Là dov'è Krishna, il Signore dello Yoga, là dov'è Arjuna, l'arciere supremo,
quivi è ricchezza, vittoria, successo e moralità. Questa è la mia opinione.
(Bhagavad Gita, 18, 78)

 

Oggi parliamo di “tradizioni musicali dell’India”, e non di Tradizione tout-court, perché questa terra, ricca di diversità artistiche, religiose, culturali e filosofiche di ogni tipo, è stata attraversata nei secoli da innumerevoli popoli, religioni ed etnìe, che ha sempre saputo unire e cementare in un’unità superiore, portandole a identificarsi tutte in quella madrepatria ideale, originaria e ancestrale, che prende tradizionalmente il nome di Maha Bharat (Grande India).

Un esempio di coesistenza pacifica e di tolleranza fra religioni e culture diverse è dato, a questo proposito, dalla presenza sul suolo indiano delle comunità Sikh e Parsi, del Jainismo, del Buddhismo o addirittura del Giudaismo (presente in piccole enclaves nelle regioni del Kashmir e del Kerala), nonché del Sufismo islamico e del Cristianesimo ortodosso, tutte inserite a pieno titolo nella cultura tradizionale indiana e valorizzate e rispettate dallo quello stesso Induismo – plurimillenario cemento unificante dell'identità nazionale – che le considera tutte come manifestazioni diverse di una più ampia civiltà continentale, differenziata e omogenea al tempo stesso, che si rifà in vario modo ai principi immortali del Sanathana Dharma (Legge Eterna).

Unica eccezione a questo stato di cose, manifestatasi in tempi relativamente recenti in seguito all’occupazione britannica e alle drammatiche vicende della lotta per l'indipendenza e della bipartizione col Pakistan, è rappresentata dalle versioni “occidentali” dei monoteismi cristiano e islamico (cattolicesimo romano e protestantesimo nel primo caso, integralismo e fondamentalismo musulmano nel secondo), che vengono generalmente percepiti, sulla scìa dell’attuale movimento hindutva di rinascita nazionale, come dei corpi estranei alla cultura atavica, la cui matrice induista originaria, da sempre aperta a tutte quelle comunità che vogliano collegarsi e rapportarsi con essa in modo rispettoso e costruttivo, rimane nel contempo intrinsecamente ostile alle altre.

Tradizioni musicali dell’India, dunque, nel loro rapporto con la spiritualità e la mistica delle grandi religioni di questo Paese: sarà questo l’oggetto della nostra breve disamina odierna, principalmente incentrata sull’analisi del culti bhakti dell’Induismo vaishnava e sul loro rapporto con le manifestazioni artistiche delle tradizioni circostanti.

Cominciamo quindi il nostro viaggio proprio da una tradizione non induista, rappresentata dal cosiddetto Sikh Dharma, la cui origine va fatta risalire alla figura e all’insegnamento di Guru Baba Nanak, il “profeta della luna piena”, capostipite - a cavallo fra il XV e il XVI secolo - di quella tradizione sincretica fra Induismo e Islamismo da cui prenderà vita, circa due secoli più tardi, la successiva religione Sikh.

Primo fra i grandi maestri dell’India mistica a proclamare il principio dell’unità trascendente delle religioni, Guru Baba Nanak stabilì la pratica del namasankirtan, o canto devozionale collettivo, come base per l'esperienza spirituale dei propri discepoli, invitando i fedeli induisti e islamici a superare in tal modo le rispettive rivalità religiose in uno spirito di unità ne fratellanza: e numerosi furono dopo di lui, lungo il corso dei secoli, i casi di contatto e di fusione fra i culti bhakti induisti e le pratiche sufi islamiche, testimoniati da personaggi come Kabir, Hazrat Mujahiddin Chisti, Sri Ramakrishna e Shirdi Sai Baba, che promossero a vario titolo le pratiche mistiche e devozionali delle due religioni attraverso la musica, il canto e non di rado la danza.

Ma la tradizione spirituale in cui maggiormente si è espressa la dimensione più propriamente estatica e contemplativa della mistica bhakti è senza dubbio quella inaugurata dal grande santo vaishnava Sri Krishna Chaitanya Mahaprabhu, contemporaneo di Guru Nanak, che stabilì nella valle del Gange la pratica del sankirtan collettivo, resa famosa in Occidente, molti secoli più tardi e in forma perlopiù spuria, dal Movimento per la Coscienza di Krishna (ISKON).

Quelli che dunque consideriamo attualmente come fenomeni pittoreschi di "fervore metropolitano", testimoniati dalle musiche e danze dei cosiddetti hare krishna, sono in realtà l’ultima propaggine in Occidente di una tradizione spirituale di grande rilievo nella storia della mistica hindu, le cui caratteristiche peculiari sono state codificate e ritualizzate come effettive pratiche di realizzazione spirituale dallo stesso Chaitanya, con piena coscienza del loro valore.

L’importanza della musica e della danza devozionale si può ritrovare ampiamente, del resto, anche nelle vicende terrene del Signore Krishna, quando nello Srimad Bhagavatam e negli altri testi vaishnava viene descritto il rapporto fra questi e le gopi (le pastorelle di Vrindavan, sue prime e più grandi devote), in cui la danza estatica, il canto e il suono trascendentale del flauto divino rappresentano il perno attorno cui ruota l’intera esperienza mistica del devoto, perduto in estasi ai Piedi del Maestro e in costante contatto con la Sua essenza spirituale, intraducibile in concetti e in parole ma solo in suoni, gesti e movimenti di danza.

Il rapporto fra l’indiano e il Divino attraverso la musica e il canto devozionale non si esaurisce qui, tuttavia: tralasciando in questa sede ogni possibile accenno a tutto il complesso dei trattati vedici e upanishadici sui diversi stili e aspetti della musica classica vocale e strumentale dell’India del Nord, veniamo ora a considerare brevemente, in conclusione, la pratica devozionale e musicale specifica dell’India del Sud, universalmente conosciuta col nome di bhajan.

Radunati in piccoli gruppi musicali di villaggio o in vaste adunanze pubbliche sul sagrato dei templi, i fedeli dravidici celebrano infatti, in tal modo, gli attributi e le storie divine, o anche più comunemente i sacri nomi delle rispettive divinità, tramite canti popolari dal sapore semplice e spontaneo, spesso a carattere antifonale, che si susseguono ininterrottamente per ore, il cui scopo è porre in contatto il devoto con il proprio Signore, superando ogni barriera di natura intellettuale o concettuale e permettendo così anche alle persone più semplici di compiere un’esperienza mistica dal carattere fortemente emotivo e catartico.

Quale gioia e quale entusiasmo vediamo dunque trasparire dai volti e dai gesti di questi devoti, quando in tutta semplicità e partecipazione s’immergono in estasi nel bhajan di gruppo, per poi tornare sereni alle proprie faccende quotidiane, avendo adempiuto in tal modo alle prescrizioni delle Scritture sulla necessità della rimembranza costante dei Nomi del Signore!

Tanto ci basti, quindi, per ricordare e celebrare in cuor nostro, in conclusione, quella mistica bhakti e quel fervore devozionale che la metafisica hindu ci ha tramandato nei secoli, in cui la musica e il canto rivestono un ruolo centrale come vie di realizzazione interiore e di manifestazione esteriore: perché la Verità è una, anche se i saggi la chiamano con molti Nomi (Rig Veda), ed i fedeli dell'India questo lo sanno da sempre.

 

Pierluigi Gallo, 28 Agosto 2015

Festa induista di Onan

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