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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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A Novi Ligure, sull’antico argine del torrente Scrivia, sorge l’antica Pieve di Santa Maria, una piccola chiesa ampiamente rimaneggiata nei secoli, ma che data la sua fondazione all’anno mille. Dei fasti medievali poco è rimasto. Una piccola scultura in pietra, ora murata in una colonna, appartiene alla fase più antica della chiesa. È un raccoglitore di elemosine che porta scolpito un Gesù kosmokrator all’interno di un tracciato zodiacale. Il Salvatore indiademato, benedicente, è all’interno di un ovale scomposto in 12 cerchi, in basso due angeli sorreggono il tutto. Il rilievo è consunto dal tempo: nonostante ciò, il alto, agli angoli sembrano riconoscersi altre due figure angeliche. Se tale congettura fosse avvalorata, avremmo a che fare con i classici quattro angeli cardinali, posti a custodia delle quattro direzioni dello spazio. Gesù è al centro del divenire, domina gli universi come l’antico Aiōn, durata infinita, saeculum, eternità, ma anche ciclo cosmico in perpetuo rinnovamento. Un incantesimo invocava Helios quale padre dell’Aiōn rigenerantesi, ho patēr tou palingenous aiōnos; come il nuovo Aiōn la cui presenza ritornerà nella figura di Gesù Cristo, dispensatore di quel loutron palingenesias kai anakainōseos attraverso il quale giungere alla salvezza.

 

Il transito della soteriologia aionica dall’ellenismo alla cristianità antica ha uno dei suoi punti di passaggio in un famoso manufatto dell’antichità ellenistica, in qualche segreto modo legato alla logora pietra della Pieve di Novi: l’Aiōn o Phanes (Eros Protogonos) entro lo Zodiaco del Mithraeum di Modena (CIMRM I, 695 [fig. 197]). Il rilievo, infatti, riassume nella figurazione di un fanciullo imberbe entro l’ovale dello Zodiaco l’immagine di Aiōn unita a quella del Phanes orfico. 

In origine Aiōn ha un senso eminentemente fisiologico, espressione linguistica del rapporto che unisce l’uomo al cosmo: «midollo come sede della vita», quindi «forza vitale». Il significato sarebbe così mutato da «durata della vita umana», quindi «durata di generazioni», sino a giungere al concetto di «tempo illimitato, che scorre incessante», «eternità».

Con Platone si ha una svolta semantica fondamentale. In Timeo 37 d-38 c il Demiurgo crea il tempo ordinario (Chronos) come copia o «immagine mobile» (eikon kinetos) dell’eternità (Aiōn) immobile nell’uno, nell’eterno presente. Aiōn diventa quindi l’idea del tempo che è platonicamente il «modello» (paradeigma) celeste del tempo terrestre. Per Aristotele Aiōn è la Vita, «immortale e divina» del cielo.

Nei testi giudaici e cristiani delle origini l’uso di Aiōn nel senso di eternità si alterna con l’uso apparentemente antitetico di Aiōn con il significato di «epoca». Dall’apocalittica giudaica proviene la dottrina dei due Eoni, quello presente, dominato dal diavolo-kosmokrator e vicino alla fine, e quello futuro, che è imminente e realizzerà le promesse messianiche di perfezione.

Sulla scorta del grandioso mito platonico e ibridandosi con l’idea iranica di Zurwān, il Tempo senza fine, Aiōn diventa in età ellenistica un dio cosmico popolare in molte cerchie misteriche le cui arcane vestigia si ritrovano ad Alessandria d’Egitto (Ps.-Call. 1, 30, 7; 33, 2). Un Aiōn egemone è nelle liturgie dei papiri magici: identificato o meno a Helios, il Sole, Aiōn è un dio personale, il dio cosmico supremo, il kosmokrator o pantokrator, ma anche primo padre, invisibile e ingenerato. Nell’elaborazione della figura del Tempo eterno sarà determinante l’assimilazione a divinità solare: Aiōnopolokratōr, «Dominatore dell’eterna sfera celeste» (PGM I, 202), Despotēs tōn pyrinōn diadēmatōn, «Egemone dei diademi infuocati» (PGM IV, 520 s.), figurazione del tragitto del Sole/Helios attraverso il cerchio dello Zodiaco. La stessa concezione è chiaramente esplicitata negli Oracoli caldaici. Nel Corpus Hermeticum  Aiōn è una grandezza spazialmente e temporalmente infinita, anche se nell’Asclepius latino Aiōn = Aeternitas è il «secondo dio», intermediario fra il Dio sommo e il mondo.

Usualmente Aiōn è rappresentato come un essere mostruoso, alato, con testa di leone e il corpo avvolto nelle spire di un grande serpente. È  l’idea del Tempo che dissolve e consuma. Alcune monete coniate dagli Antonini nel II sec. d.C. efffigiano Aiōn circondato dall’Ouroboros o reggente l’uccello della Fenice. Un’immagine ancora più eloquente se osserviamo i segni zodiacali sovente affioranti fra una  spira e l’altra del serpente.

Nel rilievo scultoreo di Modena, il giovane Aiōn è avvolto nelle spire di un serpente, con teste di capro, di leone e di ariete sul petto e zampe caprine al posto dei piedi. Al dio orfico Phanes si riferiscono i caratteri della figura alata che nasce dall’uovo cosmico tra fasci di luce e fiamme. È  un riferimento alla cosmogonia orfica ascritta a Ieronimo ed Ellanico (fr. 54 Kern) secondo la quale dall’unione dell’acqua con la terra sarebbe scaturito un drago alato, leontocefalo e taurocefalo, dal doppio nome di Chronos agēraos («Tempo senza vecchiaia») ed Herakles.

Nella fluidità nebbiosa del caos, Chronos agēraos concepisce un Uovo immenso, da cui fuoriesce un «dio incorporeo» – un essere ibrido con ali d’oro, teste taurine sui fianchi e un serpente svettante sul capo – il cui nome è Prōtogonos, il «Primogenito». Un personaggio che, in un’ulteriore  teogonia orfica definita «comune» o «rapsodica» (fr. 85 Kern), è chiamato Phanes; il dio ermafrodita, come lo sono gli uomini che abitano il mondo da lui creato, l’età aurea. Materiali orfici che confermano un caos che dopo essere cosmogonico è anche ermeneutico.

 L’unicità della figurazione di Modena, in particolare del giovanetto che fuoriesce quasi a tuttotondo tra i segni zodiacali e le teste dei Venti a rilievo schiacciato, rimanda al legame linguistico tra Aiōn e Aiolos, padre e signore dei Venti rinchiusi in un otre di cuoio, il dio che stabilisce le sorti del vagare periglioso di Odisseo (Od. 10, 1 ss.). E tra Aiōn  e Ianus, il dio iniziale della teocrazia latina. Entrambi sono la versione greco-romana di Vayu, divinità della cosmologia zoroastriana: il «dio iniziale» che nel mondo indo-iranico designa sia il nulla, il «vuoto» che preesiste al tutto, sia il «vento», il respiro cosmico che pervade ogni cosa; per questo i testi zoroastriani dicono che esiste un «buon Vayu» e un  «cattivo Vayu».

Nel mondo latino Ianus è l’ambiguo bifronte signore dei transiti e dei passaggi (in questa epifania conosciuto come Portunus); quale dio iniziale gli compete il primo mese dell’antico calendario (= Ianuarius). Il napoletano san Gennaro pare abbia molto a che spartire con questo personaggio, se pensiamo alla celebrazione di Aiōn, l’infinità del Tempo che dissolve e consuma, nascente da una Vergine il 6 gennaio; una ricorrenza misterica trasmigrata dal mondo alessandrino a quello partenopeo nei primi secoli dell’era volgare.

Quel giorno si celebrava un Aiōn eternamente risorgente dal seno della Vergine: un’iniziazione alessandrina che implicava una vera e propria messa in scena teatrale. Gli officianti simulavanno i  tuoni e i fulmini di un Caos iniziale. Gli dèi erano effigiati da pupazzi in forma umana. Specchi imitavano stelle cadenti e teofanie: ciò rendeva possibile sperimentare l’intimo apathanatismos, l’«immortalizzazione», il fine del viaggio celeste la cui meta ultima era la visione «faccia a faccia» di Aiōn.

Dapprima il legame con le Stagioni, come Saeculum frugiferum, quindi quello con il cerchio zodiacale fanno del Tempo eterno il Saeculum aureum, immagine imperiale del ritorno all’età dell’oro. L’Aurea aetas è il corrispettivo latino dell’Aiōn Plutoniōs alessandrino. Il termine infatti discende da Aevum, che le fonti antiche (Varr. Lingua lat. 6, 2; Cens. 16, 3 ss.; Apul. Plat. 201) assicurano essere equivalente di Aiōn.

Conosciamo la triplice manifestazione di Gesù come Aiōn nelle storie sui Magi evangelici. Il punto di partenza fu Marco Polo (1254-1324) in transito nelle terre iraniche. Lì, nella città in cui si adoravano i fuochi sacri, Marco apprese una singolare storia sui tre Re Magi, sui tre doni (oro, incenso e mirra) e su come Gesù apparve loro in tre diverse forme, corrispondenti all’età di ognuno (giovane, adulto, vecchio). La visione scomparirà quando tutti e tre i Magi saranno davanti alla mangiatoia: vedranno il bambin Gesù nelle reali fattezze di un pargolo di 13 giorni. (Il Milione, cap. 30).

Un Gesù molteplice si ritrova in diversi apocrifi e in uno dei più significativi testi gnostici copti ritrovati a Nag Hammadi tra il 1946 e il 1950, l’Apokryphon Johannis: un Gesù che prima è fanciullo, poi vecchio e infine schiavo: così leggiamo nelle righe del codice II di Nag Hammadi, che a riguardo trasmette la lezione migliore (anche se corrotta in più punti). Una visione meravigliosa in cui Gesù appare in «tre forme» (šomte emmorphē) cangianti, personificazione di quell’Aiōn in cui coesistono passato, presente e futuro, le tre dimensioni del tempo che rendono evanescente, smaterializzano il Gesù storico. Infatti le tre età in cui è scandita l’esistenza, cioè infanzia o adolescenza, maturità e vecchiaia, se da un lato identificano il Salvatore come immagine di un potere aionico ed eterno, dall’altro ne testimoniano l’ineffabilità: Gesù è simultaneamente tre persone e quindi storicamente non è mai esistito.


Nell’universo mentale gnostico, l’unica realtà che esiste di per sé eternamente è il plērōma, il mondo iniziale della pienezza, abitato da una serie di entità perfette chiamate «Eoni», Aiōn. Il sistema valentiniano ne conosce 30 (Ir. Adv. haer. I, 1, 1-2). Questa realtà superiore è da principio un tutto compatto, un pensiero solitario che riflette su sé stesso. In essa si verifica a un certo momento un collasso che provoca una frammentazione in una serie successiva e gerarchizzata di entità, gli Eoni, che portano il segno del primo principio da cui sono emanate, ma che ad esso sono fatalmente inferiori. Aiōn al singolare ricorre nelle scritture gnostiche, quasi esclusivamente per designare l’entità più vicina al Padre inconoscibile. Più raramente può servire come denominazione di realtà inferiori, esistenti all’infuori del plērōma: la denominazione «Eoni» si adatta anche agli Arconti, i demoni al seguito del demiurgo malvagio Ialdabaōth.



La contrapposizione tra Eoni come ipostasi della realtà superiore, e angeli  come creature del dio inferiore, in alcuni testi gnostici si attenua sino a scomparire del tutto. In Zostriano, un altro testo gnostico di Nag Hammadi,  gli Eoni appaiono concepiti come entità essenzialmente spaziali, come zone o reami celesti entro i quali risiedono gli angeli con le qualità corrispondenti. Il deragliamento semantico di Aiōn dal piano del  tempo a quello dello spazio è un fatto compiuto nelle scritture gnostiche.

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