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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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alcune considerazioni su errate o fraintese o manipolate traduzioni di poeti classici greci e latini

 

Premessa

Scopo di questo articolo è quello di dichiarare e dimostrare come siano false ed  errate le dicerie e i luoghi comuni che circolano sugli antichi poeti greci e latini: che avessero un approssimativo senso morale, permissivo e liberale (certamente diverso da quello giudaico-cristiano) soprattutto in ambito erotico e sessuale, che dimostrerebbe la loro vicinanza alle più avanzate concezioni dell’etica, della sessualità e della libera scelta personale del mondo contemporaneo. Ma ciò è completamente falso. Non è vero che per gli antichi Greci e Romani ci fosse una sessualità indistinta e priva di regole, che comportamenti pederastici, pedofili, omo o etero sessuali, fossero privi di rilevanza, banalità e libere scelte personali; ma soprattutto non è vero che questo atteggiamento prescindesse dall’etica  e non è vero che in genere i grandi artisti, i letterari, gli uomini di cultura e di scienza, persino  gli Dèi e gli eroi, avessero simili inclinazioni.

Questa diceria, che tanto seguito ha trovato tra gli studiosi dei nostri giorni e che viene sconsideratamente riportata sui testi scolastici, è priva di qualsiasi fondamento, è il frutto di una campagna denigratoria perpetrata contro il mondo e la civiltà gentile, a cominciare dagli eruditi e dagli intellettuali cristiani, in particolar modo nel IV e nel V secolo, dopo che il cristianesimo si era ormai affermato come religione ufficiale dell’impero. L’abile falsificazione si giovò (come sempre) dell’ignoranza generale. Gli scrittori cristiani attribuirono a tutto il mondo pagano comportamenti etici che facevano riferimento solo ai tempi della decadenza: dalla fine del III secolo a. C. in  Grecia e a partire dal I secolo a. C. a Roma, se pur con qualche tentativo di rimoralizzazione operato da Augusto, da Vespasiano, da Traiano, da Marco Aurelio e, per ultimo, da Giuliano detto l’Apostata, come  ci è testimoniato dagli stessi scrittori latini.

Sia sufficiente leggere con giusta attenzione il Satyricon, le opere etiche di Seneca, le satire di Persio e di Giovenale, gli epigrammi di Marziale, il sarcastico romanzo di Apuleio, ecc., per rendersi conto di cosa pensassero costoro della corruzione dei loro tempi. I dotti Padri cristiani, come fecero poi gli storici illuministi e come si fa ancora oggi, attribuirono lo stesso tipo di civiltà, di cultura, di comportamento sociale ed etico a tutta la storia greca e latina, facendo di “tutta l’erba un fascio”, senza distinguere i mutamenti di costume nei secoli (e non nei decenni!) in cui si sono sviluppate la civiltà dei Greci (già degenerata al tempo dell’espansione di Roma in oriente) e quella romana. Quest’opera di diffamazione della civiltà gentile (operata talvolta non senza obiettive ragioni) è stata l’origine di tante errate e distorte interpretazioni dei commentatori del tardo Impero, portata avanti dai letterati del Medioevo (pur con talune eccezioni) sino ai contemporanei.

Essa ebbe inizio già a partire dall’inizio del III secolo e si diffuse in modo pianificato da Costantino in poi, rapidamente nelle grandi città dell’Impero e più lentamente nelle campagne e nei villaggi delle province. È per questo motivo che la maggior parte delle opere antiche, sopravvissute alle censure ideologiche dei tempi, hanno subito manipolazioni del testo, traduzioni erronee o falsate, interpretazioni il cui senso è stato prima volutamente, poi subdolamente e infine inconsapevolmente travisato.

Dopo il Medioevo e il lodevole recupero dei testi antichi da parte degli umanisti e degli studiosi del Rinascimento, molti letterati della Riforma e della Controriforma, ma poi soprattutto illuministi e post illuministi, benché consapevoli delle manipolazioni secolari, hanno fatto finta di niente, portando avanti gli errori di traduzione e di interpretazione degli antichi per comodità, per pusillanimità o per tornaconto. In questo articolo mi limito a proporre, solo a titolo di esempio, le elegie  4, 8 e 9 del primo libro di Tibullo,  considerate dichiarazioni d’amore del poeta per un giovinetto chiamato Màrato (o Maràthon?). Queste elegie  dimostrerebbero che il poeta fosse un pederasta (ma anche un pedofilo) omo ed etero sessuale. Nonostante lo squallore della diceria, e nonostante che essa sia assolutamente falsa,  questo è riportato sui libri di scuola con una leggerezza a dir poco sconcertante.

 

L’opera di Tibullo

Cominciamo a chiarire riassumendo in breve l’opera poetica di Tibullo tramandataci dagli antichi.

Le poesie attribuite al poeta, che sono in genere elegie, sono divise in tre libri (secondo alcuni quattro) e sono definite Corpus tibullianum.

Tutti gli studiosi concordano nel ritenere autentiche le dieci elegie che costituiscono il suo primo libro e le sei che rappresentano il secondo libro. Per attinenza al tema parlerò solo delle elegie del primo libro, e in particolare delle elegie 4, 8 e 9,  perché sono quelle ritenute espressione della pederastia, della pedofilia e della omosessualità di Tibullo. Questi elementi mancano nel resto dell’opera. Le inclinazioni sessuali del poeta deriverebbero dal fatto che in queste elegie, dedicate alla sua donna, di nome Delia,  compare il nome di un presunto giovinetto amato da Tibullo.[1] E’ curioso e strano che a nessuno, mai, in tutti i questi secoli, sia venuto il dubbio che fosse per lo meno contraddittorio che, in un libro di elegie d’amore, dedicato a Delia (dieci elegie scelte per l’esordio letterario, secondo la consuetudine del tempo) addirittura in tre (4, 8 e 9) si parli d’amore per un certo Màrato presunto giovane amante del poeta. Nessuno si è reso conto che un simile comportamento, che si chiama pederastia, o anche pedofilia, al tempo di Tibullo era ancora considerato un reato, severamente perseguito e punito dalla legge romana (vedi Lex Scantinia del 149 a. C), così come lo fu nella Grecia classica ancora al tempo di Solone, e comunque sino agli inizi del II secolo a. C.  È impensabile che fossero esibiti pubblicamente reati sessuali così gravi, soprattutto in circoli tradizionalisti e moraleggianti come quello di Mecenate (ovvero Augusto) e dello stesso Messalla Corvino, amico e protettore di Tibullo[2]. Questo argomento sarebbe di per sé sufficiente per spingere a verificare, con la necessaria attenzione, simili dicerie, come quelle sulla lesbica Saffo, sul pervertito Catullo con il suo Giovenzio, sugli efebici pseudo-pastori di Virgilio[3].

 

 

Il puerMarato

A dimostrazione di quanto affermato, sarà necessario partire dall’identificazione di questo puer, detto Marato, inserito in maniera per lo meno inopportuna tra le elegie dedicate alla propria amata. Chi fosse questo personaggio non si sa; e neppure conosciamo il significato del nome, non essendo presente nella onomastica antica greca e latina e neppure nel repertorio dei nomi convenzionali della letteratura elegiaca greca o in altri autori latini. Il nome, non mitologico né simbolico, resta pertanto un mistero e tutti i tentativi fatti per capirne il senso sono risultati insoddisfacenti. C’è chi pensa ad una possibile derivazione dalla parola greca maràino che significa deperito, sciupato, oppure da Màrathon, riferibile alla piana di Maratona, celebre per la vittoria degli Ateniesi sui Persiani, il cui etimo sarebbe derivato dalla presenza di una pianta, ovvero il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare), che lì vi fioriva numerosa. Se non fosse una fantascientifica stramberia etimologica, potremmo considerarlo uno scherzoso calambour di Tibullo che definirebbe così qualcosa che non chiarisce bene che cosa sia ma che alluderebbe ad un termine dispregiativo in uso ancora oggi.[4]

Il nome compare improvvisamente al verso 81 della elegia 4 del libro I:

Ahimè quanto mi tormenta Marato con un amore lento!

Cosa significa che un tal Marato, mai citato nelle tre elegie precedenti dedicate a Delia, secondo gli stilemi della poesia elegiaca convenzionale,  torturi il poeta con un lento fuoco d’amore? Da dove si è arguito  che fosse un giovinetto, dato che non è scritto da nessuna parte? e perché il suo amore sarebbe lento? Che Marato sia ritenuto dai commentatori un giovinetto nasce probabilmente dal fatto che il poeta si rivolge, nelle sue elegie, e in questa in particolare, a un puer (pais in greco), che non è altro che il modo convenzionale con cui veniva definito Eros, o Cupido[5], con termine familiare o giocoso, da parte del poeta (e dagli altri poeti elegiaci di Roma).

Questo amorino alluderebbe anche, in modo equivoco e scherzoso, alle sue capacità erotiche. Tant’è vero che l’elegia 4 inizia con una preghiera a Prìapo (raffigurazione apotropaica dell’organo genitale maschile[6]) perché assista il poeta. Il senso dell’elegia sarebbe facilmente comprensibile, dopo aver letto e interpretato in modo corretto gli ottanta versi precedenti all’interiezione a Marato, se con questo intendessimo il nomignolo scherzoso che Tibullo dà al suo erotico amorino, ovvero al suo organo genitale. Si tratta certamente di un nomignolo basato su un gioco di parole per noi oggi incomprensibile ma solo congetturabile. Agli scrittori in lingua latina piaceva adoperare le parole greche in modo strampalato, con doppi sensi. Maraton potrebbe infatti derivare, come detto, dalla parola greca maràino, e quindi il poeta scherzerebbe riferendosi al suo organo deperito e sciupato; potrebbe derivare dalla contrazione di (oppure mèn) con aratos, un modo per giocare con un termine dal doppio senso, negativo e positivo contemporaneamente: meraviglioso, desiderabile, oppure, capriccioso, deludente; oppure: rocca, rupe, roccaforte, o il contrario.

Insomma una parola dal senso ambiguo, di varia interpretazione, intraducibile, ma il cui significato appariva chiaro agli amici di Tibullo e ai letterati a lui contemporanei. Anche Delia, il nome della donna amata da Tibullo e alla quale dedica questo suo primo libro di elegie, è nome simbolico; esso deriva da Delo (parola che in greco significa svelare), isola in cui era nata Artemide/Diana, appellativo della Luna, simbolo della poesia e dell’arte, così come da Artemide/Diana deriva il nome Cinzia adoperato da Properzio per la donna cantata nelle sue Elegie. Anche la Beatrice di Dante, la Monna Vanna di Cavalcanti, la Laura di Petrarca, la Fiammetta di Boccaccio, ecc. sono nomi convenzionali per indicare un progetto ideale di vita, spesso connesso all’amore e all’arte e, soprattutto, alla poesia.

Tornando dunque a Marato, il nomignolo è rivolto da Tibulloal proprio instrumentum amoris affinché non lo abbandoni, malgrado l’inesorabile procedere del tempo[7].

Quanto detto sulla pederastia di Tibullo è dunque completamente falso: Tibullo non ha alcuna passione erotica per Marato perché non esiste alcun Marato, né giovane, né fanciullo, né di qualsiasi altro genere. Il poeta in questa elegia, e nelle elegie 8 e 9, sentendo già avanzare l’età e venir meno le energie amorose, vorrebbe assumere il ruolo di  precettore d’amore dei giovani, ai quali fornire consigli e suggerimenti; così come Ovidio (che appartiene allo stesso circolo poetico di Tibullo), seguendo (e forse parodiando) un lezioso modello letterario dell’elegia alessandrina.

Ma c’è di più, e questo è davvero importante: la scelta del tema poetico dell’amore erotico è da intendersi come atteggiamento provocatorio, di disimpegno politico e ideologico, adoperato da Tibullo (e da altri poeti del tempo) nell’ambito di un atteggiamento di contestazione e di fronda verso l’imperialismo di Roma, guerrafondaio e sempre più materialista[8]. Non mancano tuttavia altre motivazioni significative, come la protesta della nobiltà provinciale per il generale disprezzo della classe dirigente di vecchio stampo nei confronti della poesia e dell’arte; l’aver ridotto tutto l’ingegno dell’uomo a produrre oggetti di consumo, ad ammucchiare  denaro; persino l’amore e la poesia sono ormai strumento di mercimonio! È un grido di allarme, espresso in maniera ironica e antifrastica, estremamente raffinato, in un mondo impazzito, sempre più corrotto e decadente. Ne consegue un desiderio di evasione e di fuga.

Questi sono i veri contenuti delle elegie di Tibullo, di Properzio, degli scherzi aggressivi di Catullo, dell’opera lirica di Orazio e del severo impegno poetico di Virgilio; e questo si dovrebbe spiegare ed insegnare nelle nostre scuole.

 

Ma i testi di letteratura latina, in uso oggi nelle scuole italiane, seguendo l’interpretazione tradizionale, e le false traduzioni di esimi latinisti, non interpretano allo stesso modo le elegie o addirittura ignorano questi argomenti, preferendo attribuire ai poeti antichi perversioni e deviazioni sessuali spacciandole come pratiche lecite e consuete nell’intero corso della civiltà greca e romana.

È tuttavia disdicevole, e soprattutto molto grave, che si propongano ai nostri giovani informazioni erronee, manipolate, per affermare comportamenti immorali e deviati che in realtà nei testi esaminati e proposti non esistono assolutamente. A che e a chi giova tutto ciò? Qual è il fine di questa persistente ignoranza, inconsapevole o voluta? Probabilmente i testi delle nostre scuole sono elaborati da studiosi di letteratura latina che non approfondiscono quanto dicono, sembra che non conoscano la storia, non diano importanza all’analisi della lingua, nulla sanno dei movimenti culturali e tradizionali dell’età antica e non hanno alcuna attenzione per la corretta educazione dei giovani.

 

Le ragioni della quaestio

Per quale motivo i poeti e i letterati più significativi dell’età di Cesare e di Augusto si sono ispirati alla poesia ellenistico-alessandrina (ma taluni, come Orazio, anche a quelli della Grecia classica) , operando scelte formali e contenutistiche palesemente contraddittorie con il tradizionale modo di concepire la vita espresso nel mos maiorum dei Romani?  

È assolutamente necessario far presente che i poeti neoterici dell’età di Cesare ed elegiaci dell’età di Augusto assumono una pesantissima posizione di provocazione e di fronda nei confronti del sistema politico e ideologico di Roma, opponendo volutamente valori antitetici a quelli del mos maiorum tradizionale. Alla guerra delle armi oppongono quella del letto; alla carriera politica il servitium amoris per una donna; all’amore tradizionale, che si esplicava nel matrimonio convenzionale, oppongono l’amore libero e scanzonato, meglio se con donne emancipate e disinibite. Sarà necessario l’intervento di personalità di alto rilievo morale e politico, come Augusto, Mecenate, Asinio Pollione, Messalla Corvino, per recuperare gli artisti più geniali all’interno del sistema, con la riproposizione di valori autentici e tradizionali, ormai abbandonati dalle classi dei nuovi ricchi, dei liberti, dei commercianti e della nobiltà corrotta e decaduta, come dimostra la conclusione dell’elegia 4 di Tibullo in esame, i contenuti espliciti delle elegie 8 e 9 e soprattutto l’elegia 1 e 10. Come anche dimostrano le opere poetiche di Virgilio, Orazio e Properzio. 

Questa scelta poetica è in gran parte dettata da motivi ideologici le cui conseguenze (o motivazioni) si originano prevalentemente, in ambito politico e culturale, nella élite provinciale dell’Italia centro settentrionale e in parte centro meridionale. Tra le diverse motivazioni va sottolineato il rifiuto dell’imperialismo guerrafondaio romano e della politica vessatoria dell’antica e decaduta nobilitas (che ha enormi interessi economici nelle province d’Oriente) praticata nei confronti delle forze nuove dell’Italia provinciale della Cisalpina, aperte ormai verso le grandi regioni occidentali.

Non va tralasciato un certo rancore degli eredi superstiti dell’antica nobiltà etrusca, dei cisalpini, dei Sanniti e degli osco-umbri nei confronti di Roma, dopo gli ultimi tentativi di emancipazione politica contrastati e repressi nelle guerre sociali e civili; vedi ad esempio le proteste di Virgilio contro gli espropri a seguito di Filippi nelle Bucoliche, la lunga e difficile integrazione di Orazio,  il rancore di Properzio in alcune elegie del primo libro per la dura repressione di Antonio e Ottaviano nei confronti delle città etrusche filo repubblicane e per lo smarrirsi dell’antica civiltà etrusca sotto il colpi di un filoellenismo sempre più invadente e distruttivo.

Un elemento infine ci preme ricordare, che probabilmente darà un senso più compiuto e pertinente alle nostre interpretazioni: Delia, per Tibullo, non rappresenta pedissequamente una donna reale, ma sarebbe metafora della poesia, dell’arte come scelta di vita, di una visione del mondo, l’ideale a cui il poeta ha dedicato, o vorrebbe dedicare, tutta la sua (ahimè breve) vita.



[1]
Non vi sono  tracce di presunta omo o bisessualità nelle sei elegie del secondo libro dell’autore, quattro delle quali dedicate a un’altra donna, Nemesi. Naturalmente, come per le altre donne cantate da Catullo, da Properzio, da Ovidio, da Gallo, ecc. i nomi di queste donne (o di altri personaggi che vi compaiono) sono convenzionali e simbolici e, in genere, intendono definire, con un nome allegorico, la poesia, l’arte, o un modello esistenziale; così come faranno, secoli dopo, riprendendo come modello i classici antichi, i poeti franco-provenzali e i lirici del Dolce Stil Novo, Petrarca incluso.

[2] Vedi Lex Iulia de adulteriis coercendis del 17 a. C. e Lex Papia Poppaea del 9 d. C.

[3] Per questo argomento rimando all’articolo Fanciullo o fanciulla e al breve saggio sulla seconda egloga di Virgilio pubblicati su Simmetria online.

[4] Anche il Canali, non ultimo tra i manipolatori dei testi antichi, nella nota 81 alla sua edizione alle Elegie di Tibullo, pensa a queste due etimologie, ma poi sembra dimenticarsene.

[5] Vedi Alcmane 147-48 e mille altri esempi dei poeti antichi greci. Il puer è Eros, rappresentato come un fanciullo, e popolarizzato nell’arte e nella letteratura come un Cupido, un amorino alato.

[6] Per amore di verità devo qui ribadire che la pronuncia della divinità era Prìapo e non Priàpo come i latinisti contemporanei affermano. La divinità è di origine greca, esattamente di Lampsaco, nella Misia, passata poi in Grecia e poi a Roma. Come ben sanno coloro che hanno studiato la prosodia, le parole di origine greca mantengono in latino l’accento originale sulla prima vocale dello iato. Infatti si pronuncia De monarchìa e non De monàrchia, così come diciamo democrazia, aristocrazìa, ecc.

[7] Vedi il passer di Catullo, nei carmina 2 e 3, interpretato come un non so quale passerotto di Lesbia e non, come si evince chiaramente, come l’organo genitale di Catullo (il quale lo chiama scherzosamente Giovenzio, ovvero colui che giova, procura piacere).

[8] Properzio arriva a scrivere di non volersi sposare per non generare figli come soldati da dare a Roma.

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