Sotto la guida del barone Ricciardelli si cercava di fare un avvicinamento tra le figure e i simboli della Mensa Isiaca con i Tarocchi che, secondo la Tradizione, risalivano al dio egiziano Thot. Ma lo studio fu interrotto dopo qualche anno per la scomparsa dello studioso, che, tuttavia, aveva collocate buona parte delle figure. Da allora ho sempre tenuto un rapporto culturale con il dotto gesuita tedesco, tanto più che faceva parte, insieme al Palombara e Santinelli, del famoso cenacolo che si era creato a Roma intorno alla Regina Cristina di Svezia, di cui mi sono particolarmente occupata. Sono ritornata a Kircher qualche anno fa per un lavoro sulla Regina Cristina di Svezia (1) e per uno studio più approfondito sulla Mensa Isiaca durante la stesura del libro sulla “Roma Egizia”, scritto insieme a Boris De Rachewiltz, noto egittologo prematuramente scomparso. Kircher mi interessava ancora per i suoi rapporti con G.L. Bernini: la loro collaborazione è immortalata nella famosa fontana dei Fiumi di Piazza Navona e nell’Elefante con l’obelisco di Piazza S. Maria della Minerva (due punti strategici della città Eterna).

Attualmente mi occupo di due scritti alchemici contenuti l’uno nell’Oedipus Aegyptiacus (“Alchimia Hieroglyphica sive Aurifera Ars Aegyptiorum”), l’altro nel Mundus Subterraneus (“De Lapide Philosophorum”).

Mente enciclopedica, Athanasio Kircher nacque in Germania nei pressi di Fulda il 2 maggio 1602. Entrato nella Compagnia di Gesù insegnò matematica e lingue orientali prima in Germania e poi in Francia. Chiamato a Roma da Urbano VIII nel 1633 per insegnare matematica al Collegio Romano, trascorse qui la maggior parte della sua vita e rappresentò per quasi cinquant’anni la maggior autorità culturale della cattolicità. Fu in corrispondenza con gli uomini più colti del suo tempo e con i Gesuiti delle Missioni orientali.

Si occupò di tutto lo scibile, filosofia, fisica, chimica, astronomia, storia naturale, archeologia, musica, e cercò soprattutto attraverso i suoi studi sui geroglifici, di portare in luce la filosofia ermetica.

Sebbene Isaac Causabon (1559-1614) avesse dimostrato che i libri ermetici non erano anteriori ai primi secoli dopo Cristo, il Kircher non mostra alcun dubbio che tali opere risalissero ad Ermete Trismegisto e contenessero l’antica sapienza della tradizione egiziana.

Amante della natura e dei suoi segreti Kircher indagò tutte le branche dello scibile umano sia sperimentando nel suo laboratorio al Collegio Romano, sia osservando direttamente la natura. Pur tenendo vivo il suo interesse per la ricerca scientifica credeva nelle virtù occulte delle cose create e nella legge dell’analogia. Tutto è Uno; catene magnetiche legano le varie parti del cosmo tra di loro, come troviamo mirabilmente espresso nei frontespizi dei suoi libri e nei 5 medaglioni fatti affrescare nel soffitto del Museo al Collegio Romano.

Il museo Kircheriano fu un raro esempio di raccolta d’arte (pitture, statue, reperti archeologici, vetri, ceramiche), di strumenti scientifici (astrolabi, microscopi) di (animali, metalli, alghe) e (statue parlanti, automi, lucerne, attrezzature chimiche). A metà tra arte e scienza erano gli Hermetica Hesperimenta, cioè esperimenti chimici di cristallizzazione, trasmutazione, orologi magnetici. Oltre che ad esperimenti chimici, Kircher si dedicava a tecniche fisiche, dando luogo a specie di meraviglie applicate, come camere ottiche per proiettare immagini, statue parlanti, ecc.

Al Collegio Romano esisteva un laboratorio chimico-alchemico e delle esperienze qui fatte abbiamo conferma dalla Regina Cristina di Svezia che, giunta a Roma nel 1656, dedicò una delle prime visite alla città proprio al Collegio Romano, dove si interessò specialmente alla magnifica Biblioteca, ricca di antichi codici greci e latini, e alla Galleria ove “padre A. Kircher, gran matematico, teneva cose curiose della natura e dell’arte…; nel giardino vide erbe, piante, metalli…… vide distillate col fuoco d’uno stesso fornello 65 erbe distinte in 65 alambicchi……”. Nel laboratorio ricco di attrezzi e fornelli, attrasse l’attenzione della Regina soprattutto “l’erba fenice, che come la Fenice, germoglia nell’acqua perpetuamente dalle sue ceneri” (2)

Era attratto dai fenomeni meravigliosi delle immagini naturali (segni e simboli naturali su pietre, uova, ecc.) ed aveva una grande curiosità per le visioni e per le immagini fantastiche (miraggi, proiezioni di figure, ecc.) che tentava di spiegare in chiave scientifica e di ripetere artificialmente (vedi i suoi studi sulla , sulle statue parlanti, ecc.). Per Kircher lo sviluppo dell’arte delle immagini (immaginativa) era utile per l’arte analogica, tanto importante nella scienza d’Ermete, e per la costruzione dei talismani.

Kircher fabbricò lui stesso talismani, quadrati magici, statue parlanti, e cioè applicò sperimentalmente i principi della magia naturale, in un misto tra scienza e magia: “Nulla è più degno dell’intelletto umano che conoscere quelle cose pertinenti alla natura divina, ed i benefici da essa portati al genere umano da cui discendono questo stesso mondo e tutto ciò che è nel mondo” (Ob. Pamph. p. 40).

Accanto agli studi filosofici ed a quelli sulla tradizione egizia, Kircher coltivò fin dagli anni giovanili studi sul cosiddetto “magnetismo”, inteso come forza di attrazione universale che pervade il mondo minerale, vegetale e animale. Dai titoli e dalle cronologie delle sue opere si deduce il progressivo approfondimento della materia, illustrata efficacemente nei frontespizi. Nel 1631 pubblicò Ars Magnesia e, a distanza di dieci anni, il Magnes sive de arte magnetica (1641) e infine il Magneticum Naturae Regnum, pubblicato a Roma nel 1667.

Tema centrale del Magnes sive de arte magnetica è una visione armonica dell’universo, legato da “nodi arcani”, come si evidenzia dal frontespizio, in cui l’intima relazione tra le cose create è rappresentata dalla catena aurea che unisce “magneticamente” i 14 medaglioni delle arti e delle scienze con i loro relativi emblemi.

La stessa concezione è rappresentata nel frontespizio del Magneticum Naturae Regnum, pubblicato a Roma nel 1667. Anche qui gli effetti “magnetici” sono rappresentati da una catena aurea, sostenuta da un braccio divino che sporge dalle nubi e collega tre medaglioni con gli oggetti dotati di maggior forza attrattiva, al mondo minerale, vegetale e animale, rappresentati da: un ago magnetico con la scritta “inclinabiter” (mondo minerale); da una palma con la scritta “pressa resurget” che esprime la sua forza vitale (mondo vegetale); da un gallo e un cervo rampante con la scritta “natura naturae delectatur” [la natura si diletta della natura, (mondo animale)]. Nel suddetto libro Kircher attribuisce particolari qualità magnetiche alla palma (3) , l’albero per lui più ricco di “forza attrattiva”.

Mentre nel primo frontespizio si ha una visione cosmica globale che concatena i quattro mondi (archetipico, angelico, sidereo ed elementare), in questo è soprattutto illustrato il magnetismo terrestre, seppure di origine divina (braccio celeste che sporge dalle nubi). Un’unica forza, quindi, quella dell’Amore (v. J. Hechius “Magnes amoris amor" (4) lega il mondo minerale, vegetale e animale, come scrive in Ars Magna Lucis et Umbrae: “Le piccole piante che giacciono sepolte nella matrice dei loro semi, sotto lo sguardo del Sole, germogliano ebbre di gioia e presto sbocciano in foglie, fiori, frutti. Tutti gli animali sospinti dalla gioia dei cieli, vale a dire dalla fertile radiazione della luce, sono stimolati, come da un sorriso, al piacere da movimenti fecondanti. Le stesse rocce remote, ad ogni contatto con la luce, come attratte da qualche virtù occulta dei raggi, inturgidiscono, e nella loro tumescenza si abbracciano l’un l’altra, tutte unendosi alla “danza delle sfere celesti”.

Le catene magnetiche che appaiono nei frontespizi delle due opere citate mostrano, in una visione magico-scientifica, la potenza della “vis actractiva” che tutto lega in una rete di simpatie e analogie.

Ma accanto a questo lato della sua vita, dedicata all’indagine sperimentale che lo portava a tenere i contatti con le culture di tutto il mondo attraverso le Missioni, come leggiamo nelle belle pagine dell’ultimo capitolo di Ars Magna Lucis et Umbrae sulla Metafisica della Luce, Kircher amava anche ritirarsi nella preghiera e nella meditazione. Suo luogo preferito di raccoglimento fu il Santuario della Mentorella che si erge su un picco di montagna (Vulturella = picco dell’avvoltoio), vicino Guadagnolo (Lazio).

Il primo incontro con la Mentorella avvenne nel 1661 mentre effettuava un giro di esplorazione del Lazio per raccogliere elementi per il suo lavoro. Si trovò quasi sperduto tra le alte rupi dei monti, quando intravide un tetto seminascosto da un fitto bosco. Avanzando si trovò innanzi una chiesa semidistrutta, le cui pareti conservavano ancora tracce di affreschi. Sull’altare maggiore si ergeva una statua della Madonna col Bambino, ricoperta di polvere e ragnatele. Attratto dalla potenza misteriosa del luogo e dall’Immagine della Vergine venerata come Madre delle Grazie, si attivò in ogni modo per restaurare il Santuario rivolgendosi a Leopoldo d’Austria e ad altri principi tedeschi. Con le offerte raccolte fece affrescare la Cappella di S. Eustachio sulla cima della rupe e costruire una scala d’accesso, detta Scala Santa.

Dal 1664 decise di andare alla Mentorella ogni anno alla data del 29 Settembre, giorno dedicato a S. Michele. In realtà il luogo era sacro a S. Eustachio e legato alla sua conversione al Cristianesimo. Si racconta che, ai tempi dell’Imperatore Traiano, un ufficiale pagano di nome Placido, mentre cacciava in quei boschi, inseguì un cervo che, arrampicatosi fino all’alta vetta del monte, non aveva più possibilità di scampo. L’ufficiale si avviò su per le rupi e quando pensava di aver già conquistato la preda, questa gli balzò davanti con la testa eretta e con una croce abbagliante tra le corna. Le mani tremanti dell’ufficiale lasciarono cadere l’arco e mentre s’inginocchiava una luce divina illuminò il suo cuore. Tornato a Roma diventò cristiano e cambiò il nome di Placido in quello di Eustachio.

Probabilmente il Kircher fu devoto di S. Eustachio, ma certamente lo fu ancor di più della Vergine Maria, al punto che nel 1680, anno della sua morte, volle offrire il suo cuore alla Madonna della Mentorella, affinché, raccolto in un’urna, potesse giacere ai suoi piedi per sempre.

Incrollabile era, infatti, la sua fede in Dio, vertice a cui fanno capo tutte le “catene magnetiche” diffuse nell’universo: “Tutto è in tutto, nel cielo si trovano le cose terrestri in modo celeste ed in terra le cose celesti in modo terrestre” (Ob. Pamph. p. 374). “Le cose poste più in basso mostrano quelle poste più in alto, quelle corporali rivelano quelle intellettuali ed invisibili e, attraverso di esse, si possono vedere quelle che sono state create… Da ciò è apertamente manifesto che tutto è in Dio e Dio è tutto in tutte le cose e nello stesso tempo è in tutto e in qualunque cosa” (Ob. Alex. p. 92).

Non è facile precisare con chiarezza il punto di vista del Kircher tra scienza e magia, ma come osserva la Yates, vivendo così intensamente nell’atmosfera ermetica “non può essere completamente distaccato da qualche specie di magia naturale" (5) Il pensiero della nota studiosa di Ermetismo può essere convalidato e completato da padre H. Pfeiffer che lega la visione Kircheriana del mondo alla spiritualità ignaziana, che porta a vedere, in chi la pratica, in ogni cosa creata e nell’uomo stesso la presenza di Dio e “come ogni virtù scenda dall’alto come i raggi del sole, come l’acqua dalla fonte” (6).

(1)      G.B. Comastri, Specchio della Verità, a cura di A.M. Partini, Ed. Medit., 1989
(2)      G. Priorato, Historia della Sacra Maestà di Cristina Alessandra di Svezia, Roma 1956, p.283
(3)      A proposito della cfr. A.M. Partini - C. Lanzi: La Porta di Rivodutri, Ed. Simmetria, Roma 1999
(4)      J. Hechius, Biblioteca Corsiniana, Archivio Lincei 17
(5)      F.A. Yates, Giordano Bruno e la Tradizione ermetica, Ed. Laterza, Bari 1981, p. 453
(6)      H. Pfeiffer, “Il concetto di simbolo nell’Obeliscus Alexandrinus di Kircher”, in Enciclopedismo in Roma barocca, Marsilio Editore, Venezia 1986, p. 42

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