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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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“Onde noi abbiamo non solo i monti come sedi simboliche - appunto – di ‘dei’, ma abbiamo anche tradizioni, come quelle degli antichi Ariani dell’Iran e della Media, i quali, secondo Senofonte, non avrebbero conosciuto dei templi per le loro divinità, ma appunto sulle vette, sulle cime montane essi avrebbero celebrato il culto al Fuoco e al Dio di Luce; vedendovi un luogo più degno , grandioso e analogicamente più prossimo al divino che non qualunque costruzione o tempio fatto dagli uomini”.

(J. Evola: Meditazioni delle vette)          

  Il tempo e i suoi veglianti tra le vette delle Alpi Marittime

 L’archeoastromia, e le sue varianti, etnoastonomia e paleo astronomia, è una disciplina che, sul fronte del consenso, viaggia a doppia velocità. Da una parte c’è ormai una cospicua mole di dati, accumulata in decenni di attività, che ci istruiscono intorno all’importanza degli astri presso le popolazioni arcaiche o in quelle etnologiche moderne e contemporanee; dall’altro si assiste alla difficoltà che mostra l’archeologia “classica” ad agglutinare convenientemente questi risultati nel suo corpo documentale. Queste osservazioni, infatti, appaiono quali intrusioni estranee che spesso stravolgono accettate e consolidate letture degli antefatti della nostra storia più o meno arcaica e la valutazione delle condizioni di coscienza dei nostri predecessori.

Spesso, infatti, i dati astronomici rivoluzionano assunti consolidati ed è evidente che accettare ribaltamenti epocali è psicologicamente difficile, anche se del tutto comprensibile. Ciò è ancor più indigeribile, se volgiamo lo sguardo all’alta preistoria a partire dall’affacciarsi del cromagnoniano sulla scena del mondo, il che è avvenuto circa 40.000 anni fa. Questi è un tipo d’uomo che dimostra una capacità di osservazione e registrazione dei movimenti celesti che lo sovrastano e di quelli che scaturiscono dall’ambiente che lo circonda, eventi tutti che Egli riesce a coniugare in un’unica architettura compositiva d’ordine simbolico, una capacità che oggi appare davvero inaspettata e sorprendente (si veda come esempio più in avanti il cenno al collegamento delle fasi della Luna con il ritorno del salmone nei fiumi per la riproduzione).  

Secondo la vulgata corrente queste bande di cromagnoniani sarebbero state sospinte ad agire, per decine di millenni della loro esistenza, motivate solo dall’ansia di soddisfare i loro bisogni elementari e quindi al fine di garantirsi una breve e stentata sopravvivenza, così come consentita dall’asprezza dei tempi: preistorico si identifica necessariamente con primitivo.

Contro questa costruzione, nei limiti di una ricerca certamente non accademica, ma spigolando documenti da studi degnissimi e finora non controvertiti, abbiamo avuto la possibilità di intervenire in più circostanze. Questo è potuto accadere grazie alle possibilità di diffusione offerte dall’editore, come si verifica in questa stessa circostanza, e, per conseguenza, in seguito a questa rinnovata disponibilità, si è creata l’opportunità di menzionare un’ulteriore serie cospicua di ricerche proveniente da nomi più o meno noti del campo degli studi, incentrati su alcuni temi dell’astronomia preistorica, che hanno proposto circostanziate elaborazioni, affatto fantasiose, scaturenti dall’applicazione sul terreno di questa nuova disciplina dalla quale tanti frutti stanno maturando.  

Fino a non molto tempo fa la “religione” del cromagnoniano, non poteva essere che derivare da un’accozzaglia di sensazioni confuse provenienti dall’ambiente in cui ogni elemento sorprendente era suscettibile di divinizzazione, fino a costringere quest’uomo, in balia d’un universo complessivamente poco amichevole, a scendere a patti con quest’ignoto minaccioso in ogni circostanza di vita.

Ogni capacità razionale sarebbe sussistita a livello minimo, di fronte all’attonito spettacolo di un mondo dominato da forze elementari, ispirate nel loro apparente agire da una radicale ostilità verso l’essere umano e con le quali il patteggiamento era necessariamente continuo e volto al solo fine di garantirsi una stentata sopravvivenza.

Purtroppo i cultori di questo punto di vista hanno ormai un numero imprecisato di buoni motivi per ricredersi. L’uomo arcaico, come si avrà occasione di mostrare, non solo esplicava una serie di attività che con la mera sopravvivenza avevano poco o nulla a che fare, ma era, altresì, un uomo in grado di esercitare le sue capacità di raziocinio in maniera piena, collegando però la sua razionalità, sovente, se non addirittura esclusivamente, al fine di far interagire la sua attività con la sfera del sacro, che è argomento oggetto finale delle presenti considerazioni.

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Fig.1 (3 immagini)

Questa categoria di oggetti caratteristici dell’Aurignaziano denominati convenzionalmente “bastone di comando”, sul cui utilizzo gli archeologi hanno molto discusso, trova un’applicazione “naturale” in astronomia consentendo di “misurare” la distanza tra i corpi celesti. Si tratta di un oggetto che in tempi storici sarà conosciuto con il nome di “Bastone di Giacobbe”. Allo stesso modo questi alabardieri dell’età del bronzo non agitano degli improbabili vessilli ma utilizzerebbero aste graduate per coglier le altezze dei corpi celesti. Secondo il pensiero della Wolkiewiez le sette graduazioni che compaiono in alcuni esemplari rappresentano, per così dire, la preistoria del pensiero eptadico planetario.

I risultati ottenuti in molte circostanze, possiedono una forza d’urto non solo sufficiente ma, si direbbe, persino esuberante per rimettere in discussione l’assunto del bruto primitivo concepito come essere totalmente suggestionabile immerso nelle sue superstizioni e quindi ancora confinato all’alba della ragione.

Questo per un saliente motivo di fondo: quell’uomo guardava costantemente il cielo ed era in grado di coglierne i ritmi e fissarli su sorprendenti manufatti, al fine di adeguare la circolarità degli eventi che gli si mostravano nella volta celeste sapendoli percepire in una dimensione che è oltre il sensoriale, e quindi tradurli sulla terra, secondo una formula cara all’archeostronoma Chantal Jègues Wolkiewiez. L’arte paleolitica, è espressione di questa registrazione e per questo essa “rivela l’ordine nascosto dell’universo riflesso sulla terra”.    

Lo studio che poneva nella realizzazione dei suoi manufatti, scaturenti in molteplici casi nel tentativo ininterrotto nei millenni di legare il mondo celeste a quello terrestre, faceva sì che egli, nel mettersi in opera, tenesse conto di una quantità notevole di variabili della cui pregnanza ci si sta accorgendo solo in questi anni, anche grazie alle possibilità offerte da programmi di simulazione della volta astrale tipo Stellarium. Questi ausili, impensabili fino a pochi anni fa, possono offrire l’immagine del cielo a ogni latitudine ed altezza di qualsiasi epoca precedente la nostra.

Ciò ha adiuvato enormemente l’indagine, riuscendosi così perfettamente a collocare gli astri come apparivano all’uomo che li osservava in quell’esatto luogo in qualsiasi epoca storica. Tuttavia, anche la caparbia osservazione umana, frutto di un’ostinata, quanto paziente, ricerca sul campo è in grado di offrire sconcertanti risultati quando si principi a lavorare in base a una giusta intuizione.

Prendiamo a dimostrazione delle affermazioni precedenti uno degli esempi più eclatanti sull’argomento il calendario rinvenuto nell’abri Blanchard, posto nel complesso preistorico de Les Gorges d’enfer. A prima vista si tratta di un semplice frammento di osso di renna (ne sono stati trovati diversi a diverse latitudini) che contiene una serie di segni a forma di coppelle in funzione palesemente annotativa.

Cosa annotassero quei segni l’ha scoperto decenni fa il preistoricista Alexander Marshack che, dopo una lunga ricerca, utilizzando il microscopio per i dettagli, è giunto a ipotizzare che ci si trovi di fronte a un calendario lunare preistorico, un tema sul quale il ricercatore ha scritto un libro che ha conosciuto vasta diffusione (The Roots of Civilization: The cognitive Beginnings of Man’s Firs Art. Simbol and notation).

Naturalmente questa sua conclusione è stata seguita all’epoca (siamo negli anni ’70) da un “apriti cielo” generalizzato: il bruto non poteva essere così intelligente da comporre in un’epoca così remota uno strumento così sofisticato! Tuttavia la conclusione dello studioso è stata infine accettata ed è diffusamente accreditata tanto che il noto archeoastronomo Antony Aveni, ne ha fatto uno dei pilastri dissertativi della sua pubblicazione I Guardiani del tempo. anche se, trascorso qualche decennio dalla pubblicazione, ci si può accorgere come Aveni si sottragga alle domande più specifiche che nascono dalle divergenze annotative dei diversi calendari lunari confrontati tra loro, una risposta che solo la Wolkiewiez ci sembra sia stata in grado di dare pienamente.      

Difatti questa ricercatrice, in tempi recenti, ha riesaminato direttamente il calendario nel luogo stesso (l’abri Blanchard) nel quale è stato rinvenuto (e quindi non in un museo o in un laboratorio) collocandosi nella stessa possibile posizione in cui lo “sciamano” (o “vegliante della Luna” come la ricercatrice ama definire il suo ideale predecessore) allora osservava il cielo. Questi, con l’ausilio di una punta di silice, incideva quotidianamente sulla superficie dell’osso le variazioni delle posizioni della Luna rispetto all’orizzonte e la sua forma (fase) da qui nasce il suggestivo movimento a spirale che tanto aveva colpito il Marchack. La studiosa ha sostituito la selce con la carta millimetrata, annotando quindi anch’essa pazientemente i movimenti lunari nei luoghi stessi, (quasi sullo stesso masso!) dove il calendario sarebbe stato inciso.

Ebbene le due registrazioni, la cartacea e la “litica”, effettuate evidentemente a enorme iato temporale una dall’altra, sono pressoché sovrapponibili, con la differenza che il calendario lunare in realtà è “qualcosina” di più complesso di quanto sia apparso alla vista di Marchach. Esso, infatti, non si occupa solo di annotare i movimenti della Luna che vagabonda per i cieli, ma principia la sua registrazione all’inizio di un ciclo metonico (quello scoperto dall’astronomo greco appena qualche migliaio di anni più tardi) e da li prosegue per circa due mesi.

Le rivoluzioni dei due astri, il Sole e la Luna, hanno, infatti, durate diverse, essi ritornano a coincidere dopo 19 anni solari, pari a circa 235 mesi lunari o altrimenti, con lieve approssimazione, 6940 giorni. Il ciclo metonico (anno solare e anno lunare cominciano lo stesso giorno) annotato su questo calendario preistorico inizia dal giorno 19 marzo, e ci precede da un tempo   inconcepibilmente remoto quando la luna si mostrava con la forma insolita di accento circonflesso all’età di due giorni.

Si rifletta che per questi antichi abitatori del riparto sotto roccia, che traevano ampio sostentamento dalla pesca fluviale, quello era il segno iniziale del computo, in quanto la Luna con quella forma si scorge in cielo, in quella posizione, ogni 235 lunazioni, nuvole permettendo naturalmente.

Questa coincidenza luni - solare è stata ottenuta osservando attentamente la morfologia dell’incisione delle coppelle sul piccolo manufatto che, ricordiamolo, sta agevolmente nel palmo di una mano. Dalla forma assunta si evince costantemente la posizione del Sole rispetto alla Luna durante tutto il periodo in cui questa è visibile e per questo la ricercatrice ne ha commentato le caratteristiche astronomiche giorno per giorno e una per una. Non solo. Sussistendo un’interruzione annotativa corrispondente a circa cinque giorni, secondo la Volkiewiez questa pausa starebbe esattamente a coprire la distanza temporale che separa il ciclo sinodico della luna (rivoluzione intorno alla terra ) con quello siderale (rivoluzione intorno al sole), elementi questo che tanta importanza ebbero nel primigenio computo calendariale romano, sia in quello più arcaico che nel successivo romuleo.

Abbiamo lasciato volutamente per ultimo di menzionare chi ha realizzato questa piccola meraviglia, che reca ulteriori sorprendenti caratteristiche perfettamente documentate nel libro dell’autrice, al fine di voler massimamente evidenziare, perché l’evidenziazione è d’obbligo, in quale epoca avvenne tutto ciò. Ebbene il calendario risale all’aurignaziano e quindi a circa 35.000 anni fa e l’uomo che l’utilizzò e abilmente se ne servì è quindi uno dei primi cromagnoniani, nato, evidentemente, già “imparato” sulla scansione dei ritmi celesti e su quanto l’astronomia avrebbe scoperto nel corso dei millenni (anzi decine di millenni ) successivi.

 

Tuttavia queste considerazioni, tese a celebrare la vetustà delle conoscenze dell’uomo arcaico, non deve essere intesa come uno stimolo per suggerire una qualche anticipazione d’ordine scientifico, né proporre di restringere l’impiego di un certo manufatto a qualche indirizzo meramente pratico. Quando si parla di calendari dobbiamo necessariamente ricordare che due secoli di modernità ci hanno completamente abraso dalla coscienza la nozione di “tempo qualitativo” quale la ebbero i nostri progenitori a partire dall’alba dell’uomo e così, ininterrottamente, per tutta la “durata” delle civiltà che ci hanno preceduto fino alla “non – civiltà” attuale che è il parto deforme dell’illuminismo.

Per questo vogliamo far nostre, in perfetta aderenza di pensiero, alcune riflessioni proposte da Paolo Galiano e Massimo Vigna sul tema del tempo e del suo computo nell’epoca premoderna. Questo era ripartito secondo le sue “qualità” e non artificialmente segmentato in frammenti di durata sempre uguale, contenitori asettici di totale insignificanza. Quel regalo dell’illuminismo, di cui prima si diceva, che ha faticato a imporsi sulle coriacee ripartizioni temporali interiori consolidatesi per millenni tra coloro che per ventura (fino a poco tempo fa erano la maggioranza della popolazione) vivevano in solidarietà di ritmi cosmici anche complessi (e i calendari citati in precedenza lo dimostrano) .

E’ quindi odiernamente quasi scomparsa ogni possibilità di conoscenza qualitativa del tempo. Certo, v’è da dire, che a livello psicologico individuale la distinzione è rimasta. E’ ben noto che il tempo “scorre” diversamente se ci impegniamo in un’attività o restiamo inattivi. La costatazione di tutto ciò è perfettamente empirica. La sottrazione di coscienza è però intervenuta totalmente sul tempo spirituale, quel tempo cioè che omologava gli eventi terrestri agli eventi celesti, coordinandoli tra loro e stabilendo così l’ambito di una liturgia necessariamente cospirante. Si tratta in parole diverse del problema della quadratura del cerchio o del suo inverso, cioè la “cerchiatura del quadrato” di cui l’espressione liturgica – che è cospirazione tra piani, “umano” e “celeste” - costituisce l’elettivo ambito di applicazione. Ahinoi di questa costola essenziale del comportamento rituale pare che da un po’ di tempo a questa parte si siano completamente perdute le tracce.   

Del resto sul tema varrà la pena di richiamare una precisazione proveniente da un grande studioso della romanità arcaica e del suo calendario, fonte primaria dell’indispensabile relazione dell’Urbe con il sacro e quindi possibile paradigma d’ogni calendario. Si parla del celebre archeologo Andrea Carandini, studioso senz'altro scevro da possibili suggestioni misticheggianti che, in relazione al tema del calendario e del suo significato, ebbe a manifestare il suo pensiero in un’osservazione sul tema che ci permettiamo di fare nostra nella circostanza: ''La verità del calendario romuleo in apparenza legata ai cicli naturali della vegetazione e della riproduzione animale e umana...è nella sostanza essenzialmente sacrale'' (cit. in P. Galiano, M. Vigna: Il tempo di Roma pag. 22). Questo concetto fa da viatico a un viaggio che va ben oltre l’utile per approdare a un livello ben più elevato d’indagine per dare un contenuto a quel contenitore sterminato qual è il termine “sacrale” .

Ci siamo approcciati all’oggetto dell’abri Blanchard, un manufatto strettamente locale, anche se altri esemplari con annotazioni riportate diversamente sono presenti oltralpe nel mondo nel mondo, in quanto, come già detto, esso risulta efficace solo se impiegato nella stretta imminenza dei luoghi nei quali è stato realizzato. L’oggetto contiene numerosi e verificabili segreti, ma, nella circostanza, se ne proseguissimo l’esame ci porremo fuori tema. Non è quindi il caso di entrare nelle possibili implicazioni “utilitaristiche” e sacrali che esso avrebbe potuto rivestire ai suoi tempi, ci soffermiamo, nel successivo passaggio, a un altro aspetto dell’indagazione.

Questa si istruisce partendo dalla possibile relazione esistente tra il macrocosmo, quale mondo celeste saturo di divinità, e il mondo umano che ne aspira a cogliere le valenze congiungendosi con esso o, per dirla in altro modo, per entrarvi, come detto, in relazione liturgica. Questa relazione si è più volte manifestata in manufatti dal particolare posizionamento che risultano indicatori idonei a vincolare e stringere una rete di comunicazione i due aspetti della realtà ed è di questo che oggi può occuparsi l’archeoastronomia che, nelle nostre possibilità, abbiamo posto al servizio della Tradizione, il solo angolo visuale con cui, in maniera sicuramente orgogliosamente partigiana, ci schieriamo per leggere il passato.

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Fig 2 Abri du poisson. Salmone (4 immagini)

Il calendario lunare de l’abri Blanchard, secondo l’accurato esame della Wolkiewiez, è profondamente legato al complesso ciclo vitale del salmone che all’epoca risaliva per la riproduzione gli assai ossigenati (per quanto oggi sono parimenti inquinati) corsi d’acqua della Dordogna. Naturalmente nell’età arcaica gli animali, miticamente “attenzionati”, non solo erano “buoni da mangiare” ma almeno, se non soprattutto, “buoni” per pensare o per inviare messaggi agli uomini. Così il salmone “che è il simbolo di chi va contro corrente (dal basso verso l’alto) alla ricerca delle proprie origini spirituali” Sul tema si veda Eduardo Ciampi: Alcune considerazioni sul simbolismo del salmone in Quaderni della sapienza vol. III).    L’altra immagine riproduce le varie fasi lunari del calendario Blachard. Si noti, a proposito di ciò, il particolare disegno ad accento circonflesso, così inciso in un diciannove marzo di 30 millenni fa, che contraddistingue l’inizio di un nuovo ciclo metonico.


Man mano che gli studi di archeoastronomia procedono la platea dei luoghi esplorabili con la metodica d’indagine affinata negli anni si ampia e nuove correlazioni tra cielo e terra vengono alla luce tanto che, alla fine, nell’osservatore sorge una spontanea domanda.

Il luogo sacro è tale perché qualche divinità graziosa ha lì stabilito un contatto con una comunità, oppure il luogo è stato scelto e indicato perché il moto degli astri e in particolare quello delle due porte celesti, Sole e Luna, assume nei confronti dell’orografia terrestre geometrie particolari possibili solo a certe altitudini e/o a certe latitudini?

La dimostrata correlazione tra cielo e terra apre nuovi e ben più completi orizzonti all’esplorazione della dimensione del sacro arcaico, che finora era stata mutilata di questa possibile lettura della dimensione celeste nella scelta dei luoghi (da qui l’importanza davvero provvidenziale dell’archeoastronomia che ha davvero portato alla luce un’insospettata sintassi celeste). L’archeologia ha sempre avuto gli occhi puntati sulla terra e solo occasionalmente ha volto lo sguardo al cielo.

Ora non è più possibile. 

Il caso di Stonehenge è paradigmatico. Il rettangolo formato dalle quattro pietre poste all’interno del cerchio più arcaico (Station stone rectangle) e indicate nelle piante del sito con i numeri 91-94 è composto da due triangoli pitagorici (5. 12, 13) e, soltanto addentrandoci nella “mistica” pitagorica dei numeri, potremo comprendere l’importanza che questa scelta potesse assumere ai tempi. Scelta, tra l’altro, dal carattere marcatamente ubiquitario perché le terne pitagoriche sono state utilizzate tra le due sponde dell’Atlantico, senza apparenti contatti tra civiltà (così almeno si asserisce), e sempre in relazione alle proporzioni degli edifici sacri, confermando così l’indicazione offerta da Schwaller de Lubicz nella sua somma opera dedicata all’architettura egizia. Questi osservava, dopo vari confronti comparativi, soprattutto con il sub continente asiatico, come un’identica sapienza abbia guidato nel suo passato i popoli della terra e su ciò, per quello che conta, non possiamo che concordare: siamo di fronte a una bizzarra globalizzazione pitagorica ante litteram.

Molto ante.

Questa figura geometrica crea all’interno del cerchio delle pietre di Stonehenge una serie di linee di mira in cui si individuano una griglia di posizioni peculiari all’orizzonte: alba del solstizio d’estate, tramonto del solstizio d’inverno, posizione estreme del sorgere e del calare della luna (lunistizio fenomeno che richiede 18,61 anni per ripetersi). Quest’ultimo è un dato che riveste anch’esso una certa ubiquitaria diffusione, in quanto lo si può constatare presente prima nel mondo arcaico, poi anche in epoche ben più vicine ai nostri tempi (basti pensare a certe aperture gnomoniche di alcune chiese).

E’ bene sottolineare che l’ortogonalità di queste linee ideali, che formano un rettangolo osservativo, è possibile solo alla latitudine di Stonehenge, spostandosi di poco la figura si trasformerebbe in un parallelogramma progressivamente sempre più sghembo (D. Furlog: 1999, 31). 

In questa sezione del nostro intervento sul tema tutta l’attenzione sarà dedicata ai notevoli temi astronomici delineati dal complesso delle incisioni e in particolare alla recente scoperta della Wolkiewiez che ha studiato alcune figure appartenenti al complesso afferente al monte Bego, che come si ricorderà è il centro ideale del parco di Mercantour, e in particolare lo straordinario “ombelico litico” che si sostanzia nella stele che è stata appellata con l’indicazione di “stele del capo tribù”.

Prima però di prendere di petto l’argomento, viste le conclusioni davvero sorprendenti cui è giunta la ricercatrice, stimiamo che sia opportuno preparare il giusto contorno per meglio apprezzare le sue conclusioni, operando un’altra digressione che nasce dai risultati dei suoi accurati studi in altro ambiente e che contribuisce a confermare la giustezza dell’’osservazione di Schwaller de Lubicz citata in precedenza e, soprattutto, a rafforzare ulteriormente la pregnanza che la scienza degli orientamenti assunse in passato costituendo verosimilmente la base d’ogni rituaria.  

Per questo riprendiamo in considerazione il nostro pregresso scritto Solstizio a Lascaux, sicuramente permeato dalle osservazioni della studiosa d’oltralpe prima citata e quindi in continuità con le riflessioni che qui si propongono Trattasi di un testo reperibile in internet sul sito di Simmetria e quindi facilmente consultabile e confrontabile.

La Wolkiewiez ha ben mostrato la sagacia astronomica delle arcaicissime popolazioni europee, indagando a fondo alcune immagini, apparentemente secondarie, rinvenibili nella celebre scena sciamanica presente nel pozzo di Lascaux. Se nell’insieme la grotta istoriata è stata definita la Cappella Sistina della preistoria, la scena accennata è, in qualche misura, l’equivalente della Gioconda per somma di enigmi e quantità di interpretazioni che intorno a essa si sono affollate nel tempo.

Qui però, prima di interpretare il dato, ci riferiamo alla “fredda” legge del numero, rilevando come i vettori, presenti nel contesto citato in forma di frecce e zagaglie, e la cui istoriazione, ricordiamo, si fa risalire al maddaleniano e quindi circa 16.000 anni prima di Cristo, fissano con sbalorditiva precisione alcune fatidiche posizioni azimutali del sole (solstizi e equinozi). Di questo complesso di puntamenti ci sono altri sorprendenti testimonianze ricavabili da altre figure collocate, con indubbia sapienza, all’interno della grotta replica della caverna prototipica contenuta nella montagna cosmica e orientata già “naturalmente” al sole sorgente al solstizio estivo (come da titolo dell’articolo che abbiamo dedicato al luogo).

L’indubbia natura sciamanica della scena, accertata ormai quasi decorso un secolo e acquisita negli studi, con l’altrettanto indubbia precisione astronomica con cui essa è pittograficamente costruita, mette a tacere, a nostro sommesso giudizio, la contrapposizione generatasi tra il noto preistoricista Jean Clottes, aderente a un’ipotesi sciamanica (ma letta in una prospettiva molto riduttiva dal punto di vista spirituale, così com’è espressa nel libro di cui è coauture: Les chamans dans la preistorie), vista come sostrato interpretativo generale dell’arte rupestre, e le conclusioni astronomiche, tra l’altro sperimentali, cui è pervenuta la Wolkiewiez.

Per quanto riguarda il nostro intendimento riteniamo che non siano assolutamente da separarsi tra loro l’ipotesi sciamanica e l’indicazione astronomica offerta dagli animali dipinti nella grotta: l’estasi sciamanica è (anche) percorso celeste e quindi si tratta di una precisa estrinsecazione del tema del viaggio dell’anima.

Lo sciamano assolve la sua estasi penetrando nelle regioni superiori e inferiori del cielo, secondo una topografia consolidata, e le indicazioni astronomiche del “cielo esteriore” costituiscono quelle tappe-appiglio che rendono passabilmente sicuro il percorso della sua anima una volta che essa si è dissociata dal corpo. (Per una messa a punto dell’ipotesi “fosfenica” Clottes/Williams si veda Matteo Meschiari: Sciamanesimo paleolitico europeo. Paradigmi ermeneutici e riesame fenomenologico dell’arte parietale franco cantabrica in: Le origini sciamaniche della cultura europea).

Questa citazione bibliografica ci offre il destro per una sottolineatura. Se stimiamo che il complesso delle attività sciamaniche sia il “coccige” della cultura europea e, nell’ottica che qui si propone, stimiamo altresì autentica la penetrazione di questo individuo “prescelto” (e quindi sottratto alla profanità) in mondi spirituali (immaginali?) altrimenti inaccessibili, e non quindi frutto queste intrusioni di autosuggestione scatenate da cause neurologiche (malattie, droghe etc. ), dobbiamo convenire che all’origine della cultura europea c’è il fenomeno dell’estasi come elemento fisso e caratterizzante l’attività spirituale dell’uomo religioso arcaico paneuropeo.

In conseguenza di ciò c’è la capacità di tenere l’anima distaccata dal suo supporto corporeo. Questa capacità, riteniamo, è alla base delle religioni storiche arcaiche che si sono succedute poi anche in tempi storici più vicini ai nostri, prima che le medesime fossero interdette e marginalizzate per essere sostituite da altre forme più indirette e ‘mediate’ di comunicazione con il sacro.          

Pertanto dal momento che il tema che toccheremo principalmente in questa sezione è legato ai puntamenti ottenuti tramite “pugnali” incisi sulla roccia, varrà la pena quindi aggiornare il precedente articolo su Lascaux con alcuni ulteriori dati che meglio contribuiranno a sostenere l’impalcatura della nostra tematica, chiarificandone ulteriormente le finalità, per importarla poi in tempi molto più vicino ai nostri tra le aspre montagne della regione del Bego che, ricordiamo, fu assiduamente frequentata tra il calcolito e il Bronzo per essere poi misteriosamente abbandonata fino in età romana (3300-1700 a.C.) 

Pertanto, forti per l’acquisizione di questo ulteriore dato, soffermiamoci sull’immagine del pozzo che potrebbe davvero costituire una vera pietra di Rosetta della Preistoria, perché essa davvero merita un esame più attento e approfondito. Dal complesso della scena scaturiscono molteplici indicazioni che sono assai pertinenti alle finalità del nostro studio. E’ ormai certo che il palo con sopra l’uccello esprima la sua funzione di asse del mondo (azimut: O), ne convengono sia il paleoantropologo Michael Rapplenglueck, sia la già citata Wolkiewiez, a conclusione dei rilievi e delle misurazioni compiuti nella grotta.

L’uomo uccello disteso a mezz’aria, non starebbe affatto lì per caso, esso si trova a circa 45° di inclinazione rispetto all’asse del mondo, in una posizione tutt’altro che occasionale nella dinamica delle esperienze sciamaniche. Infatti, a queste latitudini, essa è, come detto, un’inclinazione “polare” e per mezzo di essa lo sciamano “può penetrare nel cielo tra le stelle immortali” (C. Jégues Wolkiewiez: 2015, 28). Sono poi disegnate due zagaglie di cui una, apparentemente irrelata al contesto, deposta negligentemente al “suolo” e l’altra confitta nella carne del bisonte dal pelo rizzato. Esso è stato disegnato così per rappresentare, forse, in maniera naturalistica, l’imminenza della morte (immagini di animale col pelo rito e il naso sanguinante sono presenti nella pittura sciamanica del Sudafrica). Questo auruch (bisonte preistorico),  configura sinergicamente l’animale-doppio dello sciamano semigiacente e in via di trasformazione quale “anima - animale” destinato, quale psicopompo, ad accompagnare l’anima umana lungo il sentiero delle stelle.

Ebbene, sorprendentemente, questa scena, apparentemente di “caccia sfortunata”, visto il semi-abbattimento dell’uomo, si rivela, congiuntamente, come la descrizione di uno stato spirituale, e insieme a ciò, la verosimile indicazione di una stazione della mappa del cielo che questi percorre: davvero ci si trova di fronte a quello che è stato definito uno psicocosmogramma.

Tutto questo, sia pure con angolazioni diverse, è stato posto in evidenza da diversi autori e da tempo, per cui fin qui ciò che abbiamo proposto è solo funzionale a produrre un esercizio di memoria in chi ci legge.   

Ma ora c’è di più. Se si prolungano le due assi delle zagaglie, si constaterà che essi si incontrano in un punto formando un angolo di 125°, costruendo così un’“intersezione” solstiziale, come meglio adesso si andrà brevemente a dettagliare. Per memoria ricordiamo come l’ingresso della grotta di Lascaux sia spontaneamente orientato al sole al tramonto del solstizio estivo, ma, per quanto riguarda questo tema, non è solo l’ingresso che esaurisce la finalità astronomica del sito e soprattutto la sua solarità. La Wolkiewiez, ha, infatti, misurato gli angoli sottesi dalle due linee ottenute prolungando le due zagaglie.

Se ne ricavano dei dati che definire sorprendenti è davvero riduttivo.

L’asse che trafigge il bisonte entra nel suo corpo con un angolo di azimut 56°, che corrisponde all’angolo di levata del sole solstiziale estiva alla latitudine di Lascaux e l’altro angolo, che si ottiene sul prolungamento d’uscita, è di 236°, che corrisponde all’angolo di tramonto del sole al solstizio d’inverno, eventi come appena visto che saranno tenuti identicamente sotto esame a Stonehenge 12.000 anni più tardi.

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Fig.3

Misure di azimut solari solstiziali colte nella famosissima scena del pozzo in relazione alla posizione nord fissata dall’uccello sul bastone. (da J. Chantal Wolkiewiez i gradi dell’angolazione sono stati evidenziati per la circostanza)

  

La ricercatrice interpreta questa penetrazione nel corpo dell’animale come un transito solare zodiacale, di cui l’animale sostanzierebbe l’emblema, e che coinvolgerebbe le tre attuali costellazioni di Ariete, Capricorno e Pesci. Le figure animali rappresentate negli interni, infatti, afferirebbero costantemente a indicazioni cosmiche, utilizzando un linguaggio zoologico finora incompreso, come anche altri ricercatori hanno constatato nei loro studi indirizzati a una comprensione astrale delle figure rappresentate.

L’attento studio della figura, unitamente a un programma astronomico di lavoro (Stellarium), ha consentito persino di fissare la data precisa dell’evento che è congelato, nel disegno del nostro paleolitico antenato, in corrispondenza del 30 Gennaio del 16.780 a.C. Un dettaglio davvero commovente perché in questa pittura dell’istante è concentrata, tutta l’ideologia paleolitica, e ad essa, deferenti, dobbiamo inchinarci perché è alla base di tutti i successivi sviluppi in tema di orientamenti e di “plotiniani” distacchi dell’anima dal corpo.

Qui occorre arrestarsi, perché quanto c’è di successivo nelle conclusioni della ricercatrice, travalica i nostri propositi espositivi, ma da questa amputazione  non sottrarremo un ulteriore dato riguardante le direzioni rappresentate dall’altra zagaglia che, con la sua posizione, fissa, invece, i valori angolari del sole in altri due momenti del solstizio e quindi 124° coincide con levata del sole d’inverno e 304° al tramonto d’estate. (Chantal Jègues Wolkiewiez: 2014; 33,34).

Tutto questo sospinge a interpretare la scena (solo in parte esaminata essendo stato escluso dall’esame un altro animale presente, il rinoceronte, e le valenze che in esso sarebbero ulteriormente ravvisabili) come l’espressione della possibilità di salita sull’axis mundi, simboleggiato dal citato piccolo albero cosmico su cui è appollaiato un uccello, in coincidenza con i quattro tempi solstiziali (estivo e invernale, alba e tramonto) come se solo in quelle circostanze i cieli fossero aperti alle ascese dell’anima.

Richiamiamo nella circostanza l’immagine dello swastica clavigero dell’articolo precedente dedicato al Bego, in cui le quattro chiavi della croce, centrate sul polo, sono poste in coincidenza dell’apertura delle quattro porte fatali dell’anno; essa quindi appare come la verosimile traduzione simbolica della figura dell’uomo disteso nel pozzo e degli orientamenti in cui la sua evidente azione rituale si coordina, seppur legata ai soli solstizi.     

Questa può essere considerata indirettamente la riprova che l’attività estatica dello sciamano si esplicava in maniera totalmente solidale a un sistema cosmico, percepito religiosamente, in regolare movimento circolare, fondando così una “teologia” di natura articolata e complessa resa possibile da rapporti definiti tra uomo e sacro, determinati da certe “aperture” tra tempo circolare e tempo lineare:”…così che sia situabile al suo livello esperienziale il motivo, per esempio, del ponte Cinvat attraversato nell’estasi”  (H. Corbin: 2011, 123. Sui temi dello sciamanismo zoroastriano, richiamato da Corbin nel passo precedente, quale problematico antecedente della mistica mazdea successiva, si veda: A. Piras: Dialettiche dell’estasi sciamanesimo arcaico e zoroastrismo in AAVV: Le origini sciamaniche della cultura europea,)                            

Queste considerazioni, inerenti gli studi sulla grotta di Lascaux in cui, come si è detto, l’indicazione delle direzioni fatidiche è ottenuta tramite l’ausilio grafico di armi da punta, troverà, molti anni più tardi, una conferma nelle incisioni rupestri dell’età del bronzo presenti nella Valle delle Meraviglie che si rivelano  in decisa sorprendente continuità con le precedenti espressioni cultuali.

Qui troviamo incisi su una grande roccia inclinata, perfettamente lisciata dallo spostamento dei ghiacci durante il loro pregresso ritiro, una serie di pugnali la cui punta è rivolta verso il cielo. Essi indicano precisamente una collimazione diretta con il sole che si verifica all’equinozio d’autunno, come, d’altronde, un altro gruppo di pugnali si lega al ciclo lunare e indica il sorgere della luna piena all’orizzonte nelle speciali ricorrenze del suo lungo ciclo celeste. Si rifletta sul fatto che questa lastra di pietra è collocata naturalmente con un grado d’inclinazione tale rispetto all’orizzonte che mostra la luce del sole scorrere su di essa. Gli ipotetici sacerdoti astronomi che eseguirono (o fecero eseguire) il lavoro d’incisione sulla roccia, avevano trovato un punto di giunzione della terra con il cielo, un luogo “naturale” d’elezione per favorire quel contatto che conduceva contemplativamente al passaggio del Cinvat.

Ma v’è di più. Ai piedi della roccia inclinata è presente un grande masso erratico, un dolmen naturale, e qui accade che, davvero prodigiosamente, il Sole entri in questa camera naturale dolmenica al mattino dell’equinozio, mentre la luce della luna vi è già penetrata la notte precedente lo stesso giorno equinoziale, accadendo tutto ciò una sola volta all’anno. Si tratta di un’incredibile combinazione che l’uomo si è limitato ad osservare senza modificare in alcun modo lo stato dei luoghi, proprio perché la danza dei due astri genera qui del tutto spontaneamente una singolare ierofania, anzi, verosimilmente si può parlare di una vera e propria ierogamia, che avrà abbondanti seguiti nell’architettura del continente. (C. Jègues Wolkiewiez: 2014,86-87)

È nozione comune che l’uomo cromagnoniano, che viveva in bande cacciatrici nelle asprezze del clima continentale del paleolitico superiore, sia somaticamente identico all’uomo di oggi. Vestito modernamente questo nostro antenato sarebbe, infatti, del tutto indistinguibile dai contemporanei. Ciò naturalmente è vero non solo per l’aspetto ma anche per l’impiego delle funzioni cerebrali, essendo la morfologia del cervello perfettamente identica a quella contemporanea e, per conseguenza, anche la sua fisiologia. E’ di tutta evidenza che egli, per raggiungere la precisione di certi allineamenti astrali, doveva essere un eccellente osservatore e possedere, altresì, il perfetto dominio delle proprie facoltà di ragionamento e di deduzione. Gli esempi pregressi lo dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio e naturalmente tali indicazioni potrebbero essere moltiplicate.

Non v’è spazio per possibili “superstizioni” in queste realizzazioni di elevato valore tecnico.

Quello che non emerge a sufficienza dalla comparazione tra arcaico e moderno è invece la differenza spirituale che separa il primo dal secondo e che ne costituisce la differenziazione primaria. E’ questa pregiudiziale incapacità a comprendere (o forse sarebbe meglio dire volontà di non comprendere) che rende opache agli uomini d’oggi le opere degli antenati: “la lama della mente ha perso il suo filo…” ha detto felicemente qualcuno in relazione a tale incomprensione tra uomini di differenti ere. Il cielo ci è divenuto estraneo, persino ostile ed è solo il luogo per esercitare la balistica esterna.

Per i contemporanei le testimonianze arcaiche, spesso espiantate dal luogo d’origine e sterilizzate nei musei (come la stele oggetto delle nostre osservazioni sostituita da pochi anni da una copia di resina), servono a istruire le giovani sul valore del progresso mostrando “come eravamo”; per chi crede nel valore della Tradizione la percezione intima è opposta, questi reperti ci parlano la lingua del sacro arcaico, una struttura della coscienza che non sappiamo più comprendere, seppur taluni uomini siano ancora a ciò vocati, se non in maniera parcellizzata.

Tale differenza è ben rimarcata da J. Evola in un passaggio del suo testo, La Tradizione ermetica. Qui si legge: “La costituzione spirituale dell'uomo dei cicli di cultura premoderna era tale che ogni percezione fisica aveva simultaneamente una componente psichica, che si animava, aggiungendo alla nuda immagine un 'significato' e in pari tempo uno speciale e potente tono emotivo. E' così che l'antica fisica era in pari tempo una teologia e una psicologia trascendentale; per i lampeggiamenti che d'infra la materia dei sensi corporei venivano dalle essenze metafisiche. La scienza naturale era simultaneamente una scienza spirituale, e i molti sensi dei simboli raccoglievano i vari aspetti di una conoscenza unica” (La tradizione ermetica ed, 1928 pag. 128).

Da questo discernimento spirituale originario discende che la visione della volta uranica dei premoderni fosse indirizzata a una visione intima del cielo stellato, che i contemporanei non sono più in grado di ottenere (almeno in via normale). L’antroposofo Willi Sucher, in una condivisibile ottica, ha parlato di “sapienza stellare”, esprimendo tale concetto con queste parole.”…Una cosa è certa: esisteva in quelle epoche, il dono di percepire, nei movimenti e nei gesti dei corpi celesti, l’esprimersi di un mondo divino”. Questo perché, sostiene l’autore, e noi con lui: “Non dobbiamo dimenticare che l’essere umano in quei tempi aveva capacità totalmente differenti e dimorava assolutamente su un altro livello di coscienza (W. Sucher: 2011: 16,17).

Le due pungenti osservazioni ci sembrano apparecchiare un salvacondotto  per avvicinare una concezione del cielo e dei suoi astri che sia, congiuntamente,  spirituale e razionale.

 

La stele

 Ai piedi del Monte Bego a un’altezza di circa 2200 metri e quindi a circa 600 metri dalla sua cima del monte stesso si erge l’unica stele incisa ritrovata nel vasto complesso archeologico delle Alpi Marittime. Il manufatto, del peso di circa una tonnellata, trascinato lì nei pressi durante il ritiro dei ghiacciai, poi  collocato coscientemente in una nicchia del suolo dagli uomini di allora, è stato così posto in una posizione minuziosamente studiata. Ciò è stato reso possibile dalla conformazione orografica già provvidenzialmente predisposta a questo accomodamento, su cui preciseremo ancora qualche dettaglio più in avanti notando che da questa posizione si può scorgere la stella polare brillare direttamente sulla cima del Monte Pellini (C. Jegués Wolkiewiez: 2016, 51).

I petroglifi che ne caratterizzano la superficie parrebbero risalire a un periodo compreso tra il termine del calcoltico e l’inizio dell’età del bronzo (con una certa approssimazione intorno al 2.000 a. C.). Tutto ciò è stato accuratamente progettato affinché il manufatto potesse svolgere alcuni compiti essenziali d’ordine cultuale che, nel tempo, hanno generato diverse speculazioni tra cui alcune afferenti strettamente i temi trattati  dall’archeoastronomia. Tra queste ultime quella proposta della citata Wolkiewiez, in una sua recente pubblicazione, ci appare come la più documentata e davvero con pochi margini di controvertibilità.

Il sorprendente sotto-titolo del libro della citata ricercatrice è: “approccio etnoastronomico d’un omphalos che segna la fine dell’età del Toro”. Tale presentazione al testo denota inequivocabilmente le caratteristiche calendariali “insolite” di questo manufatto che, nel contesto montano, così aspro e disagevole, appare assumere un inaspettato compito epocale per le genti che allora frequentavano, in maniera necessariamente sporadica a causa del prolungato innevamento, l’alta quota alpina. Esse sono davvero lontane dai centri urbani mediterranei dove, verosimilmente, potevano esercitare con più facilità possibili speculazioni astronomiche e pur tuttavia queste popolazioni appaiono dotate di una capacità osservativa davvero fuori dal comune che condividono con i Liguri della “costa” che nei loro insediamenti prossimi al mare ci forniscono ulteriori e straordinari esempi.

Titolo, il suo, quindi quanto mai impegnativo ed evocativo che scaturisce da alcune delle numerose indicazioni astronomiche offerte dalla stele e dai dati raccolti dalla studiosa in lunghi anni di ricerca negli habitat della preistoria. Questa premessa ci consentirà di offrire una sintetica ma, speriamo, stimolante possibilità di comparazione con passaggi d’era analoghi, calendariamente registrati, presenti in altri sistemi religiosi. Ciò al fine di raggrumare in un unico alveo concettuale quella che oggi può apparire come una delle sfide più grandi per la comprensione del pensiero antico: dimostrare  che un unico ordine di vedute, basato sui “moti celesti”, i loro “numeri” e  le “geometrie” che ne conseguono, hanno, in qualche misura, guidato l’ordine rituale del mondo, fondando stabili relazioni con il sacro.

Ancor prima però di procedere a qualsiasi disamina, che coinvolga gli aspetti intriganti sottesi dal titolo della ricercatrice, è necessario richiamare, a mo’ di premessa, quella concezione eliadiana dello spazio, cui la stessa autrice nei suoi testi fa sovente ricorso, al fine di calare il nostro discorso in adeguate coordinate di riferimento relativizzate a una psiche ancora “sacrale” e non inquinata dalla concezione profana.


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Fig. 4 Ombelico di Delfi 

Uno degli ombelichi del mondo ellenico oggi “conservato” al locale museo indica con la sua forma ovoidale e la rete che lo avvolge il carattere di ordinatore spaziale del mondo terreno in diretta relazione con il modo celeste visto il carattere polare attribuito a Delfi da Jean Richer. Il reperto identicamente ovoidale della valle delle meraviglie con i suoi ancoraggi celesti al “polo” e al “sole” e la sua “rete”, determinata dalle figure incise, costituisce un parallelo significativo d’una identica mentalità che tende sempre a conformare il mondo umano alla “volontà” celeste. Per ultimo annotiamo come l’immagine del polo volvente in forma di swastica con accanto una rete è presente nei luoghi e l’immagine è stata pubblicata nel precedente intervento.

 

 

Esattamente e giustamente la Wolkiewiez ha parlato di funzione ombelicale della stele (che è quindi predisposta a ordinare lo spazio e il tempo relazionandoli tra loro) giacché in ogni epoca, al di fuori della civiltà moderna, l’esistenza, collettiva e individuale, non può essere concepita se priva di quel “centro” da cui si ordinano i luoghi epifanici e da cui si irraggia la presenza divina, comunque essa la si immagini, per manifestarsi su questo piano. Per questo la conseguenza cultuale che discende da questa disposizione spazio- temporale, non può che adeguare la sua liturgia se non ponendosi in relazione a quella cosmica di cui il moto astrale è simbolo eloquente.

 

Fig. 5  (1)

Claude Gaignebet, etnologo dell’università di Nizza, profondo amante dei luoghi da lui studiati, sicuramente “suggestionato” dalla lettura del Mulino di Amleto, ha fornito una prima interpretazione archeoastronomica della stele. Egli ha ritenuto che la congerie di immagini presenti sul reperto fossero una trasposizione iconografica di passaggi salienti del mito di Orione (su veda il suo articolo Il gigante Orione sul Monte Bego). Riproduciamo la sua interpretazione grafica del mito con le componenti essenziali, sottolineando che tra le fonti che hanno formato il convincimento dell’autore v’è anche lo studioso indiano Bal Gandaghar Tilak che ha trattato l’argomento dell’importanza della costellazione nei popoli indoeuropei nel suo classico testo Orione .

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Fig 5 (2) Immagine fungo

Un elemento problematico dell’interpretazione è l’oggetto identificato da  Caignebet come alveare da esso sciamerebbero delle api. In realtà l’improbabile alveare è stato facilmente identificato dal noto etnomicologo Giorgio Samorini, direttore della rivista Eleusis. come un esemplare perfettamente riprodotto di amanita muscaria fungo psicotropo largamente diffuso nelle valli alpine e inciso anche in Val Camonica, dove risulta associato a probabili rituali sciamanici. Ciò non fa altro che riprodurre la vexata questio dell’uso di sostanze psicoattive per destrutturare il normale campo percettivo e accedere a ulteriori e reali livelli di coscienza. In ogni caso si ribadisce la posizione di M, Polia sul tema della coscienza estatica: non ci troviamo di fronte a stati “intossicati” o “alterati” di coscienza ma a stati “alterni”.  

 Per quanto riguarda le predette incisioni esse sono realizzate in maniera che chi le osserva abbia lo sguardo occupato dalle retrostanti scoscese pendici del monte che fa quindi da sfondo alla medesima. Le figure che vi trovano rappresentate, a una prima osservazione, appaiono come degli anarchici scarabocchi accostati a qualche ingenuo personaggio, apparentemente somigliano da quei pupazzetti disegnati da bambini delle elementari (ed infatti popolarmente sono chiamati  “pitoi” che sta appunto per pupazzi).  Tuttavia, oltre questa apparenza, c’è una sostanza ben diversa che rivela l’abilità davvero sconcertante dei realizzatori.

Basti pensare che la particolare inclinazione di 35°, rispetto al piano d’orizzonte conferita alla stele, opera in modo che alla data del solstizio d’estate il sole si affacci dalla cima del Bego (da qui la predisposizione benedetta del luogo) e la luce, superata la cima, si precipiti lungo le pareti della montagna lambendo la grande pietra e illuminando solo alcune figure o parti di esse con sagace abilità (a esempio la mano del sacerdote - sciamano).

In quella data quindi i raggi di luce “scorrendo” sulle immagini, in questo e in altri fatidici momenti dell’anno sembrano “narrare”, attraverso questa animazione artificialmente diacronica, i passaggi di un mito o, altrimenti, celebrare in modo silente un rito altamente significativo se non addirittura epocale per le genti di allora, come il sottotitolo del libro citato sembra inequivocabilmente suggerire.

A questo complesso gioco di luce, che individua istanti ierofanici ben determinati, ben si adatta l’espressione eliadiana di “Aperture folgoranti del grande tempo”. Queste lame fotiche, infatti, strappano il tempo alla sua durata profana, significandolo, e altresì trasfigurandolo.

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1018 Bego 6c Fig. 6 (3 immagini)

L’immagine vale più delle parole soprattutto quando si deve descrivere l’incidere diacronico di un passaggio astronomico. La stele a forma ovoidale presenta un incavo artificiale realizzato alla sua sommità, rendendone corni forme la sommità come la stessa cima del Bego retrostante.  Ciò permette alla luce di lambire la superficie evidenziando, nel suo scorrere “cinematografico” sulla superficie, in tutto o in parte le figure presenti. Le due immagini che accostiamo mostrano l’insieme dei temi numerati dall’archeologo Henry de Lumley, mentre nel’altra immagine sono sintetizzati i momenti significativi della nostra presentazione e le relazioni che stabilisce il sole con i personaggi e gli oggetti rappresentati, fondamentalmente al solstizio d’estate, il 6 agosto, registrando la posizione del Sole in due azimut differenti, e infine all’equinozio d’autunno giorno del Toro morente.

La sintesi di tutti gli accadimenti prodigiosi narrati nel testo è in queste due immagini

L’osservatore che si pone davanti a essa in alcuni giorni precisi dell’anno può notare, magari adiuvandosi con qualche strumento di controllo, come alcune delle 39 figure incise siano allineate con assoluta precisione su alcuni fenomeni celesti davvero peculiari e in qualche modo “universali”.

Il “capo tribù”, verosimilmente uno sciamano, è ritratto con le braccia distese e, così posto, realizza una figura di crocefisso. Si osservi come il suo corpo sia in posizione perfettamente ortogonale rispetto all’orizzonte, mentre le sue braccia sono assolutamente parallele al medesimo. Così questo “crocifisso”, con il suo posizionamento, indica con precisione davvero chirurgica le quattro direzioni dello spazio In questa posizione egli si trova sulla verticale del sole mentre questo si leva superando la cima della montagna sacra al solstizio d’estate. Questa sciabola di luce determinerà una serie di varie misure angolari che succintamente si descriveranno.

Il grosso coltello, che si conficca obliquamente nel cranio, apparentemente nell’orecchio, è sorprendentemente allineato con il Sole al suo sorgere al solstizio d’autunno e, altresì, sempre con il Sole alla data del 6 agosto, quando raggiunge l’azimut di 112° (da qui la diacronia dell’evento) Richiamando quanto scritto nell’ultima parte del precedente intervento, si può suggerire che la dinamica dell’azione descritta suggerisce l’azione prorompente della parola divina che si manifestata come luce che, come una rivelazione folgorante, penetra in maniera improvvisa nella mente del “crocifisso”, ma questa è una delle possibili interpretazioni dell’immagine, perché numerose ulteriori sollecitazioni ermeneutiche essa offre all’interprete.    

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Fig .7 - Immagine riassuntiva di alcune espressioni astronomiche descritte nel testo

Gli altri due coltelli sono invece orientati al moto del sole colto in due diverse posizioni significative.

Uno sottolinea una linea di luce compare obliquamente il 6 agosto, quando il Sole si affaccia alla sommità della stele a 100° di azimut, una data questa che, oltre al calendario celtico, ha assunto una grande importanza nel calendario cristiano in quanto corrisponde alla trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, fissata convenzionalmente a quel giorno.

Ricorre, nelle circostanze, un fenomeno astronomico particolare alla latitudine del Bego e all’altezza di 2200 metri dove è deposta la stele.

La data del 6 agosto, infatti, individuata esattamente la mezzeria cronologica che separa il solstizio estivo dall’equinozio d’autunno; allo stesso modo il raggio celeste divide (e ciò accade solo a queste latitudini e a questa altezza) lo spazio celeste in due metà esatte. Qui l’inclinazione dell’astro necessaria per realizzare l’allineamento trafigge lo spazio esattamente a 45° e quindi alla metà esatta di quell’arco ideale che congiunge l’equatore con lo zenit celeste, una condizione astronomica che si verifica solo in questo luogo e questo deve far molto riflettere sulle capacità osservative dei nostri predecessori, anche in considerazione dell’asprezza dei luoghi.

V’è un’altra roccia miracolosa nei pressi denominata appunto roccia del “6 agosto” di cui si da qualche ragguaglio nell’immagine sottostante e nel box che la accompagna.   

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Fig. 8 (2 immagini)

Roccia incisa denominata “6 agosto” in luogo del’indicazione originale “roccia dei ventotto reticoli”. Essa praticamente ricevendo la luce solare a un azimut di 113°con il sole inclinato a 45°, avrebbe svolto una sorta di funzione di controllo delle “misure”. Da notare la presenza di un foro su cui doveva essere infilato un bastone, l’ombra prodotta dal Sole al suo azimut è esattamente pari all’altezza del bastone. Anche un’incisione in Valcamonica, il cui patrimonio di segni rupestri è assai simile a quello della Valle delle Meraviglie, possiede una roccia come le caratteristiche di rilievo astronomico identiche. Questo disegno abbozza il movimento solare tra il solstizio estivo e l’equinozio d’autunno. In basso è rappresentato il movimento della Luna relativo al una lunazione iniziata all’equinozio d’autunno e riprodotto con precisione (da J. Chantal Wolkiewiez). Infine una riproduzione sferica moderna di quanto i nostri predecessori realizzarono in forma piana. Dov’è la superstizione?  

 L’altro coltello, indicato nello schema di Lumley con il n.8. mostra un ulteriore sorprendente effetto astronomico cui si vuole fare qui fugace riferimento.

Il coltello è circondato da un arco piuttosto tremolante ed esso indicherebbe le chele dello scorpione dell’omonima costellazione. Con questa rappresentazione si documenterebbe l’entrata del sole nella costellazione zodiacale dello Scorpione all’equinozio d’autunno, come può ricavarsi “arretrando” il cielo alla data di realizzazione dei petroglifi (C. Jégues Wolkiewiez: 2016, 117).  

L’inequivoca relazione coltello – sole, che abbiamo documentato largamente attestata nelle valli alpine, trova un supporto mitologico nelle pagine del volume di Marcelle Detienne, intitolato Apollo con il coltello in mano, che è dedicato a quell’aspetto di Apollo oscuro e “sciamanico” Tale interpretazione della figura apollinea fino a non molti anni fa era del tutto inedita negli studi, questi, infatti, erano dominati da quegli  “innamorati” della dicotomia apollineo – dionisiaca vista come trasposizione luce - tenebre. Non da oggi, infatti, la tesi dualista del Winckelmann (e altri naturalmente), frutto “atenocentrico” di una concezione apollinea tutta candido nitore, è stata totalmente revisionata.

Apollo appare piuttosto la perfetta fusione del luminoso con l’Ombra e in quest’ombra si cela un dio che stringe in mano la lama insanguinata di un coltello. Un dio quindi non solo chiaro e splendente, ma anche un numen “simbolicamente” sanguinario e sacrificatore venuto dal nord iperboreo che, non per nulla, muovendo i primi suoi passi a Delo, è accompagnato dal suo strumento “mortifero”.

Certamente è ben ipotizzabile che gli antichi abitatori della Valle delle Meraviglie fossero indoeuropei, aderendo alla tesi di Dufrenne delineata nella precedente occasione, e abbiano importato in questi siti una figura con le caratteristiche arcaiche dell’Apollo ricomposto da Detienne. La rappresentazione diffusa del coltello come espressione di un’attività apollinea in questi lidi può risultare congetturale ma, nella circostanza, è una congettura cui ci abbandoniamo volentieri perché suffragata da dati piuttosto significativi.

Secondo la Wolkiewiez, infatti, i pugnali esprimerebbero in forma simbolica i raggi del sole e, d’altronde, non è da dimenticare, il notevole apparentamento che Apollo sembra avere con il celtico Lug, divinità sicuramente posteriore alle incisioni, ma facente comunque parte di un certo milieu mitologico scaturente almeno dalla preistoria neolitica. L’apparentamento di questo Lug, toponimo diffusissimo nell’area celtica, con Apollo è significativo. I due condividono linguisticamente, infatti, la medesima radice fonetica ed alcune funzioni, come quella dell’essere divinità guaritrici. Come Lug, infatti, Apollo è figlio della grande madre e nipote di un titano. Infine, al pari di Saturno, è il signore del settimo cielo e del settimo sigillo. Gli equivoci nascono qualora non si tenga conto che l’archetipo di Apollo, dio solare per eccellenza, “quale ci è stato tramandato dalla religione romana non è affatto lo stesso Apollo della prima tradizione greca“. Tradizione che difatti, ribadiamo, lo mostra ambiguo e sfuggente come uno straniero (sciamano) venuto dalle lontane e “caotiche” terre del Nord (M. Bizzarri, F. Scurria: 1996,185).

Non possiamo procedere ulteriormente nell’indagine dei contenuti della stele rimandando ai testi dell’autrice, nati sul “campo” dopo prolungate osservazioni. Alla ricercatrice auguriamo la massima diffusione delle sue meritevoli pubblicazioni e, grazie alle sue intuizioni e rilevazioni, siamo ora in grado di soffermarci più ampiamente sulla diffusione della sua tesi di fondo.  Ciò contribuisce a inverare l’esistenza di calendari processionali e questo è un risultato certamente straordinario. Per questo porremmo in essere una breve comparazione con altre testimonianze, confronto che costituisce l’in sé di questo intervento.

 

Cambio epocale

 La figura del capo tribù, da cui la stele prende il nome, mostra questo in posizione di crocifisso rappresentato come morto o nell’atto di morire rassomigliando questa circostanza a quella dell’omino (sciamano) di Lascaux cui si accennato prima. La significativa posizione dei piedi, le cui punte sono rivolte verso l’interno, lo dimostrerebbe, essendo questa postura una consolidata convenzione iconografica per indicare l’”exitus”, come, allo stesso modo, il volto ha lo sguardo rivolto a occidente, tradizionale regione dei morti, e ciò confermerebbe l’avvenuto trapasso.

Se si tratti di morte iniziatica, di immobilità estatica (sempre espressione di un atteggiamento sciamanico) o di morte “vera” non è dato saperlo. Naturalmente è da propendere per un atteggiamento rituale. Tuttavia ciò che si osserva, contestualizzato agli altri soggetti presenti e all’orografia dei luoghi che fanno in qualche modo parte integrante del racconto inciso quasi ne fossero le articolazioni esteriori, rimanda a eventi astronomici particolarmente significavi.

Il supposto sciamano, infatti, indossa un “pianeta” e quindi un paramento “liturgico” su cui è fissato l’emblema del Toro, il che ragionevolmente fa dedurre che questi assuma su di sé la qualità di Toro per morire in condizioni astronomiche determinate. Ora, in ragione del puntuale orientamento della lastra incisa, la studiosa ha ritenuto che la stele rappresentasse la scomparsa del toro equinoziale all’orizzonte autunnale e la sua sostituzione con l’Ariete del ciclo successivo, (il coltello, infatti, lo penetra in quella circostanza calendariale) e che quindi il suo significato andasse ben oltre i limiti di un culto locale a un’ipotetica divinità taurina.

La sostituzione di una costellazione all’altra sulla linea di fede all’orizzonte equinoziale si verifica ogni 2.160 e su questo tema sono stati scritte ormai migliaia di pagine cui non resta che a esse rimandare per ogni approfondimento. Diamo un poco per scontato che chi ci legge sia informato, almeno in maniera generale, intorno ai temi della precessione e del suo significato presso diversi ambiti religiosi.

Questo sorprendente annotatore di passaggi “mensili” precessionale si assocerebbe a consimili documenti che rendono questa conclusione ancor più verosimile. A questo punto appare davvero assai intrigante, alla luce della morfologia delle civiltà, l’idea che i passaggi processionali possano aver scandito delle vere proprie età spirituali del mondo, separate tra loro da una serie accadimenti cataclismatici (diluvi). Ciò accadrebbe, secondo la tesi generale di De Santillana / Von Dechend, a causa della sommersione periodica delle costellazioni equinoziali d’autunno della “terra” sulla linea dell’orizzonte e il corrispettivo sorgere di un’altra costellazione a primavera.

Ne abbiamo una dichiarazione evidente nelle parole della profezia di Erra, dove si leggono questi versi:

 Apri la via io percorrerò la strada,

finiti sono i giorni, il tempo assegnato è trascorso

 

Poi troviamo una perla specifica relativa all’inesorabilità dell’orologio precessionale. Chi parla è il dio Marduk: 

 Quando mi alzai dal mio seggio lasciai irrompere il diluvio

Allora si scardinò il giudizio della Terra e del Cielo

Gli dèi che tremavano, gli astri del cielo 

Mutò la loro posizione ma io non li ricondussi indietro.

In conseguenza di questa dinamica che trova concretezza l’espressione “terra quadrata” in periodica mutazione. Non può ignorarsi che, singolarmente, di diluvio si narri presso popoli che non hanno mai visto il mare e che sono comunque sempre stati lontani da grandi bacini d’acqua e che quindi, in conclusione, non possano aver risentito e/o conservato memoria di catastrofi legate a possenti esondazioni acquee.

Secondo il sentire proprio dei predecessori questo linguaggio non alluderebbero a quegli eventi che sono “reali” nella nostra ottica, né, altresì, si tratterebbe della descrizione di una concezione “primitiva” del mondo, immaginato come una tavola (la famosa terra piatta), anziché come una sfera.

Piuttosto si tratta di espressioni, anch’esse facenti parte del vocabolario tecnico del mito, che porrebbe in relazione a questo tema della “terra quadrata” e del suo affondamento contemporaneo al “sorgere di una nuova terra e di un nuovo cielo” il che non esclude, identicamente, che eventi catastrofici reali, siano accaduti nel corso dei millenni e di essi si sia conservata memoria in una forma che è stata definita “mitostoria”. Ciò sarebbe accaduto a partire dal cataclisma indicato da Platone nel Timeo e risalente, approssimativamente, al 9.500 a.C., un evento che oggidì gode anche di un notevole supporto geologico di conferma. (si veda: Spedicato, 2014)

Per riassumere: “Diluvio”, miticamente parlando, sarebbe da intendersi, come già accennato in precedenza, l’inabissarsi delle costellazioni inghiottite visibilmente dal “mare” all’orizzonte quando giunge il termine del loro ciclo precessionale, come dianzi detto; “terra quadrata”, invece, sarebbe espressione indicante l’insieme dei quattro punti fatali della marcia del sole con i rispettivi segni/costellazioni equinoziali e solstiziali che formano “il piano della terra” in un’età del mondo e che ben si conoscono nella liturgia cristiana come quatuor tempora più o meno coincidenti con queste date fatidiche. Questo piano sarebbe quindi destinato a inabissarsi con cronometrica precisione al succedersi del regolare movimento della trottola terrestre e ciò poco si confà alla natura delle catastrofi che sono, per loro natura, improvvise ed impreviste.

Senza questa lettura precessionale il tema mitologico del rovesciamento della tavola apparecchiata da Licaone (l’uomo luce), avente come pietanza un fanciullo sacrificato per l’occasione, risulterebbe incomprensibile alludendosi, evidentemente, per “tavola” a quel che abbiamo appena esposto.

Allo stesso modo, alla luce del dettato tradizionale del discendere progressivo delle ere, diverrebbe più comprensibile il tema introdotto nel sacrificio del Mecone (un toro) che determinerà l’allontanamento degli dei dagli uomini e il successivo diluvio di cui furono protagonisti Deucalione e Pirra, verosimile indicatore del passaggio d’una era e il subentrare della successiva ed i cui effetti Eliade ha appassionatamente puntualizzato nel suo Giornale parlando della “trascendenza divina”. ( si veda la prima parte).

Gli uomini nati dalle pietre sarebbero ben peggiori da coloro che li precedettero.

Ma andiamo per ordine al fine di meglio mostrare la diffusione di questo motivo nell’ambito di alcune diverse tradizioni storiche il cui riscontro ci è indirettamente necessario per confortare la convinzione della studiosa d’oltralpe.     

 

Tracce precessionali

 Com’è universalmente noto il Vecchio Testamento ricapitola tutta la storia del mondo dall’origine fino alla nascita di Cristo e molti pazienti interpreti del testo, legittimamente desiderosi di dare un’età alla vita dell’uomo sulla terra, sommando le varie vite di profeti, sacerdoti e altri personaggi di sicura età menzionati nel sacro testo, sono giunti alla conclusione che tutte le generazioni umane si sono succedute a partire dal 4.000 a.C. (il vescovo James Usscher ha fissato al mezzogiorno del 4004 a.C. il momento fatidico).

L’uomo parrebbe avere quindi un’età approssimativa di circa 4000 anni.

Naturalmente, già dopo le prime scoperte paleontologiche, tale conclusione è stata messa in discussione e poi successivamente irrisa. Tuttavia, a uno studio più attento, questa data non appare casuale e può comunque comunicarci qualcosa di importante e di inedito e cioè la fine di un’età del mondo e l’inizio di una nuova, un’età cui, in tutta la stesura di queste note, abbiamo rimarcato il carattere di frattura della linearità temporale e che dona forza e valore alla tesi di De Santillana/Von Dechend.

Facciamo perciò parlare i qualificati ricercatori che hanno rimarcato tale singolarità: ”Quindi è lecito supporre che i redattori delle Scritture Ebraiche facendo risalire la Creazione del Mondo al 4.000 a.C. circa volessero in qualche modo tramandare il ricordo, secolo più, secolo meno, di un momento nel quale il punto vernale era appena entrato da Gemelli alla costellazione del Toro; così come, nel 7 a.C., l’equinozio di primavera, sempre rappresentato dal punto gamma, si sarebbe visto entrare nella costellazione dei Pesci. Se questa suggestione dovesse essere confermata, essa implicherebbe un alto grado di competenza, da parte degli scrittori della Bibbia, in materia di precessione degli equinozi. (Ettore Bianchi, Mario Codebò, Giuseppe Veneziano: Tempo della Creazione e ciclo precessionale nella Bibbia, Atti del VII Convegno della Società Italiana di Archeoastronomia). Si osservi che la data del 7 a. C. è quella proposta per la nascita di Gesù perché in quella particolare combinazione di elementi astrali si sarebbe verificata la triplice congiunzione Giove – Saturno. Queste congiunzioni ritmiche hanno avuto una grande importanza nella rituaria di diversi popoli e godono di speciale attenzione anche nel testo biblico.

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Fig. 9 (3 immagini)

Har Karkom la montagna sacra (la montagna dei sacrifici)

Le tavole della legge come altre testimonianze bibliche si trovano incise in questi sacerrimo monte -santuario che vanta un’occupazione millenaria interrotta soltanto due migliaia d’anni prima di Cristo, quando il cambiamento climatico dei luoghi provocò una spaventosa siccità che costrinse gli autoctoni ad allontanarsi. Forse nessuna montagna sacra al mondo reca testimonianze così commoventi della relazione degli uomini con il mondo superno, espressa dall’elevazione stessa e dai suoi immediati dintorni dove si rinvengono imponenti geoglifi. Esso è stato percepito quale ierofania eccellente, per un periodo lunghissimo e vanta testimonianze che assommano alla documentata presenza di oltre 1000 siti archeologici presenti in situ.

Come ben mostrano gli autori dello scritto il passaggio precessionale doveva rivestire un’importanza del tutto speciale dal punto di vista spirituale per i sapienti di allora, contrassegnando esso ogni era e con essa caratterizzando l’impronta spirituale, mentale, nonché fisica di una certa umanità. L’inizio di questa, secondo il testo biblico risalirebbe quindi al tramonto dell’età dei Gemelli (età dell’oro secondo de Santillana / Von Dechend) e la storia inizierebbe nel momento del passaggio dall’età dell’oro a quella successiva dove sarebbe venuta meno l’originaria confidenza con il divino dopo gli accadimenti diluviali.   

Seguendo questa impostazione cronologica Il testo biblico indicherebbe successivamente e drammaticamente il successivo passaggio legato al cambio precessionale, esattamente quello intercorrente tra il Toro all’Ariete, in stretta similitudine quindi con quanto descritto dall’uomo crocifisso ai piedi della roccia del Monte Bego. 

Il tema è trattato nell’Esodo. Mosè s’è ritirato sulla caverna posta sulla sommità del monte Sinai, cosi come descritto in Esodo 33, 22 e in 1Re 19, 9 (bizzarra collocazione per una caverna ma esattamente corrispondente alla topografia di Har Karkom, piatto alla cima. Questo altipiano è il candidato più probabile a identificare il Sinai, la foto dell’antro “mosaico” è disponibile nel libro di Anati dedicato all’Esodo).

Il profeta legislatore dopo essersi intrattenuto sulla cima per 40 giorni ne sarebbe disceso con le tavole della Legge mostrando un volto “incendiato”, mentre la fronte sarebbe parsa illuminata da due raggi celesti a similitudine di corna d’Ariete, così come sono state magnificamente ritratte da Michelangelo nella statua presente a San Pietro in Vincoli. L’indicazione parrebbe chiara, subentra l’Ariete e vengono consegnate le leggi del nuovo ciclo.

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Fig. 10 - Mosé nella celebre rappresentazione di Michelangelo.

Sono ben evidenti le sue corna d’Ariete

  Nel mentre Mosè si intratteneva sulla sacra montagna, però, una parte dei suoi correligionari rimasti a valle e stanchi dell’attesa, si crearono un idolo d’oro, un vitello, e presero ad adorarlo. L’ira di Mosè, a questo punto, fu straripante e la punizione divina terribile. Questa umanità traditrice del Verbo divino deve essere eliminata, come fu annientata quella delle origini annegata nelle acque del diluvio e così nel racconto biblico si assiste all’olocausto dei reprobi che vengono passati uno a uno a fil di spada per un totale calcolato  in circa 3.000 uomini. La generazione del “Toro”, divenuta empia, spariva sostituita dalle leggi del nuovo ciclo portate dall’”ariete”.

Non è secondario rammentare che secondo la nuova cronologia proposta da Anati, la datazione degli accadimenti descritti nel libro dell’Esodo è stata fatta risalire almeno a venti secoli avanti Cristo. Ciò anche i base a precisi rilievi paleoclimatici, che dimostrano come la regione del Sinai settentrionale, inaridendosi bruscamente dopo quella data, non offriva possibilità di sostentamento per intere popolazioni per giunta con i loro armenti a seguito. Questa retrodatazione è in approssimativa ma significativa coincidenza con il passaggio precessionale su cui si argomenta in queste righe.    

Volendo poi completare il ciclo biblico precessionale, con l’ultima considerazione sul tema, ci troviamo di fronte a un evento la cui natura epocale non ha bisogno certamente di sottolineature: parliamo della nascita e della morte di Gesù.  Nella citazione precedente i tre autori avevano rilevato la perfetta scansione precessionale biblica dove con la venuta del Cristo s’aprì la nuova età del mondo in corrispondenza del sorgere eliaco dei Pesci in primavera. Il Salvatore assunse perciò il ruolo di agnello sacrificale.

In relazione a questa legge di solidarietà tra vicende terrene e accadimenti celesti, tante volte sottolineata da Guénon nei suoi scritti, infatti, non si può trascurare che lo spegnersi di una costellazione o una stella al sorgere del sole all’equinozio che la incendia all’alba può assumere, come equivalente, l’atto rituale di legare una vittima al palo sacrificale (cfr. sul tema de Santillana / Von Dechend:1983, 179).

In effetti, Cristo come Ulisse, considerato uno dei personaggi sciamanici più caratterizzati di tutta la Grecia arcaica, subisce un consimile patimento. Fustigato a una colonna spezzata viene, come Marsia, praticamente scorticato dai suoi aguzzini. La sua salita al Golgota ha anch’essi possibili riferimenti astronomici, essa si svolge, infatti, attraverso dodici stazioni (in realtà il numero oscilla tra le 12 e le 14); ancora è da notare come il Cristo sia collocato tra altri due condannati al vertice del monte, le due croci, con questi al centro formerebbero i limiti del cono precessionale di cui la croce cristica è l’asse.

La croce su cui è issato è prima posta in terra e simbolicamente sollevata all’equinozio d’autunno (festa dell’esaltazione della croce uno dei quatuor tempora della liturgia cristiana) e una volta issata fa si che nasca un nuovo nord trascendente “mentre il vecchio nord e il vecchio sud passano attraverso il cuore di Cristo”. Quest’ultima affermazione potrebbe stare a significare che questa nuova età non è solo indicata dall’orizzonte equinoziale con il passaggio Ariete - Pesci, ma ad esso si accompagna un evidente cambio polare, evento su cui si commenterà qualcosa in conclusione a proposito dell’esoterismo islamico. (Sull’argomento della passione di Cristo letta anche in prospettiva astronomica su consulti: Claudio Lanzi, Misteri e Simboli della Croce, testo da cui abbiamo tratto queste ultime osservazioni)           

Ma altre comparazioni sono possibili spigolando nella mitologia e nella rituaria antica. Mutando ambiente e spostandoci presso il mondo greco vogliano ricordare che lo stesso viaggio degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro (di ariete) sarebbe da intendersi compiuto perché s’introducesse l’età dell’Ariete. In questo racconto si innesta il tema universale delle simplegadi (rocce cozzanti), elemento caratterizzante l’estrema difficoltà di passaggio comunque ineludibile tra le ruote della “macina dei cieli”. Ricordiamo, infatti, come nel racconto mitico, gli Argonauti, conquistato infine il prezioso vello,  saranno destinati a passare obbligatoriamente per queste rupi cozzanti per concludere la loro impresa.

Solo qualora la nave avesse traversato indenne le terribili stritolatrici, esse si sarebbero immobilizzate divenendo fisse. A questo punto si sarà compreso che la nave degli eroi non è una “nave” qualsiasi e le vicende che il celebre racconto mitico ci espone non sono proprio di questa terra ma vanno riferite al cielo. La nave, difatti, non solca esattamente i mari terrestri, piuttosto naviga tra gli oceani celesti e il suo sistema di assemblaggio simboleggia esattamente l’intelaiatura dell’universo alludendosi a quel sistema di fasciami invisibili che, intrecciati tra loro, si riferiscono ai due coluri (equinoziale e solstiziale) che intersecano eclittica e equatore celeste, un fasciame ideale che è stato battezzato con il neologismo ”implesso”.

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Fig. 11  - La costellazione della nave Argo posta nell’emisfero sud qui rappresentata nella sua forma completa, essa è una delle più ricche di stelle del cielo comprendendone circa 800 visibili a occhio nudo. Tolomeo nel suo Almagesto aveva diviso la costellazione in quattro parti Carena, Poppa, Vela e Bussola, quest’ultima, in tempi recenti, forma una costellazione a sé. Secondo de Santillana Von Dechend il passaggio della nave Argo contrassegna un’età del mondo: l’Ariete. Scrivono: “Benché non si affermi esplicitamente che le ‘porre cozzanti’ gli equinozi in precessione del vecchio proprietario del fuoco cessarono di cozzare è innegabile che (si) aprì un nuovo… passaggio “(de Santillana /Von Dechend 1983, 378)

 

L’albero maestro è quindi l’albero del mondo la coffa di questo fora i cieli, rispettando in pieno la proposta equivalenza simbolica. “Alla fine” concludono gli autori del Mulino di Amleto, parlando di questa nave prodigiosa “non si tratta d’altro che della struttura dei coluri del mondo…”. Degno di nota è il fatto che il passaggio attraverso le due mascelle di pietra in perenne movimento non è senza danni, l’estremità dell’aplustre, laddove si riteneva fosse ubicata l’anima della nave, venne reciso (de Santillana /Von Dechend: 1983, 376), una perdita che è costante in ogni mito che riguarda il passaggio attraverso le simplegadi, in qualsiasi angolo del mondo la storia venga raccontata.

 

Un parallelo “pagano”

 Sul tema del mutamento precessionale, evidentemente di peculiare importanza, s’è intrattenuto anche il noto archeoastronomo Antony Aveni,  citato in una precedente circostanza. Egli, sulla scorta degli studi di David Ulansey, ha presentato una decodificazione della scena della tauroctonia mitriaca in cui gli animali presenti nell’iconografia sono chiamati a far da attori a presenze stellari. Essi, infatti, rappresenterebbero l’effettivo ordine delle costellazioni in base alla posizione del sole all’equinozio di primavera “fotografati” al momento del sacrificio dell’animale.

Secondo le conclusioni di Ulansey l’elemento centrale del culto, l’uccisione del Toro, esprimerebbe il “sacrificio” di un’età precessionale (che non sarebbe quindi sostituita meccanicamente da un’altra) necessario per favorire la nascita di un nuovo ciclo e inaugurare così un successivo culto contraddistinto dall’apparire di “un nuovo cielo e una nuova terra”. (cfr. A. Aveni: 1994; 200-201).

Rispettiamo l’impianto, nutriamo tuttavia delle perplessità sulla tempistica proposta.  L’affermarsi del culto mitriaco a Roma è più o meno coevo al cristianesimo e quindi si svolge alle soglie del segno zodiacale dei Pesci o, al massimo, nella fase terminale dell’Ariete, il Toro non avrebbe apparente attinenza. Certo è da ritenere, semplificando al massimo il discorso, che anche i seguaci di Mitra sapessero perfettamente che, con l’introdursi della nuova era (i Pesci), certe costellazioni “auree” avrebbero di nuovo poggiato sulla Terra e quindi il motivo di questo sacrificio poco si comprende alla luce del rinnovarsi dei Saturnia Regna e del cessare dell’età del ferro. Tuttavia, appare incontrovertibilmente esatta l’attribuzione del carattere stellare agli animali che compaiono nell’iconografia mitriaca (sono facilmente identificabili con le relative costellazioni congruenti ad essi per l’esattezza della posizione astronomica). Con l’occasione ricordiamo, altresì, che le celebrazioni rituali, a carattere iniziatico, avvenivano in un ambiente reso simile a una grotta. La caverna di Mithra è, dunque, la replica simbolica del cosmo e la sua volta ne rappresenta il cielo notturno. Da questo dato andrebbe ripreso l’argomento, del resto non nuovo nel campo degli studi mitraici, in quanto già introdotto in Italia, diversi decenni fa (1978) da Alessandro Bausani, che aveva esattamente individuato le stesse costellazioni giacenti sull’equatore celeste nel cielo “zoomorfo” (corvo, idra o serpente, cane, scorpione) proprio del culto nel suo articolo, allora d’avanguardia, che fece evidentemente d’apripista a un nuovo metodo d’approccio alla simbologia misterica. (Note sulla preistoria astronomica, pubblicato negli Atti del convegno dedicato al tema dal titolo Mysteria Mithrae - edizioni dell’Ateneo e Bizzarri).

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Fig.12 (3 immagini)

 Il mitreo delle sette sfere a Ostia Antica ci offre la possibilità di una lettura completa della situazione astronomica e dell’orientamento del tempio (fittiziamente) ipogeo. Il toro è sacrificato all’equinozio (sorgendo il sole sacrifica la costellazione che eliacamente sorge). I simboli planetari scolpiti su un sedile sono disposti nella sequenza in cui si riteneva fossero collocati in cielo la notte in cui fu creato il mondo. Le altre due immagini tratte da David Ulansey mostrano lo scorrimento precessionale delle costellazioni e le costellazioni che occupavano l’equatore celeste al sorgere eliaco del Toro.

Rispetto al sacrificio di Monte Bego v’è una rilevante differenza in quanto lì si narra dell’immersione nell’oceano celeste del Toro all’equinozio di primavera, qui si descrive il suo sacrificio primaverile.   

 Una speciale menzione sul tema va dedicata all’Egitto che si dimostra terreno davvero fertile per indagini su questo soggetto.

Così ci serviamo di alcune considerazioni di Schwaller de Lubicz, contenute nel testo La Teocrazia Faraonica, dove si collegavano specifici modi d’uso della civiltà egizia a quattro età astrologiche successive, iniziando dai Gemelli per giungere ai Pesci. Questa osservazione del de Lubicz sono assai determinati per l’indirizzo delle ricerche che qui presentiamo perché l’autore è in grado di mostrarci come, non solo sia stato determinante il cambio tra Toro e Gemelli, ma altresì come in Egitto, questa terra volutamente costituitasi quale “specchio del cielo”, ogni cambio precessionale sia stato documentato dal mutamento di qualche forma rituale o comunque attestato in qualche fonte documentale. Pensiamo ad esempio al copricapo taurino utilizzato dai sacerdoti egizi durante la corrispondente età, caratteristica cultuale  sottolineata anche da Antony Aveni, ricercatore accademico non certo particolarmente incline ad aderire a ipotesi stravaganti.  

Rilevante è quindi il cambio di mentalità che si fa corrispondere al cambiamento del segno della costellazione di riferimento. Naturalmente il termine neutrale “mentalità” va inteso primariamente come adeguamento della realtà sacrale nell’universo nilotico e non come semplice inclinazione psicologica, quasi si trattasse di una “moda” evidentemente passeggera. Questa è un altro contributo portato alla dimostrazione della ricercata concordanza tra cielo e terra (R.A. Schwaller de Lubicz: 1994, 138). 

Schwaller de Lubicz ha quindi dimostrato come in Egitto a ogni cambio precessionale, per effetto di una correlazione misteriosa che lega ogni “terra” precessionale, corrisponda un determinato atteggiamento dello spirito umano secondo una concezione qualitativa del tempo, ormai estranea ai contemporanei. Per gli Egizi, comunque, tali variazioni non erano impreviste ma in qualche modo calcolate e questo è un ulteriore prova, o, comunque, un significativo indizio, della conoscenza precessionale, il successivo brano di Proclo Diadoco lo dimostra con sufficiente evidenza.

Questi scrive:”.. coloro che, credendo alle osservazioni, fanno muovere le stelle attorno ai poli dello zodiaco di un grado in cento anni verso Oriente, come Tolomeo e, prima di lui, Ipparco, sappiano…che gli Egiziani avevano già insegnato a Platone il movimento delle fisse, Poiché essi avevano già utilizzato delle osservazioni precedenti, cosa che i Caldei avevano già fatto molto tempo prima, ottenendo il medesimo risultato, poiché erano stati istruiti anche dagli dèi precedentemente alle osservazioni. Ed essi non hanno parlato una volta soltanto, ma molte volte…del procedere delle fisse.”

A questa dichiarazione può affiancarsi quanto descritto nello zodiaco di Dendera che reca indicazioni evidentemente criptate ai nostri occhi ma precise dei vari passaggi processionali. Su tale importantissimo documento il de Lubicz scrive: ”Il fatto che gli antichi Egizi conoscessero il fenomeno della precessione è stato discusso molto spesso e, tuttavia, la modificazione del calendario delle feste relative alle stagioni (quindi ai solstizi e agli equinozi) rispetto al calendario dell’anno siriaco che restava immutabile, ne costituisce la prova incontestabile (S. De Lubicz. La teocrazia faraonica, pag. 328, e per approfondimenti: Il Tempio dell’uomo I vol. pag 711, Zodiaco e precessione degli equinozi).

Alle conclusioni di Schwaller de Lubicz affianchiamo, per l’importanza che rivestono le argomentazioni suggerite, i risultati dell’esaustiva ricerca operata dallo studioso italiano Marco Baistrocchi, ricercatore tradizionale di notevole spessore, scomparso purtroppo assai prematuramente, che ha argomentato, con dovizia di particolari, il passaggio delle ere in terra nilotica rilevando come esso sia stato esattamente scandito dal ritmo precessionale.

Nel volume Aspects de Geographie sacré: l’orientation solsticiale et equinotiale dans l’Egipte ancienne, l’argomento, è trattato con assoluta esaustività prendendo spunto da quel tesoro di testimonianze della preistoria egizia, nella quale, non solo vengono presi in esame i cambi zodiacali, oggetto delle pregresse attenzioni dello studioso alsaziano, ma anche il precedente periodo di supposta reggenza “polare” su cui spenderemo qualche parola nella conclusione di questa nostra breve esposizione dei fatti. 

Raggrumando in sintesi i contenuti del testo si dirà che del primitivo orientamento polare (asse nord-sud), detto altrimenti “fase stellare”, si ha una testimonianza di particolare rilievo nella c.d. cerimonia denominata “apertura della bocca” che può costituire la chiave di volta per comprendere lo svolgersi del tema.

A proposito di questa si legge nel testo del suddetto ricercatore: ” … ma soprattutto che il prete Sem utilizzi due strumenti che nel testo di Seti I sono chiamati Neterti ossia le due asce divine (forgiate con il ferro del sud e del nord) rappresentanti rispettivamente Seth- dio del sud- e- Horus- dio del nord. In altri testi uno strumento è denominato ‘SEB-UR’ (la grande stella) e l’altro ‘TUN-A’ o ‘An’; quest’ultimo, che secondo Lefébre starebbe a rappresentare un aspetto di Horus, sembra essere la stella o la costellazione che imprimeva il suo movimento alla Meskhet (la Grande Orsa) dell’emisfero settentrionale” (Marco Baistrocchi:1981, 15. N.B. la traduzione dal francese è nostra).

Non possiamo inoltrarci su questo tema, che probabilmente sarà oggetto di successiva pubblicazione, al momento ci limitiamo ad accennare la correlazione polare dell’universo egizio che ci rimanda a quanto suggerito in precedenza in tema di crocifissione.

Si è evidenziato l’importanza che assumono questi passaggi processionali nella saggistica religiosa contemporanea, tuttavia non si deve dimenticare che il tema abbia già goduto, circa un secolo fa, di ampi approfondimenti, purtroppo accantonati nel corso del tempo, su cui vorremmo di nuovo porre l’attenzione perché li riteniamo davvero meritevoli di menzione. 

Per questo vogliamo qui rammentare, in maniera estremamente sintetica, le conclusioni del preistoricista olandese Hermann Wirth. Egli parlava appunto di questi cambi di segni zodiacali considerandoli potenti propulsori delle ere e causa primigenia dell’inaugurazione di nuove simbologie con essi coordinate, definite dall’autore con l’efficace espressione “serie sacra”.

Intorno a questo concetto di simboli seriali tesse un’ottima sintesi J. Evola che così scrive: ”Sennonché siccome il solstizio d’inverno, in relazione allo zodiaco subisce di periodo in periodo uno spostamento causato dalla precessione egli equinozi, d’epoca in epoca si sarebbe determinata una nuova redazione della “serie sacra”, ad essa caratteristica, contro segnata dal segno zodiacale corrispondente: dopo il Leone, i Gemelli, il Toro, e infine l’Ariete. Da qui variazioni concordanti e traslazioni di segni e voci, e, anche, passaggi di temi di un culto a quelli di un altro culto” (J. Evola: Nota critica sull’opera di H. Wirth, Bilychnis, XX; gennaio febbraio 1931).

Come si vede queste “vecchie” ricerche, impostate sul tema del riflesso che ogni “cielo” poteva assumere nella conformazione psico-spirituale degli uomini che sotto quel “cielo”, o costellazione spirituale vivevano, costituirà l’argomento principale di molte considerazioni successive (alcune delle quali abbiamo sinteticamente ripreso) ed è sorprendente constatare che tale argomento abbia avuto, già da tempo, una così articolata indagine. Da qui la cogenza e pertinenza delle indicazioni di Willi Sucher proposte nelle pagine precedenti in merito al modo di “sentire” il cielo.  

E’ tuttavia da dolersi che la damnatio memoriae in cui è incorso questo autore abbia cancellato anche i risultati della sua problematica ricerca dal ricordo degli uomini.

In sintesi potremo affermare che l’importanza del cambio delle costellazioni all’orizzonte non è certo una deduzione che ricaviamo noi moderni posteriormente, ma la registrazione di una profonda mutazione interiore, finora misconosciuta o ignorata, che contrariamente era tenuta in massimo conto dai nostri predecessori che, alla sua annotazione, dedicarono tempo e energie a profusione determinando questi mutamenti il destino bi millenario d’una certa civiltà.    

 

Conclusione

Il dato che sembra emergere inequivocabile dalle pregresse osservazioni si sostanzia nel fatto che la mentalità religiosa della preistoria neolitica e delle successive età dei metalli, fino a giungere alla storia vera e propria, sono state largamente dominate dal pensiero del mutamento precessionale quale espressione epifanica di un nuovo ordine del mondo. L’egloga virgiliana, dedicata al tema del ritorno al regno di Saturno con le sue precisissime, ancorché criptate, indicazioni astronomiche, sta a dimostrare la persistenza ininterrotta della “fede” sulla successione delle varie “tavole della legge” celesti, peculiarmente idonee per gli uomini di quella età. Tuttavia a questi documenti vogliamo aggiungere una considerazione che ci proviene dall’esoterismo islamico e che riguarda esattamente la dottrina dei “signori del polo” che ben si ricollega al tema dei mutamenti della posizione dell’Orsa celeste nei secoli evidenziata prima nel brano del Baistrocchi.

Il carattere polare della dottrina islamica è ben testimoniato, tra altre fonti che qui trascuriamo, dal breve trattato di Ibn‘Arabi denominato Il libro della dimora spirituale del polo, conosciuto con il titolo Il mistero dei custodi del mondo, in quanto contiene un articolato commento d’introduzione. Il breve scritto è stato  compilato, secondo esplicita dichiarazione dell’autore, sotto diretta ispirazione divina. Ciò è accaduto nella bibliografia letteraria di Ibn’Arabi solo in relazione ad altri due testi che sono il poderoso Le Rivelazioni della Mecca e I castoni delle saggezze, pubblicazioni che comunque costituiscono solo una parte dell’enorme produzione di questo autore. Si tratta di uno scritto che, nonostante la sua brevità, è fondamentale nell’esposizione della dottrina di questo filosofo definito “Sommo maestro”, anche per le sue esplicite dichiarazioni in tema di “ispirazione”.

In estrema sintesi Ibn‘Arabi ci mostra come le sorti del mondo delle apparenze naturali siano rette da un settemplice consiglio di “Santi” (in realtà il Signore del polo, i due Imam. uno di “destra” e uno di “sinistra”, accompagnati dai quattro pilastri), che permutano al vertice polare di epoca in epoca. In effetti, la funzione del polo viene realizzata da un solo essere durante un determinato ciclo; egli è quindi unico come unico è il centro del cerchio e dopo la sua reggenza questi è sostituito con un altro, secondo certi criteri che non stiamo qui a riferire. Da questo “Polo”, dimora invisibile agli occhi degli umani, promanano le energie divine che sostengono, in misura diversa, i cicli spirituali dell’umanità di cui quello che s’introduce nel prossimo futuro, cioè l’Acquario, appare come l’ultimo.      

          

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