Cerca nel sito

poliedro home2

 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

Login (per commenti o acquisti)

Registrazione Newsletter

977 Immagine1Questo è il mio breve ma “rumoroso” contributo al convegno sul silenzio, organizzato da Simmetria il 6 Febbraio 2016. La prima parte di Roberta Simini, (clicca qui) che tratta del silenzio in casa cristiana, è gia stata pubblicata sul nostro sito. In queste brevi note mi occuperò  di alcuni aspetti del “silenzio” filosofico e, in particolare, di quello d’ascendenza pitagorica.

 Silenzio, a detta dei semiologi, si attesta su una radice “swei” d’area germanica che indica proprio il senso di tacere. Questo non aggiunge moltissimo al nostro bisogno di logica ma forse copre ancor più il termine di mistero. Sembra perciò una parola connessa all’udito e al suono. Niente udito niente suono? Oppure dovremmo dire: niente suono, nulla da ascoltare.

In realtà, dal punto di vista sensoriale possiamo dire che il vero silenzio “totale” è abbastanza inconcepibile; proprio per questo viene spesso associato all’Ineffabile, all’Assoluto. Per un uomo con una sensibilità media, sono infinite le fonti di rumore e quanto meno, anche in una camera anecoica insonorizzata, resta comunque il ronzio del sangue nei vasi sanguigni vicini al timpano delle orecchie, il rumore stesso del respiro arriva all’udito attraverso il cavo orale, quello del battito cardiaco, ecc..

Ma è indubbio che la facoltà umana di rendersi maggiormente o minimamente ricettivi di fronte al suono tramite atti volontari quali la meditazione profonda, o involontari quali l’apatia psichiatrica, o situazioni di coma o sonno profondo, può far si che la percezione del suono (sia di tipo verbale che strumentale o d’altra natura) possa essere progressivamente attenuata, fino a scomparire.

Come se il vaso delle sensazioni umane venisse sigillato e l’intero mondo restasse al di fuori o comunque non interagisse più con alcuna esperienza coscienziale.

Anche per questa ragione, come vedremo, il silenzio può essere considerato come un atteggiamento di tipo mistico o comunque metafisico, di fronte all’ineffabile (v. S. Bonaventura Itinerarium  mentis in Deum VII-5) assai vicino alla “morte” o ad un altro “piano” d’esistenza.

Ma se estendiamo il concetto di silenzio a tutto ciò che crea o sviluppa una comunicazione, uno scambio, fra l’essere vivente e pensante e il suo mondo interiore ed esteriore, allora avremo molte tiipologie di silenzio.

 

La più interessante di queste forme e contemplata in tutte le dottrine yoga orientali è sicuramente quella che parla del silenzio della mente.

Questo Universo Visibile ha la sua radice sul piano mentale e svanisce quando il mentale è risolto. raffrena, dunque, la tua mente, e immergila nel Sé supramo: questo Sé è la tua intima essenza[1]

Un mondo loquace, produce in continuazione una delle manifestazioni più “distraenti” nella vita umana: il linguaggio. Così come esaminato in altri testi [2] il linguaggo, o forse dovremmo dire “la parola parlata”, è quella strana possibilità che veicola la comunicazione ma nello stesso tempo “riempie” la testa di percorsi fonetico-simbolici (le parole) codificati. Per cui alla “parola parlata” si affianca un “pensiero pensato”, entrambi assai pervasivi e, a volte invadenti.[3]

La comunicazione si avvale in verità di tutte le possibilità offerte da quelle entità che un tempo l’uomo chiamava “Muse”, le figlie di Mnemosine; ma tutto parte appunto dal pensiero che si trasforma in linguaggio.[4]

Ovviamente il silenzio (non come assenza di suono tra un rumore e il successivo ma proprio come categoria ontologica di conoscenza) assume una enorme importanza in qualsiasi  dottrina metafisica. E’ nella ricerca del significato dell’Essere, nella meditazione senza “attributi” così come appare nel Vedanta Advaita, che il silenzio assume un ruolo fondamentale.

Una mente rumorosa, piena di parole e di logica, piena di categorie, difficilmente incontra il vero silenzio.

Per cui molte discipline religiose, iniziatiche e metafisiche in genere, si occupano delle “pratiche” che consentono di raggiungere uno stato di totale annullamento del metodo più ordinario di comunicazione: la parola pensata o se vogliamo…il pensiero parlato. Quelle forme di pensiero con cui ci si rivolge alla ricerca della conoscenza e perfino di Dio, pretendendo di tradurlo e definirne le dimensioni ontologiche nelle categorie possibili con un linguaggio appropriato.

977 Immagine2Ma ogni saggio ed ogni santo parla di indefinibile, di indeterminabile, di immisurabile; insomma di un “luogo”, un abisso insondabile con le categorie umane che “intender non lo può chi non lo prova”.

Questo tuffo nell’abisso non verbale, non logico, non categorizzabile da alcuna struttura razionale è un volo verso l’ineffabile. Perciò a livello della “filosofia”, ordinariamente composta da un pensiero razionale e dialettico che conduca ad una “spiegazione” dell’essere, il silenzio… è poco digeribile come forma di coscienza e conoscenza.

 

In queste brevi note ci occuperemo solo di alcuni “tipi” di silenzio, guardandoli, necessariamente, dalla finestra del pensiero e della logica, perciò sicuramente da un punto di vista parziale. Il silenzio infatti è una di quelle cose che vanno praticate. Il momento che vengono “dette” e definite, si sposta la natura stessa dell’oggetto su cui si indaga che assume perciò un senso “parlato”, e perciò in contraddizione esplicita con se stesso. E forse mai come in questo caso è valido il principio di indeterminazione di Heisemberg

 

Il silenzio del discepolo

I Pitagorici secondo quanto ci riporta riporta Proclo, e, quattro secoli più tardi anche Apollonio, dicevano chiaramente che  “il silenzio parlava agli iniziati”.

Questa dichiarazione, così impegnativa, importante, esperienziale (in quanto può provenire soltanto da una sperimentazione della verità di quanto affermato) ci riporta alle due forme di silenzio maggiormente conosciute in ambito pitagorico:


La prima è sicuramente quella imposta al discepolo nei primi 5 anni di apprendistato.[5] Oltre a praticare gli esercizi di meditazione, di armonizzazione ed euritmia psichica e fisica e ad impegnarsi alacremente nello studio della “teologia della matematica” e della geometria, al discepolo veniva imposto un silenzio assoluto. Doveva apprendere l’ascolto, pena l’uscita dalla scuola.

Ora alcuni commentatori dei tardo pitagorici credono che tale imposizione avesse un carattere squisitamente disciplinare, e consentisse soprattutto il freno dell’ambizione e della vanagloria, oltre ad uno sviluppo particolare dell’attenzione. Questo è sicuramente vero ma si dimentica un aspetto assai più sottile e profondo a cui accenna anche Capparelli, uno dei migliori commentatori di Pitagora dello scorso secolo[6]. Tacere significava anche frenare il pensiero logico, il pensiero per così dire, parlato, quello che si avvale del linguaggio pensato quale traduttore delle idee e quale elemento di collegamento per la formazione di teoremi logici.

Silenzio voleva dire meditare e, non essendoci possibilità di dialogo (il “dio” a cui la civiltà occidentale tributa da sempre una venerazione pressoché assoluta)  la comprensione poteva avvenire solo per “osmosi” con il maestro, per un vero e proprio “trasferimento” quasi trascendentale, dalla bocca alle orecchie. Tale osmosi travalica il ragionare e, anche se tale approccio può sembrare sconvolgente rispetto alle nostre formule sillogistiche e deduttive, si basa molto più sul suono della parola che sul significato costituito dal suo far parte di un discorso[7]. Ascoltare e basta, senza giudicare e contrapporsi, è un esercizio formidabile e niente affatto facile, con una portata vastissima che ogni tanto riemerge sia nelle strutture conventuali occidentali che orientali.

Ascoltare senza parlare, senza dibattito, accettare passivamente sia ciò che si comprende come ciò che non si comprende, oltre a sviluppare l’umiltà, consente alla parola proveniente dallo scrigno della coscienza e della conoscienza, di mettere radici nell’anima, di sviluppare una piccola pianta senza preconcetti. Non è indottrinamento passivo, riempimento di una mente duttile e plagiabile, ma un modo per far sedimentare quello che viene appreso. Infatti il discepolo non poteva parlarne neanche con gli altri discepoli.

Questo posporre il ragionare all’ascolto è un modo che ci riporta alla formidabile tecnhé pitagorica di insegnare soprattutto attraverso la musica.

 

La seconda definisce un altro tipo di silenzio: quello iniziatico

Il preservare la sapienza e la scienza iniziatica dalla manipolazione prevaricante di coloro che l’alchimia chiama soffiatori e di coloro che, rozzamente, catturano gli aspetti superficiali della conoscenza senza esserne completamente degni, è sempre stato un modo per conservare intatta la trasmissione di principi sacrali[8]. C’è da notare che l’infrazione verso tale regola comportava, in molte tradizioni pene gravissime, fino alla morte.

In ambito pitagorico provocava l’espulsione dalla confraternita ma anche delle speciali cerimonie di “seppellimento” dell’anima del praticante. Non si tratta in questo caso di una posizione “punitiva” ma di un rispetto totale verso il “secretum”, verso tutto ciò che può essere inquinato, oscurato, sporcato, stravolto quando venga in contatto con chi non ne è degno o non abbia i mezzi per fare buon uso di ciò che apprende. Teniamo presente che l’infrazione di tale patto ha provocato il crollo di scuole straordinarie, di confraternite di ogni genere… ma perfino di sistemi religiosi o politici. La “divulgazione” può provocare danni incommensurabili come seppero bene gli Egiziani, quando, con la riforma di Akhenaton, l’accesso ai misteri divenne per così dire popolare e privo del filtro iniziatico sacerdotale.

 

977 Immagine3Il silenzio e il sacro

Il sacrum, cioè l’intoccabile e il santo sono due termini necessariamente in relazione con il silenzio.

L’estasi, l’epopteia, insomma l’esperienza mistico-gnostica che raggiunge l’adepto che squarcia i veli del tempio giungendo alla visione del “Vero” non e descrivibile che con omologie, anagogie, parabole, o in modo apofatico[9], ecc. Ma il modo più efficace è proprio il silenzio.

Il monaco esicasta così come il praticante buddista, così come l’ermetista chiuso nel buio della sua stanza o immerso nella luce fioca delle stelle, incontrano la Vera Esperienza Spirituale. E li non ci sono parole. Come è possibile descrivere la luce dall’interno della luce? Come è possibile descrivere un’armonia che travalica qualsiasi armonia umana, sonora, animica, fisica ecc.?

Al sacro, proprio perché sinonimo di intoccabile, compete l’onore del silensio.

Così come l’apofatismo trova nella “negazione” l’unico modo per definire l’Assoluto, così il Silenzio elimina anche la pressione sonora della “non definizione” e lascia al calore dell’anima e alla volatilità dello spirito, di condividere, se possibile e necessario, l’esperienza dell’Essere e del Non Essere: della Possibilità infinita,[10] manifesta ed immanifesta. Ma trattandosi realmente d’ineffabile, si tratta solo di una condivisione che transita attraverso la bellezza Assoluta, la luce assoluta e anche la Tenebra assoluta, e dove qualsiasi parola allontana da sé l’oggetto che non accetta definizione.

Il fatto che un tempo le rappresentazioni liturgiche cristiane raffigurassero gli officianti e gli adepti intenti ad offrire doni con le mani velate è, in fondo, un modo per esprimere il silenzio. In questo caso silenzio come separazione dal corpo, quando esso è ancora incapace di quella purezza che solo il silenzio della carne, come quello della parola, possono offrire per il contatto con l’Abisso.

Quindi anche il corpo può essere pervaso da silenzio e appunto questo equivale alla purificazione, alla santificazione.

 

Il silenzio della mente

Coloro che hanno avuto delle profonde e autentiche esperienza “sinergiche” con il sacro o con il mistero estatico, diffidano categoricamente una mente rumorosa, dell’affollamento dei pensieri, della ricerca di definizioni e delle deduzioni. Una esperienza logica della sacralità, per l’universo dei mistici, potrebbe essere una contraddizione in termini. Per lo meno se per “sacro” intendiamo una esperienza spirituale.

Se però sono stati scritti infiniti libri di teologia che trattano appunto in maniera logica del sacro e dell’ineffabile, potrebbe sembrare che, anche seduti sulla sedia e di fronte ad una scrivania, il sacro possa diventare una esperienza mentale e sensibile, e perciò definibile in via logica. Insomma una illuminazione attraverso il pensiero.

Questa proposizione “divide”, forse assurdamente, i cercatori del vero in tre categorie: quelli che come Scaligero per un verso o come i teologi “tomisti” per un altro, cercano il sacro e l’Assoluto nel pensiero, quelli che invece in via mistica cercano di travalicare il pensiero giungendo allo stupore contemplativo[11] e infine quelli che attraverso le varie forme di opera ermetica cercano, nella trasmutazione “magica” di se stessi, di modificare integralmente lo stato percettivo e operativo dell’essere, che nasce a nuova vita.

Noi riteniamo, seguendo in parte la linea di Comaraswami e Guénon, che sia possibile una perfetta integrazione fra tali posizioni purché si incontri una “via”, un “cammino spirituale legittimo”, una trasmissione iniziatica autentica, in grado di fornire il metodo e i mezzi per utilizzare tutte le facoltà umane.

E’ evidente comunque che, nel momento in cui l’essere umano si trova di fronte all’ineffabile, qualsiasi “rumore” della mente impedisce il contatto, l’esperienza, la visione. Quello che la Porete definiva “annichilimento” è un silenzio totale, in cui l’Umiltà diventa mezzo grandioso di sapienza e, per rifarci a Taulero, l’Amore elimina perfettamente ogni dialettica tra l’Amante e l’Amato fino a che cessa ogni distinzione fra loro.[12]

 

Il silenzio geometrico e matematico e… il respiro

Tra le varie modalità di “silenzio” collegate alla percezione sensibile ma anche allo stato della mente, non possiamo dimenticare quello di natura geometrico- matematica.

Soprattutto in chiave pitagorica, esiste una importantissima metafisica del numero, trattata dall’Archita, da Proclo e da tutti i tardo pitagorici sia di scuola alessandrina che precedenti, e ripresa efficacemente da Newton (anche se normalmente la visione della fisica, sotto l’aspetto ermetico e alchemico di tale grande scienziato inglese viene sottaciuta)[13].

Due sono gli aspetti più conosciuti di tale “silenzio”.

Il primo è connesso alla complicata e contraddittoria definizione del vuoto, (il sunya dei Veda), rappresentato, a volte ma non sempre, dallo zero.[14] Lo Zero: numero-non numero, entità irrappresentabile, ente ai confini fra l’essere e il non essere, vertiginoso affaccio sul nulla e sul niente che ha affascinato tutti coloro che hanno studiato la matematica nei suoi aspetti qualitativi più profondi.  Lo zero: dotato di grande forza operativa all’interno della teoria dei numeri; straordinario moltiplicatore per 10, nella matematica araba, di tutti i numeri a cui si accosta, pur non “valendo” quantitativamente… assolutamente nulla. Lo Zero: non assimilabile al “niente” eppure misteriosissimo inizio simbolico di ogni numerazione anche se la distanza tra tale “non numero” e il primo numero discreto è praticamente infinita. Lo zero, cioè, si allontana a velocità spaventosa dalla prima espressione quantitativa, l’“uno”, così come l’infinito si allontana da qualsiasi altro numero e, mutatis mutandis, così come il silenzio assoluto si allontana da qualsiasi vibrazione sonora.

Qui siamo nella pura rappresentazione simbolica, direi anzi anagogica di uno “stato” inesprimibile dalla logica ordinaria, a meno di ricorrere a convenzioni, a definizioni apodittiche che diventano quasi…un atto di fede e consentono perciò lo sviluppo di teorie matematiche.

Troviamo forse questa rappresentazione del “silenzio geometrico” (gli amici matematici mi perdonino questa forzatura semiologica) nel centro della croce, nel mozzo della ruota cosmica. In quella immobilità assoluta che consente l’incrocio degli assi e che, pur facendo contemporaneamente parte sia della verticalità che dell’orizzontalità, non ne è vincolato. Lo ritroviamo nella ruota del darma[15], nei rosoni romanico-gotici, nel nord polare  del simbolismo zodiacale

Per tale ragione, questo silenzio e questa indebita “usurpazione” che abbiamo fatto dalla matematica prelevandone lo “zero”, ci portano inevitabilmente verso alri silenzi, altre immobilità, altri osservatori privilegiati della completezza dell’essere e dei passaggi tra continuo e discontinuo, tra determinato e indeterminato: la musica e la danza.

Esistono le pause nel suono che, come approfondito altrove, consentono proprio di apprezzare la musica, sia nei suoi aspetti tonali che modali. La pausa fa precipitare il suono nel cuore e diluisce l’ascolto in ogni fibra dell’essere, determina l’attesa, riposa i sensi nella quiete e nello stesso tempo li predispone all’ingresso del suono, dell’armonia  successivi. E’ la Pausa che, distribuita sapientemente tra le note, determina l’andamento del ritmo e carica i “neumi” e gli accenti del loro significato. E’ la pausa che interrompe un ciclo e lo collega al successivo.

Per questo tutte le tradizioni, così come cercano nel silenzio e nelle pause il respiro che consente la successiva emissione del suono, così attribuiscono una enorme importanza alla postura cercata attraverso il movimento e ottenuta nella immobilità della pausa.

Per questo nelle tecniche di respirazione orientali e occidentali la ritenzione del respiro è oggetto di tanta riflessione e attenzione e, sempre per questo, anche nella ricerca del Rebis, molte scuole parlano del mistero e del confine tra una modalità e l’altra dell’essere, tra il maschio e la femmina, tra il moto e la quiete. Ma ciò è parte di un aspetto squisitamente operativo e degno, appunto, del più assoluto e ineffabile …silenzio.

 

 



[1]Shankaracarìa Veveka-Cuda-Mani- Vidia 1988

[2] V. C. Lanzi-Ermetismo e Mistica- Simmetria 2015

[4] Del linguaggio parla abbondantemente Gorgia nell’Encomio di Elena e Aristotele nel De interpretazione, che ovviamente si era posto il problema della comunicazione verbale delle idee. Aristotele infatti scopre l’esistenza di una “semantica apofantica” che ha la possibilità di produrre enunciati sia veri che falsi in ugual misura.Della possibilità che le associazioni fonetiche giungano ad una corretta definizione della realtà si sono occupati un po’ tutti i filosofi che ovviamente usando il linguaggio per definire le idee si sono trovati di fronta alla coerenza fra il mezzo e il fine. L’apertura verso la psicolinguistica si ha forse con L.J Wittgenstein nella Philosophische Untersuchungen e, nella cosiddetta filosofia analitica il linguaggio (dove il pensiero traducibile con parole assume un ruolo centrale).

[5]Giamblico De Vita Pitagorica a cura di U.Klein Deubner 1975. Ma di questo fondamentale autore, indispensabile per comprendere la disciplina della scuola di Crotone esistono moltissimi altri testi tra i quali seguitiamo a ritenere fondamentali quelli italiani di V. Capparelli, di Rostagni, di Ferrero e molti altri.

[6] V. Capparelli La Sapienza di Pitagora Ed-med 1988

[7] Su tale tema e sull’importanza della parola nella comunicazione fra gli uomini v. C. Lanzi-Ermetismo e Mistica, Simmetria 2015

[8] Sulla semiologia propria della scienza iniziatica e la manipolazione facilment operabile attraverso la confusione della nuova era v. C. Lanzi -  Maleducazione spirituale - Simmetria II ed 2009

[9] l’inizio della cosiddetta “teologia negativa” inizia forse con Plotino che per primo affermò, in felice concomitanza col Vedanta, che “di Dio possiamo dire solo quello che Egli non è ma non diciamo quello che è”. Lo stesso Socrate, in fondo, attraverso la sua maieutica, non si proponeva tanto di definire la verità quanto di demolire le false credenze su ciò che si ritiene vero. La proposizione di S. Agostino “Si comprehendis non est Deus” (Sermo 52) è forse una delle espressioni migliori che siano state mai formulate di fronte alla indefinibilità del divino.

[10] Guénon, nei Piani molteplici dell’essere e in molti altri suoi testi ed articoli, affronta con straordinaria lucidità il problema dell’Assoluto e della Possibilità infinita.

[11] v. C. Lanzi, L’anima errante Simmetria 2013 II ed.

[12] Su tale tema rinviamo anche ad Esoterismo Cristiano e amore di Paolo Virio ed Simmetria 2000

[13] Abbiamo riportato una vasta anche se non esaustiva riflessione testuale e bibliografica sui principali filosofi-matematici (antichi e “moderni”) che si sono occupati del silenzio in Ritmi e Riti Simmetria II ed 2012

[14] Guénon ha sistematiszzato molte considerazioni d’ordine metafisico sul vuoto sia nel celebre e poco studiato “I piani molteplici dell’essere” come nei “Principi del calcolo infinitesimale”.

[15] v.C. Lanzi -  Misteri e simboli della Croce II ed Simmetria 2013

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti