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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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L’Alchimia è Arte trasmutatoria per eccellenza che nelle sue operazioni descrive sotto il nome dei metalli la trasformazione delle componenti dell’uomo in “materia spirituale” esplicitandone le fasi anche attraverso le cosiddette “ricette”, contenenti significati simbolici negli elenchi delle sostanze da adoperare e nelle azioni, più o meno complesse, che si compiono per raggiungere il risultato voluto. Per quanto concerne l’Alchimia occidentale questo aspetto si va sempre più complicando nel trascorrere del tempo con ricette sempre più complesse e difficili da comprendere, anche perché spesso ignoriamo a cosa corrisponda il nome di alcuni “ingredienti” di esse, ma alle sue origini nel mondo europeo il numero di questi “ingredienti” è abbastanza limitato e lo scopo della ricetta (sul piano meramente intellettuale, sia ben chiaro) è sufficientemente evidente.

Se parte di queste ricette hanno scopo esclusivamente trasmutatorio, per trasformare i metalli fino a giungere alla realizzazione dell’Argento e dell’Oro, ve ne sono altre aventi un aspetto più strettamente medico, il che consentiva di inserire l’Alchimia, considerata una pratica sospetta, nell’àmbito di una scienza ufficialmente accettata e riconosciuta quale la medicina.

I preparati alchemici che troviamo descritti a questo scopo erano utilizzati per curare malattie del corpo sia recenti sia antiche, ma anche per garantire se non l’immortalità almeno una vita lunghissima (per questo ad esempio si parla di “Elixir di lunga vita”), come leggiamo in alcune pagine del Pretiosum donum Dei e di altri trattati ad esso contemporanei.

Così ad esempio troviamo scritto nel Donum Dei[1] che “l’Elixir al bianco è una lamina cristallina: se se ne dà quanto un grano di senape cura chi ha la febbre. Ed anche un lebbroso che si sia purificato per le quattro stagioni dell’anno con questa lamina sarà liberato, e se (affetto) dall’elefantiasi si è mondato con la polvere rossa tanto quanto (il passaggio) del sole due volte in un anno, cioè marzo e settembre, sarà curato. E ambedue le polveri bianca e rossa sanano i malati di sciatica”, e “se del nostro Elixir ogni giorno per sette giorni ne sarà preso quanto il peso di tre semi di carruba, i capelli bianchi cadranno dalla testa e nasceranno neri e da vecchio diventerà giovane e forte”. E se “l’Elixir al rosso cura tutte le infermità croniche dalle quali i medici hanno disperato (di far guarire) e riporta in vita l’uomo come l’aquila”, esso “(lo fa) vivere cinquecento anni e più ancora, come fecero alcuni filosofi che avevano l’uso di prenderne due o tre volte a settimana quanto un grano di senape”.

Tra i diversi ingredienti adoperati ve ne è uno che a prima vista può suscitare meraviglia, il sangue umano, e più precisamente, secondo l’indicazione delle numerose ricette in cui lo si trova, “sangue di uomo rosso”, “sanguis hominis ruffi[2], colore, o meglio diremmo oggi fenotipo, che secondo la terminologia medica del tempo si applicava a persone colleriche, tanto che Guglielmo di Tiro scrivendo del re Fulco dice che era “vir rufus, fidelis, mansuetus et contra leges illius coloris affabilis, benignus et misericors”.

Che il sangue umano fosse adoperato fin dall’inizio nell’Alchimia occidentale lo sappiamo già da Vincenzo di Beauvais (1190-1264), il quale nella sua enciclopedia del sapere medievale parlando dell’Elixir alchemico cita il sangue tra le “sostanze animate” che vengono adoperate per estrarlo, non specificando però se umano o animale[3].

La prima ricetta contenente il sangue umano viene data da Michele Scoto, contemporaneo di Frate Elia (1175-1236) ed insieme a lui tra i primi scrittori originali di Alchimia nel mondo latino, il quale nel Cap. VII della sua Ars alchemiae[4] dà una ricetta “per mutare Venere in Sole”: “Accipe sanguinem hominis ruffi comburentem, ovum metalorum, sanguinem bubonis, colofonia, tartarum album, supra proice boracem… et ista luna erit valde bona”.

Questo utilizzo alchemico del sangue per ottenere Luna e Sole si legge anche in altri scrittori, come nella raccolta, quasi tutta anonima, di ricette del ms 18 della Boston Medical Library[5]: “Recipe de sanguine hominis..., aquam salis armoniaci... cola per pannum triplicatum. Proice supra Venerem solutam et transmutat eam in solem” (cc. 13r-13v); “Recipe sanguinem hominis sani et bene complexanti, proiecta aqua quae supernatat. Et pone in vase terreo vitreato quantum volueris… Et invenies mercurium congelatum et in veram lunam conversum” (cc. 65r-65v).

Vi è poi un utilizzo prevalentemente medico di questa sostanza, di cui una completa descrizione viene data dal grande alchimista Arnaldo da Villanova (1240-1313) in un breve trattato intitolato nei manoscritti Epistola magistri Arnaldi de Villa Nova de sanguine humano ad magistrum Iacobum de Toleto de prestantia et virtutibus aquae humani sanguinis[6], riportato successivamente in edizioni a stampa tra cui quella pubblicata nel 1597 insieme al De quinta essentia di Giovanni da Rupescissa[7].  

Scrive Arnaldo che il carissimo amico Giacomo gli ha domandato di conoscere il segreto del sangue umano, segreto che egli ha ricevuto per volere divino ed ha sviluppato con la propria opera e che inutilmente hanno ricercato gli antichi, perché è un dono celeste che è stato destinato a lui anche se indegno[8]. Questa sostanza è tanto potente, come lo stesso Arnaldo ha potuto vedere nei suoi esperimenti, che spiegare del tutto il suo potere non è possibile[9], ed in effetti nulla dice circa la ragione per cui sia utilizzato proprio il sangue umano e quale sia il potere che esso racchiude.

La sostanza che serve allo scopo è il sangue umano di un giovane uomo[10] sano di età inferiore ai 36 anni e da esso vanno estratti i quattro Elementi (in realtà egli parla solo di tre, il che lascia intendere che il sangue umano costituisca di per sé la “terra”)[11].

Arnaldo prosegue parlando delle virtù curative dell’Acqua, dell’Aria e del Fuoco estratti dal sangue: l’Acqua combatte tutte le malattie sia calde che fredde, secondo la dizione della medicina dell’epoca, e in particolare è utile nei pazienti che hanno “difetti nello spirituale[12].

L’Aria dà nelle stesse malattie risultati forse ancora maggiori dell’Acqua ed è molto utile nei giovani perché permangano nel loro stato di forza e di bellezza facendone un uso moderato[13]: non fa putrefare il sangue né consente al flegma e alla collera di avere la prevalenza, ripara i danni di tutte le membra e cura le malattie dell’occhio “oscurato” (la cataratta? il tracoma?).

Ma il Fuoco è più prezioso ed ammirabile: esso può ridare per un’ora la vita ai morti se se ne dà quanto un chicco di grano sciolto nel vino, consentendo loro di fare testamento[14], e questo potere Arnaldo afferma di averlo sperimentato personalmente sul comes Faustinum[15]. Questo Fuoco mantiene in vita l’anziano rendendogli più giovane il cuore se ne assume in modica quantità tutti i giorni o a giorni alterni, ed è chiamato Elixir vitae, ma non va confuso con l’Elixir alchemico[16].

Il trattato di Arnaldo si chiude con una nota, che manca nel più tardo testo stampato, in cui l’autore spiega come si ottengano i tre Elementi: il sangue fresco deve essere mescolato con acquavite e distillato per avere il primo elemento, se mescolato di nuovo con acquavite fortissima si estrae il secondo e se si ripete questo procedimento si ottiene il terzo[17].

Arnaldo quindi si sofferma sulle proprietà mediche del sangue umano, anche se esse vanno al di là delle semplici azioni farmacologiche visto che ciò che se ne estrae richiama sia pure temporaneamente in vita i morti, mantiene intatta la gioventù e ringiovanisce l’anziano.

Sulla stessa linea essenzialmente medica si soffermano altri autori che utilizzano il sangue nelle loro ricette[18].

Nel secolo successivo Giovanni da Rupescissa (1310-1365), francescano come Frate Elia, nel suo Liber de quinta essentia[19] tratta dell’estrazione della Quinta Essenza, che di norma si ottiene da “un vino nobile, dolce, saporoso, odorifero” che va distillato con un particolare alambicco, di cui dà la descrizione, finché si giunga alla “migliore acqua ardente che si possa per operazione del volgo ottenere”, ma, poiché questa acqua ardente “ha ancora la commistione materiale dei quattro elementi”, va di nuovo e molte volte sublimata affinché “giunga a tanta altezza di glorificazione e (diventi) così composto incorruttibile quasi come il cielo e la natura del cielo[20].

La Quinta Essenza si può ottenere oltre che dal vino anche dalla distillazione di altre sostanze, e in primo luogo dal sangue umano; a questo proposito l’autore dà alcune precisazioni: si prende il sangue dai barbieri che, all’epoca, facevano i salassi cui periodicamente le persone si sottoponevano, scegliendo il sangue “di uomini giovani o collerici che si servono di buoni vini”, e lo si mescola con sale comune in un’anfora di vetro ben sigillata che va posta nel “ventre di cavallo”[21] finché non giunga alla putrefazione che dà la “nobile acqua del sangue”, da cui è possibile estrarre la Quinta Essenza.

Del tutto diversa invece una ricetta che abbiamo trovato esplicitamente attribuita a Frate Elia (1180-1253)[22]: in questo caso il sangue umano è utilizzato per uno scopo completamente diverso dai precedenti, cioè creare una fonte di luce che duri per lungo tempo[23].

Il testo è riportato nel ms Pal. Lat 1894 della Biblioteca Apostolica Vaticana c. 93v[24] e così può essere trascritto, considerata la difficoltà dovuta alle macchie di inchiostro nel testo e alla calligrafia corsiva di difficile lettura, nonché alla presenza di parole scritte in modo inesatto dall’amanuense.

Il fuoco di Haly. Rp solfo vivo 1 oncia, calce viva 1 oncia, cenere di ? 1 oncia, polverizzate sottilissimo il tutto e ponetelo in una lampada chiusa, sia acceso per riscaldamento e il fuoco durerà sempre.

Frate Elia così faceva un fuoco che durava per un anno. Rp sangue di uomo rosso almeno due libbre e lascialo finché non coaguli, poi elimina l’acqua che si forma sopra e il coagulato mettilo in una buona padella stagnata, ponilo al fuoco e senza sosta mescola con una spatola di ferro ben limata e brunita, e vai per lungo tempo, anche due (giorni?), finché non vedrai formarsi un olio che prenderai e porrai in un vaso di vetro, e subito spella questi vasi (?), chiudi un poco proprio nel giusto modo il vetro grigio (?)[25] e poni in questo vaso l’olio di cui si è detto prodotto dal sangue e in questo olio dopo metti carbone di quercia o di vite quando sia bruciato a metà e subito alzerà la fiamma e durerà così ardente fino ad un anno, dando sempre luce.

Si tratta quindi di due ricette distinte: la prima, a nome di Haly, alchimista di lingua araba, ha lo scopo di ottenere un fuoco inestinguibile ma non è a base di sangue umano, la seconda, attribuita a Frate Elia, si basa invece sul sangue dell’”uomo rosso”, ma la durata del fuoco è esplicitamente detto essere di un solo anno.

Parlare di “lume perpetuo” o di “lampada eterna” non può non richiamare alla mente gli esperimenti del Principe Raimondo de Sangro, descritti nelle Lettere a Giraldi[26] e in parte ripresi ne Il Lume eterno[27], per creare la “lampada perpetua” che doveva illuminare la Cappella che stava erigendo. Poiché su questo argomento abbiamo già detto[28], qui riporteremo solo alcuni elementi che possono essere correlati alle ricette di Haly e di Frate Elia.

La sostanza adoperata dal Principe era pur sempre di origine umana ma invece che con il sangue aveva condotto il suo “esperimento” con ossa del cranio[29], e la durata della luce, peraltro spentasi per un accidente, fu di 92 giorni. Ma nel proseguire la ricerca il Principe fece un’importante osservazione: col passare dei mesi sulla superficie della sostanza preparata dalle ossa del cranio comparvero delle strisce di colore “più rosso del sangue”, alle quali egli attribuì la proprietà di attrarre il “fuoco elementare” che si trova nell’atmosfera e quindi di rendere perpetua la luce alimentandola con il “fuoco” presente nell’aria[30].

Sembra che solo alla fine della ricerca il Principe abbia trovato ciò che poteva realmente dare al suo “lume” la potenza per essere “eterno”: il principio immateriale presente nel sangue come luogo dello pneuma, conoscenza che risale ad epoche remote e di cui tracce sono pervenute attraverso l’opera di scrittori del Pitagorismo quale Lucio Cornelio Alessandro detto Polyhistor, autore nel I sec. a.C. delle Successioni dei filosofi a cui attinse Diogene Laerzio[31], il quale descrive il sangue quale supporto dell’anima attraverso il sistema neurovegetativo che consente la circolazione di esso[32].

Una “ricetta” alchemica scritta da Frate Elia nel XIII secolo, le cui basi risalgono ad epoche ancora più antiche, sembra avere costituito nel XVIII secolo il punto di arrivo dell’arte trasmutatoria del Principe Raimondo.

 1031 Sangue

[1] GALIANO Il Pretiosum donum Dei (ed. Simmetria, Roma 2017), trascrizione e traduzione annotata del ms 77.2 Aug. 8° della Biblioteca di Wolfenbüttel del XV sec., cc. 12r-12v.

[2] Ruffus o rufus è anche il nome volgare di un’erba che cresce nelle terre dei Goti, intese come le popolazioni dell’Occitania  da cui è chiamata ros, da cui si estrae un colorante per tingere le stoffe, conosciuta da Plinio con il nome di cotinus (DU CANGE sub voce, da cui è tratta anche la citazione che segue). Rufus è inoltre il nome di un pesce d’acqua dolce (idem).

[3] VINCENZO DI BEAUVAIS Speculum naturale libro VIII cap. LXXXII: Est autem elexir ex duobus modis… Alio modo ex quibusdam rebus provenientibus ex animatis, scilicet ex capillo vel ovo vel sanguine.

[4] WALEY SINGER Michael Scot and Alchemy, in Isis Vol. 13, n° 1 (Settembre 1929), pp. 5-15.

[5] Il ms è citato in WILSON  Catalogue of Latin and Vernacular Alchemical Manuscripts in the United States and Canada, in  “Osiris”, Vol. 6 (1939) alle pp. 42-149. Come si legge in alcuni passi del testo, il ms 18 è stato scritto a Bamberga tra il 1476 e il 1478.

[6] Uno dei più antichi codici in cui è riportata la Epistola è il ms 534 della Wellcome Library del XV sec., cc. 97r-99r.

[7] Dalla Biblioteca di C. V. Jung: Johannes de Rupescissa, qui vixit ante CCCXX annos, de consideratione quintae essentiae rerum omnium, opus sane egregium : Accessere Arnaldi de Villanova Epistola de Sanguine humano distillato. Raymundi Lullii Ars operativa, et alia quaedam. Michaelis Savanarolae libellus optimus [...], Basileae, per Conradum Waldkirch, 1597. Universitätsbibliothek Basel, ls 160, http://dx.doi.org/10.3931/e-rara-7526 / Public Domain Mark. L’Epistola di Arnaldo si trova alle pp. 145-149.

[8] Ms 534 Wellcome c. 97r: Me rogasti ut secretum meum de sanguine humano, quod divina favente potestate si per mei industriam… per multiplures experientias cum multiplicibus laboribus adinveni, aliqua de quibus expertus essem transcribendo significaremquod antiqui requisiverunt nec invenire potuerunt. Est et eius donum caeleste, nobis indignis a deo destinatum.

[9] Ms 534 Wellcome ibidem: Istius rei efficaciam tantam esse quod non sufficio tibi tante virtutis vigorem plenus explanare.

[10] Arnaldo non specifica quanto scrivono altri autori, a partire da Michele Scoto, che il sangue debba essere estratto da un “uomo rosso”.

[11] Ms 534 Wellcome c. 97v: Sit sanguis virorum sanorum  et etatis infra 36 annos, et extrahito quatuor elementa, prout bene noscis in alkimia, et obtures bene quodlibet elementum epr se, ne aer subintret. Il testo a stampa scrive invece: aetatis annorum viginti usque ad triginta.

[12] Ms 534 Wellcome ibidem: Aqua enim valet in omnibus egritudinis tam calidis quam frigidis… et maxime valet patientibus vitium in spiritualibus.

[13] Ms 534 Wellcome cc. 97v-98r: Aer etiam multum valet ad predicta et forte plus quam aqua ipsa. Et maxime valet iuvenibus ut in eodem statu fortitudinis et pulchritudinis permanent si utantur eo paulative et in modica quantitate. L’edizione a stampa invece di pulchritudinis ha plenitudinis.

[14] Ms 534 Wellcome c. 98v: Ignis vero pretiosior et admirabilior est et omnia valet ad quae valet aer. Et quod plus est de mortuo homine facit vivum.. quasi per unam horam ipse infirmus poterit loqui et disponi de testamento et confessione.

[15] Un risultato analogo otteneva il Principe Raimondo de Sangro, di cui viene riferito l’avere sanato e fatto vivere per altri sedici anni un suo parente prossimo a morire e descritto come il “richiamare a vita novella i già vicini a trapassare, che volgarmente dicesi resuscitare i Defunti” (DE SANGRO Lettera apologetica dell’Esercitato… contenente la difesa del libro intitolato Lettere di una Peruana, Napoli 1750, ristampa a cura di Spruit, Napoli 2002, p. 217).

[16] Ms 534 Wellcome c. 98v: Si senex utatur hoc igne omni die in modica quantitate sublevat senectutem exhilarando corda ipsorum  ita quod iuvencula possidebit corda. Et ideo vocatur Elexir vitae, nec tamen est Elexir alkimiae.

[17] Ms 534 Wellcome c. 99r:  Nota de sanguine isto humano quod permiscendo ipsum recentem cum optima aquavitae et ipsum distillabo et erit pro primo elemento. Et super feces ponam aliam aquam vitae fortissimam et faciam similiter et erit pro secundo elemento. Et sic faciam 3o et erit pro tertio elemento. Et hoc probabo.

[18] Impossibile riportare tutte le ricette a base di sangue umano: solo per citarne alcune rimandiamo per esempio al  ms 164 Digby del sec. XV c. 21 (De humano sanguine sive de compositione medicamenti cuiusdem per separationem quatuor elementorum) o al Pal. Lat. Vaticano 1335 circa del 1400 c. 80r (Aqua facta de sanguine hominis sani distillata septies ... nervös contractos mollificat et sicut dicitur vitrum mollificat).

[19] Adoperiamo la traduzione del ms 687 della Biblioteca Universitaria di Pisa del XV sec. fatta da DEL GUERRA in “Bollettino storico pisano”, anno XX-XXI (terza serie), anno 1951-1952 pp. 108-176. Nel codice il trattato è attribuito a Frate Elia e rispetto alle redazioni del Rupescissa contiene solo il I libro e la parte iniziale del II, con una netta differenza nell’incipit rispetto al testo del Rupescissa (il cui incipit è: Dixit Salomon sapientiae cap. VII: Deus dedit mihi horum scientiam veram): Incipit liber de quinta essentia secundum fratrem Helyam in sacra theologia professorem de ordine minorum. Sed teste Salomone Ecclesiaste capitulo primo: cunctae res difficiles sunt. Explicit: Et debet hoc archanum ab omnibus inimicis ecclesiae occultari ymo nec principes nec talia ministrantes debent hoc alicui revelare. Deo gratias.

[20] La descrizione del processo della distillazione ha fatto sì che l’opera del Rupescissa, come l’Epistola de sanguine humano di Arnaldo, siano considerati i primi trattati sulla fabbricazione della grappa! (si veda il sito della nota distilleria Poli www.poligrappa.it).

[21]  In precedenza il Rupescissa descrive come si debba prendere il ventre di un cavallo, pestarlo e mescolarlo in una fossa con concime, in cui porre il vaso di distillazione per mantenerlo a calore costante. L’uso del concime e in particolare del fimo equino si trova in numerose ricette alchemiche; è anche sottolineato il fatto che il calore del fimo si mantiene per non più di cinque o sei giorni, per cui esso va rinnovato periodicamente (si veda ad esempio il ms 5 della Boston Medical Library in WILSON cit. pp. 97-98).

[22] Ringraziamo la Prof.ssa Partini per averci dato comunicazione di questo testo.

[23] Unica ricetta simile, a quanto attualmente sappiamo, si trova nel ms VCQ 24 (scritto tra il 1590 e il 1594 ad opera di Korndorffer, discepolo di Tritemio) e riportato dal BOEREN in Codices Vossiani Chymici, Leida 1975 p. 159, nel quale alle cc. 180-181 è riportata la ricetta per un lumen perpetuum  seu incombustibile, della quale però non abbiamo potuto avere copia integrale.

[24] Il ms secondo lo SCHUBBA Die medizinischen Handschriften der Codices Palatini Latini in der Vatikanischen Bibliothek, Wiesbaden 1981, p. 494 è stato scritto, per la parte che qui ci interessa, in Italia nel XVI sec. Questa la possibile trascrizione, in alcuni punti non certa:

Halius ignis. Rp sulfuris vivi unciae 1, calcis vive unciae 1, cinneris gunreperi [sic] unciae 1, pulverisetur omnia simul subtilissime et ponatur in lampade [macchia] clauso, accenditur calefaciendo et durabit ignis semper. Frater Elias sic faciebat igniem durantem per annum. Rp de sanguine hominis ruffi ad minus duas l(ibras) et dimitte donec choagulatur, deinde proice aquam (quae) est desuper et coagulatum retinet in patella hoptime stagniata [sic], ad igniem [sic] pone et indesinenter agita cum spatula ferrea optime [parola cancellata dall’amanuense] limata et brunita et eam diu, ita due, donec oleum videris emanare quod acipe [sic] et repone in [parola cancellata dall’amanuense] vase vitreo et statim opila [sic] hos vasos, vitreum grissum valde admodum conclue [sic] parve et pone intus in dicto vase de olio predicto sic ex dicto sanguine emanato et in oleo predicto postea pone carbonem de querchu vel vitis cum medietas extinta et statim proiciet flammam et durabit sic ista ardens usque annum semper inluminans.

[25] La frase opila hos vasos vitreum grissum valde admodum conclue parve non è affatto chiara, anche per l’uso di termini che non esistono nel latino classico. Nel Glossario del latino medievale del Du Cange il verbo opilare ha il significato di spellare o depilare; vitreum equivale a vitrum; grissum potrebbe essere letto grisum, che si traduce con pelle animale, veste di pelle, oppure griseum, colore di abito; conclue se letto conclude ha il significato di chiudere, terminare; parvus  è equivalente a paucus. Quindi la frase si potrebbe tradurre: subito spella questi vasi, chiudi un poco proprio nel giusto modo il vetro grigio oppure la pelle vitrea, vetrificata, ma non abbiamo idea del suo significato nel contesto.

[26] DE SANGRO Lettere del Signor D. Raimondo di Sangro… al signor Cavaliere Giovanni Giraldi, raccolte e pubblicate a cura di Crocco, Napoli 1969.

[27] DE SANGRO Dissertation sur une lampe antique trouvée a Münich en l’annèe 1753, Napoli 1756 (trad. Il Lume eterno, a cura di Lacerenza, Foggia 1999).

[28] GALIANO Raimondo de Sangro e gli Arcana Arcanorum, Roma 2010 (2a ed.) pp. 89-102.

[29] DE SANGRO Lettere cit. p. 26.

[30] DE SANGRO Lettere cit. p. 49-50. Sul “fuoco elementare” si veda GALIANO Raimondo de Sangro cit. in particolare pp. 100-102.

[31] DIOGENE LAERZIO Vitae phil VIII, 24-31.

[32] Un accenno (poiché di più non è possibile) sul significato sapienziale del sangue si trova in GALIANO Roma prima di Roma (2a ed.),  Roma 2016, pp. 128-130.

 

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