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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Riceviamo da Alberto De Luca questo breve ma efficace intervento sugli equivoci che si ingenerano nella definizione della “realtà”, sia attraverso un esasperato relativismo come attraverso una sclerotica adesione ad una immagine fideisticamente predefinita. E’ assai interessante rilevare come tutte quelle che un tempo erano “eresie” abbiano evidenti paralleli con le distorsioni di un individualismo che naufraga nella magmatica crisi dell’etica dei nostri giorni.
C.L.

Il dilemma, in cui vive l’uomo, è la stessa Realtà , che egli cerca di definire con uno sforzo apprensivo ed infinito. Conseguentemente, tutte le grandi domande che l’uomo si è posto, dipendono in via definitiva dal suo rapporto con la Realtà.

La Realtà (intesa quale mondo percettibile, esperibile, ma anche indagabile intellettualmente) può essere considerata come statica, immutabile, ovverosia come se essa fosse data una volta e per sempre. In alternativa può essere considerata dinamica, potendo allora distinguerne un lato esteriore ed un interiore (oppure un aspetto visibile ed uno non-visibile).

La Realtà è pertanto massimamente antinomica. Due affermazioni parimenti valide si sostituiscono a vicenda come a fornire un ordito. Per rendere l’idea, si pensi ad un immagine ricamata con due fili di diverso colore (rosso e bianco ad esempio): nel momento stesso in cui compare sulla superficie del ricamo il colore rosso, sotto vi è sempre l’altro colore, pronto a “riemergere” nel momento successivo in base alle esigenze del disegno.

Impostato così il discorso, esiste allora un pericolo quotidiano che risiede nel volere che la Realtà sia data una volta e per tutte da uno solo dei suoi aspetti.

Simile atteggiamento comporta, pertanto, una scelta da parte dell’uomo con la quale egli ritaglia un pezzo, lo isola e finisce per considerarlo autonomo.

È proprio questo tipo di comportamento che fonda l’eresia, la cui derivazione etimologica greca significa per l’appunto “afferrare”, “prendere” e “scegliere”.

Ne deriva, allora, che l’eresia sia un processo cognitivo sostitutivo e consapevole – il più delle volte – che separa la Realtà, polarizzandola. La maggiore conseguenza è dunque l’impossibilità di avere una visione armonica del Tutto e di conseguenza un ottica meramente dicotomica. Fisiologicamente monca l’eresia è destinata, quindi, a perpetuarsi nell’errore di scambiare la parte per il Tutto.

Poco importa poi, che attualmente il termine al di fuori del contesto religioso indichi una posizione in disaccordo con quelle generalmente accettate come autorevoli e questo perché l’intento di questa riflessione è di “leggere religiosamente” la situazione attuale in cui si trova il mondo.

Storiograficamente parlando, la propria visione è tanto distante dal totum novum (la storia non si ripete) quanto dal semper idem (la storia si ripete). Se questa posizione può essere accettabile, allora è plausibile anche una chiave di lettura del mondo attuale, in forza della quale alcuni atteggiamenti diffusi nella coscienza contemporanea appaiono discendere dalle vecchie eresie combattute da S.Agostino.

È opinione dello scrivente, infatti, che l’indifferentismo, lo gnosticismo, il rigorismo anticlericale e l’autonomismo antropocentrico siano oggi lo sviluppo e la nuova maschera di scetticismo, manicheismo, donatismo e pelagianesimo.

Coerente all’idea che la storia si ripeta, ma mai in maniera identica (né totum novum e neppure semper idem) per evidenziare la continuità tra il mondo contemporaneo e quello di S.Agostino, si è pensato di esporre sinteticamente i contenuti di quelle storiche eresie, indicando al contempo la loro manifestazione attuale.

La materialità storicistica ed il “pensiero debole” sono la continuazione dello scetticismo.

Lo scetticismo possiede indubbiamente un suo valore, perché è un utile lassativo contro ogni dogmatismo. Se in un discorso critico, infatti, vengono adottate delle comprensibili cautele nell’esporre la propria opinione, allora lo scetticismo è un elemento imprescindibile per ogni filosofia.

Vi è però il rischio che una metodologia diventi essa stessa un sistema, mutandosi così in veri inveniendi desperationem. In questo preciso istante, quindi, si manifesta una duplice contraddizione. La prima è pratica, giacché uno scettico non dovrebbe né dire niente e nemmeno fare niente. Appunto, uno scettico coerente con il prototipo di Cratilo (uno scettico, infatti, non si siederebbe su di una seggiola perché questa potrebbe essere invece una palla). Va qui rilevato, però, che è la stessa idea di probabilità a rendere possibile il superamento dello scetticismo: qualcosa è probabile solo se essa è verosimile e non può dirsi verosimiglianza senza verità.

La seconda contraddizione appare ancora più evidente ed attiene piuttosto al pensiero: è contraddittorio, difatti, usare il pensiero per affermare che la verità non esiste, dato che non ci può essere pensiero senza verità. Anche ammettendo che si possa dubitare di tutto, non si potrebbe dubitare del dubbio stesso e, dunque, della certezza del pensiero.

Il revival gnostico, che si manifesta nel rifiuto della generazione, è la maschera attuale del manicheismo.

Il nocciolo del manicheismo risiede nella corrispondenza tra dualismo cosmico ed antropologico. In questo senso, il Bene ed il Male sono presenti tanto nell’uomo quanto nel mondo e ciò avviene in maniera coeterna ed inestinguibile, generando così una continua lotta. Questa situazione conflittuale porta Dio a creare l’uomo per farsene un alleato contro le potenze delle tenebre. L’uomo in compenso lo aiuta a togliere il Male dal mondo, evitando la riproduzione della vita. Ne deriva, molto semplicisticamente, che Dio necessita dell’essere umano perché questi può limitare la sua imperfezione con un’azione ascetica guidata dalla conoscenza.

La caratteristica fondante del manicheismo si è detto essere il dualismo, che si annida nel cosmo e nella psicologia umana. Ebbene, esso conduce ad un paradossale dualismo etico, per cui può esistere un ascetismo totale – che rifiuta come malvagi la bocca, la mano ed il seno e finanche il matrimonio e la procreazione – contrapposto ad un’indifferenza totale alle leggi morali, che portava parecchi gnostici di là del bene e del male tramite sfrenate licenze orgiastiche. Va ricordato, invece, come la prima Lettera di Paolo ai Corinzi proponga di santificare il sesso ed il matrimonio attraverso l’amore reciproco ed il dono della vita ed infine che per il Cristianesimo il corpo non è né bene e neppure male: tutto dipende dall’uso che se né fa. Ed in questo preciso punto la religione del Cristo sostituisce la dottrina greca dell’immortalità dell’anima con il novum della risurrezione della carne, così scandalosa per ogni gnostico.

L’autonomismo antropocentrico è, invece, oggi la continuazione del pelagianesimo, eresia che trae il proprio nome dal monaco inglese Pelagio.

Quest’ultimo riteneva, infatti, che non v’era la necessità della grazia divina e quindi l’uomo diventava autonomo. La salvezza era pertanto una conquista dell’energia morale e della libertà del soggetto. Applicazione consequenziale di questi assunti in campo teologico, era l’inutilità del battesimo, ad esempio.

Il quadro che se ne ricava, allora, è il paradosso pelagiano che polarizza la Realtà solo nella libertà umana, dimenticandosi però che nessuno è mai tanto libero come quando si sottomette alla verità. Quella grazia e quella libertà che sia i manichei sia i pelagiani vedono in contrasto, tanto che per affermare l’una debbono sacrificare l’altra, sono invece una cosa sola nella relazione teandrica: l’uomo trova se steso solo quando trova il suo Dio.

Il rigorismo anticlericale che si respira a pieni polmoni oggidì, qualche volta giustificato ma spesso divenuto luogo comune, è la riproposizione dell’integralismo donatista.

Forse poco si conosce del donatismo, ma in realtà esso fu un vero e proprio pericolo pubblico al tempo. L’Editto di Milano (313) e quello di Teodosio (391) sancirono il Cristianesimo quale religione dello stato e pertanto queste date potrebbero essere considerate lo spartiacque tra un Cristianesimo martirizzato e catacombale – che custodisce un’adesione intimamente sentita e fisicamente difesa – ed uno “statalizzato” – la cui appartenenza, quindi, risulta più “facile” rispetto alla fase immediatamente precedente.

In questo solco, si collocò Donato che rivendicava il nome di cristiano solo a chi non aveva aspettato l’egida statale per farsi tale. Le reazioni violente dei donatisti si estrinsecavano nelle azioni dei circumcelliones, delle bande armate di donatisti, che ferivano oppure uccidevano fedeli cristiani rei di non essere privi di peccato.

Come si vede, la pretesa di una Chiesa tutta di “santi” urta non solo con il realismo ma anche con la stessa parola di Dio: buoni e cattivi coesistono nella Chiesa e sono in essa mescolati per tutta la durata della vita terrena come bene esemplificano le parabole del grano e della paglia, della rete da pesca e del grano mischiato all’erba cattiva. Il valore dei sacramenti non deriva dalla virtù del sacerdote (opus operantis) ma dalla presenza nel rito del dono di Dio.

Nel moralismo pretenzioso dei donatisti solerte più nell’accusare che nel capire i limiti degli uomini di Chiesa – così facilmente rinvenibile nella condotta di certi governi attuali –, si nasconde perciò un nuovo “fariseismo” o meglio un altezzoso clericalismo: pretendere che quella santità – fine dell’uomo – ne sia già la caratteristica in itinere. S. Agostino al proposito fu chiarissimo: ci vuole un’ecclesiologia concreta e realistica che si fondi sulla distinzione tra la santità della Chiesa e la debolezza degli uomini di Chiesa.

Grandi, enormi sono le differenze che separano i tempi del Vescovo d’Ippona e quelli attuali, come ad esempio il fatto che ai tempi del Dottore non si discuteva la religione bensì la sua realizzazione. Non è più possibile tutto ciò perché ogni religione viene vissuta oggi come eresia (scelta libera e personale). Ciononostante, è possibile intuire che la crisi del Cristianesimo e del pensiero occidentale in generale passano anche attraverso la ripresa in termini secolarizzati, di queste quattro eresie archetipali.

Di fronte all’individualismo, all’indifferenza ed al narcisismo, davanti alla morale della situazione ed all’agnosticismo è però possibile rispondere a voce alta che esiste la Verità (contro gli scettici), che la creazione e la corporeità sono un bene (contro i manichei), che la vera libertà non è l’autonomia ma la risposta al dono della grazia (contro i pelagiani) e che la Chiesa è santa anche se non lo sono tutti i cristiani nella Chiesa (contro i donatisti).

Alberto de Luca

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