Come è abbondantemente noto ad ogni studioso della spiritualità di san Bernardo, è dall’elevata sua condizione spirituale ---assolutamente senza paragoni con tutti gli altri mistici a lui contemporanei--- che ricevono significato i suoi inusuali e molteplici impegni esteriori, quel suo saper associare una vita contemplativa nella quale viveva perpetuamente assorbito, con l’impegno nel mondo e le continue missioni evangelizzatrici chieste con urgenza dalla Chiesa. Nell’attività di San Bernardo emerge sempre la consapevolezza di dover assumere il compito di ridimensionare le pretese e le prevaricazioni del potere temporale, correggere errori dottrinali di enorme portata teologica ---che a volte toccavano persino le nascenti facoltà universitarie---, ridare alla Chiesa la sua centralità spirituale e fecondare con il fuoco spirituale, che lo animava sempre ed inequivocabilmente, le vocazioni monacali che intorno alla sua persona fiorivano copiose ed inarrestabili.

Il suo appare come uno status contemplativo nel quale le primordiali modalità spirituali che ordinano la vita attiva e quella contemplativa si ritrovano nella loro “unità essenziale”. Si tratta di una sintesi archetipale ed in se stessa “principiale”, che giustifica le ripetute ed assolutamente inusuali “discese” di San Bernardo nel mondo del divenire. È questa la dimensione “sacrificale” nella quale viveva questo straordinario monaco, quella che  può introdurci anche alla comprensione delle autentiche motivazioni che hanno convinto Dante a sostituire Beatrice con San Bernardo come sua guida illuminata negli ultimi e più elevati gradi del Paradiso. Si tratta di unaspecialissima condizione spirituale che quasi sicuramente René Guénon avrebbe ricondotto ad una modalità di quella “realizzazione discendente” spiegata con sufficiente chiarezza in un suo celebre studio, una forma particolare di “sacrificio” coperta da colui che appare come un vero e proprio “missionato” con una funzione universale che doveva investire profondamente l’intero organismo ecclesiale.

Un aspetto della spiritualità di San Bernardo sul quale anche René Guénon si era soffermato velocemente, è quello che il metafisico francese chiamerà “il culto della Santa Vergine”. Nonostante la sua profonda e ben conosciuta devozione mariana, a confronto degli altri suoi Trattati o ai numerosi Sermoni, San Bernardo ha scritto relativamente poco sulla Vergine e quel poco non ha mai costituito qualcosa di somigliante anche lontanamente ad un trattato sistematico o ad un avviamento preparatorio. I più importanti scritti di San Bernardo su Maria Vergine sono:

1.le quattro Homiliae super missus est Angelus Gabriel, che San Bernardo preferiva chiamare In laudibus Virginis Mariae, composte quando ancora giovanissimo era diventato abate di Clairvaux; 2. il De aquaeductu sulla Natività;

3. i cinque Sermones in Assumptione B. V. M.

4.l’Epistula 174 inviata ai Canonici di Lione.

Per la loro rilevanza dottrinale e per completare il quadro della sua dottrina mariana, a questi testi bisogna aggiungere almeno il Sermone sul Magnificat, i tre Sermones per la Festa dell’Annunciazione della B. M., i tre De Purificatione e il Sermo infra Octavam Assumptionem. Come si vede, si tratta di un complesso di Sermoni pronunciati essenzialmente in occasione delle quattro festività che nel calendario liturgico di quel tempo (molto meno ricco di feste mariane rispetto a quello attuale) celebravano i momenti essenziali del ciclo mariano: la Natività, l’Annunciazione, la Purificazione e l’Assunzione. Sono le feste più antiche di Maria risalenti direttamente alle origini stesse del Cristianesimo, quelle che toccano in modo precipuo da un lato la sua “essenza virginia” e, dall’altro, i fondamenti materni. L’attenzione di San Bernardo per questi momenti della liturgia si porta sulla specifica dimensione ontologica nella quale si muoveva la Vergine ---come è ampiamente noto, è proprio quella che costituiva un obbligo liturgico irrinunciabile anche nella quotidiana vita di preghiera dei cavalieri Templari.

Le quattro celebrazioni mariane esaltate da San Bernardo nei suoi Sermoni hanno un carattere cosmico: la Nascita è l’equivalente di un vero e proprio atto cosmogonico che ha reso Maria la Corredentrice del mondo; l’Annunciazione svela il coro celeste intonato dallo stesso Arcangelo Gabriele attorno alla Regina del Cielo, annuncia la funzione soteriologica di Maria e la sua mediazione universale; la Purificazione celebra la santità innata di Maria, l’Immacolata, la sua perfezione principiale, il fuoco celeste che divora ogni impurità e restituisce al cosmo la perfezione luminosa goduta prima del peccato originale; l’Assunzione, infine, prefigura il compimento di ogni forma di manifestazione, il trionfo sul male e sul disordine da parte della Regina delle Vittorie invocata da ogni cavaliere medievale, la Donna Celeste che schiaccia l’Avversario, redime il cosmo e ne accompagna il riassorbimento finale nel principio dal quale era fuoruscito. Sono quattro feste molto antiche celebrate in un calendario sacro concepito per esaltare Maria come lo Speculum Iustitiae, il simbolo perfetto dell’armonia celeste e dell’immacolata vita cosmica, il typus ontologico dal quale hanno preso consistenza i fondamenti simbolici di un creato originario ed immacolato. Sul piano liturgico sono queste le festività che riattualizzano il sostrato spirituale in grado di rivelare il Principio della manifestazione universale, la Corredentrice del mondo e Colei che ne accompagna il compimento finale.

Si tratta degli stessi attributi fondamentali che emergono per intero già nelle due parti dell’Ave Maria cantata all’alba stessa della Rivelazione cristiana dall’Arcangelo Gabriele. Sul piano dei princìpi primi il simbolismo della Vergine esprime il senso dell’eternità, la totalità, l’immacolato, la purezza adamantina che sostenta la Saggezza divina, il “non-conosciuto”, il “nascosto”, l’inesprimibile che precede ogni forma, il Silenzio nel quale risiede il Verbo inespresso, l’Intelligenza divina in quanto “luogo” dei possibili. Il simbolo della Madre, invece, è proprio quello della “potenza” divina, il principio del “divenire” e della mutazione temporale che viene rappresentato proprio come Madre per il suo carattere di “potenza primordiale generatrice”, l’”Aurora” cosmica da cui si origina un “tempo che non scorre”, “a-cronico”, il Puer Aeternus. Perciò Maria è detta anche “Casa di Dio”, il Tabernacolo che custodisce e preserva il Redentore, il “Luogo dei possibili” che ha generato l’Unico Possibile. Da ciò anche la sua assimilazione con il biblico Roveto Ardente perché Maria è contemporaneamente il Supporto e la Generatrice del Fuoco Celeste, il divino Redentore. Secondo questa prospettiva tipicamente bernardiana, se il Cristo è la fonte stessa di tutte le grazie che si effondono nel creato, Maria ne è il “Luogo di Rivelazione”, il “Veicolo di manifestazione”.

I profondi legami mariani di San Bernardo, quelli che convinsero molti suoi contemporanei a considerarlo come il perfetto “Cavaliere di Maria”, ci spingono a formulare un’ipotesi. Nella spiritualità di San Bernardo c’è un mistero non facilmente colmabile. Non si trova mai un autentico maestro spirituale che lo abbia in qualche modo indirizzato, istruito, formato o anche solamente accompagnato per un breve tratto della sua vita. A questo riguardo le biografie del Santo, anche le più benevole come la Vita prima sancti Bernardi dell’amico-discepolo Guglielmo di Saint-Thierry e i Fragmenta de vita et miracoli sancti Bernardi di Geoffrey d’Auxerre, rimangono molto avare. Non indicano mai un eventuale istruttore o un Pater che abbia potuto fornire gli elementi essenziali della sua formazione. Non si sa assolutamente nulla neanche dei suoi rapporti spirituali con Santo Stefano Harding, l’autorevole abate di Cîteaux presso cui trascorse i suoi iniziali anni di noviziato e gli assicurò una regolare formazione ascetica e monacale. Resta solamente il nome di qualche insegnante di lettere classiche o di teologia che lo avrebbe seguito nei suoi studi accademici in scuole di un normale livello culturale. Le radici autentiche della sua solida formazione dottrinale e quelle della sua realizzazione spirituale restano un mistero che diventa ancora più fitto ove si pensi, per es., ai due soli e brevissimi anni passati a Cîteaux quando vi fu accolto come giovane novizio. Praticamente non sappiamo nulla dei cardini che hanno alimentato la formazione, l’ordinazione e la sua vita spirituale fino all’affidamento della piccola comunità monacale che al suo seguito costituì l’Abbazia di Clairvaux, quella che grazie alla sua instancabile opera formativa divenne il cuore dell’Ordine cistercense e di tutta la civiltà ascetica medievale.

Da dove emerge la possente spiritualità di San Bernardo che in certi momenti, secondo quanto riferisce il biografo e testimone Guglielmo di Saint-Thierry, arrivava al punto da dover allontanare persino i discepoli più prossimi per non turbarli con lo splendore dello Spirito Santo che rifulgeva dal suo corpo ? Se consideriamo le frequenti visioni della Vergine cominciate quando, ancora fanciullino di circa otto/nove anni, in una Notte di Natale poté contemplare il mistero della nascita virginale del Bambino Gesù, e il ruolo assolutamente inusuale che nella sua intera vita monacale hanno avuto i simboli mariani rivelati nelle continue visioni celesti (Natività, Allattamento, la Vergine accompagnata dai due santi, ecc.), sembrerebbe potersi formulare un’unica ipotesi. San Bernardo ha ricevuto quella che le dottrine islamiche, riferendosi eminentemente proprio al caso della Vergine Maria, chiamano “iniziazione dominicale” e ne riferiscono l’elevatissimo grado di realizzazione spirituale alla forma celeste custodita nella cerchia degli Afrad e comunicata dal misterioso El-Kidhr, il Profeta Verde.

Si tratta di una realtà celeste equivalente a quella ”adozione formale” indicata da Ananda Kentish Coomaraswamy che sul piano dei princìpi spirituali ha reso San Bernardo un autentico “Figlio legittimo della Vergine”. È una specialissima condizione che lo studioso indù interpreta alla luce della dottrina sulla realizzazione spirituale spiegata in testi celebri come quelli del cardinale Niccolò Cusano, quelli in cui si accenna alla pratica della contemplatio in caligine diretta alla “filiazione” e alla “deificazione”. Perciò, senza alcuna esitazione, Coomaraswamy assimilava la contemplatio in caligine di Niccolò Cusano a quella che i Padri greci classificavano come una forma esemplare di theosis, la “deificazione”, la visione intuitiva della Realtà Ultima, la conoscenza diretta di Dio e del Verbum Dei, l’Identità Suprema dei testi indù o sufi. Si tratta di una vera e propria trasmissione spirituale compiuta senza alcuna forma di intermediazione e concessa direttamente dalla Radice Celeste da cui promana ogni cosa, un evento epocale voluto in vista di una precisa funzione provvidenziale dalle caratteristiche non individuali, ma chiaramente ecclesiali che San Bernardo ha assolto all’interno della tradizione cristiana giunta al suo apogeo.

L’infaticabile attività esteriore di rettificazione degli errori; la capacità indiscussa di mettere ordine ovunque fosse possibile; l’arte somma di riconciliare rotture e rivalità fra potentati apparentemente irrimediabili; l’assoluto impegno dottrinale in favore dell’ortodossia; la ricchezza ineguagliabile di una condizione spirituale che sfolgorava attorno a sé, illuminava gli smarriti, splendeva nei suoi monasteri e arrivava al punto da consentirgli molto spesso di cominciare a scrivere, secondo quanto testimonia autorevolmente il suo segretario Geoffrey d’Auxerre, solamente dopo aver annotato sopra alcune tavolette di cera le ispirazioni da lui ricevute direttamente da Dio, tutto ciò mostra una eccezionalità e una unicità che lo poneva inevitabilmente al di sopra di ogni rigida struttura curiale, di ogni gerarchia formale o di eventuali limitazioni di tipo canonico che San Bernardo, tuttavia, ha sempre rispettato con una umiltà e una fedeltà assoluta.

In virtù di questa sua eccezionale ed irripetibile forma spirituale San Bernardo ha potuto dimorare quasi “naturalmente” al centro di tutta la vita ecclesiale del tempo. Non solo i più venerati maestri si sono messi volentieri e senza difficoltà alcuna alla sua sequela; non solo lo stesso Imperatore e l’intera gerarchia ecclesiale gli hanno riconosciuto sempre e in ogni occasione un ruolo assolutamente unico ed irripetibile, ma è stato persino consentito a quest’umile monaco privo di ogni carica ecclesiale, con una autorità piena e nell’ambito di un Concilio traboccante di vescovi, arcivescovi, abati e potenti dignitari ecclesiastici di ogni ordine e grado, di consegnare all’Ordine del Tempio una enigmatica funzione di centralità spirituale che per secoli verrà coperta al servizio esclusivo di tutta la Chiesa.

Ci si permetta di concludere queste nostre riflessioni riportando le stesse parole con le quali René Guénon concludeva il suo celebre libretto dedicato al santo: “Bernardo si compiaceva di attribuire alla Santa Vergine il titolo di Notre Dame, il cui uso si è diffuso a partire dalla sua epoca, e indubbiamente per la maggior parte come conseguenza della sua influenza; la ragione è che egli era ---come è stato detto--- un vero “Cavaliere di Maria”, e la considerava veramente come la propria “Dama”, nel senso cavalleresco del termine. Se si accosta tale fatto alla funzione coperta dall’amore nella sua dottrina, un ruolo identico a quello che aveva lo stesso amore sotto forme più o meno simboliche anche nelle concezioni degli Ordini di cavalleria, si comprenderà facilmente perché abbiamo tenuto a ricordare le origini della sua famiglia”.

Nuccio D’Anna

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