L’Iran (terra degli Arya, secondo etimologia), ideale “piattaforma spaziale” dell’universo posta a metà strada tra “oriente” indo-buddhista e “occidente” abraminico e monoteista, luogo di passaggio e di in-crocio fra tutti i punti cardinali, rappresenta da sempre quella magica Terra di Mezzo che ha reso possibili straordinarie sintesi culturali e metafisiche trascendenti d’un balzo sia l’astratto spiritualismo come anche il letteralismo più orizzontale.

Luogo d’elezione del primo Impero Universale, possibile terra d’origine dei Magi evangelici, l’Iran è anche il luogo in cui fiorisce una tradizione sapienziale di sconfinata ricchezza, che pur nell’ambito della più pura ortodossia dell’Islam sh’ita –benchè spesso avversata dai “letteralisti”, ovvero dai teologi del kalam aristotelico e letteralista- sa operare una sintesi dei più profondi elementi della precedente tradizione zoroastriana ed avestica, ma anche del platonismo e della gnosi ebraica e cristiana. Ed è proprio dall’Iran sh’ita che ci giunge una delle più limpide e complesse riflessioni sul destino ultimo dell’uomo e sulla natura del mondo (o meglio, dei mondi): stiamo parlano della cosiddetta “teosofia orientale” o shaykhita, che ha per centro la contemplazione del mundus immaginalis, il Mondo Intermedio, posto tra quello dello Spirito e quello della materia più grossolana, e conosciuta in Occidente grazie all’opera dell’orientalista francese Henri Corbin.

Si tratta di una riflessione fiorita in un ambito islamico ma il cui respiro metafisico e la cui coerenza cosmologica può essere, per così dire, sposata universalmente da chiunque abbia una visione sacra della realtà, indipendentemente dalla tradizione d’appartenenza.

 

IL LUOGO DELLE TEOFANIE E DELLE VISIONI PROFETICHE

Nella tradizione coranica, la dimensione intermedia –la cui esistenza è affermata, peraltro, da tutte le tradizioni non esclusa quella cristiana[1]- è chiamata barzakh, termine arabo che indica il concetto di “luogo di mezzo”, “intercapedine” e anche, in senso lato, di “discrimine”. Il barzakh è il “luogo” –né “materiale” né puramente spirituale- dove si collocano, tra gli altri, gli stati post-mortem dell’anima; ma è la gnosi sh’ita iranica quella che più di tutte approfondisce l’importanza e la funzione del Mondo Intermedio nella cosmologia.

La gnosi sh’ita chiama il mondo intermedio Hurqalya o “mondo dell’Ottavo Clima”, dimensione “dove si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi”; come afferma Shaykh Ahmad Ahsa’i: «Tra i due mondi (quello spirituale e quello materiale “grossolano”, n.d.a.) deve essercene necessariamente uno intermedio, un barzakh (…). Se un tale universo mancasse ci sarebbe un salto, ci sarebbe uno iato nella gradazione dell’essere»[2]. E’ questo un mondo (o meglio una galassia di mondi) che, essendo ancora “esteriore” rispetto al puro mondo spirituale e divino (il Malakuth) é dotato di estensione e di possibilità di percezione, e pur tuttavia è proprio il Mondo Intermedio che permette alla Dimensione Spirituale di “manifestarsi”, di prendere forma e di comunicarsi al di fuori di sé. Nella riflessione degli gnostici iranici, infatti, è proprio in Hurqalya che hanno luogo le grandi manifestazioni teofaniche presenti nei testi sacri e nelle biografie di santi e profeti: “eventi” che hanno una loro reale “consistenza” fisica e temporale ma …di un tempo e di uno spazio “qualitativi” e non quantitativi. E’ in Hurqalya, infatti, che hanno luogo tutti quegli eventi biblici e coranici che una critica profana e moderna tenderebbe a vedere come “mitici” e puramente “simbolici” (intendendo naturalmente questi termini come sinonimi di irrealtà ed evanescenza): è in Hurqalya che Mosé vede Dio, che Muhammad ascende ai Cieli ed è in questo “luogo” che avvengono la creazione e la caduta di Adamo così come le battaglie e gli eventi dell’Apocalisse[3]. Ma Hurqalya è anche il luogo dove tutte le azioni e i pensieri degli esseri lasciano il loro segno, siano essi buoni o malvagi, e dove letteralmente ogni uomo costruisce la sua esistenza post-mortem, il suo Inferno o il suo Paradiso.

 

DOVE L’IMMAGINAZIONE DIVENTA CORPO

Henri Corbin, per trasmettere il senso di questa dottrina in una lingua occidentale, indica il mondo di Hurqalya come mundus immaginalis, Mondo Immaginale, precisando tuttavia che l’espressione non ha alcuna sfumatura psicologistica ma indica al contrario una realtà concretissima, quella che gli alchimisti chiamano Imaginatio vera. Così, ogni nostra azione, pensiero o intenzione ha una ricaduta reale sul Mondo Intermedio: «ciascuno di noi, volens nolens, è l’autore di accadimenti in Hurqalya, sia che essi falliscano, sia che fruttifichino nel suo paradiso o nel suo inferno»[4]. Ciò che dunque l’essere “ritroverà” nel Mondo Intermedio dopo la morte fisica non è altro che ciò che lui stesso ha già “seminato” nella sua esistenza terrena: lì in Hurqalya, ogni nostro pensiero, azione o intenzione, prende letteralmente forma, senza alcun possibile infingimento; una dottrina questa che ha sorprendenti analogie con quella del Bardo tibetano, dove parimenti gli stati dell’essere post-mortem sono visti come vere e proprie “proiezioni” di ciò che l’essere é.

Nel Mondo Intermedio avviene anche la “purificazione” delle anime “salvate”: quello stadio post-mortem che nell’Islam ha l’inquietante nome di “supplizio della Tomba” (di fatto, analogo al Purgatorio cattolico e all’Ade cristiano-orientale) ma che non è altro che il “luogo” dove il defunto “rende conto di sé” per giungere successivamente alla Resurrezione del Corpo. Gli gnostici iranici intendono questa purificazione come una vera e propria putrefatio alchemica, dolorosa ma che sola permette all’anima di riscoprire se stessa, ovvero di …divenire ciò che realmente é.

 

IL VERO SENSO DELLA “RESURREZIONE DEL CORPO”  E LA CONDIZIONE EDENICA

La purificazione della Tomba, per ovvi motivi, non può essere identica per tutti gli esseri, ma alla fine essa conduce a quell’evento (che è dogma sia nell’Islam che nel Cristianesimo) detto della Resurrezione dei Corpi. Ma è proprio su questo punto così delicato che la gnosi sh’ita prende le distanze dai letteralismi essoterici che vedrebbero in questo evento una presunta “rianimazione” o ricostruzione del corpo caduco e terrestre. In realtà, secondo la gnosi sh’ita, l’essere umano è il composto di due corpi “fisici” (jasad) e di due corpi astrali o anime (jism): dei due corpi fisici, quello grossolano è destinato a dissolversi nella materia terrestre, così come anche il più “basso” dei due corpi astrali (che è costituito da elementi accidentali che hanno permesso la manifestazione terrena dell’essere, ma che non hanno alcun rapporto con la sua Personalità esattamente come la sporcizia –per riprendere una metafora degli gnostici sh’iti- non ha alcun rapporto con un abito usato). La Resurrezione è, in realtà, una vera e propria opera alchemica in cui il corpo (sottile) e l’anima vengono purificati e trasmutati fino a giungere alla perfezione delle loro potenzialità: da questo punto di vista, per usare un’espressione evangelica, «neppure un capello del vostro capo perirà»[5] ma tutto viene trasfigurato. Il Corpo di Resurrezione, dunque, è un corpo reale, con una sua estensione, ma esso non è tratto dalla terra grossolana di questo mondo, ma dalla “terra di Hurqalya”, la Terra Vera, di cui la nostra attuale è solo una manifestazione opaca e limitata.

 Il Corpo di Resurrezione non è una semplice “metafora”: esso è la bianca veste splendente, destinato ad abitare la Terra Vera che poi non è altro che l’Eden, il Paradiso perduto da Adamo che non è quindi identificabile con nessun luogo della geografia profana, quel “giardino” che non a caso un Dante pone sulla vetta della Montagna del Purgatorio (esso è infatti  il culmine della condizione individuale umana, la condizione dell’Uomo Vero). Il Corpo di Resurrezione è, per usare un’espressione dello Shaykh Ahmad Ahsa’i, “allo stesso tempo spirituale e sensibile, spirituale-sensibile”, il che rende il senso dell’hadith in cui il Profeta Muhammad parla dei beati che “nelle delizie del Paradiso riconosceranno quello che già avevano assaggiato in vita”.

Il Paradiso individuale e personale non esclude, tuttavia, quello che nella tradizione islamica è indicato come il Ridwan, il Paradiso dell’Essenza, ovvero lo stato sovra individuale e puramente trascendente dell’unione con Dio[6]. Lo stesso Paradiso, pertanto, non è che il punto di partenza verso l’Infinità Divina (è la stessa distinzione che si ritrova, nelle parole del Cristo, tra il Regno dei Cieli -dove solo chi si svuota anche di se stesso può giungere- e il Giardino –o Paradiso- che Gesù promette sulla croce al “ladrone” pentito).

Nella gnosi iranica, il Paradiso è posto in Hurqalya ad Occidente: particolare che, peraltro, ricorda da vicino la Terra Pura d’Occidente del Buddhismo Amidista, dimora beata dove “rinascono” coloro che, pur non avendo ancora raggiunto il Nirvana perfetto, sono vissuti nell’amore e nella fede sincera verso il Buddha. 

Del tutto opposta, naturalmente, è la sorte di coloro che “non sono salvati”, ovvero i “dannati” del linguaggio teologico: essi, secondo le parole stesse del Corano, sono coloro di cui è detto: «ogni volta che la loro pelle sarà consumata, Noi (Allah) la sostituiremo con un’altra pelle»[7], che rende l’immagine metafisica di esseri “condannati” a rimanifestarsi in forme innumerevoli alle quali, peraltro, la tradizione islamica attribuisce forme mostruosi o persino animalesche. Queste immagini, peraltro, sembrerebbero in perfetta analogia con certe immagini “orientali” in cui si parla di “rinascite” in corpi animali o in esseri demoniaci: ma la gnosi iranica viene qui a precisare che anche queste ri-manifestazioni “infernali” avvengono in realtà nel Mondo Intermedio e non si tratterebbe quindi di reincarnazioni, a differenza di quanto sembrerebbero intendere, almeno “alla lettera”, le tradizioni dell’India e dell’Estremo Oriente.

        



[1]
Nella Lettera a Diogneto, uno dei più antichi testi paleocristiani giunti fino a noi, si legge: “Lode a Cristo, creatore del mondo basso e di quello alto (...) e delle regioni intermedie”.

[2] Cit. in H.Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Ed. Adelphi, Milano 2002, p. 197

[3] San Paolo afferma: “…perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; così saremo sempre col Signore” (1Tessalonicesi 4:16-17). L’incontro escatologico con il Cristo avviene dunque nell’elemento “aereo” e intermedio.

[4] H.Corbin, cit., p. 31

[5] Luca, 21, 5

[6] Corano, LX, 46

[7] Corano, IV, 59)

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