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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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di Claudio Lanzi

Le cosmogonie di tutte le tradizioni hanno a che fare con l’acqua[1] dove il ricordo storico e metastorico narra il clamoroso irrompere dell’elemento liquido nel solido: dalla separazione tra le acque superiori e quelle inferiori nel Genesi biblico, allo sprofondare dei continenti atlantidei, alla divisione delle acque nel Mar Rosso, alla divinizzazione della potenza generativa del Nilo, al…Diluvio universale. L’acqua, nella sua invasiva e nel contempo indispensabile presenza nel mondo, lascia una traccia indelebile, a volte benefica, a volte devastante, modificando e plasmando non solo l’ambiente ma anche l’anima degli uomini.
Ma le acque di cui ci occupiamo in queste brevi note hanno spazi assai più modesti anche se sostanzialmente non sono diverse da quelle che formano i mari, i fiumi o i laghi. Daremo perciò solo qualche cenno su alcuni aspetti del simbolismo dell’acqua e delle fonti, permettendoci di invitare, come nostra abitudine, i nostri amici lettori a superare gli aspetti meramente culturali e storici qui appena accennati, e di cercare qualche suggerimento “fra le righe”.
altIl termine sorgente indica l’azione dell’andare dal basso verso l’alto (dal latino surgere, come sub-regere, quindi sorgere, ri-sorgere, ecc.); è quindi connesso a qualcosa che dona la capacità di passare dalla posizione orizzontale a quella verticale, quindi alla nascita, alla guarigione, alla erezione e, per complemento, alla polluzione dall’interno all’esterno della materia, ecc..[2] Il termine fonte ha invece il significato di scorrere, e per alcuni, deriva da una probabile radice sanscrita (dhanvati, ciò che scorre). E’ evidente il collegamento con l’energia della vita ma anche con il tempo, con il fluire, con il trascorrere delle cose, con il trasferimento e il trasportare. Non bisogna dimenticare anche l’omologa radice latina fundere (quindi sciogliere, squagliare, ecc.) connessa ovviamente con la capacità di pulire, purificare, dissolvere.
La fontana, la fonte e la sorgente sono quindi collegate alla vita, all’immortalità, alla giovinezza.
Le fontane metastoriche, come quelle dei vari “paradisi” hanno spesso la caratteristica di trovarsi vicino, o addirittura alla base di grandi alberi, quindi in prossimità di quell’axis mundi che, sotto diverse forme, contrassegna l’orientamento cosmico e il perno su cui si srotolano gli eoni.
Dalle sorgenti arcaiche immerse nel loro ambiente naturale, passiamo a sistemi idraulici estremamente più elaborati, come quelli egizi, o babilonesi o infine romani (che tra tutti, sono sicuramente più ricostruibili). Le fontane di età romana e i relativi giardini sono stati conservati quasi integralmente, grazie alla tragedia di Pompei, attraverso l’immersione nelle polveri e nella lava del Vesuvio. Dagli scavi sono riemerse numerose domus patrizie in ottimo stato di conservazione. Inoltre le raffigurazioni parietali presenti sia ad Ercolano come in molte città romane danno un’idea più che esauriente della progettazione dei sistemi idrici dell’epoca.
L’antico viridarium domestico romano ha spesso al centro una fontana zampillante dove si abbeverano uccelli, e richiama quella che sarà la futura dinamica medievale dell’hortus conclusus dove vengono raccolte molte specie di piante di tipo terapeutico ma anche simbolico. La fontana dei giardini privati d’epoca romana, appare spesso circondata da erme, da oscilla (i pesanti altorilievi marmorei, in genere rotondi, appesi con catene fra le colonne), da stilopinakia (quei bassorilievi marmorei distribuiti nel giardino e raffiguranti menadi o ninfe). Insomma la fontana domestica romana allieta il silenzio del giardino ed è “abitata” e densa di allegorie suggerite dalle stesse piante: uno strano confine tra il mondo dei defunti e quello del padrone di casa, particolarmente indicato alla conciliazione di quel sapiente otium, rigeneratore della mente e del corpo.
Teniamo presente che, nella tradizione greco-romana arcaica, oltre alle fonti profetiche vicine ai centri oracolari, esistono due fonti ultraterrene, che condizionano pesantemente il destino degli uomini: Mnemosine e Lete. Certamente nella parte più profonda della religio romana, la difficile scelta metafisica di fronte alle due sorgenti, comporta sia l’irrompere di un fato imprescrutabile come la presenza di un concetto che (scandalizzando magari qualcuno) ci permettiamo di definire Grazia. Quella virtù che fa dissetare alla fonte giusta e che in alveo cristiano avrà una importanza fondamentale in tutta la dottrina della salvezza.
Nelle pareti delle domus pompeiane la straordinaria rappresentazione di riti e miti renderà particolarmente osmotico l’interno con l’esterno delle ville, realizzando delle scene grandiose di “trompe d’oeil” che la cosiddetta “architettura d’interni” si preoccupa oggi di tentare di reinserire nei nostri sterili e asfittici appartamenti cittadini. Ma c’è una differenza incolmabile: il senso del sacro che avvolgeva ogni ambiente e il suo costante contatto con una natura ancora integra e…abitata dagli dei.
A livello “pubblico” i piccoli e “oziosi” giardini privati romani si trasformeranno in spettacolari ninfei, con quella grandiosità e sapienza nell’uso delle acque, che a Roma darà luogo alla costruzione di termae colossali, nelle quali la funzione terapeutica e purificatoria sarà una vera e propria “benefica ossessione”. Il civis romanus passerà moltissimo tempo nei vari frigidarium, calidarium, tepidarium, delle terme di tutta l’Europa, certo di giovare al corpo ma anche allo spirito, ricreando con le statue, con le piante e con l’acqua, l’omologia di un’immersione nelle fonti degli dei e delle naiadi. Un luogo di meditazione a contatto diretto con la natura.
Scavalcando una decina di secoli ritroviamo che, in epoca medievale, l’uso delle acque si è profondamente modificato. Restano assai poche tracce degli impieghi terapeutici e salutistici (se non nelle corti neo-barbare) mentre l’elemento salvifico e simbolico torna nel giardino del chiostro medievale.
Questo luogo straordinario assume una grande importanza nella dinamica abbaziale, affiancandosi alle chiese e ai conventi e fornendo il corrispettivo, in chiave cristiana, del luogo dell’otium filosofico. Le deambulazioni e meditazioni monacali, saranno accompagnate dalla preghiera e, assai spesso,  dal mormorio di una fontana al centro del giardino. Tali strutture sono esplicitamente una omologia del giardino edenico e ripetono lo schema quadrato con al centro un cerchio, che ritroviamo nel simbolismo geometrico di buona parte delle tradizioni religiose indoeuropee[3].
I pozzi, le fontane e le sorgenti della tradizione cristiana si collegano tutte all’albero cristico, rappresentato dalla Croce quale lignum vitae sotto la quale scorrono i quattro fiumi sacri che, a loro volta, andranno ad irrorare le quattro regioni del mondo (motivo ripreso nella studiatissima fontana del Bernini).
Nel sapiente simbolismo cristiano le quadruplici piaghe del Cristo originate dai tre chiodi (due alle mani e uno sui piedi) e dalla ferita al costato, determinano una fons-vitae di acqua e sangue che, come sappiamo irrora il cranio adamitico (il Calvario) sopra il quale è infissa la Croce. Sappiamo anche che il sangue e l’acqua effusi da tale fonte divina vengono raccolti in un Calice, da Giuseppe d’Arimatea, secondo una tradizione che ha avuto varie fortune. Tale mistura, generata una prima volta ed in forma meno esplicita nelle nozze di Cana, è poi quella che si rinnova nel sacrificio della Messa.
altGiovanni Bellini, Carlo Crivelli, Vittore Carpaccio, Lorenzo Lotto sono solo alcuni dei pittori che, essi stessi inseriti in confraternite iniziatiche o guidati da sacerdoti che sapevano… il fatto loro, iniziano una serie infinita di raffigurazioni del Cristo come fontana zampillante, ai piedi della quale un santo, un profeta, un angelo o lo stesso Giuseppe raccolgono il prezioso sangue.
La natura spirituale di tale miscela è facilmente raccordabile al concetto stesso di vino=spirito di vino, dove il vino si presta a fare da desinenza, in un gioco di parole assai utile, per esprimere l’elemento vivificante e salvifico costituito da tale mistica bevanda.
La mistura contenuta nel calice forma dunque una quinta essenza, supersustanziale (similmente a quella del Pane, richiamato nella versione più antica del Pater) che ha dunque la stessa natura del Cristo, esso stesso fontana di Vita eterna.
Anche in questo caso, come abbondantemente analizzato in altri testi, l’omofonia Vita- Vite da luogo ad una proliferazione di rappresentazioni di tralci di vite. Le parabole del nuovo testamento in questo caso sono di grande aiuto. Gli acini attaccati al tralcio simbolizzano a volte la chiesa, altre volte i fedeli, altre volte il cibo spirituale e la spremitura rappresenta nuovamente il vino eucaristico (V. S. Bernardino, S. Ildegarda e tanti altri).
Il momento in cui la tradizione cristiana s’innesta nelle memorie dei cicli nordici (e Arturiani in particolare) il Calice-Graal diventa esso stesso fonte di guarigione, di sapienza, nonché elemento rigeneratore del Re ferito e dormiente, incapace di ripristinare l’ordine del mondo[4]. Il Graal medesimo è una piccola vasca, un cuore, a similitudine di quello cristico, da cui è sgorgata la fonte salvifica, un calice e un libro, come ci ricorda la letteratura mistica cristiana.[5]
Un grandioso ritorno all’uso delle fontane, dei ninfei e dei giochi d’acqua, in maniera sapienziale lo abbiamo nel rinascimento. Boboli, Villa d’Este, Bagnaia, Caserta. Decine e decine di famiglie patrizie, dal quattrocento al settecento, faranno a gara per recuperare quelle atmosfere perdute dei giardini romani. Anzi, in molti casi realizzeranno dei veri e propri templi acquatici dove la presenza degli antichi dei viene continuamente evocata dalla rappresentazione di gruppi mitologici, o dove i percorsi labirintici realizzati dalle siepi, trasferiscono gli enigmi della rinnovata scienza d’Ermete, tra le foglie e i mormorii delle fonti. Ne abbiamo dato qualche debole cenno con il breve commento ai giardini e alle fontane di Vicino Orsini. Ci ripromettiamo di farlo per altri siti.

Altri cenni sulla mitologia di pozzi e fontane
A proposito di cicli nordici precristiani, ricordiamo che in Irlanda, nella battaglia di Mag Tured, la tradizione ricorda come i feriti si gettassero nella fontana di Danan, resa magicamente salvifica attraverso le erbe curative di cui era stata riempita dal dio Diancecht (relativamente simile al nostro Esculapio), Dopo breve permanenza i guerrieri ne uscivano completamente risanati, fornendo nuova linfa alla battaglia.
Tale mito estende sapientemente ai membri di una intera società, animata da uno stesso impulso “geniale” (usando un linguaggio latino diremmo: alla gens) il concetto di “guarigione” battesimale e di flusso ri-gen-erante. Vengono infatti rigenerati  sia i singoli combattenti come l’intera armata dei guerrieri che ritornano ciclicamente, quali affluenti inesauribili, nel fiume della battaglia.
Sotto questo profilo la fontana annulla la storia e il tempo, in quanto consente un ripristino ciclico delle forze perdute. La guarigione miracolosa deforma, sotto un certo aspetto, la linearità storica del tempo e la trasforma in circolare.
Del resto non dobbiamo dimenticare che lo stesso Odino, decide di acquisire il dono della profezia e della poesia bevendo alla fontana Mimir, accettando, per questo, di perdere un occhio. Ovviamente l’incontro di tale mito con gli esegeti della tradizione greca ha evocato moltissimi paralleli con la “monocularità” di Polifemo e, per andare oltre, con la vista trascendente caratteristica del “terzo occhio” delle tradizioni estremo orientali. Ma, con tali paragoni, sempre legittimi comunque, saremmo dell’idea di andare cauti.
Anche la Gallia ha un paio di fontane famose, simili a Mimir: quella di Glanum posta dai Galli sotto la protezione della dea della Salute, e quella di Bourbon Lancy, entrambe di tipo termale, con doti rigenerative ancorate probabilmente ad una tradizione preceltica.
Ma, tra le fontane più interessanti c’è sicuramente quella di Barenton, nascosta nella foresta di Brocelandia, che ha la virtù particolare di risanare ma anche di scatenare tempeste. Questa funzione “complementare” a quella salvifica e curativa ricorda comunque che il potere delle “acque-vive” è un potere da trattare prudentemente. Ciò che salva e guarisce può anche uccidere.
La ragione per la quale le fonti, nella tradizione cristiana, siano state poste sotto la protezione di Maria è abbastanza ovvio. Il collegamento della “Immacolata”, della “Vergine”, della “Stella Maris”, ecc. a tutto ciò che ha a che vedere con la funzione salvifica del grembo di Maria, è ampio oggetto dell’agiografia medioevale. Risulta perciò anche evidente perché nelle litanie si reciti: “Vas spirituale”.
Le religioni sono piene di fonti, intorno alle quali avvengono eventi straordinari. Da quella dove si specchia e si uccide… Narciso, a quella dove si fa il bagno Diana e che costa la vita ad Atteone, a quelle che profeti e santi fanno sgorgare dalle rocce, a quelle abitate da Ninfe sapienti come Egeria, paredra di Numa Pompilio, a quella notissima dove il Cristo incontra la Samaritana.
Un cenno particolare meritano le fonti abitate dalle Naiadi, cioè praticamente … tutte, in quanto la cultura greca e poi in special modo quella alessandrina, popolerà ogni fonte della sua naiade.  La genealogia delle Naiadi è controversa. Qui ci piace dare evidenza a tutte le leggende che le vogliono figlie o compagne del fiume di cui abitano la sorgente. Esse rappresentano la sorgente stessa. Ricordiamo la relativamente recente storia alessandrina che parla della ninfa siracusana Arethusa, compagna di caccia di Artemide. Arethusa suscitò le brame di Alfeo, dio del fiume nel quale era andata a bagnarsi. Stremata e inseguita dal dio viene soccorsa da Artemide che la circonda di una nube e la trasforma in fonte. La terra si apre per accoglierla e, grazie all’aiuto di Artemide, Arethusa diviene una vena d’acqua sotterranea che, dopo un lunghissimo percorso, ri-sorge ad Ortigia.
In questa leggenda, più che in altre, la Naiade appare come una forza stessa della natura, protetta dalla Luna e dalla Terra, quasi un elemento primordiale; abita i segreti della terra ed è spesso alla base della genealogia degli antichi eroi che, da tale “forza” particolare, attingono buona parte delle loro qualità. Ovviamente coloro che hanno maggiore confidenza col simbolismo alchemico, hanno trovato in tale scomparsa e resurrezione dell’acqua, molti motivi per alimentare una visione più ermetica di questo e di altri miti consimili.
L’acqua è un elemento che fa parte del famoso quaternario platonico: è perciò evidente che sia negli ambienti claustrali come in quelli cittadini, abbia sempre svolto la sua presenza vivificante, generante, purificante e, in un contesto sacrale, assuma virtù e poteri utili sia al corpo che all’anima.
Non viene sempre notato che che tutti e quattro gli elementi “formatori” dell’universo sono sia strumenti liturgici come oggetti di devozione.
All’acqua del fiume sacro, ad esempio (Gange, Tevere, Nilo ecc.), veniva sempre dedicata una serie di riti propiziatori, sacrifici, immersioni, lancio di oggetti, offerte, ecc., e la stessa acqua veniva a sua volta impiegata per altri riti. Lo stesso può dirsi del fuoco della terra o dell’aria.
La salute (Eigeia) Piagorica, figlia di Esculapio è perciò animata misteriosamente proprio dalla sua facoltà di essere divino strumento. Funziona per ciò in due direzioni.
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E’ evidente il suo rapporto con la luna, con la natura liquida, con l’anima e con tutto ciò che scorre.
L’acqua di cui parliamo in questa sede, sia semplicemente che sub specie interioritatis, è quella che si raccoglie, o naturalmente o tramite l’opera dell’uomo, nelle vasche in prossimità delle sorgenti, nelle fontane o nei pozzi (interiori o esteriori che vogliano essere considerati, v. la luna nel pozzo”). La prima sgorga liberamente dalla terra e si deposita in piccoli anfratti naturali; la seconda e la terza sono canalizzate dall’uomo fino a confluire in un ambiente organizzato in modo più o meno ornamentale, simbolico e funzionale.
L’aspetto affascinante dell’acqua è quello di poter coprire completamente la terra fino a renderla visibile dall’alto verso il basso, solo per trasparenza; di renderla inoltre umida, fango, e di scioglierla, di penetrarla fino a sparire attraverso le sue porosità (v. il mito di Arethusa) e infine, se raccolta in quantità sufficiente, può costituire una superficie assolutamente liscia e specchiante, in grado però d’incresparsi magicamente ad ogni soffio di vento o ad ogni turbamento dovuto all’ingresso anche lieve di qualsiasi materia.
Tale caratteristica dell’acqua consente di determinare, più che con qualsiasi altro mezzo, il concetto di superficie.
La instabile superficie dell’acqua determina ciò che è sopra e ciò che è sotto alle acque ma, mentre con qualsiasi superficie solida è necessario esercitare una ragionevole forza per passare da sotto a sopra o viceversa (a meno che il solido non venga opportunamente scaldato e fuso), introdursi nell’acqua, alla temperatura normale, comporta solo la percezione di differenza di densità e temperatura. L’acqua chiusa in un recipiente si dispone comunque parallelamente alla superficie della terra. Tale aspetto costituisce, molto più di quanto non si pensi, un principio alchemico-geometrico assai importante, un elemento particolare della natura su cui il lettore interessato potrà sicuramente fare ulteriori indagini.
Chiudiamo queste brevi note ricordando che la fontana lustrale più famosa in occidente è stata, per molti secoli, il fonte battesimale, ove, una volta si veniva battezzati per immersione totale. Tale fonte, soprattutto nei primi secoli, era una vera e propria grande vasca, alimentata spesso con acqua sorgiva.
Il fatto che sia rimasto anche oggi il termine “fonte” indica appunto la sua caratteristica di passaggio in una nuova vita. Altrettanto interessante è il termine acquasantiera (=vasca che contiene l’acqua che da la salute) che, sotto un certo aspetto, rappresenta un piccolo fonte battesimale di “conferma” per il fedele che entra nel recinto sacro.  In altra sede[6] ne abbiamo studiato le geometrie ottagonali e circolari e approfondito le funzioni nella liturgia arcaica.

 


[1] v. Intelletto d’Amore. Simmetria.
[2] V. Misteri e simboli della croce- p32 e succ.
[3] ibid.
[4] v, gli altri articoli su questo sito nella sezione: La Guerra, la cavalleria, la ricerca del Graal, nonché il testo: La guerra i templari e gli altri cavalieri ed. Simmetria.
[5] C’è da notare che una equivoca e ossessiva ricerca della rigenerante mescolanza (a fini tutt’altro che spirituali) si è spesso prestata, in varie forme abbastanza squallide di magia, a realizzare colossali pasticci di natura para-erotica che con la salvezza, a qualsiasi titolo essa sia intesa, non hanno nulla a che vedere.
[6] Ritmi e Riti-Simmetria

 

 

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