Questa divinità delle profondità della terra (Sedna) fa da guardia al destino degli uomini; che cosa diventerà l’umanità che distrugge con rabbia cieca l’immagine della sua origine? Non tradisce così vistosamente la sua origine divina?”

(Karl Konig)
 
Come la cronaca mostra, esistono alcuni governi del mondo che, incuranti delle condizioni del pianeta e pur di compiacere i loro governati, ammettono il compimento di azioni obiettivamente riprovevoli. Tale oggi appare il massacro delle balene che, giustificato sotto l’ipocrita etichetta di ricerca scientifica, viene compiuto in ogni mare del mondo. Gli immensi capodogli, inseguiti e resi pazzi di terrore da queste navi specializzate nello “sterminio scientifico”, sono colpiti senza possibilità di scampo e quindi, una volta issati a bordo, i loro corpi sono “smontati” rapidamente nella capaci stive, riducendo il mistico leviatano, cui resero omaggio tutti i popoli che in passato lo cacciarono, in un ennesimo prodotto da distribuire sul mercato.
 
In queste scene, pervase di gelido orrore tecnologico, il pensiero va al ricordo della balena per eccellenza, a Moby Dick, resa immortale dallo scrittore e marinaio Herman Melville, che fece la sua fortuna pubblicando il celebre romanzo, da cui fu anche tratto un magnifico film, che, purtroppo, viene raramente riproposto. Tra le moderne baleniere e il fragile vascello di legno della Pequod, in cui si svolgono parte delle vicende del romanzo, corre un secolo e mezzo e probabilmente leggendo o rileggendo quello scritto molti contemporanei si domanderanno quale risolutezza dovevano possedere quegli uomini per affrontare un simile essere con il solo ausilio delle braccia e dell’astuzia umana. Immaginiamo che alcuni, nel loro intimo, penseranno che è sicuramente una grande fortuna essere nati in questo secolo in cui la società industriale, appagatrice di ogni esigenza e capriccio, offre tutto ciò che serve e rende inutile praticare una qualsiasi virtù, anche quella del coraggio e dove, in luogo che da una possente balena, si può molto più facilmente essere uccisi e/o mutilati da un ‘auto pirata o assaliti dallo sbandato di turno, tuttavia….
La caccia alle balene del Pequod non è solo l’espressione di un coraggio superiore, rappresenta la vestigia, sia pure sbiadita, di un’avventura spirituale e in questo intervento vorremmo spostare lo sguardo all’indietro nel tempo al fine di cogliere la gigantesca macchina simbolica che è dietro la caccia al capodoglio e di cui la celebre “balena bianca” rappresenta solo una sorta di ultima scheggia d’un orizzonte irrimediabilmente perduto
 
Qui non si sottoporrà a un’analisi simbolica lo scritto di Melville secondo la prospettiva di lettura offerta dal metodo tradizionale (non sappiamo neanche se questo sia possibile), piuttosto vorranno evidenziarsi alcuni spunti particolarmente suggestivi che suggeriscono la crepuscolare persistenza di un’alternativa eroico-simbolica del vivere per mare. Così ad esempio il capitolo nono è ambientato in una chiesa nella località marinara di Nantucket, da dove partono le spedizioni dei balenieri, ed è integralmente riservato al tempestoso sermone che il prete rivolge agli astanti dalla coffa-pulpito. La predica è tutta incentrata sull’interpretazione dell’episodio dell’inghiottimento di Giona da parte della balena e sulla necessità che ogni uomo viva tale esperienza, davvero di dimensione iniziatica, al fine di essere tratto a salvezza dalla grazia di Dio, solo dopo subito le sofferenze della purificazione.
 

Dal contesto morale a quello metafisico. In tutte le tradizioni spirituali al navigare fu sempre riconosciuto un valore eminente in quanto simbolo della volontà umana di sottrarsi al semplice e passivo divenire, operando la rettificazione del sé, per mezzo della temperie marina consapevolmente vissuta. Per questo in ogni civiltà, che ebbe contatti non sporadici con il mare, il navigare è stato eretto a valore di strumento di palingenesi, dal momento che le acque tempestose rappresentano lo scatenamento dell’elemento instabile, contingente, proprio della vita terrena, perfetta metafora dell’elemento passionale e irrazionale che altera compulsivamente questa stessa nostra esistenza. Il navigatore, che infine abbandona la terraferma, configurò metafisicamente l’esperienza di colui che liberamente, lasciato il semplice “vivere”, si propone, con un’azione ardimentosa cosciente, di natura squisitamente iniziatica, di affrontare le acque esteriori che rappresentano la proiezione simbolica dell’agitazione pulsionale delle proprie acque interiori.
Intorno a questo humus si costituisce un corpus specifico di comportamenti che ha come tema quello della quete in mare del più possente degli animali che nelle acque vivono.
 
Il capitano Ahab, dal nome significativamente biblico, caratteristica di altri personaggi del romanzo, appare in qualche modo come un iniziato di fronte alla prova suprema della sua vita. Gli arpioni che il marinaio vuole conficcare nell’occhio della balena, già più volte trafitta nelle cacce precedenti, a cui Ahab ha donato la gamba e insieme l’anima, sembrano assistiti dalla gloria celeste. Prima dello scontro finale essi sono folgorati dai fuochi di Sant’Elmo che Ahab sa dominare immettendo la forza saettante negli affilati acciai, che sono così propiziati dall’intervento uranico. La caccia simbolica, che nel romanzo assume dimensioni titaniche, si traduce però in uno sfacelo. La balena bianca formerà un immenso maelstrom con un parossistico movimento circolare che inghiottirà tutto, ponendo fine alla vicenda. Anche in questo riconosciamo degli elementi simbolici. Sedna, la divinità della acque eschimesi, appare dotata di un unico occhio e il gorgo che forma la balena è come un occhio dell’oceano che perde i marinai. Questa caratteristica richiama le Gorgoni greche, sorelle delle altrettanto terribili Graie anch’esse reputate vecchie come Sedna, come d’altronde è vecchia la stessa Moby Dick. Inoltre, è lo stesso Melville, affatto digiuno di conoscenze mitologiche, ad assimilare Moby Dick alla Gorgone dal momento che fa pronunciare a uno dei suoi personaggi del romanzo, l’avveduto Starbuck, la significativa frase: “La balena bianca è la loro demogorgone” 
 
Per quanto riguarda Sedna sappiamo che ella rappresenta la madre di tutti gli animali marini e si suppone che domini anche il destino degli uomini. Il suo soggiorno è negli inferi, dove abita in una casa costruita di sassi e di ossa di balena e qui attende per accoglierle le anime delle foche, dei trichechi e dei capodogli.
 
Ora, proprio da questo gorgo, prenderemo spunto per alcune osservazioni che riguardano le condizioni proprie del ciclo polare delle origini. Moby Dick non è una balena qualsiasi, quanto piuttosto la metafora di una divinità marina capace di produrre dei gorghi che liberano l’ingresso che conduce al mondo dei morti. Su questo “gorgo”, come porta di accesso al modo infero, ci soccorre una precisa osservazione dello studioso Giuseppe Acerbi, tanto acuto nelle sue analisi, quanto parco nella pubblicazione dei suoi accurati studi dedicati alla tradizione primordiale. Questi scrive “In riferimento alla situazione del cielo polare si può capire cosa il Gorgo dovesse un tempo significare. In altri termini l’antipodo infero, vale a dire notturno lunare del Sole di Mezzanotte”. Non è quindi un caso che la “balena bianca” sia connessa alla morte, né che la sfortunata caccia descritta nel romanzo si concluda nei mari del Sud. Non sarà superfluo ricordare in questo intreccio simbolico, piuttosto ostico a dipanarsi, la tradizione della “balena che uccide” propria degli Kwakiutl. Questa popolazione ha dedicato ad essa un’imponente maschera, lunga oltre 17 metri: si tratta di una vera e propria macchina mitica mobile, dai notevoli risvolti simbolici.  
Se l’associazione tra morte e bianco costituisce un paradigma consueto nella letteratura del nuovo mondo, tanto più nella circostanza, il lucore del leviatano rimanda a quello della luna, primo luogo di stazione per le anime di molte tradizioni.
 

Gli animali marini e i cicli cosmici

L’antropologo Claude Levi Strauss ha pubblicato nel suo celebre “Antropologia  Strutturale” il disegno di un cetaceo (l’orca marina) proveniente dall’etnologo F. Boas e  raccolto presso  i già citati Kwakiutl, illustrazione nella quale si può notare un elemento simbolico di massimo interesse sul quale ha argomentato il citato Acerbi. Nel disegno la “pinna dorsale” del mammifero oceanico è stata tolta dal dorso prima della scissione bilaterale dell’animale per essere posta in esatta “congiunzione dei due profili della testa”. Questa modalità di rappresentazione è interessante dal punto di vista simbolico perché la pinna equivale a una zanna di Narvalo o di un parente prossimo dello stesso mammifero lo kasaka. Il senso recondito della composizione risulta allora comprensibile: un’immagine di dualità viene riconciliata nei suoi estremi da un emblema che realizza graficamente una coniunctio oppositorum. Queste osservazioni permettono di affrontare l’argomento degli animali marini e della loro caccia da un’angolazione visuale davvero insolita permettendoci  di considerare sotto un’ottica spirituale il significato della presenza e degli spostamenti di queste creature marine (leviatani direbbe Melville, che nel suo libro ha proposto un significativo catalogo). E’ piuttosto nota tra gli specialisti del settore la venerazione di cui le popolazioni boreali rivestivano i mammiferi acquatici che vivono nelle gelide acque del Nord. Questa venerazione era attribuita loro per il valore specifico assunto dalla presenza di alcune caratteristiche morfologiche, nonché a supposti antichi legami di parentela che li univano a queste specie. Così il narvalo, prima citato, dotato di un vistoso corno frontale, si riconnetterebbe alla primigenia razza umana nella quale sussisteva l’integrale unità dell’essere, secondo le prospettive di quella mitologia di diretta ascendenza boreale per cui l’umanità sarebbe vissuta sotto la guida del legislatore primordiale Manu.
 
A proposito del carattere primordiale di queste appendici e della loro connessione a ciclo originario dell’umanità, si vuole qui porre l’attenzione sul fatto che in un antico frammento di zanna di narvalo (oggetto non unico su questa tematica) sono ritratti scenari paradisiaci, il che dimostra come le zone di diffusione di siffatto animale marino fossero un tempo ritenute la sede di una primordiale terra “senza male”. Altri animali dalle caratteristiche morfologiche differenti e dotati di doppie appendici, quali il tricheco e la foca, sarebbero l’emblema di un secondo ciclo definito “avatarico”. Si possono cogliere questi paralleli nelle più intatte mitologie meridionali che conservano, in maniera precisa, il senso della scansione ritmica delle ere. La foca in realtà non ha queste appendici come il tricheco, ma, nella morfologia simbolica di questi popoli, ella per il suo carattere pinnipede è a questi assimilato. Del resto, sul carattere primordiale della foca e della sua connessione al ciclo polare ha scritto significative parole anche Karl Konig, naturalista di orientamento antroposofico: ”Le foche sono testimoni che le origini del divenire dell’umanità erano in quella regione iperborea che all’inizio della terra stava quale larga fascia intorno al polo nord. Vi si trovano i progenitori dell’uomo ed anche i progenitori delle foche, erano identici ” e ancora  “in quelle regioni che ancora oggi sono la patria di molti pinnipedi vi era un tempo la culla dell’umanità. Vi vivevano i corpi degli uomini circondati di luce e compenetrati di luce…” 

Una nostalgia spinge quindi questi animali, che furono testimoni dell’origine settentrionale dell’uomo, a ritornare verso le fredde regioni polari. Ne scrive ancora K. Konig: “L’emigrare e il partire sono un’esperienza di addormentamento di gruppo e di risveglio dell’anima di gruppo delle singole specie. La potenza di questi eventi non si lascia spiegare con gli istinti, le pulsioni e i comportamenti. Le singole popolazioni di animali sono attraversate da un potente respiro animico, con una espirazione che le solleva dalla loro attività quotidiana in un paese di sogno e con un’ispirazione che le riporta indietro alla vita quotidiana”. In questo sfondo, così profondamente imbevuto di senso spirituale, si muovevano i balenieri, veri sciamani del mare, consci dei profondi legami che li legavano alle specie primordiali e al significato profondo assunto dalle loro migrazioni. Non per nulla Mircea Eliade aveva parlato del legame osmotico presente alle origini tra uomini e animali definendolo significativamente “sindrome paradisiaca” e aveva altresì sottolineato come la nutrizione delle spoglie dell’animale cacciato non esaurisse nella soddisfazione alimentare la sua funzione, quanto piuttosto si riferisse, primariamente, a un’esigenza spirituale: quella cioè di rinnovare una comunione con la specie cacciata. La presenza di questa classe di balenieri-sciamani è d’altronde testimoniata dagli studi dell’etnologa americana M. Lantis che, in un articolo di circa ottanta anni fa, aveva osservato come il comportamento dei balenieri, i loro onori e le prerogative, erano da ricondurre al possesso di una capacità magico-rituale. L’etnologa osservava che il novizio del mestiere doveva passare, prima di poter maneggiare l’arpione o la fiocina, attraverso lunghi cerimoniali iniziatici. Il tipo di istruzione ricevuto dall’arpionatore aveva quindi prevalentemente carattere “esoterico” e si concentrava sull’uso di amuleti, o di altro materiale magico. Particolarmente efficace risultava il possesso dello scheletro di un qualche antenato baleniere che, occasionalmente, concedeva agli apprendisti rivelazioni soprannaturali. L’utilizzo delle reliquie di questi prestigiosi eroi culturali delle origini, era connesso all’idea, anch’essa planetaria, della decadenza sciamanica nel corso del tempo: si riteneva che solo i primi sciamani fossero in possesso dello spirito guardiano delle balene e ne tramandassero i contenuti in via iniziatica. Umik, il primo mitico baleniere, secondo certe tradizioni sarebbe stato istruito all’origine direttamente dal Genio tutelare delle balene. Inoltre, di questi eroi dei primordi si conservava il grasso bollito del loro corpo che, a volte, si incorporava nell’imbarcazione (come lo scheletro prima citato) in forma di talismano. Siamo di fronte a una sorte di specchio marinaro della leggenda del Maestro Manole di ascendenza rumena, secondo la quale per inaugurare nuove costruzioni era necessario incorporare l’anima di un giovane per garantire stabilità e durata all’edificio. La cattura non era quindi la conseguenza di una sapienza meramente tecnica, la caccia non avrebbe avuto successo senza l’ausilio di potenti mezzi rituali: a ciò si aggiungeva l’indispensabile cooperazione del signore degli animali. Scrive l’Acerbi che meritevolmente ha affrontato l’argomento: “Nelle celebrazioni di apertura della stagione della caccia una donna incarnava cerimonialmente lo spirito della balena e cantava…il canto precedeva e seguiva la caccia”. Questi canti, conformemente all’etimologia del termine, possiedono natura incantatoria e il loro uso venatorio è ubiquiatariamente attestato in molteplici contesti estatici, il che consente di affermare che si è di fronte a una vera e propria cattura sciamanica del cetaceo. Solo in quei frangenti veniva cantata una composizione specifica che intendeva ripetere simpateticamente la formula magica per mezzo della quale il signore dell’oceano aveva creato la capostipite della balena; come a dire che nel momento stesso in cui si metteva a morte un essere, si propiziava la vita della specie. Come siamo lontani dalle navi-massacro che inesorabilmente solcano oggi i mari alla spietata ricerca degli ultimi esemplari dell’enigmatico leviatano, senza che nessuno sappia più cogliere il mistero della presenza del possente essere nelle acque!
La natura polare del contesto è altresì sottolineata dalla dimora della divinità che presiede la caccia: questa infatti ha sede nella stessa stella polare e, a volte, in un atto di benevolenza Ella fa spiaggiare le balene al fine di facilitare il nutrimento di un gruppo. Si stabilisce così un legame tra balena e stella polare che rimanda nuovamente a quella tradizione boreale delle origini, cui si è più volte accennato. D’altronde non possiamo dimenticare che, secondo le tradizioni di molti popoli boreali, lo sciamano più “preparato” è colui che in grado di ascendere fino alla stella regina del polo cosmico, rendendosi così simile al “volgitore di ruote” di tante tradizioni iniziatiche e regali successive.           
 
Con questo concludiamo il breve intervento senza astenerci dal richiamare quel senso di dolore che ci proviene dalla perduta comunione con gli animali selvaggi, segnature terrestri del mondo divino, guide nell’oscurità ormai per sempre perdute perché soppresse dagli algidi strumenti di sterminio di fantasmi d’esistenza che popolano e pupullano in questa età del mondo, Lo facciamo proponendo un’ispirata osservazione del già citato Karl Konig:
“Quando una sera stavo all’imbrunire sulla riva di Tintagel, molto vicino alla grotta di Merlino e il mare cantava la sua scura canzone, improvvisamente sgusciò fuori dell’acqua una foca. Guardava verso di me, curiosa, interrogativa e i nostri sguardi s’incrociarono. Scambiai uno sguardo così diretto, come raramente ebbi occasione di fare con altri animali: uno sguardo senza paura, senza timore, con piena comprensione per la situazione. Fu allora che cominciai a svegliarmi per il segreto di singolare animale”
Antonio Bonifacio

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