli come il divino auleta, che percorre incessantemente i cieli e sparge la sua musica sublime oltre la dimensione ultraterrena, raggiunge la realtà materiale e con la sua potenza la consacra.
Secondo alcuni, Attis suona i flauto in quanto spirito armonioso. Macrobio ci dice che egli ha come attributo la sirinx, perché questa simboleggia l’accordo dei venti che sono disuguali tra loro ma che il Sole raccoglie e, con questi, plasma lo strumento della sua splendida armonia.
 
Il culto di Attis è un culto solare, e l‘immagine del Sole veniva contemplata come quella dell’Intelletto Generatore e Creatore. Quanto ad Attis, rappresenta la sostanza stessa dell’intelletto generatore. Sostanza che riunisce in se i varii principi delle forme divine che si congiungono con la materia. Attis è la Luce delle Luci, che è alla radice di ogni altra luce e compendia tutte quelle del firmamento. Quando nelle notti stellate guardiamo il cielo, noi contempliamo il maggior attributo di Attis: il suo pileo di stelle. La via Lattea, invece, rappresenta il grande fiume lucente che divide il mondo della materia da quello delle essenze. Lì giunge il limite delle cose materiali ed è da lì’ che proviene tutto quello che non è eterno.
Nei pressi della via Lattea,Attis incontra la Grande Madre e riceve da lei il dominio sugli astri.
Nel nostro caso si tratta della Grande Madre Cibele come è presentata nel culto Frigio. Viene raffigurata con un serto di torri sul capo o un polos, assisa in trono con due leoni ai piedi. Dai Greci fu assimilata a Rhea. Essa è l’essenza originaria dalla quali scaturirono le essenze degli dèi creatori. Giuliano Imperatore la definì,”Vergine senza Madre “ e “Divina Provvidenza”. In quanto tale, Cibele custodisce tutto ciò che è soggetto alla nascita e alla distruzione ed ama Colui che è all’origine della creazione delle forme viventi. In Rhea Cibele va contemplata la primordialità assoluta e il suo indecifrabile furore. In un inno Omerico la Grande Madre è “La Madre di tutti gli dèi e di tutti gli uomini cui il clamore dei crotali e dei timpani,e il gemito dei flauti sono cari e l’urlo dei lupi e dei fieri leoni, e i monti pieni di echi e le selvose vallate.” .
Queste figurazioni, sono probabilmente evocative dei suoi riti splendidi e terribili, dei quali il teatro è costituito dall’universo più primordiale e selvaggio. Ma, per Giuliano Imperatore, Cibele è anche il Divino consiglio e la Divina Provvidenza. A lei sono sacri gli equinozi, vale a dire il momento dove il Sole mette in perfetto equilibrio il buio e la luce, soprattutto quello di primavera, in cui si solennizza la morte e la resurrezione di un dio.
Spesso la discesa delle anime nei corpi materiali veniva descritta come una presa di contatto con l’elemento umido.
L’anima, avvicinandosi troppo a questo elemento, dimentica se stessa, impazzisce, si intorpidisce e cade nei corpi materiali. Così come accade ad Attis, Anima Mundi che, invaghitosi della Ninfa, simbolo della sostanza umida, si unisce a lei e precipita nell’antro, cioè nel mondo materiale. Ma uno dei leoni di Cibele, metafora della sostanza ignea, induce la dea a intervenire; e allora Attis preso da follia si evira, smette cioè di immergersi ulteriormente nel mondo materiale e, lasciata l’umidità della materia torna al fuoco divino che arde nelle stelle.
Ritualmente questa vicenda cosmica viene sintetizzata nel corso delle feste dell’equinozio di primavera, quando la natura si libera del torpore invernale e si leva verso l’alto, attratta dalla potenza del Sole.

Il 22 si tagliava il pino sacro, figurazione dell’unione con la Ninfa, il giorno 24 si celebrava lo stato di prostrazione e la morte del dio, ma il 25 esplodeva il tripudio delle Ilarie, che ne annunziavano la resurrezione e rivelavano che la spinta verso l’illimitato era cessata. In seguito si procedeva al taglio della messe di Attis, forse costituita da spighe ancora verdi.  Nel corso di queste festività era vietato cibarsi di semi e ortaggi che crescono sotto terra e anche di mele, simbolo della avvenuta iniziazione. Ci si nutriva invece di alimenti lattei, a significare che era iniziata la rinascita delle Anime e il loro ritorno alla dimensione divina . 

(1) E’ evidente che ci troviamo negli anni in cui molti culti orientali egizi e medio-orientali, dal Mitrhaismo, al Dionisismo, allo stesso Cristianesimo vivevano fianco a fianco con grande preoccupazione dei pochi sacerdoti dei culti arcaici romani rimasti.

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