altScrivere di mystica e sulla mystica è indubbiamente difficile se non addirittura sconsigliabile. Troppe distinzioni tra terminologie tecniche e rettificazioni etimologiche, troppa attenzione rivolta a frenare le manifestazioni del proprio ego e la pseudo-spiritualità. Insomma un argomento notevolmente complesso e pericoloso, ma non per questo proibito. È netta, però, la differenze intercorrente tra il parlare di meta-mistica ovvero discutere sulla pletora degli “epifenomeni mistici” ed il riportare delle “esperienze mistiche”: mentre quest’ultimo rimane numericamente limitato e necessariamente silenzioso, il primo può essere, con le opportune precauzioni, percorso.

In un epoca in cui certe ventate di razionalismo spinto non convincono, si osserva una oggettiva necessità di spiritualità vissuta. Una richiesta prettamente occidentale che tende a riscoprire quell’unità spirituale di fondo, affossata troppo frettolosamente nei secoli dei Lumi ed in quelli successivi.

Il milieu esoterista è stato da sempre creativamente pronto ad appagare qualsiasi tentativo di ri-unione delle manifestazioni spirituali – e perciò stesso religiose – e questo in omaggio alla cosiddetta “unità trascendente delle tradizioni”. Questa locuzione coniata da F.Schuon ebbe alterne fortune, ma certamente nel contesto, in cui l’autore la elaborò, non dovette essere così bizzarra. L’appropriazione, talvolta indebita, di queste parole può, tuttavia, aver condotto ad asserzioni quantomeno stravaganti ed aver determinato comportamenti poco coerenti tra loro. Questo, malgrado ciò, non può essere il segno di una sua intrinseca fallacità, proprio come osservare la presenza di numerose religioni al mondo, tra loro differenti, deve fare propendere per una oggettiva presenza divina al di là di ogni ragionevole dubbio.

altConstatare che il viaggio al centro dell’uomo, è effettivamente un elemento comune alla quasi totalità delle religioni ortodosse, significa che si sta parlando di unità spirituale e che quest’ultima esiste effettivamente. L’aspetto formale con cui questa verità viene presentata, è pertanto accidentale e questo fu rilevato molto tempo prima di Schuon.[1]

Dopo la “moda buddista” degli anni Settanta, verso gli anni Ottanta prese piede in Occidente la “moda del sufismo” ossia la scimmiottatura della mystica musulmana, già del resto nota agli europei grazie ai pregevoli lavori ed agli inauditi sforzi compiuti da accademici e non, anche se con alterne fortune. Le motivazioni di questa moda sono probabilmente le stesse che sovrintendono a qualsiasi moda, vale a dire il sentimento di noja e di repulsione verso qualsiasi tipo di ordine accompagnato da un certo volontarismo prometeico. Una malcelata ed ostentata anarchia spirituale deve per forza trovare un sistema valoriale che possa colmare l’a-peiron da lei stessa creato, proprio con la sua rinuncia alla tradizione assegnatale alla nascita.

Il fenomeno che ne deriva è l’esotismo o meglio la “fascinazione dell’altro”, giacché si è sicuri che l’“altro” è sicuramente meglio di me (“l’erba del vicino è sempre più verde”). Da una simile ingenua ed infantile lettura del mondo derivano molte di quelle conversioni che hanno costellato l’Europa soprattutto dopo gli anni Settanta. Il problema, infatti, non risiede nella religione scelta bensì nelle motivazioni della decisione in sé.

Tralasciando, però, di analizzare tali origini del comportamento, va ricordato che la tecnica spirituale ha esercitato sempre un grande richiamo nei confronti di cristiani disaffezionati da Messe tramutate in comizi politici oppure in tavole calde.

altIl caso del sufismo non è diverso: la complessità ed al contempo la ricchezza tecnico-metodologica delle “regulae”  delle confraternite iniziatiche sono una delle principali spiegazioni al crescente numero di conversioni all’Islam.

Tra queste tecniche spirituali quella che maggiormente è contigua al Cristianesimo, è la rammemorazione dei Nomi divini associati ad una formula recitativa particolare, il dhikr. Quella che per noi sarebbe, mutatis mutandis, la recitazione del Santo Rosario.[2]

La tendenza innata dell’uomo a trascendersi segue, dunque, vie misteriose ed il più delle volte illuminate, ma accanto a questa regola esistono pure le eccezioni che sono quelle costituite da quei tentativi misteriosofici e mistificanti ospitati in numerosi libri in vendita nelle librerie.

Nessuna pretesa di limitare la libertà di stampa e neppure di pensiero, ma semplicemente una rilevazione fortemente critica ed al tempo auto-critica.

La critica riguarda, appunto, tutti quei tentativi pseudo-spirituali che si alimentano della faciloneria e della credulità umana, proponendo vie di illuminazione orientali sganciate dal proprio humus. Spesso questa accozzaglia di super-offerte spirituali porta le persone invaghitesi sulla soglia della schizofrenia, lasciandole alla fine senza una spiritualità vera e propria. È in questo andazzo generale che possono agevolmente operare santoni di vario tipo e monaci di qualsiasi ordine, i quali, da abili ipnotizzatori che sono, riescono a scucire denaro ed ottenere consenso presso un numero sorprendente di persone, la cui scolarizzazione non è forzatamente bassa.

È qui inizia l’autocritica. Se persone non necessariamente “credulone” e dunque in possesso di mezzi critici di investigazione della realtà, sentono l’esigenza di percorrere sentieri diversi da quello di origine, allora una ragione seria ci deve pur essere. A ben pensarci, forse anni di “catechismo beghino” ha nuociuto gravemente al gregge cristiano e probabilmente anche la preparazione di certi sacerdoti, troppo attenti alla sociologia ma poco alla liturgia, ha contribuito ad un esodo verso altri lidi reputati, a torto o a ragione, più seri. Lo stupore di fronte a questo, però, andrebbe mitigato, quando si riflettesse che aver tralasciato di insegnare ai ragazzi la statura di un Cusano piuttosto che di un Dionigi oppure di un Cassano, per non parlare ancora di tanti e tanti altri ancora passati sotto silenzio, ha trasmesso unicamente un moralismo non più supportato da una metafisica e da una dottrina. Ulteriore aggravio, poi, è stato quello di non aver mai parlato a sufficienza della mystica, salvo poi sbrigativamente connotarla come passività con tendenze femminee.

altAmbedue le osservazioni, come si può notare, appaiono mutuamente includenti. È questo forse il segno di una Realtà, la cui complessità ci è talmente difficile da farci scegliere tra uno solo dei suoi due aspetti.

Impostata questa problematica in ambito filosofico e corredata da un abbondante  apparato di citazioni bibliografiche, probabilmente risulterebbe più ostica, ma certamente avrebbe il pregio di definire una linea comportamentale diversa da quelle sinora già assunte.

In questo solco si muove per l’appunto Andrey Smirnov con il suo La Filosofia Mistica e la Ricerca della Verità.

 


 [1] Questo ed ancora altro viene spiegato magistralmente, infatti, da Pablo Beneito in L’Arca della Creazione: il motivo del markab nel sufismo.

 [2] Sull’importanza dei Nomi divini nell’Islam ha svolto un lodevole lavoro Pablo Beneito, soprattutto con la sua traduzione de Il segreto dei 99 Nomi di Dio, opera scritta da Ibn‘Arabî.

 

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