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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Questo è il primo dei due interventi del convegno dedicato al Silenzio Cristiano e al Silenzio Pitagorico, organizzato da Simmetria il 6 Febbraio 2016. Seguirà a breve la seconda parte di Claudio Lanzi

 

965 Immagine1Sembra una contraddizione in termini parlare del silenzio, eppure questo ci è stato chiesto e questo ci si appresta a fare, vincendo la tentazione di “parlare” del silenzio, restando in silenzio.

Nell’Antico Testamento più volte si fa riferimento al silenzio, come via per la comunicazione con Dio. Ne parlano i profeti, Isaia 30,15: Nel silenzio e nell’abbandono confidente è la vostra forza.

Osea: La condurrò nel deserto e lì parlerò al suo cuore (Os 2,16)…Per lunghi giorni starai con me calma… (Os 3,3).

Geremia: È bene per l’uomo attendere in silenzio la salvezza (Lam 3,26).

Abacuc: Taccia davanti a Lui tutta la terra (Ab 2,20).

Sofonia: Silenzio alla presenza del Signore Dio (Sof 1,7).

Ma il passo più significativo è quello relativo al profeta Elia.

Racconta IRe 18 e segg. che Elia era rimasto l’unico profeta di Dio in Israele. La regina Giezabel, pagana, aveva condotto con sé ben quattrocentocinquanta profeti di Baal e quattrocento di Asera, e aveva così corrotto l’intero popolo, diviso tra il culto da rendere al suo Dio e quello, imposto dalla regina, ai falsi dei.

Elia sfida i profeti di Baal e quelli di Asera: chi farà scendere il fuoco dal cielo sarà riconosciuto come il profeta del vero Dio. Tutto il popolo è radunato ai piedi del Monte Carmelo. Due giovenchi vengono sacrificati, uno, da Elia, al Signore Dio d’Israele e l’altro, dai falsi profeti, agli dei. Le carni vengono poste sulla legna, ma il fuoco non viene acceso, il fuoco sarebbe stato mandato dal cielo proprio dal vero Dio.

Per tutto il giorno i falsi profeti invocarono il nome di Baal, danzarono, suonarono i cembali, urlarono, ma non ebbero alcuna risposta. Dopo di ciò Elia prese le carni, ricostruì l’altare di Dio, che era stato demolito, pose le carni sulla legna, scavò un fosso intorno all’altare e fece versare abbondante acqua sulle carni e sulla legna finché il fosso non ne fu colmo. Elia invocò il Dio d’Israele con queste semplici parole: Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che Tu sei il vero Dio in Israele e che io sono Tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi Signore, rispondimi perché il popolo sappia che Tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore (IRe 18,37).

Cadde dal cielo un grande fuoco che asciugò la legna, le carni e pure l’acqua nel canaletto. A questa vista il popolo si convertì. I profeti falsi vennero massacrati ed Elia fu costretto a fuggire nel deserto dall’ira della regina Giezabel.

Voleva lasciarsi morire d’inedia, ma Dio mandò un angelo che diede a Elia acqua e una focaccia. Quaranta giorni camminò Elia, rafforzato da quel po’ d’acqua e da quell’unica focaccia, fino al monte di Dio: l’Oreb. (IRe 19,1 e segg.).

Arrivatovi entrò in una caverna per passarvi la notte, quando il Signore gli disse di uscire dalla caverna alla Sua presenza. Passò un vento impetuoso, ma Dio non era nel vento, poi passò un terremoto, ma Dio non era nel terremoto, poi vi fu un fuoco, ma Dio non era nel fuoco, infine Elia udì una voce di sottile silenzio e uscì dalla caverna per ascoltare quello che Dio gli avrebbe ordinato.

È nel silenzio che Dio si manifesta, è nel vuoto di sé che si può ascoltare la Sua Parola e conoscere la Sua Volontà.

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gn 1,1). Si può immaginare un silenzio più profondo e perfetto? In questo silenzio prorompe la Parola: Dio disse: sia la luce e la luce fu. Una luce senza fonte materiale, Dio creerà infatti sole e luna solo al quarto giorno. La luce che sul Tabor avvolse Gesù e gli Apostoli nel giorno della trasfigurazione.

Il silenzio di Abramo, messo alla prova dalla richiesta di sacrificare Isacco, risulta tanto sconcertante, che gli ebrei stessi, nel Midrash, sentono il bisogno di romperlo, inventandosi  obiezioni che impoveriscono il pathos del racconto. Ma esso è proprio il silenzio del santo, il silenzio del giusto che soffre e tace e offre a Dio sé stesso e quanto ha di più caro.

Nell’Antico Testamento troviamo questi e tantissimi altri gli esempi attestanti la necessità per l’uomo del silenzio, nella sua ricerca di un rapporto con Dio. Ma silenzio non è assenza di pensieri, non è assenza di emozioni, di preghiera, il silenzio non è assenza di armonia, è assenza di rumore, il rumore della vita che si lascia vivere, il rumore dei problemi del quotidiano, dei pareri e dei dibattiti, delle passioni e dei desideri. Di tutto ciò è assenza il silenzio, è fare spazio alla Parola di Dio, che unica è efficace, vivifica, crea ciò che vuole e vuole ciò che crea.

Nel Nuovo Testamento, al silenzio imposto a Zaccaria per la sua diffidenza, si contrappone il silenzio umile e santo di Maria. Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. Di fronte alle parole terribili di Simeone, che le annunciava l’immenso dolore che quel figlio le avrebbe causato, silenzio davanti alla scelta di Gesù di essere per tutti e non solo per i suoi cari: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre (Mt 12, 48-49), silenzio davanti alla croce.

L’esperienza del cristiano passa attraverso il silenzio, l’esperienza del mistico ha nel silenzio la sua cifra, è il silenzio il metodo per accedere alla conoscenza di Dio, l’ascolto della Parola, quando le parole del mondo si spengono e la frotta dei pensieri si quieta. Non è questo uno stato semplice da raggiungere, è la vera conquista dell’ascesi. Digiunare, consumarsi nel lavoro e nelle veglie non serve a nulla, se non c’è questo silenzio nel cuore del credente in cammino verso la santità.

Oriente e Occidente differiscono in molte cose, ma l’esperienza del silenzio accomuna i mistici di entrambe le tradizioni.

In Oriente, l’esicasmo traccia la via per la santificazione dell’uomo, o come loro preferiscono, per la deificazione dell’uomo, partendo dal silenzio.

L’Esichía, la quiete si conquista nella solitudine e nel silenzio, spesso ritirandosi nel deserto o negli eremi sui monti, di cui più famoso è l’Athos, ma a volte semplicemente nella propria cella nei cenobi, a volte anche nel normale quotidiano cercando per se stessi momenti di silenzio e solitudine.

L’esito dell’Esichía è il più sorprendente. Scrive l’Abba Basilio di Ivíron, dell’Abba Isacco:

L’Abba Isacco definisce uno spazio difficile a descriversi, se non indescrivibile. Si tratta del mistero del secolo futuro, come viene vissuto oggi da un santo maturo, interamente trasfigurato, che non solo vede la forza delle creature e la bellezza dell’invisibile, ma ha il potere, a somiglianza di Dio, di creare, come dice lui stesso, mondi nuovi.

E mentre egli è qualcosa di così grande, non è fonte in te di vertigini ma, al contrario di tranquillità. Di calma. Perché è pervenuto alla misericordia di Dio, all’incomprensibile compassione che ama la creazione tutta….

Non rimane nient’altro (a chi voglia entrare in contatto con l’esperienza mistica di abba Isacco) - è questo un desiderio e una preghiera- che mettersi nelle mani di Dio. E tranquillamente procedere all’incontro personale con l’Abba. Così ciascuno di noi, nel segreto e nel silenzio, riceverà ciò che cerca e che non può, a un livello così maturo, generale e completo, trovare, da nessuna parte.

L’Abba Isacco esiste, avrebbe potuto non scrivere e nulla della sua grazia e della sua ricchezza, si sarebbe perduto.

Poiché tuttavia non possediamo antenne per afferrare questa sua silente irradiazione, spinto da amore, incomincia a scrivere[1].

L’Esichía, la quiete, il silenzio non sono assenza di contenuti, di sentimenti, di sensazioni, anzi, la conoscenza esistenziale di Dio che si acquista nel silenzio e nella quiete è profondissima e, non solo non chiude il mistico in uno sdegnoso allontanamento dal mondo, ma apre al più profondo amore per le creature tutte.

La parola in sé non è demonizzata, anzi può essere fonte di consiglio, di giudizio e di crescita per sé e per gli altri. Si pratica una distinzione tra parola di vita e parola inutile.

Fu domandato a un vegliardo: «cosa vuol dire rendere conto di ogni parola inutile?». Rispose: «Ogni parola detta intorno a un oggetto materiale è pettegolezzo inutile, non vi sono che le parole dette per la salvezza dell’anima che non siano pettegolezzo. D’altronde è meglio scegliere il silenzio totale, perché, mentre tu dici il bene, viene anche il male»[2].

L’Esichía non deve essere praticata necessariamente solo da monaci, nel deserto o nel chiuso di una cella di Cenobio, ma può essere praticata da chiunque, anche nel mondo, purché si affidi alla guida di un Padre Spirituale, di un maestro che ne indichi le modalità e accompagni il fedele nel cammino non facile della custodia del cuore.

Perché i pensieri del mondo distraggono la mente e la lotta contro di essi, per giungere a una comunione con Dio, alla preghiera pura, all’esperienza mistica è ardua.

L’Abate Sisoe diceva: «Rettifica le inclinazioni del tuo corpo e per il cuore non ti sarà richiesto nulla»[3].

…Un fratello visitò l’abate Pastor e gli disse: «Mi vengono molti pensieri e mi mettono in pericolo». L’anziano lo portò allora all’aria aperta e gli disse: «Distendi il tuo abito e chiudici dentro il vento!». Il fratello rispose: «Questo non lo posso fare!». «Dunque», rispose l’anziano, «se non puoi fare questo, ancor meno puoi impedire il sorgere di quei pensieri; ma ciò che puoi fare è resistere loro»[4].

…Se tu sei assillato dai pensieri impuri, non nasconderli, ma raccontali subito al tuo padre spirituale e così dominali. Poiché nella misura in cui si nascondono i propri pensieri, essi si moltiplicano e prendono forza. Allo stesso modo di un serpente che esce dalla sua tana e subito fugge correndo, così i pensieri malvagi una volta palesati dileguano subito E come un verme in un legno, così i cattivi pensieri corrompono il cuore. Chi palesa i propri pensieri è rapidamente guarito; chi li nasconde fa peccato di orgoglio. Perché se non hai abbastanza fiducia in qualcuno per svelargli le tue lotte, questa è la prova che non hai l’umiltà[5].

Il cammino verso la quiete, la contemplazione, l’ascesi non può prescindere dal mettersi alla sequela di un esperto, di un maestro che sia già avviato nello stesso percorso, sia questo un maestro in carne e ossa, o sia un maestro vissuto tempo prima, i cui scritti e la cui vita possano fornire un esempio. Si pensi agli scritti dei Padri, alla Filocalia, ai Racconti di un pellegrino Russo.

Il silenzio, la quiete, l’ascesi mistica, però, non sono prerogativa dell’Oriente Cristiano, esperienze analoghe, molto simili se pure non identiche si trovano anche nell’Occidente Latino. Pensiamo a mistici come Santa Teresa d’Avila, o San Giovanni della Croce, Santa Francesca Romana e tanti altri, ma in quest’articolo parleremo di mistici e teologi più vicini ai nostri tempi, che si sono pronunciati sull’importanza del silenzio nell’esperienza di fede.

«Il silenzio – ha scritto Picard –appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo»[6].

«In esso si attua – è Guardini ad affermarlo – la conoscenza autentica».

«… il silenzio non è qualcosa di banalmente negativo… non consiste soltanto nel fatto che l’uomo ad un certo punto cessa di parlare. Il silenzio è qualcosa di più di una semplice rinuncia alla parola, è qualcosa di più di un semplice stato nel quale ci si possa trasferire a proprio piacimento. Il silenzio non è mera assenza di rumore… il silenzio è la pace[7]».

Il silenzio attraversa tutta l’esperienza mistica, e non solo cristiana, in Oriente come in Occidente, nelle epoche che si sono succedute, fino ai nostri giorni. Il silenzio è funzionale, è indispensabile per guardare nella propria anima e aprirsi a Dio, per svuotarsi dei “saperi” mondani, delle preoccupazioni, dei mille impegni quotidiani, che, sia che si sia soli o in famiglia o in una comunità, affannano la nostra esistenza. Silenzio, quiete, introspezione, custodia del cuore e, soprattutto, ascolto sono il fondamento di un’esperienza mistica.  Ascolto di quella voce di sottile silenzio che inondò Elia della presenza divina.

Suor Maria-Amata di Gesù, al secolo Dorothée Quoniam (Normandia 1839, Parigi 1874) carmelitana, fu autorizzata dal suo ordine a comporre un’opera alla quale fu messo il titolo di Notre Seigneur Jesus Christ dans le Saint Evangil, rimasto manoscritto fino al 1909, data della sua pubblicazione.

Suor Maria - Amata individua dodici gradi del silenzio, che portano, in un crescendo  di ascesi, alla perfezione del cuore, all’esperienza mistica più completa ed elevata. Scrive la nostra, come premessa al suo insegnamento:

La vita interiore potrebbe consistere in questa sola parola: Silenzio! È il silenzio che prepara la santità, la comincia, la continua, la perfeziona.

Dio, che è eterno, non dice che una sola parola: il Verbo. Similmente sarebbe desiderabile che tutte le nostre parole esprimessero, direttamente o indirettamente, Gesù.

Questa parola: silenzio, è bellissima![8]

Il primo passo è: parlare poco alle creature. La virtù del silenzio porta al rispetto dei luoghi (luoghi sacri ma non solo), delle persone, degli accadimenti quotidiani, del mondo.

Secondo passo è il silenzio nel lavoro e nei movimenti, questo comporta il controllo di sé e dello spazio intorno, silenzio come concentrazione in quello che si fa, ma anche come impegno  a non distrarre o disturbare il lavoro altrui.

Passi preliminari, autodisciplina elementare del silenzio, ma il percorso si fa  sempre più impegnativo via via che si procede.

Terzo passo: Il silenzio dell’immaginazione [9] , per vincere l’immaginazione, che non può essere annichilita, la nostra consiglia di dirottarla sulle bellezze del cielo, il fascino del suo Signore, le scene del Calvario, le perfezioni del suo Dio[10] .

Quarto passo: Il silenzio della memoria, ossia l’oblio del passato. Occorre mettere a tacere i ricordi, e per far questo, sostituirli con la misericordia di Dio.

Quinto passo: Il silenzio nei confronti delle creature. Un silenzio ancora più profondo di quello di cui al primo passo, perché quello è silenzio, diciamo così ad extra, questo è il rifiuto di quel dialogo mentale con le creature, nel quale parliamo e rispondiamo in vece loro.

Sesto passo: Il silenzio del cuore. Questo è il silenzio degli affetti, delle antipatie e dei desideri:

Silenzio dello zelo in ciò che esso ha indiscreto, silenzio del fervore in ciò che ha di esagerato… È silenzio davanti a Dio, bellezza, bontà, perfezione!...Un cuore nel silenzio è un cuore di vergine è una melodia per il cuore di Dio! La lampada si consuma senza rumore davanti al tabernacolo e l’incenso sale in silenzio sino al trono del Salvatore: tale è il silenzio dell’amore! Nei gradi precedenti, il silenzio era ancora il gemito della terra, in questo l’anima, come conseguenza della sua purezza, comincia a imparare la prima nota di quel sacro canto che è il canto dei cieli[11].

Settimo passo: Il silenzio della natura e dell’amor proprio: silenzio nei confronti delle lodi e della stima.

Ottavo passo: Silenzio della mente: mettere a tacere i pensieri inutili, piacevoli, naturali. Silenzio nei confronti dei ragionamenti sottili, dei desideri, silenzio anche nei confronti delle proprie ricerche, delle curiosità.

Nono passo: Silenzio del giudizio, cui segue il silenzio della volontà, che costituisce il decimo passo. Undicesimo passo: Silenzio con se stesso, non compiangersi, non consolarsi: È il silenzio del nulla. È più eroico del silenzio della morte[12].

E, infine, dodicesimo passo: Silenzio con Dio:

All’inizio Dio diceva all’anima: «Parla poco alle creature e molto con me». Adesso, le dice: «Non mi parlare più». Il silenzio con Dio è aderire a Dio, presentarsi, esporsi davanti a Lui, adorarlo, amarlo, ascoltarlo, udirlo, riposarsi in Lui. È silenzio dell’eternità, è l’unione dell’anima con Dio[13].

Scrive Thomas Merton:

Iddio, nostro Creatore e Signore, ci ha dato un linguaggio col quale possiamo parlare di Lui, poiché la fede viene dall’udito e la lingua è la chiave che dischiude agli altri il cielo.

Ma quando il Signore viene come uno sposo, non resta altro da dire se non che sta venendo, e che dobbiamo andargli incontro. «Ecce Sponsus venit! Exite obviam ei!»

Dopo di che usciamo per trovarlo nella solitudine. Là comunichiamo con Lui solo, senza pensieri discorsivi, nel silenzio di tutto il nostro essere[14].

Il silenzio è talmente essenziale nell’esperienza di fede che Romano Guardini scrive:

La parola è una delle forme fondamentali della vita umana; l’altra forma è il silenzio, ed è un mistero altrettanto grande. Silenzio vuol dire non soltanto che non si dice una parola o non si estrinseca un suono. Questo soltanto non è silenzio; anche l’animale è capace di tanto, e più ancora lo è un sasso. Silenzio è invece ciò che si verifica quando l’uomo, dopo aver parlato, ritorna in sé e tace. Oppure quando egli, potendo parlare, rimane zitto. Nel fatto che colui che parlando sarebbe uscito fuori, resta nel proprio riserbo interiore, in ciò consiste il silenzio: un silenzio che sa, che sente, che vibra di vita in se stesso.

… Chi non sa tacere, fa della sua vita ciò che farebbe chi volesse solo espirare e non ispirare. Solo a pensarci viene l’angoscia. L’umanità di chi non tace mai, si dissolve[15].

Anche su un piano puramente antropologico, il silenzio è indispensabile alla vita di chi non vuole semplicemente lasciarsi vivere, ossia per l’uomo, che si stacca dal mondo delle altre creature viventi, per elevarsi alle più alte vette dello spirito.

 



[1]  AA.VV., Voci dal Monte Athos, Servitium INTERLOGOS, pag. 217-219.

[2]Detti e Fatti dei Padri del Deserto, cura di Cristina Campo e Piero Draghi, ed. BOMPIANI 2000, p. 176.

[3]Detti e Fatti dei Padri del Deserto, cura di Cristina Campo e Piero Draghi, ed. BOMPIANI 2000, p. 65

[4] Idem, p. 70

[5] Idem, pp. 71-72.

[6] M. PICARD, Il mondo del silenzio, Edizioni di Comunità, Milano 1951, p. 5. In AA.VV. IL SILENZIO, a cura di M. Baldini, Edizioni La Locusta, Vicenza 1986, p. 10.

[7] Idem, pp. 10 – 11.

[8] SUOR MARIA-AMATA DI GESÙ, I dodici gradi del silenzio, in AA.VV. Il Silenzio, Op. cit., p. 33

[9]È proprio vero che l’esperienza mistica è comune in Occidente come in Oriente, tanti sono i richiami dei padri esicasti a tenere bene a freno l’immaginazione!

[10] Ibidem, p. 36

[11] Ibidem, p. 40

[12] Ibidem, p. 47

[13] Ibidem, p. 48

[14] T. MERTON, Il Silenzio, in AA.VV. Il Silenzio, Op. cit., p. 66

[15] R. GUARDINI, La virtù del silenzio, Ibidem, pp. 94-95

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