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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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La Forza è una Virtù che, in occidente, è sana consuetudine abbinare alla figura di Ercole o a quella di Sansone. Li immaginiamo entrambi nei quadri rinascimentali, impegnati a tener ferme le fauci del leone copiando la gentile signora che compare anche nella lama  dei tarocchi o sostenendo la colonna spezzata come nella immagine successiva tratta dal gruppo delle virtù della tomba di Anna di Bretagna. Al di la dei significati simbolici di cui abbiamo parlato in altre sedi, ci accorgiamo che poche icone donano un senso di tranquillità come quelle della Forza.
E’ solo l’abitudine moderna che ci spinge ad innestare facilmente sul concetto di forza quello di sforzo.
Questo accade perché, allo ieratico distacco presente nelle immagini dei tarocchi, si oppone, in parte nella rinascenza (ma soprattutto nel romanticismo) il sovraimpegno titanico dell’Eroe mediterraneo, che conduce verso un progressivo fraintendimento dell’Opus erculeo. Lo sforzo, infatti, sottintende uno squilibrio d’energia, di fronte all’impresa sovrumana.

L’eroe moderno, oscilla sempre fra due estremi di sforzo:

  • quella del superuomo (tipo …Terminator) che secondo una felice espressione di Orazio è sempre un po’ herniosus, (palestrato, diremmo oggi) con i muscoli e la volontà tesi allo spasimo, non sempre supportati da un analogo impegno intellettivo;
  • quella invece dell’eroe negativo” che, pur nella sua sfortuna, incapacità, goffaggine, o al limite nella sua difesa di un ideale eticamente riprovevole, esaspera quel tanto di torbido che si nasconde nella parte distruttiva di ognuno di noi, ma mette anche in evidenza la potenza dell’ombra, conseguenza necessaria di qualsiasi Luce quando inciampa nella materia.

altNel corso dell’ esistenza, ad ogni uomo può accadere d’impegnarsi più volte al disopra di quelle che reputa le sue forze ordinarie, scoprendo risorse ed energie impensabili.
Controllando con Forza sapiente l’irruenza, la rabbia, l’uomo può reggere fatiche (come Ercole, appunto) e dolori d’ogni sorta; lo stesso accade sostituendo tali forme di controllo con virtù equivalenti alla pietà cristiana, all’accettazione stoica, o alla compassione buddista.
Ma lo stesso uomo può anche compiere imprese terribili, nefande, prevaricando o danneggiando il suo prossimo, investendo in tali imprese energie ugualmente straordinarie (ottenendo, con mezzi riprovevoli, risultati di grande efficacia e a volte apparentemente identici a quelli ottenuti virtuosamente). Lo stesso effetto (una vittoria, un dominio, e perfino una pace) può essere raggiunto lasciando esplodere, come una furia devastante, gli istinti peggiori, sfogando le rabbie represse esercitando violenza (per così dire) sul dolore stesso o tramite una vendetta, o tramite operazioni diversive.
Insomma le sovra-riserve “occulte”, necessarie per risolvere o per affrontare una situazione drammatica, possono essere alimentate da due fonti d’energia, totalmente opposte.

La tradizione mitologica ci ricorda, tramite infiniti miti “eroici”, come l’uomo debba costantemente scegliere fra queste due possibilità:

  • La prima conduce verso la discesa nella gratificazione egoica, verso il sorpruso, il potere ecc.;
  • La seconda ascende verso le asperità dello spirito. 

Prudenzio, forse per primo, categorizza tali asperità nel settenario cristiano, contrapponendole al settenario dei Vizi.
E’ evidente che sia il gruppo dei cosiddetti “vizi capitali” come quello delle “istanze virtuose”, forniscono un’ottima legna per mantenere vivo il fuoco dell’azione. Ma si tratta di due tipi di legna assai diversi.
Alcuni ritengono di poter confinare Vizi e Virtù nell’ambito delle categorie psichiche; in tal modo si rischia di frapporre tra le due attitudini un diaframma esclusivamente etico, proprio perché i confini tra gli uni e le altre possono risultare assai labili (basti pensare, ad esempio, come la prudenza possa diventare accidia o vigliaccheria… o come la giustizia possa diventare pregiudizio o presunzione).
Proprio per questo ci sembra che il confine etico sia sempre stato del tutto inadeguato, e che non esistano sistemi di misura aprioristici in grado di misurare l’azione sulla base dei risultati.
Infatti, mentre è assai facile individuare nella natura del “Vizio” la valenza passionale e quindi psichica, non possiamo fare la stessa cosa con le Virtù che, proprio per il fatto di richiedere un distacco dalle valenze passionali (o, come si dice in ambito religioso, una santificazione o, in ambito ermetico, una separazione), comportano un distacco dalla sfera psichica, dall’umbratilità del lunare.

Distacco, separazione, santificazione, sono termini con i quali si indicano “stati” diversi, ottenuti con mezzi diversi ma, in tutti e tre i casi, un denominatore comune è l’allontanamento dalla suggestione e dalla passività.
Quindi, invece di una spada salomonica d’ordine etico, potremmo immaginarne una d’ordine spirituale.
Premesso comunque che lo Spirito per sua natura, penetra qualsiasi cosa, non ci sembra corretto confondere questa sua asettica presenza, con la cosa stessa che ne viene animata.
Questa è una proposta assai ostica, lo sappiamo, in quanto propone una netta distinzione fra l’immagine percepita (che è sempre psichica) e l’essenza spirituale che è necessariamente metafisica. Corporizzare lo spirito e spiritualizzare il corpo non vuol dire confondere l’uno con l’altro!

Ma perché mai una passione dovrebbe avere una connotazione spirituale?
Una Virtù passionale,… è un controsenso; smette d’essere Virtù e rientra nella categoria dei desideri, dei bisogni, delle necessità (v. Sentieri Spirituali). E questo è proprio il terreno dove cadono i falsi mistici (ma anche i falsi eroi, e i falsi ermetisti).
Si tratta ovviamente di intendersi, soprattutto intorno a quelle Virtù che vengono spesso sovrapposte, per la loro intensità, a sentimentalismi devozionali.
Non vogliamo fare, in questa sede, i maestrini  di teologie a buon mercato. Ma ci sembra corretto proporre una riflessione, come è buona norma che accada in questa sede ove nulla viene promulgato “ex cathedra”.

altForza,  Giustizia, Temperanza  e Prudenza possono facilmente diventare, rispettivamente, Impeto, Spietatezza, Accidia, Vigliaccheria.  E così Fede, Speranza e Carità possono trasformarsi in Fanatismo, Incoscienza, Buonismo. E credo che ognuno di noi conosca eserciti di fanatici che si sentono religiosi, di presuntuosi che si sentono giudici, per non parlare dei buonisti che si sentono caritatevoli e dei vigliacchi che si considerano prudenti.
Il crinale è assai più precipitoso e sottile di quanto non vorremmo che fosse. E non dipende tanto dall’azione intrapresa, quanto dall’atteggiamento interiore di colui che agisce che deve essere sostenuto dal settenario virtuoso.
Sia nella mistica come nell’ermetismo, la virtù sublime che raduna tutte le altre e che fornisce il collante (il magnete) in grado di sostenerle è la carità. Essa appare vestita in vari modi ma uno dei più comuni, che ha un riscontro omologico nell’arte sacra e nelle opere d’alchimia è proprio il pellicano, che alimenta i suoi piccoli ferendosi con il suo becco e distillando il sangue dalle sue ferite.
Senza la condivisione caritatevole, l’avarizia o la grettezza inquinano tutta l’Opera e ed ogni azione diventa sterile.
Perché ciò non accada è necessaria ovviamente la vera carità, da sempre considerata una virtù estrema e difficilissima da intendere, per niente confinabile negli interventismi o nei buonismi che vengono esposti da tutti coloro che vogliono mostrare di averla... Virtù possibile solo con il distacco e con quella secchezza intuitiva e animica, tanto richiamate sia nelle Upanishad come nella mistica renana.
Ma, soprattutto in coloro che studiano da maestri (mai da allievi!), che si impegnano moltissimo per obiettivi e per strategie, a nostro avviso, la necessaria secchezza può essere sostituita da una perniciosa aridità.
La secchezza crea sottigliezza, nitore, pulizia, limpidezza. Insomma dona la vista acuta che si ottiene nel deserto o in alta montagna. E’ frutto di ascesi e di silenzio, di pratica e di umiltà.
L‘aridità crea invece arsura, vuoto pneumatico, egocentrismo e, alla fine, rischia di fare da alimento alla superbia. E’ frutto della pratica male intesa e della mancanza di compassione.
La secchezza è, come noto, una categoria che attraversa l’ermetismo: ed infatti c’è una Via, che di proposito vien chiamata “secca” per distinguerla da quella “umida” e contraddistingue, fra l’altro, la preliminare separazione dalle vibrazioni emotive e da qualsiasi medianismo.
Ma ci piace ricordare come tale termine venga usato anche nella “mistica carmelitana”, con delle finalità assai simili a quelle descritte in ermetismo.

Ora, in un breve articolo, non abbiamo modo né tempo per entrare approfonditamente nel merito ma riteniamo che una meditata lettura della Salita al Carmelo di Giovanni della Croce, possa offrire esempi sufficienti a comprendere quanto un percorso mistico possa essere straordinariamente… alchimico.
Apparirà in tal modo che un mistico coraggioso che non sia anche caritatevole potrà cadere facilmente nell’aridità
Altrettanto dicasi di un ermetista privo di pietà o di compassione. E se la sua salvezza resta confinata tra le pareti del suo laboratorio o della sua opera, non sarà Salvezza e non sarà Opera ma solo caduta fra le mani del Signore dell’Ego.

La compassione è la prima forma di condivisione e, a nostro avviso, è anche uno dei presupposti necessari per l’esercizio della Forza (e non dello sforzo). Equivale, a volte, a portare il giogo di un altro, ma anche a condividere i doni ricevuti, sia che essi siano di natura materiale che spirituale.
Un dono non condiviso (e la vita stessa è un dono) è un dono sprecato (similmente al dono elargito ai famosi porci).
Cum-dividere aiuta a speculare se stessi nell’altro scoprendo dimensioni extra-ordinarie. Non sempre ciò è possibile perché si può condividere qualcosa solo con chi ha già una parte di ciò che abbiamo noi. La condivisione comporta di aver trovato un “vasel” dove entrano solo “Guido, Lapo Gianni ed io” come dice Dante. A volte, perciò, pretendere di condividere è peggio di non condividere affatto. Ma c’è sempre qualcosa che la carità consente di elargire. Privarsi di questa possibilità equivale a condannare se stessi alla sterilità, e ad alimentare i sentimenti bassi, dalla invidia alla superbia che, proprio nella sterilità, trovano alimento. 

Premesso quanto sopra, cerchiamo di comprendere meglio quanto la pietà, la condivisione, la compassione e il coraggio, abbiano a che fare con la Forza.
Il coraggio di colui che ha Forza, non è mai stentoreo, non è mai sopra le righe, non è mai superbo: è semplicemente ciò che dice il termine: cor-ago, la lotta del cuore.
I veri Eroi piangono, si abbattono e estremizzano il loro agire rifugiandosi apparentemente in una fragilità psichica impensabile, ma non sono mai violenti e mai aridi.
La violenza è un attributo dello sforzo e dell’ignoranza. Achille si dispera esageratamente per Patroclo così come esageratamente, strazia il corpo di Ettore. In realtà Achille non è un eroe ma è un passionale ed enfatico macellaio. E’ l’espressione omologa dell’Ares acefalo.

Assai diversi sono il coraggio il sacrificio e la generosità di Ettore.

altLa sapienza omerica ci da comunque ragione di entrambe queste valenze e pone la furia del dolore e dell’odio sotto il dominio di quelle sapienti entità primigenie (Fato, Eros, Kairos, Grazie, Erinni, Muse, Moire, Parche), che governano l’universo sovrastando l’azione degli Dèi e che comunque giustificano entrambi i piatti della bilancia.
Se non esistesse la presunzione… l’umiltà non avrebbe senso.
L’azione umana è omologica all’azione celeste e la ferinità primordiale è soltanto un supporto realizzativo di un piano cosmico,  assolutamente insensibile a quella pietas che è comprensibile a pochi e purtroppo ridotta spesso alla esternalizzazione in un rito (e non alla sua espansione in ogni aspetto della coscienza umana).

Per la stessa ragione, il rito primordiale quando gli uomini ascoltavano ancora con sapienza la voce delle stelle, non è né buono né cattivo, è semplicemente efficace e privo di pietà.
Il faraone egizio come il sacerdote azteco spaccano la testa a migliaia di nemici. Nessuna ferocia ma solo efficacia rituale, finalizzata al compimento di una necessità cosmica di cui la massa umana sente l’imperscrutabile potenza. 
Pochi comprendono, anche nell’antichità, il senso di tale Forza ineluttabile, priva di qualsiasi “grazia” e sottomessa esclusivamente alla imperscrutabilità del Fato e alla legge della Necessità..

Il mondo si divide in coloro che la esercitano e in coloro che la subiscono, tutti ne sono comunque attraversati.
Ma indipendente dai ruoli, che possono in ogni momento invertirsi, la Forza agisce, e supera ogni “buonismo” e ogni ipocrisia nostrana.
La Forza Arcaica è una categoria elementare. E’ azione pura ed agisce nelle cose belle come in quelle brutte, con la stessa potenza e la stessa coerenza, indifferente ai lamenti o alle gioie.

Però non è umana: appartiene appunto ad Achille che è un semidio “ignorante”, è solo strumento. E’ Forza ma non ha Virtù.
Anche Ettore è un guerriero Forte ma è privo di titanicità. In lui la Forza primordiale da luogo alla coscienza, alla pietas, alla compassione e il suo agire prelude al vero Eroismo ermetico. E’ il più “latino” fra gli Eroi omerici e sicuramente il più coraggioso. Egli muore ma, in realtà trionfa perché è l’unico eroe capace di amare, di condividere.

altForse il più grande nemico della Vera Forza d’Amore è il bisogno. Il bisogno crea la necessità di potere, crea l’esaltazione o la frustrazione dell’ “io”, a seconda che tale potere sia raggiunto o meno; fa desiderare il potere, che è sempre prevaricazione sull’altro e compiacimento di sé.
Ma comprendere la Forza dell’amore, senza scivolare nella melensaggine e nel buonismo di facciata, è oggi impresa… realmente eroica.

Il mondo è pieno di “Achilli”, di “Patrocli”, di “Agamennoni” di “Elene”. Ma è sempre più privo di di “Ulissi” e, soprattutto di“Ettori”.
Ma per raggiungere e spiegare il salto spirituale dall’Ananké dell’avventura di Achille, alla compassione di Ettore, è necessaria una espansione di coscienza che rende la porta spirituale ancora più stretta, e che gerarchizza i cuori secondo le categorie dell’Amore, principio animatore dell’universo.

Non si entra in questo Regno prendendo a spallate la porta, ma rendendosi nobili, puri, generosi, compassionevoli e molto ma molto più piccoli di quel cammello che, come è noto, tenta da millenni di passare per la cruna di un ago.
Quanto saranno mai grandiosi e irraggiungibili il Coraggio e la Forza di Colui che è riuscito a porgere l’altra guancia trasformando se stesso in Pharmaco Catholico?

Quanto, tale atto, ancora da alcuni così scioccamente confinato in pietismi ipocriti, è invece spaventosamente potente, regale,  spiazzante, grandioso nella sua carità e condivisione della condizione umana.
Una carità talmente immensa che sovrasta il mondo, e lo avvolge. Senza tenerezze però, senza, buonismi, senza nessuna enfasi. Ma con quella vera secchezza, quello ius, e quel fas che fecero tremare le colonne del tempio.

Ecco un esempio di crogiolo vivente. Tutti gli alchimisti medievali e rinascimentali hanno tentato di imitarlo, cercando la Materia prima ai piedi della Croce. Altrettanto dicasi dei mistici. Ma, sulla scala che porta al centro della croce, non si sale con orgoglio e superbia. Per questo tale esempio cosmico e metastorico è così difficile da esser compreso anche se lo celebriamo da due millenni.
Dio, per chi ancora ci crede, parla ai semplici, con parole semplici. Ma semplici vuol dire aperti, diretti e coraggiosi.
Questo è l’Amore, che è distacco potente, Carità e unica Forza: che non si preoccupa di velare il marcio, che non giustifica tutto e tutti e non cerca una ragione, una giustificazione, una compensazione ad ogni dolore. Ma che combatte accettando nello stesso modo la vittoria e la sconfitta.

Io credo che sia molto difficile comprendere che “eroico” non è mai colui che “conquista” la posizione, ma colui che rinuncia ad ogni posizione, pur mantenendo la coerenza e la generosità del suo agire. Proprio per questo, alla fine è il vero trionfatore.
Infatti se ne frega che “gli altri” se ne accorgano.

Nota 1: L’arcaicità della Forza acefala è stata spesso trascinata nel contesto religioso delle guerre “sante” dove l’orrore non chiede giustificazione ma è parte dell’opera (v. La guerra i templari e gli altri cavalieri, atti del convegno).
Il nostro mondo edulcorato e altamente ipocrita (dove l’interventismo pacifista di facciata, maschera la paura di rivelare la nostra natura, dove le associazioni “umanitarie” pullulano e sbraitano fino a diventare contraddittoriamente guerrafondaie, senza che la dinamica globale delle sofferenze umane ne venga minimamente intaccata) cerca di nascondere la brutalità di Ares.
Così come nasconde la morte, il dolore, la sofferenza. Il nostro mondo vive ormai di surrogati e forse sta implodendo proprio per questa ragione: proprio per non chiamare ciechi i ciechi, storpi gli storpi, puttane le puttane, handicappati gli handicappati, scopini gli scopini, froci i froci, geni i geni, merda la merda, santi i santi. Spesso mi sono domandato quando il moribondo, per buonismo, verrà chiamato… diversamente vivente. Ma credo ci manchi poco.

Nota 2) Ogni uomo, in preda all’ira, alla rabbia, all’odio, può compiere un atto violento e apparentemente “coraggioso”. In una società abituata a ragionare per obiettivi e per strategie, assai pochi sono quelli che possono comprendere e quindi compiere un atto realmente eroico che, per sua natura è semplice, generoso, forte, e totalmente privo d’enfasi e di obiettivi strategici.

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