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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Per una possibile controlettura dell’iniziazione a Venere del Sogno di Polifilo

di Antonio Bonifacio

 
Tolto l’ultimo involucro la giovane donna apparve nella casta nudità delle sue belle forme…la sua posa era quella della Venere dei Medici”
(Roman de la momie di Teophile Gautier, il brano si riferisce al momento della scopertura di un sarcofago egizio)
 
Cosa c’entra il “Sogno di Polifilo”, con il castello di Puivert posto su un‘altura in pieno territorio occitano? Apparentemente nulla. Il luogo fu celebre fortezza catara sede verosimile di una “corte d’amore” prima del suo danneggiamento verificatosi durante la sanguinosissima crociata contro i Catari. Il libro veneziano è posteriore a queste vicende e non ha apparentemente alcun legame con la fortificazione e in genere con le vicende dell’Occitania catara. Tutto questo fino all’edizione del libro “Il club Dumas” o “L’ombra di Richelieu” dello scrittore spagnolo Arturo Perez Reverte da cui Roman Polansky trasse il suo film “La nona porta”, che suggerisce la possibile esistenza di un fil rouge che unisce, attraverso un sottile intreccio di risonanze, il luogo cataro con il libro veneziano.
 
Lucifero melanconico-faustianoLa storia narrata nella pellicola si dispiega essenzialmente nelle vicende di un antiquario librario o, per meglio dire, di un cacciatore di libri per collezionisti, Dean Corso che diviene lo strumento prima incosciente, poi sempre più consapevole di una lotta magica tra opposte fazioni. L’l’Hypnerotomachia Poliphili (il sogno di Polifilo) viene menzionato una sola volta all’inizio della vicenda. Ciò accade durante un colloquio peritale per la valutazione della biblioteca di un cliente. Da qui in poi del testo non si parlerà più apertamente. Il centro della narrazione si focalizza su un altro libro, questo di fantasia (uno dei tanti psudobiblia della letteratura fantastica), dal titolo Le Nove porte del regno delle Ombre. Si tratta di un trattato di demonologia scritto dal veneziano Aristide Torchia e da questi illustrato, addirittura con la collaborazione dello stesso Lucifero. Di questo antico trattato sono sopravvissuti al rogo inquisitorio tre esemplari. Nel testo sono presenti nove illustrazioni di strategica importanza operativa. Di queste sei hanno come autore il Torchia e tre sono a firma di LCF ovvero Lucifero. In ognuna di esse compare il disegno di una porta da qui il titolo dell’opera.
 
Nel corso della vicenda filmica si scopre che praticamente i tre volumi costituiscono tre tomi di un solo libro, in quanto, pur essendo assolutamente identico il corpo del testo, le immagini di origine “diabolica” sono permutate tra di loro di volume in volume, in modo che quelle di Lucifero vanno a sostituire di tre in tre quelle del Torchia, fino a pareggiare il numero. Queste tavole riunite tra loro formano il vero compendio illustrativo ed esse differiscono da quelle del Torchia solo per deboli dettagli che invece risultano di essenziale importanza per l’oltrepassamento delle porte simboliche presenti in ciascuna di esse. Mai come in questo caso è congrua l’espressione che il “diavolo si nasconde nei dettagli”. Le tavole luciferine scandiscono quindi un processo di iniziazione attraverso nove passaggi che dovrebbe culminare con l’assunzione da parte dell’astuto adepto di poteri indicibili dal momento che è riuscito a risolvere ogni enigma propostogli, Tuttavia se il “Sogno di Polifilo” non è più nominato, la sua presenza aleggia invisibile se non altro per il perno venereo su cui entrambi gli scritti sono costituiti. Due degli interlocutori dell’antiquario (due bizzarri gemelli, gestori di una libreria a Sinta in Portogallo) insistono molto sulla qualità ineguagliabile delle incisioni e questo è sovrapponibile al giudizio degli estimatori dell’Hypnerotomachia posto che esso è considerato il più bel libro a stampa mai edito, come del resto identica è la sua provenienza veneziana e soprattutto affine è il tema iniziatico: affinché il grezzo Polifilo possa ricongiungersi con l’adorata Polia è necessario che compia un percorso purificatorio scandito dal passaggio di alcune porte. Al termine del suo itinerario una Venere benevola, nella sua qualità di suprema erotocrate, riconosciuta la conversione interiore del dolorante viator, lo favorirà nel suo tentativo di ricongiunzione all’amata. Il libro alla pubblicazione, avvenuta nel 1499, ebbe un grande successo e un’enorme influenza sulle arti e la cultura dell’epoca, basti pensare all’influsso che generò sull’architettura che accolse alcuni dei suggerimenti colti nelle audaci e minute illustrazioni presenti nel volume.
 
Le nove porteCopertina libro Hypnerotomachia PoliphiliSi tratta di un interesse che persiste tuttora dato che le accuratissime descrizioni dei giardini e la pedissequa loro trasposizione grafica hanno ispirato la composizione e la topiaria del complesso della Scarzuola dell’architetto Buzzi. Anche nella vicina Francia il libro esercitò un‘influenza importante. Le illustrazioni ispirarono disegnatori e pittori, incaricati di mettere a punto i fasti decorativi delle entrate reali, come parimenti stimolò l’immaginazione plastica di Poussin e di Perrault e di una miriade di colti estimatori di cui ancora si dirà. L’Hypnerotomachia Poliphili è concepita secondo una struttura che ricalca quella della Divina Commedia, con l’ingresso del protagonista in una selva oscura, una breve e drammatica catabasi e una progressiva penetrazione in paesaggi e strutture sempre più ineffabili, oltre che per la presenza di Polia, sofianica ispiratrice del viaggio iniziatico. (1)
 
Esso tuttavia ne differisce radicalmente perché narra di un’iniziazione agli ambigui misteri di Venere, i cui contenuti verranno pienamente svelati al protagonista (ma non al lettore “comune”) appena prima del suo agognato congiungimento con Polia. Nella circostanza Polifilo si paragonerà al personaggio mitico di Ippolito Virbo (vir bis, nato due volte) confermando il carattere misteriosofico della sua istruzione. Non si dia però per scontata l’effettività dell’esistenza di un’iniziazione a Venere in epoca classica cui il Colonna avrebbe potuto appigliarsi per trovare il riferimento che legittimasse la vicenda da lui narrata, tutta costruita su erudite citazioni che si accumulano in migliaia di prelievi enuncianti la sua “incontenibile golosità onomastica”. Non esistono fonti che ne parlano, ma tale iniziazione potrebbe essere testimoniata da un dipinto proveniente dai sotterranei della Farnesina che, staccato, è oggi collocato presso il Museo di Palazzo Massimo a Roma che mostra Venere assisa sul trono. Un culto quindi affatto pubblico ma di impronta evidentemente esoterica.
 
Il Castello cataro di PuivertVenere assisa in tronoPer quanto riguarda l’autore del “Sogno” si può ipotizzare che questi consapevole dei contenuti del suo scritto velò con un artifizio la sua identità che corrisponderebbe, secondo una corrente di studi quasi unanime, al turbolento e coltissimo frate domenicano Francesco Colonna, che si macchiò (almeno così pare) del delitto di aver “sverginato una putta” e per questo fu per sempre confinato a Treviso in condizione di esclaustrato. I collegi di frati all’epoca partorirono personalità particolarmente problematiche, basti pensare, oltre al citato Colonna, a un altro famosissimo domenicano, Giordano Bruno, che produsse un grande sconquasso dottrinale all’epoca sua, che a tutt’oggi in qualche modo perdura, e ancora al benedettino Teofilo Folengo. Tutti questi frati sono sottilmente uniti dal filo della loro incontenibile eterodossia. (2)
 
 
 
Il mito dell’uccisione di AdoneLa dichiarazione di “seconda nascita” del testo del Colonna rende evidente che ci si trova di fronte al compimento di un percorso iniziatico, concepito in ambito rinascimentale nel quale però la dimensione cristiana è pressoché assente, tranne per qualche sincretica e sporadica contaminazione occasionale, nonostante che l’ambientazione della vicenda sia contemporanea all’autore (che ricordiamo è un frate!). I contenuti dello scritto, infatti, non mantengono quel delicato equilibrio che si era stabilito tra la dottrina cristiana e la filosofia del mondo classico, dopo che il climax medioevale rappresentato dalla Commedia, era stato irrorato dal potentissimo influsso platonico e neoplatonico introdotto dagli umanisti. Si tratta di un nuovo e diverso orientamento di pensiero che spazzerà il tomismo dall’orizzonte cristiano dell’epoca, in cui i nuovi contenuti “pagani” saranno assimilati dall’ortodossia. A proposito di ciò, scrive Marco Ariani, uno dei curatori dell’edizione di Adelphi: “L’irriducibilità del paganesimo polifilesco all’ortodossia cristiana di Dante è palese. Nondimeno l’Hipnerotomachia rimane l’unico libro, nella tradizione letteraria italiana, ad aver tentato, pur con modalità e presupposti culturali diversi, un’audace, immane, costruzione sapienziale paragonabile alla Commedia…” (H.P. pag. LXI). Verrebbe da dire che se è irriducibile è perciò stesso “eretico”. (3)
 
Questo testo, apparentemente così lontano da ogni tradizione occitana e trovadorica, invece fini per essere adottato addirittura come “Bibbia” da una società a sfondo ermetico di antica origine di cui facevano parte uomini di cultura, quali Narval, Poussin, Barres, Sand e molti altri ancora, un cenacolo denominato Societé Angelique. Il coltissimo Rabelais fu membro influente di questa consorteria dagli evidenti contenuti iniziatici ed egli fu, a propria volta, un cultore appassionato del testo di Colonna nel quale evidentemente vedeva degli elementi di similitudine con i proponimenti del consesso cui partecipava. Qui l’argomento inizia a complicarsi perché il nome di Rabelais si innesta sull’enigma infinito che ruota intorno alla mitologia di Rennes le Chateau. Rabelais dette, infatti, nome a un torrentello che scorre nei pressi di Rennes Les Bains denominandolo Trinque Bouteille immortalandolo poi nel suo Gargatua e Pantagruel. Né va dimenticata l’esistenza di un’altra società costituitasi a Tolosa denominata Amicizie Angeliche anch’essa contraddistinta dalla struttura fortemente gerarchizzata e segreta.
Davvero troppi angeli “sospetti” in così poco spazio!
 
Venere seduta sulla tomba di Adone Abbandoniamo per il momento questa consorteria francese e poniamo la nostra attenzione sull’apex della vicenda di Polifilo e Polia. Essi dopo un lungo percorso sbarcano all’isola di Citera per giungere al cospetto di Venere e qui accade che: “Con gesto repentino la piissima dea, deposta la conchiglia, incavando la palma della mano divina e serrando gli intervalli delle dita affusolate, raccolse dell’acqua salata e sacralmente ne versò su di noi aspergendoci…tramutandomi repentinamente con un‘aspersione di segno opposto (a quella di Diana nel mito di Atteone ndr) che mi rese gradito all’abbraccio delle sacre ninfe. Avevo appena compiuto quell’atto salutare che in me, asperso come impregnato di rugiada marina, quegli spiriti, che mi si erano accesi all’improvviso, si illimpidirono, divennero capaci di conoscenza …Sentendomi certamente rinnovato a una dignità superiore mi fu evidente… che ero stato ricondotto alla desiderata luce. Con grande tenerezza le ninfe preposte mi spogliarono della toga plebea e mi rivestirono di una candida più decorosa veste”. Il cambio di veste è paradigmatico del cangiamento di stato.
 
Il ricercatore Mariano Bizzarri ha manifestato delle notevoli riserve circa la correttezza, dal punto di vista tradizionale, dei contenuti dell’Hypnerotomachia sostenendo che la Venere-Iside di Polifilo conferisce con quest’aspersione un nuovo battesimo al suo adepto facendogli implicitamente abiurare quello cristiano. E’ solo dopo questo evento che Polifilo potrà baciare con carnale trasporto Polia, mentre anche le ninfe che lo accompagnano si abbandonano lietamente a gesti affettuosi, sentendo i due amanti quali parti di un medesimo “collegio”. Questa “iniziazione” è quindi sospetta apparendo ben lontana dall’estasi plotiniana culminante nella visione dell’Uno. Essa piuttosto sembra mostrare il vertice estremo di quanto gli “dei” e nella fattispecie Venere sia disposta a concedere a un mortale, in una cornice di suggerimenti eruditi in cui sembrano coniugarsi insieme Platone e il Lucrezio dell’Alma Venus (4)
 
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Nella vicenda non v’è alcuna deificazione, né divinizzazione (tanto che Polifilo rimane tra le ninfe, mentre Venere si allontana per congiungersi ierogamicamente con Marte). Nel passaggio successivo l’autore scrive; “Poi la dea Madre...ci partecipò di cose che non è lecito diffondere perché non sono comunicabili al volgo. Durante il colloquio con grande mitezza, ci conferì gentilmente la sua grazia”. Qui sembra sancito il carattere di sottomissione alla dea che viene chiamata “Madre” e ben quindi ci sta la parificazione di Venere con Iside che propone il Bizzarri nel suo testo. (5)
 
L’iconografia di Iside lactans è difatti piuttosto frequente, mentre Venere è raffigurata come lactans solo nel testo del Colonna. L’immagine la mostra mentre nutre l’infante Eros seduta proprio sulla tomba di Adone, secondo una posa consueta nell’ambito egizio. Del resto Colonna non fa mistero della sua posizione nei confronti di Venere e del suo culto e la enuncia nel momento in cui la coppia, giunti ormai alle ultime pagine del testo, si accommiata dalla dea, e qui Polifilo, supplice, chiede:”… fortifica e rendi saldi la comunione e la sostanza del nostro amore, disponendoci per sempre a sottometterci e a servire come schiavi il sommo potere della divina Madre”. (H.P.: 475)Essere schiavi della “divina madre” è sicuramente agli antipodi dalle conclusioni della Commedia dantesca.

 

Di fronte a queste affermazioni non si può dar torto a Bizzarri quando stigmatizzando gli esiti di un simile percorso afferma:” “la realizzazione culmina non già con la conquista della dama, ma con la sottomissione alle energie lunari (Venere) che sanciscono non già il compimento di un percorso di tipo solare (come è necessario in ogni iniziazione maschile regolare), bensì piuttosto l’acquisizione di una specie di realizzazione magica sotto gli inquietanti auspici di Iside.” (M. Bizzarri: 106) (6)

 

Proprio per la natura di questa conclusione si può affermare che la circolazione così serrata del libro di Colonna nel Razés è sospetta e ciò anche per un motivo che sintetizzeremo appena più avanti. J. Baltruisaitis nel suo volume Alla ricerca di Iside aveva sottolineato la grande fortuna che conobbe soprattutto in Francia la dea egizia che però, decontestualizzata dall’ambiente religioso d’origine, fuse le sue caratteristiche con altre figure ctonie abrogando le sue caratteristiche solari, per assumere connotati lunari e finendo anch’essa per identificarsi come una delle numerose ipostasi della Grande Madre. Si tratta di una trasformazione già iniziata sul suolo italico in epoca romana dove, a un certo punto, lo svolgimento dei suoi culti fu interdetto dal Senato romano, configurandosi evidentemente dei verosimili profili di negromanzia.

 
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Gustav Meyrink ha ben stigmatizzato le caratteristiche di questo potere contro iniziatico nel suo romanzo L’angelo alla finestra d’occidente, la cui sintesi parrebbe ben riassunta nelle parole che Evola pretermise all’edizione Bocca dell’epoca, nel punto in cui si faceva riferimento alla figura di “Isais la nera”. Da tale entità sarebbe derivava la fonte di un potere antivirile femmineo definito come “morte suggente che viene dalla donna”. Questa osservazione ben si attaglia a un passaggio del testo di J. Baltrusaitis ove questi parla di “… una statua del Campidoglio (in cui) è riconoscibile Iside, con la sua tunica conforme alle descrizioni di Apuleio. Il colore nero del marmo corrisponderebbe, se si applica al monumento un passo di Plutarco, alla fase calante della Luna simboleggiata dalla dea”.
 
La figura della Maddalena nel Razés, nella particolare lettura che ne fa il Bizzarri, sviata anch’essa dal contesto sia esso “ortodosso” o addirittura gnostico così com’è disegnata sia dai Vangeli, che nella Pistis Sofia, viene manipolata e assorbita in questo orizzonte ctonio e si configura quasi come la proiezione terrena di questa Iside oscura. Come si afferma che Maria è la forma umana di Sophia, così, in una cornice degli eventi omologa a quella sopradescritta, si può prospettare un parallelo rapporto tra “quella” Iside e Maddalena, le cui caratteristiche telluriche sono state particolarmente e costantemente amplificate nella zona del Razés.  Da qui l’interesse di varie consorterie per queste figure tra cui la Société Angelique di cui G. Postel scrisse: “se anche non nega Dio…essa si sforza di scacciarlo dal suo cielo”.
 
La Société Angelique e le sue supposte finalità controiniziatiche ci permettono di tornare, senza interrompere la logica della nostra esposizione, alla Nona Porta proseguendone il rapido esame. Il racconto cinematografico nasce dall’incarico che un facoltoso professionista, Boris Balkan, commissiona al giovane esperto di libri antichi Dean Corso, tendente a stabilire l’autenticità di un esemplare di La Nona Porta in suo possesso operando un confronto con altre le due copie sopravvissute del medesimo testo. La ricerca dei due esemplari, per ragioni che qui non interessano, si farà sempre più pericolosa e Corso se la caverà, in un paio di situazioni difficili, grazie all’aiuto provvidenziale di una misteriosa fanciulla.
 
La scelta della porta giusta
Questo insospettato angelo custode lo trarrà d’impaccio proprio nel momento in cui i si troverà a soccombere ai suoi agguerriti avversari. La vicenda, infatti, diviene di ora in ora più drammatica. Entrambi i possessori dei due volumi del Torchia morranno per mano ignota e il loro libro luciferino sarà bruciato dopo averne asportato le illustrazioni. I due sono accomunati non solo dal possesso del medesimo libro ma anche dal fatto di essere entrambi portatori di handicap motori. Il primo, Victor Fargas, è afflitto da un’evidente zoppia, mentre il secondo, una donna, la baronessa Kessler, è costretta su una sedia a rotelle e mantiene il solo uso della mano sinistra (palese suggerimento della sua dichiarata scelta di vita, l’adesione alla “via della mano sinistra”). Alla fine Balkan con atti di violenza entrerà in possesso di tutte le nove illustrazioni luciferine, queste sole efficaci e parallelamente dei “segreti” per schiuderne i sigilli. All’interno del castello di Puivert, sotto gli occhi di Corso si compie quindi l’oscuro rituale. Balkan, al colmo di un delirio di onnipotenza, sente di dominare gli elementi e per ultimo si rivolge al fuoco, forse perché la nona immagine mostra la fortezza in fiamme.
 
Non è così: proprio il fuoco implacabilmente lo brucerà. La nona porta non si è affatto aperta e il sigillo è rimasto serrato, il rito è fallito consumandone l’esecutore: l’ultimo velo non è stato strappato perché l’immagine in possesso di Balkan è stata astutamente contraffatta e dell’ultima porta v’è un ulteriore e corretto esemplare. Sarà la ragazza misteriosa, dopo una notte d’amore consumata avendo alle spalle il castello in fiamme e a cui Corso partecipa più sgomento che compiaciuto, come se attraverso l’amplesso gli provenissero conoscenze soprannaturali, a suggerirgli dove reperire la “vera” illustrazione.
 
La fortezza di PuivertL’angelo custode è quindi Lucifero stesso, una Venere-Lucifero che aveva rivelato in un paio di occasioni alcuni comportamenti inquietanti, tingendo di sangue il volto di Corso, rendendolo così “marziale”. Finalmente il giovane antiquario può contemplare l’immagine più segreta dello strabiliante progetto che mostra suo “angelo custode” rappresentata in completa nudità mentre cavalca spavaldamente il dragone apocalittico dalle sette teste (l’immagine di un dragone è presente anche nel libro di Colonna), mentre alle sue spalle il castello appare illuminato da una luce sorgente straordinaria. Questa immagine ha rilevanti similitudini con la carta dei Tarocchi denominata Le stelle che nell’ordine delle lame è la 17° del mazzo.
La carta è “retta” proprio dal pianeta Venere. Qui una stella di grandi proporzioni, a otto punte, circondata da altre più piccole sovraintende il lavoro di una fanciulla che, nuda, versa da due brocche liquido bollente e freddo rispettivamente nell’acqua e sul terreno. Per memoria ricordiamo che un’altra lama dei Tarocchi, denominata l’Appeso, aveva concretato un episodio della vicenda. Alludiamo qui all’uccisione di un libraio, che Corso, in amicizia, aveva incarico della custodia del libro per i pochi giorni necessari a esperire alcune sue indagini. L’amico, ucciso, viene trovato nella stessa posizione dell’Appeso dei Tarocchi con le gambe collocate a formare il quatre de cifte. Si tratta di una figura ermetica di grande importanza il cui significato non sarà qui esaminato perché inessenziale per le nostre finalità. Perché Puivert alla fine catalizza tutta questa vicenda concepita come un concerto di nascoste assonanze? Proponiamo una linea di lettura. Certamente il fatto che nella fortezza fosse costituita una corte perenne di menestrelli trovadorici (il luogo era denominato “Puivert dei trovadori”, come dimostrano gli strumenti musicali incisi in una sala al quarto piano del castello) declina a favore del fatto che il luogo fosse più o meno direttamente dedicato alle disputazioni amorose e quindi a “Venere”, comunque Ella la si immagini.
 
relazione tra il castello cataro e la stella a otto punte
Venere e i suoi figli Questo può essere un indizio significativo per l’ambientazione della vicenda, tuttavia vi sono elementi più sottili su cui vorremmo porre all’attenzione. Il castello aveva all’origine otto torri e solo cinque di esse oggi sopravvivono intatte, le altre furono pesantemente danneggiate durante la crociata albigese. Questi numeri all’apparenza nulla hanno a che vedere con Venere in sé, quale astro del mattino e della sera, e quindi con Lucifero. Il numero “mitologico” di Venere (come dea) è notoriamente il sei, pertanto sembrerebbe incongruo cercare nel cinque e nell’otto un qualche collegamento a Venere. Tuttavia. Richiamiamo alla memoria la venerazione che Pitagora riversava sul pentalfa, emblema al quale si inchinava con reverenza, quale simbolo ultimo dell’aurea venerea “bellezza” celeste per scoprire un possibile collegamento. Ci sono voluti molti secoli per ricomprendere il segreto “geometrico-astronomico” che Pitagora celò e che unisce il pentalfa al moto del pianeta Venere. Tale ri-scoperta si deve a Manfred Knapp che, nel 1934, pubblicò il diagramma del movimento dell’astro nel cielo, denominandolo pentagramma Veneris.
 
Il Dragone cui Polifilo sfugge varcando la “magna porta”pentagramma venerisSi tratta della visualizzazione prodigiosa di un movimento celeste che in otto anni forma un pentalfa e che rende leggibile anche la lama del tarocco in cui sono rappresentate diverse stelle tutte a otto punte, sempre ricordando che questa lama è sotto la tutela di Venere. Venere, infatti, nel suo percorso annuale tocca i punti limite della sua traiettoria, oltre i quali non può andare (periodo sinodico) e che variano lungo un arco di tempo di otto anni solari, In pratica poiché l’anno venusiano (584 giorni) è più lungo di quello terrestre, i punto estremi dell’orbita del pianeta, posizionandosi in cinque punti zodiacali diversi nell’arco dei cinque anni venusiani, corrispondono a otto anni solari, per poi ricominciare con un altro ciclo di otto anni e così via. In sintesi, il ciclo di 584 giorni si combina con i 365 giorni dell’anno solare per un rapporto perfetto di 5 a 8. Ci si domanda: può essere un caso che proprio questo castello, dalla numerologia così peculiare, sia stato scelto per la manifestazione di Venere-Lucifero? L’ultima immagine del film dovrebbe lasciare pochi dubbi. La pellicola mostra Corso che si dirige con le sue nove immagini all’ingresso della fortificazione avvolta dalla favorevole luce abbagliante di una stella sorgente per assumere infine i poteri destinatagli dall’angelo caduto. (7)
 l’espressione “morte suggente che viene dalla donna”

Bibliografia.         

  • Jean-Marc Allemand: René Guénon & les sept Tours du Diable Guy Tredaniel editeur 
  • Anonimo: Meditazioni sui tarocchi (un viaggio nell’ermetismo cristiano) Estrella de Oriente
  • Antony Aveni: Gli Imperi del tempo, Dedalo
  • Jurgis Baltrusaitis: Alla ricerca di Iside, Adelphi.  
  • Mariano Bizzarri: Rennes Le chateaux, Mediterranee
  • Francesco Colonna: Hypnerotomachia Poliphili a cura di Mino Gabriele e Marco Ariani, Adelphi
  • Elisabetta Landi e altri: Amorosa Sapienza, Simmetria
  • Marcello del Martino: L’identità segreta della divinità tutelare di Roma. Ed. Settimo Sigillo
  • Gustav Meyrinch: L’angelo della finestra d’Occidente, Bocca
  • G. De Santillana: Fato antico, fato moderno, Adelphi

Note

  1. Sorprende che un’opera di letteratura italiana di tale complessa fattura possa avere avuto un così gran seguito in Francia dal momento che nella sua stessa madrepatria il testo è stato giudicato di quasi impossibile lettura. Tiraboschi autore di una Storia della letteratura italiana [1824] aveva affermato a proposito di queste difficoltà inerenti la comprensione della lingua del frate “,,,felice non dirò già chi giunge a intenderla ma solo chi ci sa dire che lingua essa sia”. Per quanto riguarda i rapporti tra il “Sogno” e Francesco Rabelais vi sono molti contributi che dimostrano l’influenza del libro sugli scritti dell’autore francese. L’intervento più documentato su tale relazione sarebbe stato individuato in un studio di M. Leon Dorez L’arte italiana nell’opera di Francesco Rabelais una pubblicazione in lingua tedesca che, decorsi due secoli, è sicuramente irreperibile allo studioso italiano che citiamo solo per correttezza, non avendola di certo consultata (Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen Brunswick, 1898 pp. 163 et sgg.). Tutto questo depone a favore dell’uso sicuramente operativo del testo del Colonna presso la “Nebbia” (altro nome della Società Angelica). 
  2. Maurizio Calvesi che molto ha indagato sui contenuti dell’Hypnerotomachia Poliphili, ha ritenuto di attribuire la paternità dell’opera al nobile romano Francesco Colonna che è praticamente contemporaneo del nostro intemperante frate. Egli ha ricostruito il culto cui Polifilo avrebbe inteso riferire la sua iniziazione immaginandolo rivolto a una tripla divinità ossia Venere-Iside-Fortuna. Quest’ultima entità è evidentemente ricompresa nel trittico per il noto e immane tempio di Palestrina che il Colonna romano conosceva molto bene. L’ispirazione dei paradisiaci giardini e del sogno polifilesco stesso, elementi cardine del testo del Colonna, sarebbe da ricondursi al dotto Enea Silvio Piccolomini (poi promosso al soglio pontificio) che scrisse qualcosa di assonante nel poemetto Somnium de Fortuna dedicato a Procopio di Rabenstain e composto nel 1444. La tesi di un Colonna laziale autore dell’l’Hypnerotomachia è stata comunque respinta con dovizia di argomentazioni da Mario Andriani e Mino Gabriele 
  3. Sugli eventuali contenuti cristiani presenti nell’opera sarebbe necessario operare un esame analitico assai complesso. Qui proponiamo un’osservazione dello storico dell’arte Stefano Colonna, ispirato nelle sue parole dalle annotazioni sulla materia di Maurizio Calvesi, che investe la struttura della concezione del romanzo stessa: “Molto spesso l’Hypnerotomachia Poliphili viene letta come un romanzo pagano e basta, ma in realtà i riferimenti alle pur presenti tematiche sensuali e “laiche” sono “posti per essere tolti” in una filosoficamente complessa “dialettica degli opposti”di matrice cristiana.” (BTA Bollettino telematico dell’Arte n.562, 14 maggio 2010).   
  4. A Polifilo al culmine della sua iniziazione sembra concessa una visione confrontabile con l’epopteia degli iniziati eleusini. Epoptes è infatti colui che, contemplando la natura, vede riflessa nelle sue immagini la luce divina e viene iniziato alla visione misterica delle forme perfette. 
  5. Secondo i relatori del monumentale commento dell’edizione adelphiana del “Sogno” l’esistenza storica di un myterium veneris è di ardua dimostrazione. Sarebbe stato il Colonna che, in base alla sua competenza antiquaria, avrebbe quasi ricostruito, partendo da un suggerimento ovidiano, una tale iniziazione che nel suo testo troverebbe un potente suggerimento nella descritta ierogamia tra Marte e Venere, evento che avrebbe poi consentito un’unione finalisticamente androginica tra Polia e Polifilo. Tale risultato sarebbe stato ottenuto attraverso il rito della “freccia d’oro” celebrato da Cupido in cui si mescola il sangue dei due amanti. Sommessamente rileviamo che non sia stato particolarmente evidenziata in questo loro commento relativo al silenzio delle fonti la possibilità che possa aver agito sul Colonna l’influenza della tradizionale orale trasmessagli da qualche cenacolo, tanto più che il precetto di segretezza iniziatica è da loro stessi esattamente richiamato. Non è superfluo ricordare che questa tipologia di tramandamento è un elemento ineliminabile di ogni tradizione autenticamente sapienziale e del resto solo una possibile praticabilità dei suggerimenti contenuti nel testo (ma mai riferiti perché “indicibili”) avrebbe reso potabile un simile astrusissimo romanzo presso una società come l’Angelique, che non era certo costituita da una cerchia di semplici eruditi e che al contempo, lo si rammenta, considerava tale opera come una sua “Bibbia” operativa.       
  6. Nella pellicola si vede che il paredro della signora Teillefer, vedova del primo possessore della copia della Nona porta passata poi a Balkan, si prepara a una sessione di magia sexualis adornandosi con il vistoso pentacolo “venusiano” emblema stesso del satanismo (luciferismo). 
  7. Venere è in qualche modo da considerarsi l’emblema della città di Firenze come si evince dalla lettura di un passaggio dell’articolo di Elisabetta Landi Venus Impudica dalla parte di Venere, in cui l’autrice scrive:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito” (E. Landi e altri: 9). Nell’ottica puramente espositiva e non faziosa delle considerazioni di questo nostro articolo non si può tuttavia tacere come René Guénon, autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali, abbia attribuito a Firenze un ruolo completamente opposto a quello disegnato dall’autrice del brano sopra riportato. In estrema sintesi si possono delineare i passaggi essenziali di questa lettura guénoniana della città e del suo destino nella storia. Firenze nasce “inaugurata” non conformemente alla dottrina lucumonica tradizionale e questo peccato cainita farebbe di essa già all’origine una “città luciferina”. Il dominio dei mercanti come “terza casta” e quindi dell’argento, assunse un ruolo prevaricatorio del principio aristocratico, che venne spogliato di ogni sua prerogativa (in senso sia materiale che spirituale). Si tratta di eventi già stigmatizzati dall’Alighieri ai tempi suoi e non per nulla egli si definì fiorentino di nascita e non di costumi. Citiamo l’Alighieri anche in relazione alla Commedia e alla relazione strutturale che essa avrebbe con il Sogno di Polifilo (da altri stabilita) che, in questa cornice, pare costituirne una sorta versione parodistica (e quindi luciferina) dell’opera del Sommo poeta. Anche l’attitudine della signoria fiorentina dei Medici a organizzare e con sospetta insistenza feste carnevalesche, permise di introdurre elementi antitradizionali veicolati attraverso la parodia satanica propria delle occasioni carnascialesche. Si opera così l’inversione della simbologia tradizionale con evocazione, ottenuta attraverso il mascheramento, di larve e spettri che corrisponderebbero alla dimensione inferiore degli stati molteplici dell’essere (inoculazione culturale decontestualizzata molto in voga ai tempi odierni con l’ormai celebrata Hallowen, evento sicuramente ispirato dall’attività di un grande suggeritore). Tutto questo sia pure in estrema sintesi costituirebbe la dimostrazione del carattere sovversivo latente (più o meno consciamente) nella mentalità dell’epoca. Per Guénon il Rinascimento, considerato in generale, costituirebbe un gradino della degradazione epocale, ovvero un’epoca in cui si sarebbe consumata la rottura con le dottrine proprie al mondo tradizionale (tali concetti sono rinvenibili in tutta l’opera dell’autore, comunque una completa esposizione si trova nel secondo capitolo del suo Autorità spirituale e potere temporale). Firenze in questo disegno avrebbe costituito il polo sovversivo principale di tale inversione, una sorte di “torre” luciferina (per una completa disamina di tale tematica si consulti René Guénon e le sette torri del diavolo di Jean-Marc Allemand. Si tratta di un titolo che stabilisce un’involontaria ma singolare relazione con le tematiche affrontate nel nostro scritto.     

Indice delle fotografie

1) Una splendida rappresentazione di Lucifero colto in atteggiamento melanconico-faustiano in una statua collocata nella cattedrale di Saint Paul de Liege in Belgio
 
2) Il frontespizio del testo Le nove porte
 
3) La copertina della ristampa corretta del libro Hypnerotomachia Poliphili ovvero Pugna d’amore in sogno di Polifilo
 
4) Il Castello cataro di Puivert come si presenta ai nostri giorni
 
5) Venere assisa in trono nell’affresco staccato alla Farnesina e conservato nel Museo nazionale romano rara testimonianza di un possibile culto misterico presieduto dalla dea
 
6) Il mito dell’uccisione di Adone da parte di Marte è rappresentato in questo affresco di Giulio Romano a palazzo Te   
 
7) Venere seduta sulla tomba di Adone e lactans mentre riceve l’omaggio della sua corte e viene baciata da Polifilo sul piede punto dalla spina di una rosa, come si racconta la versione del mito ripreso da Francesco Colonna.
 
8) 8b) La prima immagine si riferisce al Torchia, la seconda a “Lucifero”: si noti come in quella luciferina l’uomo tenga con la mano sinistra la chiave evidenziando come l’adepto stia percorrendo la via della mano sinistra, 
 
9),9b L’appeso. Si riferisce a una scena della pellicola, dove Flavio La Ponte, socio e amico di Corso, viene ucciso e il suo corpo è composto in questa enigmatica postura che è identica a quella della relativa carta dei Tarocchi
 
10) l’immagine del castello di Puivert dato alle fiamme nella versione di Torchia, accanto al castello la “donna” che cavalca il dragone a sette teste in adesione a quanto descritto dall’ Apocalisse 
 
11) Le Stelle. La 17° lama del Tarocchi rivela alcune similitudine con l’immagine che gli è affiancata tratta dal libro del Torchia e cela ulteriori similitudini dettate dai “numeri” del castello  
 
12) Un momento topico nella vicenda di Polifilo la scelta della porta giusta da attraversare. Tanto essenziale è ritenuto questo passaggio nell’architettura narrativa della vicenda iniziatica che al complesso della Scarzuola ideato da Tomaso Buzzi è stata riprodotta in forma vegetale tale triplice possibilità ponendola all’ingresso del complesso.  
 
13) La fortezza di Puivert suggestivamente illuminato da una luce innaturale
 
 
14) questa immagine (fotogramma ritagliato) illustra bene la relazione tra il castello cataro e la stella a otto punte che fa di Puivert quasi un centro di culto dedicato alla dea (Puivert de Trovatori).
 
15) La stella a otto punte che splende sul sesso di Venere nell’immagine denominata Venere e i suoi figli (dal libro astrologico De Sphaera)
 
 
17) Il Dragone, cui Polifilo sfugge varcando la “magna porta”
 
 
18) Il diagramma cosmologico detto pentagramma veneris di M. Knapp relativo al moto di Venere conosciuto anche per l’interpretazione data da G. De Santillana nel suo “Fato antico fato moderno”. Il disegno pentadico della stella scaturisce dal movimento celeste che si completa in otto anni terrestri.   
 
19) l’espressione “morte suggente che viene dalla donna”, espressione del femminile “durgico”  non potrebbe avere migliore rappresentazione che quella offerta da questa immagine tratta dalla pellicola.

Commenti  

# Amministratore Commenti 2012-12-21 16:28
Riceviamo e dalla nostra cara amica Elisabetta Landi e pubblichiamo con piacere, una precisazione puntuale sulla nota 7 dell'articolo sul sogno di Polifilo.


Caro Claudio,
sul vostro sito ho letto, non senza perplessità, le osservazioni di Bonifacio (Sogno di Polifilo, nota 7) al mio saggio ”Venus im-pudica”! Dalla parte di Venere…”, pubblicato nel volume Amorosa Sapienza (pp. 8-24). Con Amorosa Pazienza, mi toccherà, adesso, mettermi “dalla parte di Venere”, che, in quanto Bellezza, è implicitamente anche Verità e Luce, e invocare La Venere di luce e amore della rinascenza medicea (Umstead,1973), per illuminare un po’ la faccenda. Qui, spiace dirlo, c’è una gran confusione. Non me ne voglia, Bonifacio, ma bisogna riordinare le idee. Mancano, per giunta, molte informazioni. Che si trovano, ad esempio, nella bibliografia che ho distribuito tra le note in calce al mio testo.
Sembrerebbe, nel suo intervento, che, parlando di Venere nel rinascimento, la sottoscritta attribuisca a Firenze un ruolo opposto rispetto a quello ravvisato -in che contesto?- da René Guenon, il quale, “autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali” (e chi lo ha messo in dubbio?), richiamò le origini “luciferine” della città dei Medici. E quando mai ho scritto il contrario?
Voglio credere a una lettura affrettata del mio saggio, piuttosto che a una faziosità. Ma è dura. Soprattutto perché sembra che lo studioso contrapponga la Landi a Guénon (la strana coppia). Quale onore.
Qui c’è un errore di fondo, in quanto, mi pare, Bonifacio accosta, tra di loro, due questioni che corrono su binari diversi. In che modo un argomento relativo a una fioritura culturale, qual è il tema che ho trattato io, sta in rapporto, sulla base implicita di un giudizio morale, con un discorso sulle origini di una civiltà, sanguinaria a Firenze, come a Roma, come altrove? Come dire: la cioccolata è buona, ma il treno va più forte.
Alla prima, ovvia, questione, vale a dire la centralità di Venere nel pensiero degli umanisti, e non soltanto di quelli fiorentini (niente di nuovo sotto il sole), si riferisce il mio studio. E a nient’altro. Perché fu Firenze la culla del rinascimento italiano. Sbirciare i manuali di scuola. Certo, che in una scuola di pensiero sussistano delle ombre, è indubbio. Ma se il rinascimento irradiato dall’accademia neoplatonica di Careggi significò Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Poliziano e altri, si fa fatica a parlare di degrado. Non voglio, per carità, discutere di Guénon. Che ho letto e ho apprezzato. Ma ci sono stati altri studi, nel frattempo. E lo studio, che può precedere l’iniziazione, e sottolineo può, si fonda sulla mente aperta, dinamica, e su una visione d’insieme.
Concordo circa la natura “catartica” e trasformativa delle feste carnascialesche. A onor del vero, non importava che Bonifacio me le ricordasse, anche se repetita iuvant (sed stufant mihi, come diceva la mia prof di latino). Io stessa, nel mio saggio, alla pagina 13, che forse non è stata letta, accenno all’inversione dei ruoli insistente nel mascheramento, ricordando, nelle parodie popolari, il ricorrere del topos metaforico, scenico e figurativo (cfr. Landi), di Fillide che cavalca Aristotele.
Ridiscutere l’umanesimo come “sovvertitore” della tradizione ci porterebbe lontano. E per giunta: che ci azzecca, con il mio saggio? Frase fiorentina per fare arrabbiare Bonifacio: “O che è codesta confusione? Ovvia!”.
L’altra questione, invece, (non odiarmi, Bonifacio), è stata posta in modo da condurre il lettore ad un paradosso: quello, di per sé assurdo, che nelle mie parole si celi, tra le righe, una valutazione morale, come se, in qualche modo, io ritenessi che l’adozione di un modello culturale alto fosse implicitamente, nella città dei Medici e ancor prima, nell’antico comune, un sigillo della santità dei costumi. Lo so anch’io che gran padre Dante si dichiarò fiorentino di nascita e non di costumi. Ma ancora: che c’azzecca?
L’argomento Venus Humanitas non presuppone una considerazione di ordine morale, semplicemente perché si riferisce a tutt’altro. Cosa c’entra il rinascimento con le origini lucumoniche di Firenze? Questo assunto, estraneo al mio scritto, si commenta da sé. Quando mai una cosa simile è avvenuta nella storia? Quale città di corte, o di comune, per il solo fatto di ispirarsi alla filosofia degli antichi si trasformò in Shamballa? E, all’inversa, come possono le origini sanguinarie di una civiltà inibire una scaturigine di cultura? Cosa c’entra?
Guénon scriveva al tempo, attardato, dello storicismo, quando nella “filologia” storica c’erano alcune pieghe da stirare, nodi da sciogliere, aspetti, anche scontati, da chiarire; molti concetti, lapalissiani per lo studioso moderno, si potevano richiamare. Ma lo scrittore francese, qui, mi par proprio tirato per i capelli. O, se si preferisce, per i mustacchi. Nessuna città di corte, e figuriamoci una città mercantile, sacrificò alla Bellezza la ragion di Stato. Ne fa fede, per la città dove avvenne la congiura dei Pazzi, il Principe del Machiavelli; e che dire della Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli? Anche nel ‘400, come secoli prima, “Fiorenza”, al pari di qualunque altra città europea, confermò i suoi trascorsi.
Per saperne di più sulla società del rinascimento, rinnovo il consiglio di leggere la Jacobson Schutte, i saggi del catalogo di Virtù d’Amore, la bella mostra sulla civiltà fiorentina allestita nel 2010 a Firenze, alla Galleria dell’Accademia, e di riflettere su Li Nuptiali, “affresco” storico insostituibile con il quale Marco Antonio Altieri documentò, sul finire del XV secolo, le modalità ferree dell’aristocrazia mercantile. Quei “rituali”, rilanciati dai Medici e, altrove, dall’Accademia di Pomponio Leto, si ispiravano all’antica Roma, e alla sua politica che oggi definiremmo spietata.
Mi si consenta, ora, di tornare alla prima questione -l’unica, del resto, della quale ho trattato- e di ricordare come la centralità di Venere, icona neoplatonica presso la cultura dei Medici (e presso quella degli Sforza, e presso quella degli Estensi, e presso quella dei Gonzaga, e presso quella dei Valois, e ovunque, nel rinascimento, si studiasse il neoplatonismo), la centralità di quel mito, dico, sia, in realtà, la scoperta dell’acqua calda.
L’essere equivocata per l'artefice dell’equazione tra Venus Urania e cerchia umanistica fiorentina mi onora. Non nego che, per me, la cosa sia lusinghiera. Ma ahimè! Si tratta di un concetto reperibile in tutte le antologie, anche in quelle ad uso delle scuole, e presente persino nelle enciclopedie.
In realtà, come ho dimostrato nel saggio su Amorosa Sapienza, e ancor prima nel capitolo sull’italica “potnia” e sui volti mutevoli di Afrodite nell’immagine collettiva (E.Landi, Pomona, dea dei frutti. Mito e iconografia, Roma, CNR, 2008, pp. 1-34, vedi Amorosa Sapienza, nota 27), complice la signoria (guardare alla committenza, e al contesto), fu a Firenze, ahimè (perdoni, Bonifacio, non è colpa mia! Lo dicono i libri di storia!), fu a Firenze (e dagli!), che nel ‘400, sotto il governo dei “mercanti” Medici, Ficino rilanciò nel Convivium Platonis De Amore Commentarium il tema di Luce e Amore. E così, nella città d’Arno si riversò una neoplatonica Luce, fluente e generosa come un torrente d’Amore scaturito dalla Bellezza Divina. “O Luce eterna, il cui lieto splendore fa bello il terzo ciel, dal qual ne piove…pietade ed amore…Benigna Donna d’ogni gentil core, sempre lodata sia la tua virtute!”. Così aveva scritto il Boccaccio, qualche decennio prima, nell’inno immortale del Filostrato. A Firenze, a rafforzare questa equazione ci si era messo, circa un secolo dopo, anche il Buonincontri. Amico del Ficino, in un poemetto astrologico irradiava dalla città dei Medici, da piazza della Signoria, dal Lungarno, o dal colle di Careggi, non importa, il lume sidereo della Dea. Che lì, come nel resto d’Europa, gli studia humanitatis (ma non necessariamente la nobiltà d’animo “reale”) si riconoscessero in Venere, è un concetto base.
Del resto, com’è noto, fu Ficino a riconoscere nel pianeta “che d’amar conforta” un simbolo di Luce e Amore, oltre che un principio vitale. Grazie alla Dea l’umanità sarebbe uscita dalla “luciferina luce” della propria anima, e avrebbe raggiunto lo splendore della Bellezza. Perciò, auspici i Medici, nel rinascimento Venere -novella Hator- diventò il nume tutelare della gioia, della primavera, della poesia amorosa, e delle arti figurative. Venus Urania fu il simbolo dell’Amore Divino, mentre spettò alla Venus Pandemia, o Diona, rappresentare la procreazione. Nella sua duplice manifestazione, Afrodite gratificò, come principio cosmico, la voglia di Bellezza dei neoplatonici fiorentini, onorando, al contempo, anche Madre Natura.
Perché, poi, proprio i fiorentini? La parola alla storia. Non me ne voglia, Bonifacio, ma si legge, in tutti i libri, e non soltanto in quelli della Landi, che, grazie alla committenza, culla del rinascimento fu Firenze. Eh, sì! Fu Firenze! Perché ahinoi, lucumonica o no, fu nella città dei Medici, e del Brunelleschi, e di Donatello, e di Masaccio, che si trovarono le congiunture propizie. Poliziano, nelle Stanze per la Giostra di Giuliano de’ Medici, Botticelli, nella Primavera e nella Nascita di Venere, e con loro tanti altri artisti e letterati si rivolgevano agli dei, che adombravano favole arcane. E mentre per le vie di Firenze i gentiluomini della corte, sotto i mantelli, nascondevano i pugnali, nei circoli intellettuali, o iniziatici, nei giardini d’amore, a corte, ci si inebriava dissertando del Bello.
Di lì, irradiò la Bellezza. In Europa, e per cinque secoli, il luccichìo ideale della città dei Medici radicò un sogno. Fino al XIX secolo, e alla nascita della storiografia artistica moderna.
Ci fu, sul finire dell’800, un ragazzone tedesco che aveva scelto di recarsi a Firenze. Era uno studioso, e amava l’arte. Si chiamava Aby Warburg. Quando, in un mite inverno, arrivò sull’Arno, prese una carrozza, e salì, forse, a piazzale Michelangelo. Lì, di fronte a quel panorama segnato dalla cupola del Brunelleschi che sembrava indicare l’ombelico del mondo, Aby si levò il pastrano (un ricordo delle nevi di Amburgo), e immediatamente… zac! Fu “nympholeptos”, ovvero, come raccontava agli amici, rapito da una ninfa. Nel linguaggio iconico delle pathosformel, inventato da quel ragazzone che diventò, poi, il padre dell’iconologia moderna, la ninfa, creatura celeste (uno dei tanti volti della Dea, la Dea dai Mille Nomi), fu Araldo della Bellezza. Quella Bellezza che, poi, gli iconografi -gli italiani e ancor più gli stranieri- andarono ricercando; soprattutto a Firenze, dove si recavano per capire il rinascimento italiano.
Di lì, da quegli studi, discende ogni scritto che abbia come fine la lettura delle immagini. Quella stessa che ho tentato io scrivendo il mio saggio.
Poco o tanto, caro Bonifacio, siamo diventati “nipotini” di Aby Warburg, perché da lui discende la disciplina.
Del resto, Firenze culla del rinascimento, dove il pensiero filosofico si intreccia alle arti, è al centro di una letteratura sterminata, di carattere letterario, storico, filosofico, artistico, architettonico, figurativo. Che nulla ha a che vedere con una graduatoria sulla moralità dei costumi.
Ma i fiorentini, alla fine, sono buoni o cattivi? Perché questo sembra suggerire, fatti i debiti conti, questa intera faccenda (ma quanto si divertirebbe Renzi?).
A supporto di quanto scritto, così, su due piedi, posso citare una bibliografia d’urto. Anche se ricordare un testo, in così poco spazio, porta inevitabilmente a sacrificarne altri. Rimando, ancora, all’appendice del mio saggio, sebbene non esaustiva. Ma prima di iniziare, consiglio, anzitutto, una riflessione sull’Ameto, e sulla lettera Prospera in Fatum del Ficino.
Dopo, ci si accosterà ai “moderni”. Gombrich, Edgar Wind (I Misteri pagani del Rinascimento), Panofsky (Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale), le innumerevoli letture iconologiche delle Allegorie mitologiche del Botticelli (Acidini Luchinat), e ancora gli studi di Luciano Berti, di Maurizio Calvesi (Venere-Iside-Fortun a), il bel saggio su Venere della Secchi Tarugi, nel volume sul Mito nel Rinascimento, e i densi saggi dedicati alla Dea da Maria Sframeli e Fabrizio Paolucci, confluiti nel catalogo, strumento scientifico imprescindibile, della mostra di Tokio (La “Venere di Urbino”. Mito e immagine di una dea, Tokio, 2008).
Di più, non potrei, in questa sede, indicare.
E adesso che abbiamo dimostrato “come e qualmente” il rinascimento ebbe origine nella città dei Medici (Simmetria passerà alla storia, per questo), consentitemi di tirare le somme.
Riassumendo: bando alle confusioni! Il pensiero rinascimentale indirizzò gli animi verso le vette più alte, ma, ahimè, solo nella forma. Esistevano, però, per fortuna (esistono ancora, ma vivono in “nascondimento”), gli spiriti eletti, quelli che la nobiltà d’animo la prendevano, e la prendono, dannatamente sul serio, a Firenze come altrove. Pico della Mirandola, appunto, il Ficino, e prima e dopo di loro tanti altri. Insomma, tutte quelle anime ben intenzionate, che all'ombra del campanile di Giotto, der cupolone, della torre di Pisa o delle due torri di Bologna, fino alle piramidi e alle vette dell'Himalaya, credettero, (e credono tuttora) nella necessità di seguire Venere. Indispensabile, per perseguire la Bellezza. Al di là delle imposizioni. Ma, dopotutto, non è, Afrodite, la Dea della trasformazione?
Buon Natale!
# Amministratore Commenti 2013-01-02 14:35
Ho due cari Amici: Il dott. Bonifacio e la prof Landi.
A quanto pare il loro incontro intellettuale diventa uno scontro filosofico. Devo dire che la cosa mi piace per cui pubblico il titanico contro-commento di Bonifacio.
C. L.

Caro Claudio
Come ti avevo anticipato non avevo intenzione di intervenire in alcun modo in una querelle o dibattito che sia, nato per una frase citata per giunta in una nota, sui contenuti della quale pensavo di essermi preventivamente emendato, sostenendo che citavo le osservazioni della studiosa Elisabetta Landi senza alcuna personale faziosità, come evidenzio in grassetto nel passaggio successivo.
Ma ciò non è stato sufficiente a quanto pare.

Questa è la pericolosissima frase:
“Venere è in qualche modo da considerarsi l’emblema della città di Firenze come si evince dalla lettura di un passaggio dell’articolo di Elisabetta Landi Venus Impudica dalla parte di Venere, in cui l’autrice scrive:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito…” (E. Landi e altri: 9). Nell’ottica puramente espositiva e non faziosa delle considerazioni di questo nostro articolo non si può tuttavia tacere come René Guénon, autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali, abbia attribuito a Firenze un ruolo completamente opposto a quello disegnato dall’autrice del brano sopra riportato.”

Il tono e i contenuti dell’intervento dell’autrice, che reputo totalmente gratuiti, mi inducono a intervenire e non tanto e non solo per innegabili problemi di “ego” (il distacco eckhartiano è ancora una meta irraggiungibile per la mia modesta persona, anche se pure lui s’è dovuto scomodare e uscire dal convento per difendersi), ma anche per ristabilire un principio di verità dell’analisi.
“Ci metto la faccia” quindi e entro in una disputa che non avevo la minima volontà di innescare, Lo faccio anche a beneficio dei Lettori del Sito di Simmetria che spero abbiano compreso il senso del mio scritto, al di là di queste mie attuali pedanti precisazioni. Riprendo quindi i passaggi dell’intero “pamplet” della studiosa e opportunamente lo “chioso”.
Premetto l’unica cosa che ha fondamentale importanza in questa replica ovvero la citazione di un Guénon, non solo genericamente antirinascimentale, ma antifiorentino (più per deduzione del suo allievo Jean Marc Allemand che esplicitazione sua, che introduce l’argomento “Firenze” medicea in una sezione del nel suo libro apponendovi l’inquietante titolo La contre initiation en Occident), non significa necessariamente che io sia d’accordo con lui in toto o parzialmente.
In ogni caso volendo precisare meglio il concetto strettamente guénoniano anti-mediceo sarà il caso di andare a leggersi il capitolo XXVIII° del Regno della quantità e i segni dei tempi e il capitolo XXI° di Simboli fondamentali della Scienza sacra dove si ravviserebbero le linee guida embrionali del sinistro pensiero mediceo.
Comunque al di là dell’estremizzazione guénoniana v’è una folta schiera di studiosi “tradizionali” che concordano nella sua visione d’insieme, e considerano l’esperienza fiorentina e del rinascimento tutto, fondamentalmente regressiva in relazione alla dimensione spirituale (J.Evola, A, K. Coomaraswamy, T. Burckardt, H. Corbin etc.). Ricordo che Guénon usa il provocatorio ossimoro “evoluzione regressiva” per contrassegnare il decorso temporale delle ere, secondo la nota scansione tradizionale che va dall’oro al ferro, in una peculiare ritmica temporale che scandisce la progressiva chiusura dei sensi spirituali dell’umanità.
La menzione da me operata del noto autore “tradizionale”, indubitabilmente sciovinista e quindi non necessariamente simpatico ai “romanologi”, evidentemente classicisti, è dovuta proprio al suo attacco “fiorentino”, mentre se avessi voluto esprimermi in un contesto esclusivamente anti-rinascimentale, avrei probabilmente utilizzato le osservazioni di altri più attenti cultori del tramandamento romano-italico.
Non era però affatto mia intenzione contrastare chicchessia. Non ho una verità su Firenze e sui Medici, e quindi mi sono limitato a menzionare un’alternativa interpretativa del “miracolo fiorentino” di pari dignità a quanto proposto dalla professoressa Landi. Tale scelta si confaceva alla particolare lettura che ho suggerito nel mio scritto a proposito di “Venere” o meglio al possibile “cono d’ombra” generato dalla “Venere” così come è rappresentata nell’Hypnerotomachia Poliphili.
Cominciamo quindi.

Riprendiamo quindi la frase e poi la lunga esposizione della d.ssa Landi

:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito…” (E. Landi e altri: 9)

Chi ha letto lo scritto sa che la ricercatrice propone un confronto della concezione di Venere tra due epoche. Nell’immediata antecedenza storica il dominio della dea era legato a una sorta di dispotismo erotico della medesima, un cliché che nell’umanesimo si è infine ribaltato proponendo “Venere” quale facitrice di nuovo orientamento spirituale, di una nuova civiltà. Sulla tesi dell’autrice, che ho molto semplificato, nulla da eccepire. Sui contenuti della frase successiva sollevo invece qualche dubbio.
Si afferma che attraverso questa impersonizzazione le menti si indirizzarono allo spirito. Ci si può legittimamente porre la domanda: ma le menti “prima” non avevano altri punti di riferimento per indirizzarsi allo spirito?
Così dicendo sembra rinfocolarsi il noto pregiudizio che contrappone il” buio” medioevo, al luminoso rinascimento. Non anticipo giudizi e procedo per gradi e inizio da capo.

"Caro Claudio,
sul vostro sito ho letto, non senza perplessità, le osservazioni di Bonifacio (Sogno di Polifilo, nota 7) al mio saggio ”Venus im-pudica”! Dalla parte di Venere…”, pubblicato nel volume Amorosa Sapienza (pp. 8-24). Con Amorosa Pazienza, mi toccherà, adesso, mettermi “dalla parte di Venere”, che, in quanto Bellezza, è implicitamente anche Verità e Luce, e invocare La Venere di luce e amore della rinascenza medicea (Umstead,1973), per illuminare un po’ la faccenda."


Mi dispiace averla costretta a questa fatica che le impone di doversi collocare dalla parte di Venere, purtroppo è Lei che s’è voluta sentire coinvolta pur non essendolo. A questo punto cosa dovrò fare, mettermi dalla parte di Marte? No, più modestamente resto me stesso, perché come ho appena affermato non possiedo alcuna verità sul tema ma solo argomentazioni contrastanti (non credo che in faccende relative all’illuminazione la Verità si trovi sui libri)


"Qui, spiace dirlo, c’è una gran confusione. Non me ne voglia, Bonifacio, ma bisogna riordinare le idee. Mancano, per giunta, molte informazioni. Che si trovano, ad esempio, nella bibliografia che ho distribuito tra le note in calce al mio testo".


Mi dispiace ancora, ma non sono d’accordo. Ho tutte le informazioni che mi servono per esprimermi compiutamente.

Sembrerebbe, nel suo intervento, che, parlando di Venere nel rinascimento, la sottoscritta attribuisca a Firenze un ruolo opposto rispetto a quello ravvisato -in che contesto?- da René Guenon, il quale, “autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali” (e chi lo ha messo in dubbio?), richiamò le origini “luciferine” della città dei Medici. E quando mai ho scritto il contrario?

Il contesto a questo punto l’ho indicato sopra. Si tratta di libri fondamentali dell’autore e quindi di non difficile consultazione.
Se nella frase precedente, che ho rimarcato in grassetto, mi si parla di luce e amore della rinascenza medicea, mi sembra che la scelta di campo sia bella che compiuta. Nella circostanza non è che si possono recitare due parti in commedia.
Credo che nel parlare di luce non stiamo qui giocando sull’ambivalenza del termine in ambito luciferino, sappiamo benissimo entrambi a quale luce facciamo riferimento.
Forse sarò elementare nella mia esposizione ma pare che Ella cada in un’evidente contraddizione con se stessa. O la rinascenza medicea è stata l’embrione della possibile costruzione o ricostituzione di un “paradiso perduto”, o siamo di fronte alla sommersione definitiva della società organica medioevale per l’innaturale emergere di spinte particolaristiche divenute poi egemoni nel decorso di pochi anni (anche se il Magnifico è stato accusato di un’opera di rifedaulizzazione di Firenze espressa per es. dalla sua passione per i tornei).
Nella rinascenza siamo evidentemente di fronte all’affermarsi dell’individualismo in ogni campo e di un‘erudizione (anche e/o solo?) fine a se stessa. Persino la rappresentazione del paradiso viene stravolta con la raffigurazione di un “luogo celeste” destinato ai beati contemplativi, cui è affiancato (anzi è in subordine) un giardino di beati ancora affaccendati in molteplici attività, quasi che i mercanti non rinuncino al loro “fare” concreto anche nell’aldilà.

"Voglio credere a una lettura affrettata del mio saggio, piuttosto che a una faziosità. Ma è dura. Soprattutto perché sembra che lo studioso contrapponga la Landi a Guénon (la strana coppia). Quale onore."

Non contrappongo: affianco. E’ lei che si è voluta porre in questa posizione belligerante. Chi è Marte e chi è Venere in queste considerazioni?

"Qui c’è un errore di fondo, in quanto, mi pare, Bonifacio accosta, tra di loro, due questioni che corrono su binari diversi. In che modo un argomento relativo a una fioritura culturale, qual è il tema che ho trattato io, sta in rapporto, sulla base implicita di un giudizio morale, con un discorso sulle origini di una civiltà, sanguinaria a Firenze, come a Roma, come altrove? Come dire: la cioccolata è buona, ma il treno va più forte".

Dice bene: fioritura culturale. E’ possibile far equivalere la fioritura culturale con quella spirituale? Non necessariamente secondo me.
Inoltre, chi ha mai parlato di sangue quale elemento spartiacque di un giudizio? E’ lei che lo dice. Ho parlato di contro-iniziazione e antitradizione semmai. Si può benissimo essere pacifisti ma essere anti-tradizionali. Del resto la Bibbia è piena di sangue. Dio è nominato 153 volte come signore degli eserciti. Quando gli Ebrei sono entrati nella terra promessa è stato prescritto loro di compiere un’epurazione totale di ogni creatura presente sul territorio (animali compresi).
Eppure è la Bibbia! Il testo che viene fatto leggere ai fanciulli delle tre religioni come fondamento della loro preparazione religiosa. Vuole che a questo punto mi scandalizzi per qualche congiura di palazzo?

"Alla prima, ovvia, questione, vale a dire la centralità di Venere nel pensiero degli umanisti, e non soltanto di quelli fiorentini (niente di nuovo sotto il sole), si riferisce il mio studio. E a nient’altro. Perché fu Firenze la culla del rinascimento italiano. Sbirciare i manuali di scuola. Certo, che in una scuola di pensiero sussistano delle ombre, è indubbio. Ma se il rinascimento irradiato dall’accademia neoplatonica di Careggi significò Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Poliziano e altri, si fa fatica a parlare di degrado. Non voglio, per carità, discutere di Guénon. Che ho letto e ho apprezzato. Ma ci sono stati altri studi, nel frattempo. E lo studio, che può precedere l’iniziazione, e sottolineo può, si fonda sulla mente aperta, dinamica, e su una visione d’insieme".

Chi ne dubita? Guardi che io, come moneta caduta in piedi, sono un fan sfegatato di L.M.A. Viola, autore d’orientamento tradizionale filo-- rinascimentale e filo-risorgimentale. Costui, sul punto “rinascimento”, è in fierissimo contrasto con Guénon e gli altri. Eppur lo leggo, lo stimo, e in alcuni passaggi quasi lo “venero” (per restare in tema).
Non son suddito di nessuno per fortuna e tengo la mente sgombra (per quello che posso naturalmente, il che poi, a ben pensarci, mi fa un poco di mentalità rinascimentale).
Come vede si può benissimo fare una difesa di Firenze anche da un punto di vista rigorosamente tradizionale: ribadisco che ho ritenuto di affiancare alle sue riflessioni il punto di vista dei “vecchi” tradizionalisti solo per controcanto e perché mi consentiva di gettare un ulteriore possibile cono d’ombra sulla Venere di H.P. (già detto).
Sul sito di Simmetria troverà un mio (modestissimo) intervento su Gemisto Pletone e la rinascita del platonismo in Italia (che prende spunto dal tondo del pittore Domenico Veneziano dedicato al Concilio fiorentino dell’epoca). Esso contiene sicuramente molti errori e sconterà delle insufficienze legate alla mia preparazione, ma è stato scritto proprio nell’ordine delle considerazioni che lei mi richiama.
Questo davvero è un paradosso!
Mi trovo imputato di travisare il pensiero di persone che altrove ho “difeso”. (intendiamoci, si difendono benissimo da sole, senza Bonifacio).
Diciamo che ci sono due scuole di pensiero tradizionali sul tema e io fatico a scegliere. Ne consegue che il contrasto nei suoi confronti o è nella sua immaginazione, o è in una mia difettosa esposizione della materia.
Scelga chi legge.

"Concordo circa la natura “catartica” e trasformativa delle feste carnascialesche. A onor del vero, non importava che Bonifacio me le ricordasse, anche se repetita iuvant (sed stufant mihi, come diceva la mia prof di latino). Io stessa, nel mio saggio, alla pagina 13, che forse non è stata letta, accenno all’inversione dei ruoli insistente nel mascheramento, ricordando, nelle parodie popolari, il ricorrere del topos metaforico, scenico e figurativo (cfr. Landi), di Fillide che cavalca Aristotele".

Io invece, paradossalmente, non concordo su quanto lei concorda. Infatti, a prescindere da varie considerazioni etnologiche e/o sociologiche sul carnevale, quale rovesciamento istituzionalizzato dell’ordine per poterlo infine ristabilire come prima (si veda Lanternari ad esempio) nell’ottica tradizionale (le ricordo che siamo ospitati in un sito di Tradizione) le feste carnascialesche (detto in termini generici) proliferate all’epoca, regrediscono i partecipanti a livelli inferiori nella gerarchia degli stati molteplici dell’essere e innescano intrusioni “pericolose”(che è diverso da quello che dice Lei). Se Lei ritiene che tali operazioni regressive possano condurre al ritrovamento della famosa “pietra” (V.i.t.r.i.o.l.), e non mi pare proprio, non lo possiamo stabilire in questa sede.
Per il momento mi tengo stretta l’opinione guénoniana sull’argomento, espressa in Simboli della scienza sacra. Tra l’altro Lei continua a considerare la mia frase contenuta in una nota come un attacco personale al suo scritto, cosa che esulava totalmente dalle mie intenzioni. Almeno prima, ma visto che adesso mi ci tira gratuitamente, non è più così (o meglio attacco le sue attuali riflessioni).

"Ridiscutere l’umanesimo come “sovvertitore” della tradizione ci porterebbe lontano.

Lo comprendo ma il tema è proprio questo e null’altro, siamo ospiti di un sito tradizionale, non su una rivista di estetica crociana.

E per giunta: che ci azzecca, con il mio saggio? Frase fiorentina per fare arrabbiare Bonifacio: “O che è codesta confusione? Ovvia!
”.

Mi dispiace, sarà un mio limite, ma non riesco a vedere la mia confusione, Infatti,concordo, con il suo saggio non ci azzecca un bel nulla, ma il suo impeccabile lavoro merita, per l’esordio e oserei dire per il timbro di voce con cui lo pone, un controcanto, una voce che non vuole soverchiare la sua voce, benissimo dispiegata, e quella dei suoi mentori (perché né lo può, né lo vuole) e sta li solo per dire (almeno in immagine): esisto. Sono alternativa di lettura ed ho motivazioni robuste per potermi esprimere.

"L’altra questione, invece, (non odiarmi, Bonifacio), è stata posta in modo da condurre il lettore ad un paradosso: quello, di per sé assurdo, che nelle mie parole si celi, tra le righe, una valutazione morale, come se, in qualche modo, io ritenessi che l’adozione di un modello culturale alto fosse implicitamente, nella città dei Medici e ancor prima, nell’antico comune, un sigillo della santità dei costumi. Lo so anch’io che gran padre Dante si dichiarò fiorentino di nascita e non di costumi. Ma ancora: che c’azzecca?"

Mi attribuisce un umor nero! Odio e mi arrabbio solo per qualche frasetta? L’amico Lanzi le ha parlato così’ male di me? Osservo comunque che forse Dante aveva compreso che Firenze non era il luogo giusto per innescare “certe” operazioni, magari era stata costruita su un sito che presentava una geografia sacra “difettosa” (contrariamente a Gerusalemme e Roma), o per altre ragioni che al momento mi sfuggono. Certamente si dovrà andare a riprendere Dante per comprendere il suo dissenso (magari c’entrano i Templari, Filippo il Bello e il capostipite dei Medici. Chissà?). E’ un’osservazione comunque marginale

"L’argomento Venus Humanitas non presuppone una considerazione di ordine morale, semplicemente perché si riferisce a tutt’altro. Cosa c’entra il rinascimento con le origini lucumoniche di Firenze? Questo assunto, estraneo al mio scritto, si commenta da sé. Quando mai una cosa simile è avvenuta nella storia? Quale città di corte, o di comune, per il solo fatto di ispirarsi alla filosofia degli antichi si trasformò in Shamballa? E, all’inversa, come possono le origini sanguinarie di una civiltà inibire una scaturigine di cultura? Cosa c’entra?"

Al solito parla del suo saggio e di quello che ha scritto o non ha scritto. Come se per aver preso spunto da una frase la volessi investire di chissà quale responsabilità, mi perdoni, lo dico senza malizia, ma le sue sono riflessioni un poco megalomani.
Le domando: perché Firenze non poteva trasformarsi in Shambala? Lo sa che qui tocca proprio un punto essenziale del discorso e mi sembra che in ciò si contraddica. Che senso ha affermare che il compito di Venere è quello indirizzare le menti allo spirito, se poi invece prevale l’imperativo categorico della “moneta” ? (la moneta è cosa tradizionalissima, il concetto fiorentino di moneta forse è antitradizionale). Qual è il suo concetto di spirito? Non lo comprendo.
E’giunto quindi il momento di mettersi d’accordo sul significato della parola spirito. Leggiamoci insieme il Vannini (Prego Dio che mi liberi da Dio, pag. 8) con le cui conclusioni concordo pienamente:

Infatti nel linguaggio comune la parola spirito è rimasta solo per indicare la dimensione accidentale e soggettiva dello stato d’animo, del sentimento-che invece è proprio opposto allo spirito. Il nostro mondo ha perduto il senso dell’opposizione anima/spirito: la psicologia opera con le sole categorie di corpo e di psiche (neppure anima….)…
Nel suo significato vero- ossia come realtà permanente e profonda dell’uomo ben oltre la superficiale mutevolezza dello psichismo- la parola spirito è così’ scomparsa perché ne è scomparsa l’esperienza. Per essa occorrono infatti conversione, ossia il fine dell’egoismo naturale, e distacco, ossia la rimozione di tutti i contenuti-legami psichici: quella che nella mistica si chiama “morte dell’anima”.


Ci rifletta un poco e veda se il suo concetto di “spirito” coincide con quello descritto essenzialmente e magnificamente da Vannini.
La “schambalizzazione” fiorentina (toscana o italica che sia) sarebbe stato sicuramente uno dei meriti fondanti dell’umanesimo, ovvero dimostrare che Sant’Agostino poteva avere torto e che la città di Dio e la città degli uomini potevano stare in relazione teofanica. Le dirò di più: Firenze con le premesse che lei pone, poteva e doveva trasformarsi in una “metaforica” Shambala. Che ciò non sia accaduto è per me un rimpianto storico, come il ritirarsi del Prete Gianni in “Oriente”, o la Shekhinah dal Tempio.
Forse Gemisto Pletone era andato apposta a Firenze, per “schambalizzarla” e magari non c’è riuscito, chissà? Questo si che è un terreno d’indagine entusiasmante.
Magari poi per qualche “quasi coincidenza” tra mito e storia si legga qualche libro di Simmetria, Lanzi saprà ben consigliarla in proposito, il “sangue” in sé comunque non è una dirimente oggettiva.

"Guénon scriveva al tempo, attardato, dello storicismo, quando nella “filologia” storica c’erano alcune pieghe da stirare, nodi da sciogliere, aspetti, anche scontati, da chiarire; molti concetti, lapalissiani per lo studioso moderno, si potevano richiamare. Ma, e mi scusi l’emulo di mia suocera, lo scrittore francese, qui, mi par proprio tirato per i capelli. O, se si preferisce, per i mustacchi. Nessuna città di corte, e figuriamoci una città mercantile, sacrificò alla Bellezza la ragion di Stato. Ne fa fede, per la città dove avvenne la congiura dei Pazzi, il Principe del Machiavelli; e che dire della Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli? Anche nel ‘400, come secoli prima, “Fiorenza”, al pari di qualunque altra città europea, confermò i suoi trascorsi".

E’ la raggelante ma giusta conclusione che si raggiunge quando, non sistemato l’essere, si pretende di operare nel divenire. Per queste contraddizioni insanibili ancora più evidenti nella contemporaneità, vivo (per quanto posso) molto ritirato dal “mondo” e mi rifugio proprio nei quadri di Botticelli (e altri) che mi sollevano dalla pesanteur del presente.
Comprendo che ciò è quasi esclusivamente estetica, ma serve anche questa.
Ma al di là dell’arte nella sua funzione consolatoria, la bellezza comunque serve ad altro. A ben altro.
La “bellezza” delle statue “pagane” come spiega Porfirio ne “Sui Simulacri” (pochi stralci del suo scritto che conosciamo perché riprodotti da un polemista cristiano) era l’in sé della ragion di stato.
La bellezza divina espressa nella sua ragionevole manifestazione estetica costituiva il mezzo con cui gli dei potevano vivere tra gli uomini. Torniamo ad Agostino e alla supposta necessaria separazione tra le due città che, contrariamente, la civiltà classica aspirava a coniugare. Così era in Egitto. Nei penetrali dei templi i sacerdoti stabilivano un contatto con gli “dei” proprio per mezzo della statuaria. Essa quindi non solo era “bella”, ma soprattutto “efficace”. Porfirio dichiara che un’antica sapienza teologica è stata capace di raffigurare l’invisibile attraverso forme visibili, ovvero le statue degli dei o simulacri, e in un’opera più tarda, quale il de Abstinentia, riprendendo il concetto, rammenta che i sacerdoti egizi scelsero di vivere con le statue degli dèi per soddisfare il loro pieno desiderio di contemplazione (Mino Gabriele; Introduzione a “Sui Simulacri”). Mi permetto di citarle questo perché come Lei m’insegna (e senza alcuna ironia sottesa) il Rinascimento è anche ermetismo e quindi “Egitto”.
Gli “dei” possono quindi abitare in mezzo a noi. Scrive Jean Richer:
“Al richiamo della voce giusta gli dei dell’antica Grecia risuscitano dal fondo degli anni.
Nati dallo spazio, dalla terra, dal mare e dal cielo stellato, essi sono là sempre vivi solamente assopiti e nelle grandiose rovine dei templi, sono sempre pronti a ritornare in vita”

"Per saperne di più sulla società del rinascimento, rinnovo il consiglio di leggere la Jacobson Schutte, i saggi del catalogo di Virtù d’Amore, la bella mostra sulla civiltà fiorentina allestita nel 2010 a Firenze, alla Galleria dell’Accademia, e di riflettere su Li Nuptiali, “affresco” storico insostituibile con il quale Marco Antonio Altieri documentò, sul finire del XV secolo, le modalità ferree dell’aristocrazia mercantile. Quei “rituali”, rilanciati dai Medici e, altrove, dall’Accademia di Pomponio Leto, si ispiravano all’antica Roma, e alla sua politica che oggi definiremmo spietata.
Mi si consenta, ora, di tornare alla prima questione -l’unica, del resto, della quale ho trattato- e di ricordare come la centralità di Venere, icona neoplatonica presso la cultura dei Medici (e presso quella degli Sforza, e presso quella degli Estensi, e presso quella dei Gonzaga, e presso quella dei Valois, e ovunque, nel rinascimento, si studiasse il neoplatonismo), la centralità di quel mito, dico, sia, in realtà, la scoperta dell’acqua calda. L’essere equivocata per l'artefice dell’equazione tra Venus Urania e cerchia umanistica fiorentina mi onora. Non nego che, per me, la cosa sia lusinghiera. Ma ahimè! Si tratta di un concetto reperibile in tutte le antologie, anche in quelle ad uso delle scuole, e presente persino nelle enciclopedie".


Scusi, se è acqua calda perché ne parla? Con questo dottissimo sproloquio siamo andando nel campo della pura escogitazione mentale. Lo so perfettamente che Venere humanitas non è una sua scoperta (agli Uffizi sono andato qualche volta anch’io) e ho letto abbastanza di H.P. per poterlo commentare, (anche grazie alle dottissime osservazioni di Ariani/Gabriele) ma la sua frase mi è parsa sinteticamente efficace per esprimere un’epoca e per questo l’ho utilizzata.
Al limite era (ed è) un complimento mica una critica!

"In realtà, come ho dimostrato nel saggio su Amorosa Sapienza, e ancor prima nel capitolo sull’italica “potnia” e sui volti mutevoli di Afrodite nell’immagine collettiva (E.Landi, Pomona, dea dei frutti. Mito e iconografia, Roma, CNR, 2008, pp. 1-34, vedi Amorosa Sapienza, nota 27), complice la signoria (guardare alla committenza, e al contesto), fu a Firenze, ahimè (perdoni, Bonifacio, non è colpa mia! Lo dicono i libri di storia!), fu a Firenze (e dagli!), che nel ‘400, sotto il governo dei “mercanti” Medici, Ficino rilanciò nel Convivium Platonis De Amore Commentarium il tema di Luce e Amore. E così, nella città d’Arno si riversò una neoplatonica Luce, fluente e generosa come un torrente d’Amore scaturito dalla Bellezza Divina. “O Luce eterna, il cui lieto splendore fa bello il terzo ciel, dal qual ne piove…pietade ed amore…Benigna Donna d’ogni gentil core, sempre lodata sia la tua virtute!”. Così aveva scritto il Boccaccio, qualche decennio prima, nell’inno immortale del Filostrato. A Firenze, a rafforzare questa equazione ci si era messo, circa un secolo dopo, anche il Buonincontri. Amico del Ficino, in un poemetto astrologico irradiava dalla città dei Medici, da piazza della Signoria, dal Lungarno, o dal colle di Careggi, non importa, il lume sidereo della Dea. Che lì, come nel resto d’Europa, gli studia humanitatis (ma non necessariamente la nobiltà d’animo “reale”) si riconoscessero in Venere, è un concetto base.
Del resto, com’è noto, fu Ficino a riconoscere nel pianeta “che d’amar conforta” un simbolo di Luce e Amore, oltre che un principio vitale. Grazie alla Dea l’umanità sarebbe uscita dalla “luciferina luce” della propria anima, e avrebbe raggiunto lo splendore della Bellezza. Perciò, auspici i Medici, nel rinascimento Venere -novella Hator- diventò il nume tutelare della gioia, della primavera, della poesia amorosa, e delle arti figurative. Venus Urania fu il simbolo dell’Amore Divino, mentre spettò alla Venus Pandemia, o Diona, rappresentare la procreazione. Nella sua duplice manifestazione, Afrodite gratificò, come principio cosmico, la voglia di Bellezza dei neoplatonici fiorentini, onorando, al contempo, anche Madre Natura.
Perché, poi, proprio i fiorentini? La parola alla storia. Non me ne voglia, Bonifacio, ma si legge, in tutti i libri, e non soltanto in quelli della Landi, che, grazie alla committenza, culla del rinascimento fu Firenze. Eh, sì! Fu Firenze! Perché ahinoi, lucumonica o no, fu nella città dei Medici, e del Brunelleschi, e di Donatello, e di Masaccio, che si trovarono le congiunture propizie. Poliziano, nelle Stanze per la Giostra di Giuliano de’ Medici, Botticelli, nella Primavera e nella Nascita di Venere, e con loro tanti altri artisti e letterati si rivolgevano agli dei, che adombravano favole arcane. E mentre per le vie di Firenze i gentiluomini della corte, sotto i mantelli, nascondevano i pugnali, nei circoli intellettuali, o iniziatici, nei giardini d’amore, a corte, ci si inebriava dissertando del Bello."


Ma va? Se me lo dice Lei farò ammenda e correrò a leggere (o magari a rileggere) qualcosa di quanto mi suggerisce. Ma siamo sicuri che questo illustre consesso non scambi il relativo per assoluto? L’umano con il divino? Per l’intanto mi permetto di proporle una possibile contro lettura di questo bizzarro miracolo fiorentino, così uranico di sera, quanto cinico e pratico di giorno, perché qui forse c’è una possibile chiave di lettura della contraddizione che lei sottolinea.
Estrapolo alcuni brani “antirinascimentali” tratti dal libro Architettura, Tempo, Eternità (pp.gg. 30-31) di Adrian Snodgrass.

“Nonostante la persistenza della dottrina delle Forme trascendenti negli scritti di neoplatonici come Ficino, nel Rinascimento l’insegnamento platonico e quello tradizionale viene capovolto. (torniamo al significativo concetto guénoniano di “parodia” ndr)
Il significato comune corrente della parola “idea” come “nozione concepita dalla mente” deriva da scrittori rinascimentali, come Melantone, secondo il quale le idee erano nozioni o concetti che non dimoravano più nel regno metafisico o nella mente di Dio, ma nella mente dell’uomo. Nel Rinascimento l’idea scende dal regno dell’essenza (ousia) trascendente a quello di semplice pensiero (ennoema).
La Realtà e le Forme sono trasferite nella coscienza umana….


“Mentre Alberti si rendeva conto che la bellezza sensibile è un riflesso della bellezza intellegibile, gli artisti delle culture tradizionali e quelli medievali guardavano alle Forme e non agli oggetti appartenenti al mondo sensibile come propri modelli, e si avvicinavano ai paradigmi archetipici facendone oggetto di visione diretta, intellettuale e intuitiva. Gli artisti rinascimentali, al contrario, si rivolgevano alle cose belle delle nature, vedendole non con l’occhio intellettuale ma con quello corporeo.”
Inciso mio: Questo forse spiega perché Giuliano è “andato a letto”-così taluno sostiene- con la giovane signora Vespucci, mentre Ibn Arabi non sì è fatto attraversare la mente dal pensiero di accoppiarsi con la giovane persiana, dai lineamenti greci e della razza di Cristo incontrata durante la sua circumambulazione della Mecca (pur se ella ne ha condizionato buona parte della filosofia NDR). Le cito un verso di J. Rumi che, se non conosce, presumo possa piacerle particolarmente adatto a comprendere lo stato spirituale di Ibn ‘Arabi:
“La Donna è il raggio di Luce divina
Non l’essere che il desiderio prende a oggetto
Ella è creatore, così’ dovremmo dire,
non già una creatura”

“Glossata” la glossa, riprendo la citazione da Snodgrass

….“Questo era ciò che consideravano una rievocazione della sapienza degli Antichi.
L’artista rinascimentale riteneva che “l’idea”, situata nella mente umana, derivasse dalla “natura”, ovvero dal mondo sensibile. L’idea era prefigurata negli oggetti appartenenti al mondo delle apparenze. L’idea platonica si era così trasformata in un fenomeno soltanto “mentale”; l’idea divenne sinonimo di “concetto” o “pensiero”; così inteso, il mondo mentale delle idee fu identificato con un mondo di realtà elevate, e da ciò sorse il concetto di “Ideale”. “Con Ciò l’Idea veniva spogliata della sua nobiltà metafisica”.
(Per questo appunto Botticelli rappresentò forse ossessivamente la citata Simonetta rimanendo prigioniero della sua bellezza sensibile. Egli era (pur grandissimo) forse incapace di pescare direttamente la Bellezza di Venere dove essa stava, nel mondo delle “Idee”. Fidia, nella perduta statua crisoelefantina di Giove, non credo sia stato ispirato da qualche possente omaccione dell’epoca sua, mi perdoni l’elementare osservazione.
Scrive Corbin: “Essa (la bellezza) crea l’amore nell’uomo, risveglia in lui la nostalgia che lo trascina al di là della sua apparenza sensibile, e che, sollecitando la sua Immaginazione attiva a produrre per lei ciò che i nostri trovatori chiamavano “amore celestiale” (l’amore spirituale di Ibn ‘Arabi), lo conduce alla conoscenza di sé, cioè alla conoscenza del suo Signore divino.”. Come si può osservare la prospettiva tra Botticelli e Ibn ‘Arabi è (forse) rovesciata e, forse, forse con ciò quella di Firenze tutta.

Aggiungo che la bibliografia dello studioso nordico relativo a questo capitolo (che andrebbe riportato integralmente come del resto il successivo), riferisce le sue conclusioni (anche) ai saggi di Panofsky e Gombrich di cui Lei mi propone la lettura.

Colgo con ciò anche un ulteriore spunto argomentativo partendo dalla celebre “Primavera” botticelliana che oggi sembra uscita dal suo mistero interpretativo (sarà così?) dopo gli studi di Claudia Villa, riproposti da Giovanni Reale che accoglie la lettura di Ilaria Ramelli de Le nozze di Filologia e Mercurio. Reale sostiene, dopo un approfondito studio del testo di Marziano Capella che la figura centrale del quadro non c’entri un bel nulla con Venere. La figura rappresenterebbe non Venere bensì Filologia la quale, umana e per conseguenza mortale, per coniugarsi con un “dio” deve perdere la parte umana. (adesso non apriamo un caso per questa interpretazione NDR)
Come fa a perderla? Deve vomitare tutti i “libri” che ha letto. La sua biblioteca interiore, quindi il suo “mentale” (vomita la tua intelligenza è un detto “iniziatico” e quindi vale anche per “noi” come pratica idonea a conseguire un diverso stato dell’essere e quindi è una tecnica con finalità “realizzative”. Es. i “fanciulli” che nomina Cristo svuotati d’ogni saper esteriore come condizione imprescindibile per conseguire l’accesso al regno dei cieli).
Il che è un suggerimento essenziale, anche se richiama il brutale pensiero di un gerarca nazista che affermava “quando sento parlare di cultura tiro fuori la pistola”.
Forse è proprio ciò che gli umanisti non fecero affatto, anzi verosimilmente fecero il contrario e continuarono a ingollarsi di cultura classica quasi a scoppiarne, per poi magari finire lietamente a singolar tenzone amorosa con la “senza paragoni” (il che naturalmente, in sé, non è assolutamente disdicevole). Si sa tutti Salmi finiscono in Gloria.
Ribadisco l’interrogativo. La ripresa della civiltà classica, mai estintasi nel pensiero degli uomini dopo il tramonto storico dell’epoca sua, potrebbe configurarsi nell’umanesimo come l’esplosione di una “forma di pensiero” che idealizzò il sensibile, oppure dobbiamo leggere il tutto come il tentativo di reinnescare i medesimi valori spirituali dell’epoca classica, innestandoli nella nuova realtà cristiana?
Seppero gli umanisti richiamare gli dei sulla terra con la voce giusta?
Chi mi sa rispondere?
All’epoca nacquero molte menti superiori (quelle che Lei ha citato) e non sono certo io in grado di scogliere l’enigma.

Di lì, irradiò la Bellezza. In Europa, e per cinque secoli, il luccichìo ideale della città dei Medici radicò un sogno. Fino al XIX secolo, e alla nascita della storiografia artistica moderna.
Ci fu, sul finire dell’800, un ragazzone tedesco che aveva scelto di recarsi a Firenze. Era uno studioso, e amava l’arte. Si chiamava Aby Warburg. Quando, in un mite inverno, arrivò sull’Arno, prese una carrozza, e salì, forse, a piazzale Michelangelo. Lì, di fronte a quel panorama segnato dalla cupola del Brunelleschi che sembrava indicare l’ombelico del mondo, Aby si levò il pastrano (un ricordo delle nevi di Amburgo), e immediatamente… zac! Fu “nympholeptos”, ovvero, come raccontava agli amici, rapito da una ninfa. Nel linguaggio iconico delle pathosformel, inventato da quel ragazzone che diventò, poi, il padre dell’iconologia moderna, la ninfa, creatura celeste (uno dei tanti volti della Dea, la Dea dai Mille Nomi), fu Araldo della Bellezza. Quella Bellezza che, poi, gli iconografi -gli italiani e ancor più gli stranieri- andarono ricercando; soprattutto a Firenze, dove si recavano per capire il rinascimento italiano.Di lì, da quegli studi, discende ogni scritto che abbia come fine la lettura delle immagini. Quella stessa che ho tentato io scrivendo il mio saggio.


Mi par di ricordare che il fatale incontro del “ragazzone” avvenne nella chiesa fiorentina di Santa Maria Novella e li, nella parte destra dell’abside, è ritratta un’ancella che porta il cesto di frutta, dipinta nell’affresco del Ghirlandaio dal titolo Nascita del Battista, che Warburg, in un suo intimo moto interiore, promosse a ninfa (scrisse: dea pagana in esilio).

Poco o tanto, caro Bonifacio, siamo diventati “nipotini” di Aby Warburg, perché da lui discende la disciplina.

Non mi dispiace affatto essere un modesto pre-orecchiante di Warburg e successori (egli fu anche sapiente etnologo e qui mi trovo meglio attrezzato). Amo tuttavia anche essere “cugino” di quelli che le ho nominato in precedenza. Tuttavia v’è la ragionevole possibilità che i membri di siffatta famiglia, messi a discutere intorno allo stesso tavolo, potrebbero anche litigare direttamente tra loro.
Si potrebbe scrivere quasi una dotta commedia sull’argomento (e non scherzo)

"Del resto, Firenze culla del rinascimento, dove il pensiero filosofico si intreccia alle arti, è al centro di una letteratura sterminata, di carattere letterario, storico, filosofico, artistico, architettonico, figurativo. Che nulla ha a che vedere con una graduatoria sulla moralità dei costumi."

Ripeto: il divenire discende dalla sistemazione dell’essere. Città di Dio e città degli uomini si possono coordinare in un’unica convocazione. Dipende da cosa si cerca. Vogliamo coltivate l’umano (troppo umano), oppure trascenderlo? Personalmente se associo all’arte la parola spirito, guardo all’arte che mi suggerisce la “via”.
Inutile che le dica, giunto a questo punto, che il supposto luciferismo fiorentino, che fece quasi identificare al discepolo di Guénon la città quale possibile “torre del diavolo”, ha ben poco a che vedere con la “moralità” dei costumi. L’antitradizione è una cosa ben più seria dell’esporre il seno agli astanti, se di quello (anche) si parla quando si utilizza la parola “morale”. (abitudine propria delle dame fiorentine, così mi si dice, da taluno esecrata).

Ma i fiorentini, alla fine, sono buoni o cattivi? Perché questo sembra suggerire, fatti i debiti conti, questa intera faccenda (ma quanto si divertirebbe Renzi?).
A supporto di quanto scritto, così, su due piedi, posso citare una bibliografia d’urto. Anche se ricordare un testo, in così poco spazio, porta inevitabilmente a sacrificarne altri. Rimando, ancora, all’appendice del mio saggio, sebbene non esaustiva. Ma prima di iniziare, consiglio, anzitutto, una riflessione sull’Ameto, e sulla lettera Prospera in Fatum del Ficino.
Dopo, ci si accosterà ai “moderni”. Gombrich, Edgar Wind (I Misteri pagani del Rinascimento), Panofsky (Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale), le innumerevoli letture iconologiche delle Allegorie mitologiche del Botticelli (Acidini Luchinat), e ancora gli studi di Luciano Berti, di Maurizio Calvesi (Venere-Iside-Fortun a), il bel saggio su Venere della Secchi Tarugi, nel volume sul Mito nel Rinascimento, e i densi saggi dedicati alla Dea da Maria Sframeli e Fabrizio Paolucci, confluiti nel catalogo, strumento scientifico imprescindibile, della mostra di Tokio (La “Venere di Urbino”. Mito e immagine di una dea, Tokio, 2008). Di più, non potrei, in questa sede, indicare.
E adesso che abbiamo dimostrato “come e qualmente” il rinascimento ebbe origine nella città dei Medici (Simmetria passerà alla storia, per questo), consentitemi di tirare le somme.
Riassumendo: bando alle confusioni! Il pensiero rinascimentale indirizzò gli animi verso le vette più alte, ma, ahimè, solo nella forma.


Non voglio essere crudele ma detto così si prospetta che il risultato di tutto questo dispiego di energie è che quest’arte non produsse alcuna metanoia, palingenesi, trasformazione, conversione (vedi Vannini), ma solo degli stati d’animo!
Un po’ troppo poco per una simile mobilitazione: la vita è breve ed è inutile sperperarla così.
La sua ribadita conclusione poi, se mi permette, è assai contestabile e così torniamo all’inizio dello scritto. Scusi, domando, ma prima gli “animi” non li indirizzava nessuno “verso le vette più alte”, sempre utilizzando il mezzo della “bellezza”? Mi perdoni, non voglio dare suggerimenti bibliografici a una storica dell’arte (anche se lei legittimamente e un poco pedagogicamente si è sentita di fornirmeli), ma perché a proposito non leggersi o rileggersi di A. K. Coomaraswamy il breve libretto La théorie médioévale de la Beauté (Arché Editit- La nef de Salomon). Esso contiene la trattazione commentata di tre diversi approcci alla “Bellezza” come mezzo di salvazione, (Ibn ‘Arabi l’abbiamo menzionato in precedenza e sta nell’area culturale sua) operata con la disamina del pensiero di Dionigi l’Aeropagita, Urlich Engelbert, San Tommaso d’Aquino. A. K Coomaraswamy scrive approcciando le considerazioni dei tre:“ L’arte deve…apportare un nutrimento intellettuale e spirituale alle componenti extracorporee dell’uomo integrale”.

Alla fine mi viene da dire. Ma c’era davvero tutto questo bisogno di un’importazione di Venere per raggiungere la finalità predetta? (l’unica che fondamentalmente interessa),

[i"]Esistevano, però, per fortuna (esistono ancora, ma vivono in “nascondimento”), gli spiriti eletti, quelli che la nobiltà d’animo la prendevano, e la prendono, dannatamente sul serio, a Firenze come altrove. Pico della Mirandola, appunto, il Ficino, e prima e dopo di loro tanti altri. Insomma, tutte quelle anime ben intenzionate, che all'ombra del campanile di Giotto, der cupolone, della torre di Pisa o delle due torri di Bologna, fino alle piramidi e alle vette dell'Himalaya, credettero, (e credono tuttora) nella necessità di seguire Venere. Indispensabile, per perseguire la Bellezza. Al di là delle imposizioni. Ma, dopotutto, non è, Afrodite, la Dea della trasformazione?"

Sono totalmente d’accordo (e del resto come si potrebbe non esserlo in un mondo come il nostro, per “sperare” ancora qualcosa) e non cito Dostoevskij perché è inflazionato.
Tuttavia vale quanto detto prima: il Rinascimento è idealizzazione del sensibile o risorgenza dello spirito “pagano” autentico ?
Il primo aspetto, tutto sommato, m’interessa parzialmente perché attiene allo “psicologico-sentime ntale” e quindi rispetto a un percorso spirituale tale atteggiamento non può che assumere funzione propedeutica, altrimenti è fuorviante. Sta bene quindi collocato dov’è, ovvero nel campo degli studi “laici”. Il secondo, invece, avendo riferimento allo spirito potrebbe costituire un emetico efficace per i nostri tempi calamitosi, anzi è forse l’unico efficace emetico da prescriversi per liberarsi dell’ego (more Filologia) e attendere quindi l’irruzione della “grazia” trasformatrice.
Ho concluso (mi si dirà: era ora!).
Con i migliori auguri

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