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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Il padre G. Esaiean, nel 1824 riuscì a fare una copia manoscritta di un antico codice relativo a un Vangelo Apocrifo, conosciuto come “Vangelo dell’Infanzia Armeno”, scritto originariamente in lingua armena. Questo originale andò perduto poco dopo il 1824, perché bruciato come opera “eretica” da un chierico al servizio del patriarca armeno di Adrianopoli.

Ma fu solo nel 1898 che questa trascrizione fu fatta conoscere per la prima volta dal padre Isaia Daietsi, in due diverse stesure.

Questi manoscritti sono ora conservati nella biblioteca dei Monaci Mechitaristi – congregazione benedettina di origine armena fondato nel 1701 a Costantinopoli dall’abate Mechitar di Sebaste – residenti dal 1717 a Venezia, nell’isola di S. Lazzaro. I Mechitaristi sono un ordine di ieromonaci Armeni,.

Il “Vangelo dell’Infanzia Armeno” è forse uno dei meno “apocrifi”, fra quelli non canonici, “…….salvo che per una lieve tendenza a mettere in risalto l’aspetto umano di Gesù, la sua partecipazione amorevole e pietosa alle vicende di questo mondo, senza minimamente negarne la trascendenza divina” ( M. Craveri ).

Proprio per questo tratto più “umanizzato”, si può far risalire il Vangelo al IV secolo d. C., quando i seguaci di Nestorio, vescovo di Costantinopoli, furono costretti a rifugiarsi in Armenia, in Arabia e in Persia, perché considerati “eretici” dalla chiesa di Roma, in quanto loro già sostenevano la doppia natura, umana e divina del Cristo, in un momento in cui nella Chiesa ufficiale sembrava prevalere la dottrina “monofisita”, cioè della prevalente natura divina del Cristo.

 Questo Vangelo è molto interessante per l’originalità di molti suoi argomenti, peraltro spesso soffocati dalla prolissità della sua esposizione e dalle eccessive e lunghe divagazioni.

Negli episodi dell’infanzia e della fanciullezza di Gesù, in questo vangelo apocrifo, prevale quindi la figura di Gesù come uomo-fanciullo, quasi a voler controbilanciare quella unicamente astratta, divina, allora prevalente. Molte delle storie ivi raccontate sono proprio fanciullesche e talora prendono il sapore di tenere birichinate di Gesù, come quella giocata all’irascibile tintore Israele, nel cap. XXI.

C’è anche da dire che, nel leggere, in questo Vangelo, dell’infanzia e della fanciullezza di Cristo, si rimane a volte anche un po’ perplessi, poiché in duemila anni di storia cristiana cattolica, non siamo stati culturalmente preparati a questo genere di visione: noi in realtà conosciamo del Cristo, al di fuori dell’episodio del tempio, solo tre anni circa della sua vita di adulto, dall’inizio della predicazione, alla morte e risurrezione e alla sua ascesa al cielo (dai 30 ai 33 anni ).

Leggere quindi di questo fanciullo-Dio, del suo desiderio di giocare con gli altri, delle sue monellerie, dei suoi miracoli, delle preoccupazioni che dà a Giuseppe e Maria, è una cosa che commuove ma che ci lascia anche attoniti, forse un po’ benevolmente interdetti.

Nella prima parte di questo Vangelo Armeno (XIV capitoli), sulla falsariga del Vangelo dell’infanzia Siriano, l’autore si rifà ampiamente al Protovangelo di Giacomo e allo Pseudo Matteo, trattando della nascita e dell’infanzia di Maria, della sua educazione al Tempio, del matrimonio con Giuseppe, della nascita di Gesù a Bethlem, della visita dei re Magi.

La materia è, peraltro, ampiamente rielaborata, facendo spesso riferimento anche a Luca e a Matteo, ma traendo anche spunti da tradizioni diverse, come  la collocazione della residenza di Giuseppe e Maria a Gerusalemme e non a Nazareth, la nascita di Gesù posticipata al sei Gennaio e la limitazione del numero dei re Magi a solo tre, con l’indicazione della loro provenienza, dalla Persia, dall’India e dall’Arabia. Ma due sono i fatti veramente particolari e degni di nota.

- Mentre Gesù sta per nascere, Giuseppe, che aspetta ansioso fuori della grotta, incontra una donna che scendeva dalla montagna, era Eva, la progenitrice di tutti gli uomini, che veniva a vedere come si era operata la sua redenzione: intanto, intorno a loro, tutta la vita si era arrestata come per incanto, in ossequio al neonato Salvatore. Giunti alla grotta, Giuseppe ed Eva la vedono illuminata da una luce splendente, mentre intorno a loro si compiono prodigi.

“ ….Quando Giuseppe e la nostra prima madre giunsero là, si prostrarono col viso a terra, ringraziando Dio ad alta voce e glorificandolo con queste parole:- Benedetto sei tu o Signore, Dio dei nostri padri, Dio d’Israele, che oggi con questo avvenimento hai operato la redenzione dell’umanità e mi hai riabilitata, sollevandomi dalla mia caduta, e mi hai reintegrato nella mia antica dignità! Ora il mio animo si sente fiero ed esulta nella speranza di Dio salvatore”.

Eva viene a rendere omaggio non solo al Signore, ma anche a Maria, che avendo creduto alle parole dell’angelo, aveva dato alla luce il salvatore dell’umanità.

- L’altro fatto altrettanto originale è che Dio consegna ad Adamo, cacciato dal paradiso terrestre, la pergamena scritta di suo pugno, a caratteri d’oro, con la quale annuncia ad Adamo (e ai suoi discendenti) la venuta, nell’anno seimila, del Figlio dell’uomo, del Salvatore, che avrebbe così reintegrato Adamo e i suoi discendenti nella dignità perduta, consentendogli di poter discernere il bene dal male. Questa pergamena sarà poi consegnata dai Magi al neonato Gesù.

Nella seconda parte del Vangelo  – composta da altri XIV capitoli - la Sacra Famiglia è descritta in continuo pellegrinaggio da un luogo all’altro: da Bethlem si recano ad Askalon, Ascalona, antica cittadina situata a poche miglia da Gerusalemme; da qui, per sfuggire ad Erode,  raggiungono Hebron, dove rimangono per sei mesi; quindi, dopo poco, fuggono a Tanis e poi raggiungono il Cairo, in Egitto, allora florida e pacifica cittadina residenza reale: Cristo ha due anni e mezzo.

Ma dal Cairo devono presto andare via per il clamore che suscitano i prodigi dell’infante Gesù. Di qui vanno a Mesrin, grande e popolosa città. Quando Gesù ha sei anni, tornano di nuovo nella terra di Canaan, questa volta a Madiam. Di qui si recano a Tiberiade, sull’omonimo lago: Gesù ha circa nove anni e mezzo. E’ in questa cittadina dove si svolge l’episodio di Israele tintore che prende il giovanissimo Gesù come aiutante, per poi – a torto – pentirsene: è una storia dove non mancano anche tratti comici, ma è anche piena di umanità e di simbolismo.

Nell’insieme, questo Vangelo Apocrifo sembra tratteggiare, di questo Dio-fanciullo, una figura umana complessa e insolita, con aspetti della sua personalità infantile anche inaspettatamente bruschi, come quando mette a tacere con poco garbo la madre. Un bambino che sembra non saper giocare come tutti gli altri e che, per attirare su di se l’attenzione dei suoi coetanei, fa un uso eccessivo dei suoi poteri soprannaturali, quasi non riuscisse sempre a controllarli: insomma, un bambino-Dio che, all’apparenza,  sembra sentirsi solo, e che forse già sente l’enorme responsabilità della sua esistenza terrena, ma anche un monello, a tratti viziato….e potente, ma sempre un Dio.

Aveva infatti poco più di dieci anni quando, nel capitolo XXVIII di questo Vangelo, compone un litigio, per motivi di danaro, fra due soldati che incontra lungo la strada e che erano al seguito dei Re Magi dieci anni prima.

I soldati si meravigliano della saggezza di questo bambino e gli chiedono chi siano i suoi genitori ed ecco che lui risponde con parole divine, che né il padre Giuseppe, né Maria avrebbero potuto dirgli. Risponde certamente con parole di scuola nestoriana:

“.Io sono senza Padre sulla terra e senza Madre nel cielo,………..Io ho soltanto il Padre là (in cielo) e nessuna Madre; ho soltanto la Madre, qui, e nessun Padre”.

E ancora, nel prosieguo del discorso:

” Io sono il figlio unico del Padre, il figlio di mia Madre e l’erede di tutte le cose”.

Infine:

”Io sono con mio padre, nel cielo, e qui (sulla terra) abito con mia madre, e sono insieme con Lui per l’eternità”.

Giuseppe, ancora una volta è costretto a partire e “levatosi sul far del giorno, Giuseppe prese Gesù e sua madre e se ne andò nella città di Tiberiade. Là si accampò vicino all’ingresso della casa di un uomo, chiamato Israele, tintore di professione, il quale era andato in città a riconsegnare tutte le cose che gli erano state affidate perché le tingesse.

Al suo ritorno, Israele vide presso la propria porta Giuseppe, il bambino Gesù e Maria. Ne fu molto lieto, e disse a Giuseppe:

-   Dimmi vecchio di dove venite e dove state andando?

Rispose Giuseppe: - Io sono di un paese lontano, e vado errando dappertutto, forestiero e senza dimora.

Israele disse: - Se volete vivere in questa città stabilitevi qui, e io vi accoglierò in casa mia fin quando vi parrà bene.

Rispose Giuseppe: - Si compia la tua volontà a tuo piacimento.

Israele domandò: - Come te la cavi col tuo mestiere?

-Abbastanza bene, - disse Giuseppe – poiché sono molto esperto nell’arte di costruire gioghi per buoi e aratri, e so fare tutto quello di cui chiunque abbia bisogno.

- Israele disse: - Stabilisciti in casa mia e non avrai fastidi da nessuno. Io ti rispetterò come un padre, e se vorrai affidarmi il tuo bambino perché gli insegni il mio  mestiere, lo tratterò con riguardo, come un mio figlio legittimo.

Rispose Giuseppe: - Hai detto bene. Prendi il bambino, come ti pare, e costringilo ad accettare la tua volontà, perché da parecchio tempo io sono vivamente contrariato al suo riguardo.

Israele domandò: - Forse non è ubbidiente e sottomesso ai tuoi ordini?

Giuseppe disse: - Non è come tu dici; ma egli è passato attraverso diversi mestieri, senza perseverare.

-   Che età ha? – domandò Israele.
-   Nove anni e due mesi, - rispose Giuseppe.
-   Va bene! – disse Israele.

Israele pertanto prese il bambino Gesù e lo condusse in casa sua. Gli mostrò, per ordine, tutti i segreti del suo mestiere e gli disse: - Ecco, figlio mio, osserva bene tutto coi tuoi occhi, e cerca di capire ciò che ti insegno e di mettertelo in testa.

Gesù era ubbidiente ai suoi ordini e ascoltava con attenzione i suoi insegnamenti.

Un giorno Israele si allontanò dovendo fare il giro della città. Vi raccolse numerosi capi di vestiario, li portò tutti con sé, con un loro elenco, e li depose in casa. Poi chiamò presso di sé Gesù e gli disse: - Ecco, figlio mio: di tutte queste cose che vedi, noi dovremo rendere conto ai rispettivi proprietari. Perciò sorveglia con cura tutti i capi che sono in casa nostra, che non ci succeda qualche incidente inatteso per cui dobbiamo risarcire il danno, perché dovrei versare cinquemila danari al tesoro reale.

Gesù domandò: - Dove vai di nuovo, adesso?

Rispose Israele: - Ecco, ho raccolto tutto quello che c’era da tingere nella città, e te l’ho affidato, perché voglio mettermi in viaggio e fare un giro per i villaggi e le borgate, per riportare ogni cosa a destinazione; e tutto il lavoro che mi daranno da fare, io lo farò.

-    Che lavoro? – domandò Gesù.
-    Tingere e colorire, spiegò Israele. – Qualche volta con disegni a fiori, in scarlatto, verde, azzurro, porpora, giallo, marrone, nero, e altre tinte intermedie, che non posso definire.

Sentendo questo, Gesù ammirò la potenza dell’ingegno umano, e chiese ad Israele: - Maestro, le conosci tutte per nome?

Israele disse: - Si, con l’aiuto di una lista scritta, posso ricordarle.
-    Ti prego, maestro, - disse Gesù, - insegnami a fare tutte queste cose!
-    Sì, - rispose Israele, - te le insegnerò se tu mi ubbidirai e sarai sottomesso ai miei ordini.

Gesù si inchinò, si prosternò davanti a lui e gli disse:- Maestro, io farò la tua volontà, ma prima insegnami questo lavoro, perché io lo veda.

Rispose Israele: - Hai detto bene. Ma non fare nulla di tua iniziativa, che tu non conosca bene, finchè io non sia tornato vicino a te. Non aprire la porta dell’alloggio, che ho chiusa e sigillata col mio anello. Rimani in permanenza al tuo posto e non avere preoccupazioni.

Gesù si informò: - Per che giorno dovrò attendere il tuo ritorno?

Israele disse: - Che necessità hai tu di far domande sul mio conto? Il mio lavoro seguirà il suo corso, un giorno dopo l’altro, come vorrà il Signore.

Gesù disse: - Vattene tranquillo.

Allora Israele si levò e partì dalla città.

Gesù si alzò e andò ad aprire la porta di casa. Prese tutti i tessuti della città, che erano da tingere, riempì con essi una tinozza di tintura azzurra, accese il fuoco sotto la tinozza, poi riapri la porta di casa e andò fuori, come era suo costume, in un luogo dove alcuni ragazzi stavano giocando.

Gesù comincia a giocare con loro ma lo fa in modo spettacolare, ora paralizzandoli dopo una breve lotta, ora rendendoli ciechi o sordi, ora spaventandoli con un bastone che si trasforma in serpente ( evidente riferimento biblico), ma sempre risanandoli subito dopo lo scherzo. I coetanei prima si spaventano, ma poi tornano affascinati e lo seguono, fino a rimanere attoniti quando vedono il giovane Gesù camminare sulle acque del lago di Tiberiade. La notizia subito si sparge e…

“Sentendo questo, la popolazione della città si riversò in quel luogo e guardava quel prodigio con stupore.

Ma Giuseppe, saputolo, accorse là e disse: - Figlio mio, cosa stai facendo? Ecco che il tuo maestro ha raccolto in casa sua ogni genere di oggetti e te ne ha affidata la custodia, e tu non ne hai avuto cura e sei venuto qui a divertirti! Ti prego, muoviti, andiamo dal tuo maestro!

-   Hai ragione, - disse Gesù, -Andiamo, e io farò tutto quello che il maestro mi ha ordinato. Per intanto attendo il suo ritorno.

Udendo queste parole, Giuseppe non capiva di che cosa intendesse parlare Gesù.

Quando Gesù giunse da sua madre, Maria, guardandolo in viso, gli domandò: - Figlio mio, hai eseguito tutto quello che ti ha ordinato il maestro?

Gesù rispose: - Ho fatto tutto e non manca niente. Ma cos’è che il maestro esige da me?

Maria disse: - Ho notato che da tre giorni non sei nemmeno più passato da casa per darvi    uno  sguardo. Perché ci vuoi esporre ad un rischio di morte?

-  Smetti di parlare! – la interruppe Gesù. Tutte le nozioni che il maestro mi ha insegnato, io le ho imparate, e so quali ordini mi ha dato!

Maria annuì: - Va bene, figlio mio. Tu sei giudice!

Mentre parlavano, Gesù, avendo volto lo sguardo, vide che stava arrivando il maestro. Si levò, con sottomissione, gli andò incontro e si inchinò e prosternò davanti a lui.

Israele gli disse: - Come va, figlio mio? Stai bene?

Gesù rispose: - Benissimo! – poi domandò a Israele: - Maestro, come è andato il tuo ritorno?

-   Come ha voluto il Signore, - disse Israele.

Disse Gesù: - Possa tu essere tornato in pace e prosperità!

Che Dio ti ricompensi nel tuo lavoro in proporzione a tutto quello che hai fatto per me! Io, infatti, ho imparato a fondo il tuo mestiere. Tutte le nozioni che mi hai dato le ho imparate, le conosco bene, e tutto quello che tu pensavi di fare, l’ho capito e l’ho eseguito.

-    Che lavoro? – domandò Israele.

Gesù ripetè: - Tutto quello che tu mi hai assegnato, io l’ho eseguito.

Il tintore si dispera, credendo le stoffe tinte tutte di uno stesso colore, ma Gesù le mostra nella tinozza ciascuna con il colore desiderato.

Ma Israele non capì il prodigio. Digrignò i denti, infuriato contro Gesù, e, ringhiando come una bestia feroce, voleva picchiarlo.

Gesù gli disse: - Perché sei così pieno di furore? Che danno hai tu ricevuto da me?

Sentendo questo Israele afferrò uno staio di legno e si precipitò per colpire Gesù. Ma Gesù, a quella vista, fuggì via. Egli lanciò dietro a Gesù lo staio, che non potè raggiungerlo, ma battè un colpo a terra. Immediatamente lo staio mise radici, divenne un albero, fiorì e portò frutti.

Esso esiste ancora oggi. Intanto Gesù, scappando, uscì dalla porta della città e di corsa raggiunse il mare. E camminò sul mare come sulla terraferma.

Israele lanciò un alto grido in mezzo alla città e disse: - Guardate qui! Abbiate pietà di me! Il bambino Gesù se n’è fuggito, portando via tutto quello che c’era nella mia casa. Raggiungetelo e arrestatelo! – Egli stesso seguì la folla, e mettendosi agli incroci delle strade, cercavano il bambino Gesù, ma non lo trovarono. Qualcuno diede loro la seguente informazione: - Quando ha oltrepassato la porta della città, l’abbiamo visto dirigersi verso il mare, ma non sappiamo cosa sia poi accaduto.

Allora quel gruppo di persone andò a ispezionare la riva del mare. Ma non trovarono nulla e ritornarono sui loro passi.

Appena se ne furono andati, Gesù uscì dal mare, e si sedette su di uno scoglio lungo la riva, prendendo l’aspetto di un bambino. La gente della città lo interrogò dicendo: - Bambino, non hai visto Gesù, il figlio del vecchio?  -   Non lo so, - rispose Gesù.

Poi prese l’aspetto di un giovanotto e gli domandarono: - Non hai visto il figlio di Giuseppe? – No, - rispose Gesù.

Poi prese l’aspetto di un vecchio e gli domandarono: - Vecchio, non hai visto il figlio del vecchio Giuseppe? -   Non l’ho visto, rispose Gesù.

Non avendo trovato Gesù, rientrarono in città, andarono a prendere Giuseppe, e lo condussero in tribunale, dicendo: - Dov’è tuo figlio che ha così perfidamente eluso la nostra attenzione e se n’è fuggito con i beni dell’uomo che l’aveva accolto in casa?

Giuseppe rimase silenzioso senza rispondere nulla.

Israele se ne tornò a casa, tristemente. Volle andare a riprendere lo staio, dove l’aveva gettato, ma quando vide che aveva messo radici e portava frutti, si meravigliò e disse fra se stesso: “ Veramente costui è figlio di Dio, o Dio egli stesso!”.

Entrò in casa, scoperchiò la tinozza, e trovò tutti i capi da tingere ammucchiati in quella tinozza, che era di tinta azzurra. Quando si accinse a tirarli fuori, non mancava nulla all’elenco scritto dei capi e dei colori in cui aveva avuto l’ordine di tingerli. Constatò che tutti avevano presi colori diversi, secondo la richiesta che gli avevano fatta i proprietari.

Di fronte a simili prodigi, egli lodò Dio e gli rese gloria. Poi levatosi, nel cuore della notte, andò a sedersi sulla riva del mare, davanti agli scogli, e pianse amaramente per l’intera notte. Prorompendo in lamenti, si percuoteva, dicendo fra i sospiri: - O bambino Gesù, figlio del Padre, il Grande Re, abbi pietà di me miserabile e non abbandonarmi, perché a causa della mia ignoranza ho peccato contro di te e non ho capito subito che tu sei il Signore Iddio, salvatore delle nostre anime! E ora, o Signore, manifestati a me: l’anima mia desidera sentire la voce della tua bocca “.

Il fanciullo Gesù non lascia solo e sofferente l’incredulo tintore e gli si avvicina per consolarlo: Israele è pieno di gioia e di riconoscenza e racconterà a tutti la sua avventura.

Così termina l’episodio del Vangelo dell’Infanzia: cosa si vuol significare quando Gesù immerge nella tinozza col colore blu, vestiti di colore diverso e tutti ne escono lindi e col loro colore originale? Che Dio è potente e a lui tutto è possibile? Mi sembra un po’ troppo scontato! Forse l’interpretazione potrebbe essere che chiunque affidi la propria anima a lui (la propria “veste”), la mantiene integra e libera da qualunque contaminazione (il colore blu).

Un’altra versione, molto più breve, di questa storia di Gesù si ritrova nel Vangelo di Filippo, uno dei Vangeli della biblioteca gnostica di Nag Hammadi, verosimilmente del II secolo, nel quale al paragrafo 54 è detto:

“Il Signore (qui adulto) entrò nella tintoria di Levi. Prese settantadue colori (stoffe colorate) e le versò nella tinozza. Li tirò fuori tutti bianchi e disse:- E’ così, invero, che il Figlio dell’uomo è venuto come tintore”.

A differenza del racconto precedente qui le vesti sono tutte di colori diversi, ma una volta immerse e tirate su, escono tutte bianche. Le parole di questo passo sembrerebbero portare a un risultato opposto al precedente, ma in realtà il significato è lo stesso: il bianco è il simbolo della purezza ed è il colore della veste dei battezzandi nel rito protocristiano come in quello attuale; i colori sono l’impurità della nostra anima che, quando si immerge in Cristo, viene lavata di tutte le imperfezioni che la deturpano e ricondotta alla purezza originale, il bianco, colore dell’immortalità.

Il numero 72 è certamente un numero simbolico, forse un riferimento ai 72 discepoli di cui parla Luca (Lc. X  1 sgg), e probabilmente sta a significare le innumerevoli mancanze di cui l’uomo si può macchiare.  

Ma tornando al nostro racconto originale, ritengo molto interessante concludere queste mie digressioni sul tintore Israele con una notazione storica che M. Craveri desume da P. Peeters, ”Evangiles Apochryphes” (vol. II, pag 242): questi riferisce, a proposito dello staio lanciato contro Gesù dal tintore, che nelle memorie di un viaggiatore musulmano, ‘Alì al-Hirawi, dell’anno 1191, (Biblioteca reale di Berlino, ms  arabo 6121) è detto che vicino a Tiberiade esiste la “Chiesa dell’Albero” ( Keniseth as Sagara ), nel luogo in cui “ è avvenuto un fatto miracoloso di Isa ben Miryam (Gesù figlio di Maria) e di un tintore”.

Senza addentrarci nell’esame dei rapporti tra tradizione cristiana e tradizione musulmana, l’esistenza di questo ricordo dell’episodio evangelico in uno scritto islamico del XII sec. Ci dice quanto l’insegnamento del Cristo possa penetrare nella mente e nel cuore degli uomini di ogni nazione e religione, predisponendoli così alla loro salvezza.

Roma, Gennaio 2010

Edmondo Vittoria

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