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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Riceviamo questo interessante articolo di Nuccio D’Anna sul monachesimo femminile nelle aree irlandesi e bretoni, definite non sempre correttamente come “celtiche”. Gli aspetti di un’ascesi durissima e assai vicina, per certi aspetti a quella orientale (soprattutto giapponese) possono lasciare sconcertato il cristiano moderno che difficilmente riconosce in tali “forme” un autentico percorso di trasformazione. Altrettanto aspri ed inusuali possono risultare i paralleli con le forme più “ermetiche” dell’amor cortese e con tutte quelle situazioni di eros-mistico, che contraddistinguono le vite di moltissimo asceti e santi. Con grande piacere aspettiamo il libro da cui questo breve testo è stato tratto, in occasione della conferenza del  25 Ottobre 2009 dal titolo “dalla Prostituzione sacra al monachesimo femminile” (con N. D’Anna, F. Ridolfi, C. Lanzi).

C. L.

Il grande convento di Kildare, forse  la più importante comunità di monache mai sorta in Irlanda, sorgeva sullo stesso sito nel quale nei tempi antichi si trovava il santuario della dèa Brigit. Riconsacrato e “convertito”, divenne il luogo nel quale si sviluppò la famosa comunità monacale fondata da santa Brigitte, un monastero “doppio” costituito enigmaticamente da uomini e donne secondo un’usanza che oggi può apparire come assolutamente strana, ma allora sembra aver avuto una sua estesa diffusione attestata per es. anche a Whitby nella comunità monacale creatasi attorno a santa Hilda, la discepola di san Aidan, il fondatore del celebre monastero di Lindisfarne. Il prestigio di Brigitte fu enorme. Secondo una pia tradizione che evidentemente tendeva a dare consistenza all’inusuale autorità contemporaneamente spirituale e canonica acquisita da Brigitte, avendo il vescovo recitato per errore la formula di consacrazione episcopale sul capo della vergine monaca, non poté più annullare gli effetti della formula consacratoria avendo il sacramento dell’Ordinazione un valore indelebile, sicché da quel momento sulla santa cominciò ad aleggiare anche l'aura dell'unica “vescovo-donna” d'Irlanda. Non si tratta di un semplice aneddoto ed è anzi probabile che in questo racconto sia affiorata solo la parte folkloristica di una realtà sacramentale molto radicata. D’altronde, un tale privilegio si trasmise anche a tutte le successive badesse del convento di Kildare che continuarono ad esercitare enigmaticamente un'autorità che era almeno pari (ma spesso superiore) a quella del loro vescovo. Fu solo col Sinodo di Kells del 1152 che tale straordinario privilegio venne definitivamente abolito e si ritornò alle normali prescrizioni canoniche sulla struttura della gerarchia ecclesiale che, come si sa, sconosce totalmente un ruolo “quasi-episcopale” delle badesse.

altLa tradizione delle vergini consacrate che, come nel resto del mondo cristiano, a poco a poco si radicò profondamente in Irlanda e nel mondo celtico insulare, è contemporanea alla prima predicazione patriciana. Molte figlie di re, principi e personaggi illustri fecero quasi subito voto di verginità perpetua ed obbedienza dedicandosi alla preghiera e alla meditazione, e spinsero prima san Patrizio e poi gli altri grandi Patres a creare delle apposite comunità conventuali che dovevano ospitarle e consentire di adempiere ai loro voti e all’intenzione di “ritirarsi” dal mondo. Qui è opportuno ricordare anche le tenui tracce sull’esistenza, inusualmente ampia ed articolata, di diaconesse che operavano nelle chiese d'Irlanda sin dal tempo, si diceva, della prima predicazione di san Patrizio il quale pare addirittura ne abbia ordinate personalmente parecchie, forse quale prolungamento irlandese di una consuetudine ampiamente attestata nelle chiese della Gallia da lui toccate durante le ininterrotte peregrinazioni giovanili, ma poi ivi spentasi in seguito alle autorevoli proibizioni formulate dai Concili di Nâmes, Orange, Èpaone, Orléans e Tours.
altLa volontà di abolire ogni pur esile forma di diaconato femminile perseguita con continuità in ben cinque Concili, mostra chiaramente il forte radicamento e l’inusitato ruolo di questa istituzione nelle chiese celtiche (e molto probabilmente anche in quelle create presso le popolazioni germaniche da poco convertite), che qui sembra configurarsi con caratteri diversi da quelli conosciuti altrove e proprio per questo è andata molto oltre il semplice aiuto al vescovo nelle attività pastorali e caritatevoli delle diocesi. La continua, ripetuta proibizione da parte della chiesa induce ad ipotizzare che nelle regioni di antica tradizione celtica attraverso l’istituto delle diaconesse si stesse continuando un aspetto di quella particolare forma sacramentale, aborrita dalla chiesa romana, nella quale parte importante avevano le cosiddette conhospitae, le fanciulle ammesse al servizio dell'altare con funzioni sacramentali che, invece, in tutte le altre regioni continentali di rito latino venivano coperte solo e soltanto dal clero maschile. È quanto può dedursi dal rimprovero che fecero Licinio di Tours, Melanio di Rennes e Eustochio ai due sacerdoti bretoni Lovocat e Catihern in una lettera famosa: “Abbiamo appreso che non cessate affatto di portare presso i vostri compatrioti, di casa in casa, certe tavole sulle quali celebrate il divino sacrificio della messa con l'assistenza di donne alle quali date il nome di conhospitae. Mentre distribuite l'eucarestia, esse prendono il calice e osano amministrare al popolo il sangue del Cristo”.

altSe si considera il profondo radicamento nel loro passato druidico delle popolazioni di queste regioni, sembrerebbe che attraverso l'istituto cristiano delle diaconesse, quello delle conhospitae e quello, molto profondo, di alcune delle particolarissime forme che organizzavano il monachesimo femminile, si era inteso riadattare, trasfigurandole all’interno di un contesto contemplativo di pura ascesi e di “offerta virginale”, arcaiche consuetudini pre-cristiane di tipo para-sacerdotale che nei tempi andati avevano consentito anche alle donne della società antico-celtica di assumere importanti ruoli sacri molto spesso connessi ai rituali che soggiacevano alla veggenza, alla divinazione, alla creazione poetica e alla recita delle cosmogonie: è il caso per es. della bandrui, “la druidessa”; della banfaith, “la donna-profeta”; della banfile, “la donna-poeta”

  Accanto alla quantità non definibile di comunità femminili che quasi sempre si ordinavano attorno a qualche nobile fanciulla convertita e poi diventata celebre per il rigore e la santità di vita, esistevano in Irlanda ed in Scozia anche notevoli quantità di “monasteri doppi” dove erano presenti contemporaneamente monaci uomini e vergini fanciulle consacrate.

altIl fenomeno pare non essere stato una esclusiva creazione radicata nei territori di tradizione celtica, e si è esteso anche in territori come l’Italia, la Francia, l’Inghilterra o la Germania, la cui realtà ecclesiale era senza dubbio alcuno più ligia alle direttive della curia romana. E tuttavia, si è ritenuto per molto tempo che questa fosse una specificità del monachesimo irlandese che in tal modo avrebbe cercato di tutelare, in una società rozza e violenta, le solitarie vergini con la vicinanza di uomini che avevano fatto voto di celibato. In realtà, le cose sono un po' differenti anche se, ovviamente, per comprenderne l'effettiva natura e lo status tutto particolare non si può prescindere dai forti legami con l'attività apostolica dei pellegrini celtici. D'altronde, sopravvivenze molto forti che attestano una antica, intensa vita conventuale “doppia” si ritrovano anche sul continente ancora in pieno secolo XII e un caso famoso è quello della comunità di Evoriac retta dalla regola celtica di san Colombano, poi divenuto il conosciutissimo monastero di Faremoutiers. Un altro celebre monastero “doppio” fu quello di Remiremont (= “Romanici mons”) in Lorena. Retto dalla stessa regola celtica che vigeva a Luxeuil, era stato fondato dai fratelli Romaric e Aimé nel 620, subito dopo la morte di san Colombano, in una località chiamata Mont Habend, poi diventata celebre come Le Saint Mont. La sua strutturazione complessiva e la stessa ubicazione topografica delle costruzioni ne faceva enigmaticamente una sorta di riflesso ed adattamento ad hoc della comunità monacale che pregava ad Armagh, il centro spirituale della chiesa irlandese: ai piedi del monte si trovava il monastero maschile e alla sommità era stato eretto quello che ospitava le monache. Ma forse alcuni speciali rituali ricordati da A. Fournier rivelano molto di più. Si tratta di una serie di enigmatiche forme sacramentali ampiamente attestate nel convento di Remiremont che nel loro insieme mostrano con chiarezza un’origine non inquadrabile all’interno delle normali pratiche ascetiche in uso nei conventi femminili cristiani, ma rimandano a forme rituali che possono trovare una loro spiegazione solo all’interno di una religiosità derivata dal mondo antico-celtico: il giuramento fatto dalle monache sulla “Pietra della Verità”; gli sfarzosi banchetti per i vari funerali; l'assolutamente inusuale danza delle monache attorno al fuoco di san Giovanni Battista acceso in coincidenza del solstizio estivo, quando il sole giunto al culmine del suo percorso sull’eclittica, secondo le più antiche tradizioni cosmologiche dà “inizio” alla seconda parte dell'anno che andrà a concludersi al solstizio invernale “segnato” dalla festa di san Giovanni Evangelista; il fuoco perpetuo che troneggiava nel convento; il privilegio di donare al papa ogni anno un cavallo bianco ferrato d'argento, un uso che quasi sicuramente era funzionale al celebre rituale vigente a Roma almeno fino al tempo di san Gregorio Magno che prevedeva una lunga processione al seguito del papa che apriva il corteo su un cavallo bianco proveniente dal palazzo del Laterano seguito da tutto il clero e dal popolo romano.

   altLe più famose “comunità doppie” medievali sul continente restano comunque quelle fiorite attorno a Fontevrault, il monastero più importante fra quanti ne fondò quello straordinario mistico dai connotati primordiali che fu Robert d’Arbrissel, il visionario che usava andare in giro predicando e convertendo, sempre seguito da turbe di popolo penitente ed in preghiera. Anche qui, il monastero costituito da monaci e da monache aveva una regola tutta particolare. Dedicato alla Santa Vergine, veniva affidato alla direzione di una badessa che doveva essere sempre una autentica vedova, una Veuve Dame, e niente affatto una più ovvia e normale monaca che secondo i canoni ecclesiali avrebbe dovuto fare voto di verginità perpetua. Era questa enigmatica e altamente simbolica Veuve Dame a sovrintendere a tutte le Fondazioni conventuali create da Robert, non solo a quelle “doppie”, ma anche a quelle puramente maschili.

    Non c’è poi lettore del Perceval che non ricordi la celebre, ma strana scena nella quale la giovane Blanchefleur (come a dire la “Virginea”, l'”immacolata” potenza cosmica principiale), coperta unicamente dal suo mantello di seta bianca, entra nella stanza del giovane cavaliere e piangendo racconta tutte le sue disgrazie. Perceval l’abbraccia e castamente si addormenta assieme alla fanciulla:

“Essa non permette che la baci,
ma io non credo che lui le dia fastidio,
l
’uno accanto all’altra, bocca a bocca,
fino al mattino, quando si avvicina il giorno”.

Una scena con caratteristiche identiche si ritrova anche nella Seconda Continuation di Wauchier de Danain, dove la “fanciulla della scacchiera”, a metà fra l’essere reale e l’”entità” emersa dal mondo intermedio (la “fata” = fanciulla che scaturisce dall’acqua), si dichiara pronta a fare “il suo piacere”. Perceval la bacia e resta tutta la notte con lei, senza però che le effusioni possano arrivare all’atto conclusivo di questo rapporto.  L’usuale spiegazione della filologia accademica è quella di un casto innamoramento che seguirebbe alla lettera i rigidi dettami ecclesiali sui rapporti amorosi, ma forse è possibile fare emergere il rituale antichissimo che s’intravede in questo racconto. È nota l’importanza dell’amore cavalleresco e delle sue regole precise che delimitava un modello di comportamento ritenuto inalterabile. Tuttavia, spesso i poeti d’amore e soprattutto, e con più esplicita chiarezza di tutti, i Trovatori, fanno cenno ad un rituale chiamato asag, “la prova” di forza interiore che consisteva nel passare una notte assieme alla dama, entrambi completamente nudi, mentre si scambiavano solamente baci e abbracci nell’intento di portare fino all’estremo la forza erotica evocata, senza tuttavia arrivare ad alcun rapporto carnale. La stranezza di un simile modo di concepire l’amore è evidente, e si sarebbe tentati di pensare a forme di folklore caratteristiche delle feste di Calendimaggio e dei loro noti rilassamenti dei costumi, che Chrétien e gli altri poeti provenzali avrebbero derivato dal sostrato popolare più arcaico delle usanze delle regioni presso cui vivevano. In realtà si tratta di una tradizione antichissima che sembra essersi conservata con caratteri di continuità e con pronunciati aspetti “quasi-sacramentali” nei territori della dinastia plantageneta presso cui più che altrove si erano perpetuati forme rituali del mondo  celtico pre-cristiano. Alcuni aspetti della vita e della spiritualità di un mistico come Robert d’Arbrissel che hanno sconcertato i suoi contemporanei del XII secolo, possono trovare spiegazione solo nel quadro di questi costumi arcaici. Le stesse notissime accuse di immoralità mosse a Robert d’Arbrissel dal vescovo Marbodo di Rennes, da Baudry di Bourgueil o da Goffredo, l’abate del monastero della Trinità di Vendôme,  affondano qui le loro ragioni. Fuori dal contesto di questi usi di origine antico-celtica resterebbero assolutamente incomprensibili certi comportamenti scandalosi attribuiti al famoso mistico che arrivava fino al punto di coricarsi castamente con alcune fanciulle per rendere assolutamente nulle le tentazioni della carne. Sono rimaste persino poesie d'amore indirizzate a monache (suor Costanza d'Angers, suor Emma, ecc.) formulate da abati del tempo ben conosciuti per la loro austerità. Nei componimenti di questi monaci che intendevano perpetuare la tradizione poetica cortese, l'amore può essere ricondotto alla dilectio spiritualis con i suoi toni morali e ascetici. Essi protestano sempre un amore virgineo, immacolato, non carnale, ma è evidente che questa attenzione per una dimensione dell’amore assolutamente inusuale nei contemplativi, non può scaturire che da un retroterra le cui radici affondano in un'esperienza molto particolare del rapporto del monaco con le donne, qualche esile traccia della quale può ritrovarsi nell'istituto delle agapetae, molto simili sotto molti punti di vista alle virginae subintroductae, “le vergini ammesse di nascosto”, di cui è questione negli scritti di alcuni Padri dei primi tempi del Cristianesimo, dal Pastore di Erma a Tertulliano e a san Crisostomo.

altD’altronde, questi aspetti della vita monacale del tempo che si intendevano porre al limitare di una assolutamente inusuale forma di “erotica mistica” incentrata nella pura unione dei cuori, nella fusione delle anime e nel totale disprezzo della carne, possono aiutarci a capire anche lo speciale rapporto di amicizia fra Robert d’Arbrissel e i Plantageneti (presso la cui corte, com'è noto, le tradizioni antico-celtiche dei Bretoni, dei Gallesi e degli Scotti continuarono ad essere coltivate fino al tramonto del Casato e confluirono poi nel patrimonio leggendario che hanno sostanziato la Corona d'Inghilterra), giunto al punto che Enrico II, Eleonora d’Aquitania e Riccardo Cuor di Leone vollero farsi seppellire non a Poitiers o a Londra, le capitali politiche e culturali del loro vasto regno, ma proprio nell’abbazia di Fontevrault.  

                                                    Bibliografia

== Nuccio D’Anna, I pellegrini della Luce. Il monachesimo celtico (in stampa)

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