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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Conferenza per Simmetria 14 12 14

 

Tra gli Dèi “minori” di Roma (se mai un Dio può essere definito minore) un posto particolare lo ha Vortumno o Vertumno FIG. 1, un Dio così arcaico che di lui poche tracce rimangono nell’archeologia, nella letteratura e nella religione di Roma, tanto da poter pensare che si tratti di quello che gli antropologi definiscono un deus otiosus, un Dio di tale antichità che le sue funzioni sono state trasferite ad altri Dèi e di lui è rimasto nel ricordo poco più che il nome.

A differenza di altre divinità romane Vortumno è privo di un corrispettivo nel mondo greco, mentre in quello etrusco trova corrispondenza in Voltumna o Veltumna, il Dio venerato nel Fanum Voltumnae a Volsinii e portato a Roma, forse con una evocatio, dopo la conquista della città ad opera del Console Fulvio Flacco nel 264 a.C.

Il nome di Vortumnus secondo Devoto[1]sarebbe passato dal vocabolario protolatino nel vocabolario protoetrusco in una fase antichissima di formazione del linguaggio e Veltumna, a nostro avviso, avrebbe mantenuto in esistenza i caratteri più arcaici del Dio, relegati invece a Roma a livello di favola poetica e conservatici in particolare da Orazio e da Properzio. Pallottino[2]ritiene trattarsi di una divinità “dalle caratteristiche strane e contrastanti, rappresentata talvolta come un mostro malefico, talvolta come un Dio della vegetazione dal sesso incerto, talvolta come un grande nume guerriero”.Per tale motivo il nome Voltumna-Veltumna, chesi trova in etrusco anche nelle forme Veltha o Veltune, potrebbe ritrovarsi in quello del mostro Olta-Volta[3]FIG. 2, che secondo il mito riportato da Plinio[4]fu annientato da Porsenna mediante l’invocazione di un fulmine.A Porsenna corrisponde a Roma Numa Pompilio evocatore dello Juppiter Elicius come “Dio folgoratore”, il quale per mezzo dei riti ottenuti dal Dio riesce a mettere sotto il suo controllo Fauno, divinità che si manifesta come lupo nel suo aspetto di Luperco.

Una possibile ipotesi è che il mostro potrebbe essere la personificazione del vulcano di Bolsena e quindi vi sarebbe un’analogia tra l’etrusco Veltumna/Volta immagine del vulcano di Bolsena e il romano Vulcano come immagine della Demogorgone del vulcano Albano[5], a dimostrare ancora una volta l’arcaicità del Dio.

 

Inrealtà di Veltumna non è nemmeno certa l’esistenza come Dio: una delle attestazioni del suo nome la si trova in uno specchio etrusco del III sec. da Tuscania noto come “Specchio di Tarchies” FIG. 3 (ora al Museo Archeologico di Firenze) in cui ha il nome di Veltune, mentre presso i popoli italici “alcune rarissime iscrizioni al di fuori di Roma lo menzionano in Umbria, in Apulia, sull’Adriatico, nella Cisalpina, ma nessuna in Etruria[6].

 

Del fanum Voltumnae FIG. 4, in cui il Dio era venerato, è perfino incerta la localizzazione: sappiamo che era il più importante santuario dell’Etruria e che presso di esso si teneva il concilio dei lucumones della Dodecapoli per eleggere un primus inter pares e stabilire le guerre da intraprendere nel corso dell’anno a venire.

 

VORTUMNUS: ETIMOLOGIA E FUNZIONI

La conoscenza delle funzioni di Vortumno ci sono state trasmesse in modo poetico da due Autori latini, Ovidio in Metamorfosi XIV e Properzio in Elegie IV, 2, che in questo modo ci hanno conservato particolari molto importanti per comprendere il significato del Dio: Ovidio narra di come Vortumno, trasformandosi in una donna anziana che tesseva le lodi del Dio, convinse Pomona, la Dèa dei frutti, ad amarlo, Properzio invece fa parlare la stessa statua di Vortumno circa le sue origini.

Dal testo di Ovidio sappiamo che il Dio era antichissimo, visto che l’incontro fra Vortumno e Pomona è fatto risalire al regno di Proca, il penultimo dei re latini padre di Numitore e Amulio e quindi bisnonno dei Gemelli, e che era visto dai Romani come un giovane splendido: “Vortumno riprese l'aspetto giovanile, abbandonando / gli abiti senili, e apparve a Pomona in tutto il suo splendore / come quando il disco del sole, squarciando la coltre / delle nubi, senza che nulla l'offuschi, rifulge luminoso”; la sua capacità di trasformarsi è senza limiti: “Considera poi che è giovane e da natura ha il dono / della bellezza, che ha l'abilità di trasformarsi in ogni aspetto: / ordinagli l'impossibile, all'ordine diverrà ciò che vuoi”; infine, indizio molto importante considerata la sua successiva trasformazione in un semplice Dio dell’Autunno, non è una divinità agricola che si occupa di agricoltura o di giardini ma è colui che ne coglie i frutti: “Non è il primo a prendersi / i frutti che ti stanno a cuore, a stringere lieto in mano i tuoi doni?

I versi di Properzio ci consentono di conoscere alcuni aspetti del rapporto tra Vortumno e Roma. Il Dio si dice “etrusco, nato da Etruschi”, ma poi prosegue: “Il nome mi venne dato dalla lingua dei miei avi, / ispirato dal fatto che rimanendo uno mi mutavo in tutte le forme; / e tu, o Roma, mi attribuisti come ricompensa ai miei Etruschi” (per aver aiutato Romolo nella guerra contro i Sabini): questo potrebbe essere il ricordo di un’arcaica situazione di segno opposto, se il suo nome è “nella lingua dei miei avi” latini e Roma lo ha dato agli Etruschi “come ricompensa”.

Egli stesso si dice in origine aniconico, “non m'allieto d'un tempio d'avorio, / è sufficiente per me poter vedere il Foro romano… / Tronco d’acero ero, frettolosamente sgrossato con la roncola, / un povero Dio nell’amata Urbe già prima di Numa. / A te Mamurio cesellatore della [mia]forma bronzea, / che con facile esperienza hai saputo fondermi, / la terra osca non consumi le mani sapienti”.

È sempre il Dio che rivela il vero significato del suo nome legato al latino vertere: “Sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume[7]; / oppure poiché v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni, / credete che da qui derivi il culto del Dio Vertumno…/ Tu, menzognera fama, mi nuoci; il significato del mio nome è diverso: / credi soltanto al Dio che parla di se stesso. / La mia natura è adatta ad assumere tutte le forme”.

Le parole di Properzio sono confermato dai glottologi: secondo Devoto il nome ha origine dalla radice verbale indoeuropea *wert, che dà in latino vertere e vortere “volgere” (quindi nessuna differenza tra Vertumno e Vortumno), in antico indiano parole con significato di “essere” ma anche “esistere”, in armeno “viaggio, emigrazione”, in hittita “confusione, mischia”.

Radke[8]fa invece derivare Vortumno da *vorta,*ur-tā o da *vortus, *or-tu, indoeuropeo *uŏr, *uĕr, che si ritrova in parole aventi significato di “amicizia, sicurezza, unione fra gli uomini e gli Dèi” (greco ϝεϝορτή, ἐορτή “festa” come rituale in onore degli Dèi), quindi “adempiere, esaudimento, cerimonia religiosa”. Vortumno sarebbe “colui che porta o avvia il *vorta (compimento, esaudimento) del rito”, funzione che lo potrebbe collegare a Giano in quanto primo Dio invocato nelle formule rituali.

È stato osservato che questa sua capacità di trasformarsi si manifesta solo attraverso immagini umane o divine (può trasformarsi anche in Apollo e in Bacco, stando alle parole di Properzio[9]), ma non di animali o di fenomeni meteorologici o altro ancora, a differenza di Zeus o del greco Proteo.

Questo vertere, il mutare aspetto, fa sì che egli non abbia una sua propria definita forma l’originaria ma che fosse in forma aniconica, come afferma Properzio dicendo che la sua statua era un ceppo appena sbozzato, “tronco di acero ero, frettolosamente sgrossato con la roncola”. Il “tronco sbozzato” ricorda la copia del Palladio in terracotta che si può vedere nel Museo di Pratica di Mare, chiaramente modellata su di una più antica statua lignea appena “sgrossata” FIG. 5.

La capacità di Vortumno come “vertere in omnia”, secondo un’altra etimologia del suo nome come Vert-umnus = vert-(in)-omnis[10], non comprende solo la sfera degli esseri umani e divini ma si estende anche ad una funzione più ampia, quella del Destino.

Orazio[11]ci conserva un curioso modo di dire latino: “È nato con tutti i Vertumni sfavorevoli”, chiarito da Elio Donato[12], grammatico del IV secolo d.C., il quale nel suo commento all’opera di Terenzio spiega che la frase “Di bene vertant”, “che gli Dèi la mandino buon fine”, si spiega con il fatto che “il potere che gli eventi vadano nell’uno o nell’altro modo era per gli antichi una prerogativa di Vortumno” perché “il Dio che presiede agli eventi affinché vadano secondo i desideri di ognuno è Vortumno”.

Questa azione di tutela sul buono e cattivo andamento delle fortune dell’individuo confermerebbe l’esistenza di un rapporto tra Vortumnus e Fortuna, in particolare la Fortuna Virgo del Foro Boario che si trovava topograficamente di fronte al tempio di Veltumna-Vortumno sull’Aventino, rapporto che per gli Etruschi corrispondeva a quello esistente a Volsinii tra il Fanum Voltumnae e il tempio di Nortia, divinità del trascorrere del tempo analoga per questo alla Minerva romana ma con caratteri simili a quelli di Fortuna[13]. Però nel caso di Vortumno non possiamo parlare di una sua azione profetica o comunque oracolare, qual è quella di Fortuna, di cui non abbiamo nessuna notizia, in quanto egli si limita a stabilire che gli eventi seguano un certo percorso, per cui è un’azione più simile a quella di un Dio supremo, come era considerata Ananke presso i Greci. Anche questo costituisce un importante elemento per riconoscere l’alta arcaicità di Vortumno.

L’azione del vertere infine si estende anche alle pratiche del commercio perché Vortumno presiede alle cose che “vanno cambiate”[14], in quanto sempre da vertere deriva versura, la circolazione dei beni e delle monete[15], tutto ciò che è acquistato o venduto e cambia destinazione, la merce che si trasforma in denaro e viceversa. Giano era secondo gli antichi l’ideatore della moneta come mezzo di scambio, in quanto a lui “è riconosciuta la paternità del denaro, il cui nome latino pecuniaconserva in modo trasparente la sua connessione con le mandrie [pecus-pecunia]”[16], quindi è in un certo senso un “Dio commerciale” come Vertumno.

Un ultimo significato del vertere di Vortumnus è di carattere topografico: un’anziana donna nel giorno dei Vestalia racconta ad Ovidio[17]che un tempo il Foro era occupato da stagni dovuti allo straripamento del Tevere e che “non ancora questo nome adatto ai diversi modi di mostrarsi / il Dio aveva preso dalla deviazione del fiume [ab averso amne]”. La frase, che gioca sull’aggettivo aversus in quanto derivato da vertere, mette in relazione Vortumnus con un “cambiamento di direzione” del Tevere (o di un corso d’acqua che passava nel Foro): si trattava della deviazione del fiume che era servita per prosciugare il Velabro o anche del gomito che la Cloaca Maxima faceva nel punto in cui sorgeva la statua del Dio[18].

 

IL CULTO DI VORTUMNUS A ROMA

Scarsi i reperti archeologici a Roma pertinenti a Vortumno: il Dio era conosciuto dai Romani già prima della dominazione etrusca, poiché lo onoravano dal tempo di Numa Pompilio, secondo quanto scrive Livio[19], con una aedicula ed una statua, di cui era ritenuto autore Mamurio Veturio, nel Vicus Tuscus all’altezza della Basilica Sempronia, sostituita in seguito dalla Basilica Iulia, erette nel punto in cui il Vicus Tuscus terminava nel Foro Romano in prossimità del tempio dei Castores. Che la statua fosse più antica del tempio successivamente dedicato sull’Aventino sembra affermarlo Properzio, quando fa dire alla statua stessa: “Non gradisco un tempio d’avorio / ma mi basta poter vedere il Foro di Roma”. La sua antichità potrebbe far pensare[20]che il nome al Vicus Tuscus sia stato dato a seguito della presenza della statua, nella quale gli Etruschi identificavano il loro Voltumna, e non perché vi fosse un antico stanziamento etrusco.

Il particolare riguardo che avevano i Romani per la sua statua è dimostrato dal fatto che, mentre del tempio si perse ogni traccia a partire dall’inizio dell’Impero, la statua venne restaurata all’inizio del III secolo da Diocleziano, come testimonia un’epigrafe trascritta nel 1549 ma poi perduta: “Vortumno temporibus Diocletiani et Maximiani[21].

Il tempio di Veltumna/Vortumno sull’Aventino venne dedicato il 13 Agosto del 264 a.C. (lo stesso giorno della dedica del più antico tempio di Diana) dal Console Marco Fulvio Flacco, il quale era raffigurato in questo tempio con la toga picta del trionfatore in quanto conquistatore di Volsinii, la città etrusca di cui era protettore Veltumna, e fu costruito con il  tesoro che si ritiene egli avesse portato a Roma dopo la vittoria. Il tempio era stato eretto nel vicus Loreti maioris sull’Aventino[22], un antico lucus di lauri dove era stato sepolto Tito Tazio e presso il luogo dove si teneva il rito dell’Armilustrium in Ottobre, quindi un luogo connesso alla funzione sia regale che guerriera.

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VORTUMNUS E IL TRIONFO

La particolare localizzazione della statua di Vortumno sulla via triumphalis, la posizione del suo tempio presso il sepolcro di Tito Tazio e l’Armilustrium e non ultimo i caratteri del suo analogo etrusco Veltumna, funzione di Tinia-Giove ma raffigurato nello specchio di Tuscania come un giovane Dio guerriero, consentono di ipotizzare che in una fase arcaica della storia di Roma Vortumno avesse un ruolo, di cui si è poi persa ogni traccia, anche guerriero e in particolare fosse connesso alle cerimonie del trionfo militare.

Coarelli[23]ritiene che il rapporto tra Vortumno, la Vittoria e il trionfo sia derivato dalle possibili correlazioni indirette tra Vortumno e Fufluns, il Bacco etrusco, e tra Fufluns e Dionysos, il Dio trionfatore per eccellenza del mondo greco. Secondo il nostro punto di vista però Vortumno nella Roma arcaica è il punto di riferimento del trionfo non perché assimilabile al greco Dionysos, dal quale differisce profondamente fosse solo per il fatto di non essere un Dio che muore e rinasce[24], ma lo è in quanto divinità arcaica regale e guerriera, ed il suorapporto con il trionfo è dimostrato topograficamente dalla presenza della sua statua lungo il percorso della via triumphalis, e, guarda caso, proprio nel punto in cui lavia triumphalis deve vertere per scendere in direzione del Circo Massimo.

Per comprendere ciò, si deve ricordare che il percorso che seguiva la via triumphalis FIG. 6 iniziava, dopo che il corteo si era preparato nella zona del Circo Flaminio dove si trovavano i templi di Bellona e di Apollo, dal duplice tempio di Mater Matuta e di Fortuna Virgo nel Foro Boario per entrare in città attraverso la Porta Triumphalis[25], risalire il Vicus Iugarius fino al Foro all’altezza della statua di Vortumno, quasi fosse un segno di ossequio al Dio, per poi discendere per il Vicus Tuscus e tornare al Foro Boario passando davanti alla statua di Hercules Triumphalis, attraversare il Circo Massimo fino all’inizio della via Sacra, che percorreva fino al Clivus Capitolinus per completare infine il percorso innanzi al tempio di Giove O M sul Capitolium.

Per Coarelli questo salire e poi scendere per due strade che in fondo erano tra loro parallele era dovuto alla presenza della palude del Velabro, per cui il corteo era costretto a seguirne le rive: strano però che ancora nell’età imperiale, quando il Velabro era ormai prosciugato da tempo, si fosse mantenuto lo stesso percorso, per noi segno dell’importanza per il trionfatore di rendere omaggio anche a Vortumno oltre che ad Ercole e al termine del percorso a Giove O M..

 

In conclusione, questo “Dio minore” sembra invece essere stato, in un periodo arcaico della religione romana, un Dio di grande rilievo: se riuniamo i pochi dati archeologici rimasti e quanto possiamo desumere dagli scritti di Ovidio, di Properzio e di Elio Donato circa le funzioni di Vortumno, funzioni che possiamo integrare con quelle dell’analoga divinità etrusca Veltumna, la quale sembra avere mantenuto intatta la forma più antica del Dio, possiamo affermare che Vortumno era con ogni probabilità una delle divinità principali del pantheon romano, forse un aspetto di Giano quando era Giano e non Giove il primo Dio del pantheon romano, con il quale ha un’affinità che si può anche riscontrare nel fatto che quest’ultimo, assente nel mese di Agosto, viene “sostituito” da divinità a lui affini come Dèi del “passaggio”, cioè Vortumno, colui che trasforma ogni realtà e, in un’interpretazione tardiva o comunque parziale, fa volgere le stagioni, Portuno, signore delle porte e dei porti, e Volturno, il Dio dell’eterno trascorrere come lo scorrere di un fiume (Volturno era il nome etrusco del Tevere). Si potrebbe anzi ipotizzare addirittura una superiorità di Vortumno su Giano nella fase più antica della religione, considerato che Vortumno ha anche una “giurisdizione” sul destino che non è presente in Giano e che pertanto lo rende superiore.

 Vortumno appare “specializzato”, per così dire, nei molteplici aspetti del mutamento, che concernono sia la generazione di nuove forme di esistenza, in quanto è in grado di manifestarsi e quindi di creare ex nihilo esseri divini ed umani cambiando il proprio aspetto, sia la transizione da una fase dell’esistenza ad un’altra, in quanto Dio del destino inteso non come predizione oracolare del futuro ma come concreta realizzazione di una possibilità diversa (i “Vertumni” favorevoli o sfavorevoli di Orazio), passaggio che ha la sua corrispondenza materiale nell’attività commerciale come scambio di cose o di denaro, quando il denaro aveva una funzione sacra e non meramente economica[26].



[1]
DEVOTO Nomi di divinità etrusche III: Vertumno, in “Studi Etruschi” n° 14, 1940, pagg. 275-280; FERRI Voltumna-Vertumnus,in Braidotti, Dettori e Lanzillotta Ou pan ephemeron. Scritti in memoria diRoberto Pretagostini, vol. 2, Roma, Quasar, 2009pagg. 993-1009, pag. 994.

[2]PALLOTTINO Etruscologia, Hoepli, Milano 19977 pag. 328.

[3]Il mito sembra essere raffigurato in alcune urne cinerarie in cui si vede un puteal (il pozzo è un accesso al mondo sotterraneo) da cui esce un mostro con aspetto di lupo (altre volte sostituito da una figura umana), contrastato da un personaggio che versa sul suo capo qualcosa contenuto in una patèra. Altri studiosi ritengono che le immagini si riferiscano non ad Olta e Porsenna ma a miti greci legati a Giasone o ad Odisseo: CHIERICI Porsenna e Olta, riflessioni su di un mito etrusco, in “Mélanges de l'Ecole française de Rome. Antiquité” 106, N°1, 1994.

[4]PLINIO Nat hist II, 46 parlando dei riti per l’evocazione del fulmine, scrive: “Vetus fama Etrurìae est, impetratum Volsinios urbem depopolatis agris subeunte monstro, quod vocavere Oltam, evocatum a Porsina suo rege”.

[5]Sul Demogorgone, il Dio Vulcano e il Demogorgone rimandiamo a GALIANO Roma prima di Roma, cap. III “Il Vulcano Albano e il simbolo del Demogorgone”.

[6]DUMÉZIL La religione romana arcaica, Rizzoli, Milano 1977 (ed. originale: Paris 1974) pag. 300.

[7]Nel punto in cui sorgeva la statua di Vortumno il sistema dei canali di bonifica faceva una curva probabilmente per facilitare il deflusso delle acque in caso di piena del Tevere, altra etimologia del nome del Dio secondo OvidioFas VI, 409-410, di cui diremo più avanti.

[8]HARMON Religion in the latin Elegist, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt (a cura di TEMPORINI), De Gruyter, Berlino-New York 1986, parte II vol. 16 pag. 1963.

[9]PROPERZIO Elegiae IV, 2: “Cingimi il capo di una mitra, ruberò la parvenza di Bacco,se però mi darai un plettro, la ruberò a Febo [cinge caput mitra, speciem furabor Iacchi;furabor Phoebi, si modo plectra dabis]”.

[10]L’interessante etimo viene fatto notare da BETTINI Vertumnus: a God with no identity, in “I quaderni del Ramo d’Oro on-line” n° 3 (2010) pagg. 320-33, pag. 324.

[11]ORAZIO Sat II, 7, 24-25.

[12]Le osservazioni su Vortumno come divinità del Destino sono basate sul lavoro di BETTINI Vertumnus cit.

[13]La identità tra le due Dèe è sostenuta da COARELLI Il Foro Boario, Quasar, Roma 1992, pag. 423.

[14]PORFIRIO Ad Hor. Ep. 1. 20. 1: “Vertumnus deus est praeses vertendarum rerum, hoc est emendarum et vendendarum, qui in vico turario sacellum habuit”.

[15]BETTINI Vertumnus cit. pag. 332.

[16]BAISTROCCHI Arcana Urbis, considerazioni su alcuni rituali arcaici di Roma, ECIG, Genova 1987, pag. 222 nota 73.

[17]OVIDIO Fas VI, 409-410: “Nondum conveniens diversis iste figuris / nomen ab averso ceperat amne Deus”.

[18]COARELLI Il Foro Romano – età arcaica, Quasar, Roma 1983, pagg. 229-230; FERRI Voltumna-Vortumnus cit. pag. 998.

[19]LIVIO Hist XLIV, 16.

[20]FERRI Voltumna-Vertumnus cit. pag. 1003.

[21]PLATNER e ASHBY A topographical dictionary of ancient Rome, as. V. “Signum Vortumni”.

[22]PLATNER e ASHBY A Topographical Dictionary of Ancient Rome, s. v. “Vortumni, aedes”.

[23]COARELLI Foro Boario cit. pagg. 420-437.

[24]Coarelli cerca ovviamente di imporre a Vertumnus i caratteri di un “dio che muore”, in quanto lo interpreta more solito come un “dio della vegetazione”.

[25]La Porta Triumphalis si identifica con la Porta Carmentalis, un duplice arco situato nello spazio antistante i templi di Mater Matuta e Fortuna Virgo (COARELLI Foro Boario cit.pag. 371; per l’argomento nel suo complesso si vedano pagg. 363–414): quello di sinistra, per chi esce dalla città, è la Porta Triumphalis, quello di destra è invece la Porta Scelerata, dalla quale si entra in città e per cui invece passarono i trecentosei Fabii nella sfortunata impresa contro Veio, il cui omen negativo era dato dal fatto che essi uscirono dalla porta sbagliata, quella destinata all’ingresso. La Porta Carmentalis andrebbe a sua volta identificata con l’antica Porta Ratumena (COARELLI Foro Boario cit. pag. 414), nome etrusco dell’auriga che conduceva il cocchio veiente che, per volere divino, corse inarrestabile da Veio a Roma per fermarsi davanti al tempio di Juppiter O M, a significare che a Roma era destinata la quadriga fittile preparata da Vulca, pignus del potere concesso dagli Dèi alla città.

[26]Rimandiamo al recentissimo lavoro di D’ANNA sull’argomento Fabbri, demiurghi e diritto sacro. Alle radici della monetazione in “Atrium” XVI, 3 2014.

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