PARTE I - I RITI EGIZIANI: RITO DI MISRAÏM E ORDINE OSIRIDEO EGIZIO

La nascita dei Riti Egiziani è basata sul mito della prosecuzione sotterranea della sapienza egiziana attraverso canali che dall’epoca romana risalgono per il Medioevo e l’età rinascimentale attraverso una catena ininterrotta di società astrette al più rigoroso segreto, le quali solo occasionalmente si sono manifestate esteriormente, e comunque sempre in nuclei molto ristretti di adepti.

Abbiamo adoperato la parola “mito” nel suo vero significato, non come “fantasia”, come viene inteso nell’ambito della cultura moderna, ma secondo la definizione di Attilio Mordini: “il termine mythos significa, almeno nel senso originario, parola, parola che si manifesta dal silenzio nell’atto segreto dell’iniziazione ai Misteri; e cela, ma al tempo stesso porge discretamente e rivela, la verità che nel gran silenzio primordiale è racchiusa” (Il Tempio del Cristianesimo pag. 10, ed. Settecolori, Vibo Valentia 1979).

Un esempio di queste manifestazioni “esterne” è il movimento Rosa+Croce, il quale si rivelò nel ‘600, e che nella pseudo autobiografia di Christian Rosenkreutz (Le nozze chimiche,  attribuite a Valentin Andreae) adopera il motivo del sarcofago contenente il Re e la Regina decapitati che attraversa il mare per approdare in un’isola sacra, motivo che ricorda molto da vicino il viaggio del sarcofago di Osiride nella versione di Plutarco (Iside e Osiride trad. M. Cavalli, par. 14-15, ed. Adelphi, Milano 1985).

Ancora più chiaramente nell’Ordine della Rosa d’Oro di Antico Sistema, che compare nel 1757, le dottrine segrete egizie vengono cristianizzate da un sacerdote alessandrino di nome Ormus (riferimento all’Ormuzd persiano) battezzato dall’Evangelista Marco e tramandate fino all’Ordine della Rosa d’Oro, il cui massimo esponente in quel tempo era un Mago veneziano che viveva in Egitto (Hornung pagg. 157-163).

Il “mito di fondazione” della catena sapienziale egizia fa riferimento ad una colonia egizia che aveva sede a Napoli fin da tempi antichi nella Regio Nilensis, quartiere sud-occidentale della città (di cui per altro nei testi fino all’epoca del De Sangro si parla come Seggio di Nido o di Nifo, ma non di Nilo), la quale fuse la sua sapienza con quella di un centro esoterico e in particolare pitagorico, già presente in tale località, in una nuova e più completa forma tradizionale che si perpetuò all’ombra dei templi di Iside tra Napoli e Cuma, per poi discendere, dopo la distruzione di ogni forma di religione non cristiana ad opera di Teodosio, nella rete di sotterranei su cui la città di Napoli è costruita.

Testimonianza di questa “luce nascosta nei sotterranei” è il sigillo della prima Loggia massonica la Perfetta Unione sorta ovviamente a Napoli sulla quale torneremo più avanti, nel quale si fa uso di simboli prettamente egizi quali la piramide e la Sfinge: la leggenda incisa intorno al sigillo dice “Latomorum fraternitas”, Fratellanza delle Caverne.

KremmErz invece racconta l’arrivo della sapienza egizia a Napoli sotto forma della storia di Mamor Rosar Amru, misterioso personaggio, ultimo dei Pontefici di Iside, il quale giunse a Pompei per rifondare sulla costa campana i riti isiaci (La Sapienza dei Magi, vol. II pag. 196, ed. fratelli Melita, Milano 1987). 

Che sia più accettabile per l’umano intelletto l’uno o l’altro “racconto delle origini”, noi ci limitiamo a dire che al di là della storia provata con fatti accertabili vi sono oscurità che si possono solo accettare o rifiutare, ed eventualmente conoscere ma con mezzi non più razionali. Dice Leonardi: “Nella storia possiamo risalire a epoche remote con la scorta di libri e monumenti ma giungiamo finalmente a un punto morto dove non c’è più neanche una pietra per fermare il nostro sguardo in mezzo all’oscurità del tempo” (E. Leonardi Le origini dell’uomo, ed. Corbaccio, Roma 1937, cap. X).

Premettiamo prima di procedere con i dati storici più o meno accertabili sulla origine dei Riti Egiziani un’osservazione essenziale: quando si parla di “Riti Egiziani” non bisogna pensare ad una prosecuzione o quanto meno ad un recupero di rituali risalenti al periodo aureo della Tradizione Egizia, ma si tratta di Riti incentrati sulla spiritualità egizio-alessandrina (vedi Labouré Petit Histoire), nei quali parte di rilievo viene assunta dalla tradizione ermetica ed alchemica nonché dall’angelologia greco-alessandrina, con i suoi rituali di evocazione affini a quelli prettamente gnostici, quali si riscontrano nei secoli immediatamente successivi, anche se in alcuni Riti prevale invece l’influsso della Kabbalah ebraico-cristiana.

Altra necessaria premessa riguarda i rapporti esistenti tra i Riti Egizi e la Massoneria: i Riti Egizi, proprio perché provenienti da un contesto ermetico arcaico, sono nati al di fuori del contesto ufficiale della Massoneria modernamente intesa, e sono stati da essa adottati (e adattati) da alcuni personaggi appartenenti anche a tale contesto. Per accedere a queste “ritualità” era perciò a volte richiesto, ma non sempre in modo necessario, l’appartenenza alla Massoneria, considerata come una sorta di scuola di preparazione nei suoi tre Gradi di Apprendista, Compagno e Maestro, comunemente noti come “Massoneria Azzurra“. Ciò è visibile nei nostri tempi nella suddivisione del Rito di Misraïm in Italia in due rami di cui l’uno posto all’obbedienza al Grande Oriente (come la Misraïm francese fin dall’inizio dell’800) e l’altro, il Grande Santuario Adriatico, diremo così indipendente da esso.

Il fatto che alcuni dei suoi primari esponenti fossero anche massoni non sempre significa che il Rito di cui essi erano partecipi o addirittura fondatori (almeno in apparenza, come per il Grande Oriente Egizio o la Fratellanza di Miriam) fossero di estrazione massonica. L’adesione a differenti rituali è anzi la norma in alcuni casi, e a volte lo stesso personaggio può rivestire ruoli di carattere primario all’interno di società apparentemente diverse, quali il Rito di Misraïm, l’Ordine del Tempio, la Chiesa Gnostica,ecc.

Questa nostra precisazione ovviamente non implica alcun giudizio positivo o negativo sull’argomento Massoneria o su altre organizzazioni, ma solo il riconoscimento di uno stato di fatto dal punto di vista storico.

L’origine storica dei Riti Egiziani si fa risalire a Cagliostro, il quale nel 1767 portò a Napoli da Malta i rituali della Loggia Discrezione ed Armonia, ove era stato iniziato nel 1766 insieme a Luigi D’Aquino di Caramanico, cugino del principe Raimondo di Sangro (ricordiamo che in questo secolo l’Ordine di Malta dimostrava un particolare interesse verso l’alchimia e l’ermetismo, ad esempio proprio con Manuel Pinto de Fonseca, Gran Maestro dal 1743 al 1773, con cui Cagliostro era in rapporto di amicizia).

A Napoli vennero aggiunti a questi rituali, ad opera del principe D’Aquino di Caramanico e forse di Cagliostro, per suggerimento del suo maestro Althotas, i tre gradi dell’Arcana Arcanorum o Scala di Napoli, che diventeranno i tre gradi 87°, 88° e 89° del Rito di Misraïm (Ventura pag. 28), o i quattro gradi, da 87° a 90°, a seconda delle testimonianze scritte che ci sono pervenute (sull’argomento si veda Labouré pagg. 135-175). Questi gradi però, come vedremo più oltre, potrebbero essere di origine non napoletana bensì veneziana; unica certezza è che nella Repubblica Veneta essi erano certamente conosciuti nel 1782.

Successivamente nel 1778 (Caillet pagg. 77-92) Cagliostro iniziò a costituire Logge di Rito Egiziano in Francia e nel 1784 a Lione, dietro richiesta dei suoi discepoli, fondò la Loggia Madre La Saggezza Trionfante, di cui si proclamò Gran Cofto, nonché le Logge Femminili di Adozione.

La storia dei Riti Egiziani (a volte specie in tempi più recenti entrati in alcune nazioni a far parte della Massoneria) è in realtà molto più complessa: cercheremo di dare in breve le principali notizie su di essa, facendo particolare riferimento a due Riti in particolare: il Rito di Misraïm e l’Ordine Osirideo Egizio con la sua filiazione, la Fratellanza Terapeutica di Miriam.

L’interesse della Massoneria verso la sapienza egizia, per quanto ci è dato saperne, risale molto indietro nel tempo: i miti dell’Egitto e le sue divinità costituirono un motivo di attrazione a partire dall’inizio del 1700, quindi pochi anni dopo la comparsa di quella che possiamo definire la “Massoneria moderna” (la data ufficiale di fondazione è il 24 giugno 1717 a Londra, presso la birreria “All’oca e alla graticola” - Hornung pagg. 169-183).

I temi più ricorrenti in ambito massonico furono fin dall’inizio sia l’Ermetismo nella figura di Ermete Trismegisto che alcuni tra gli antichi Dèi egiziani, Osiride in particolare.

Il primo richiamo all’Egitto come fonte della sapienza iniziatica si ritrova a Napoli (Hornung), dove venne eretta la Loggia La Perfetta Unione nel 1728, il cui sigillo in avorio, argento ed oro recava l’iscrizione: “Latomor Fratern – Perfecta unione” e “Qui quasi cursores vitae lampada tradunt”; la figura incisa rappresentava il Sole a mezzogiorno, una piramide con due colonne, la Sfinge con l’acacia e una torre (Ambesi cit. in Bramato pag. 17 nota 1). Tale Loggia non va confusa con la più tarda La Parfaitt Union di osservanza inglese (Bramato pag. 33).

Non sarà forse un caso che proprio Napoli, come vedremo più avanti, sia strettamente connessa con il Rito di Misraïm, in cui parte rilevante hanno proprio i miti di Osiride. A questa Loggia avrebbe appartenuto il Principe Raimondo De Sangro, secondo quanto riportato dal De Pascale (in D’Andrea cit. in Bibliografia), il che retrodaterebbe la sua adesione alla Massoneria al 1736-1737, secondo quanto scrive Holbe (pag. 119), contro la data consueta del 1750, data cui si riferisce lo stesso Principe nella sua lettera del 1751 al papa Benedetto XIV (Hobel pag. 117 w origlia vol. II pagg. 354 ss.).

Nel Rito di Misraïm e in particolare nel Gran Santuario Adriatico in Italia viene posto l’accento sul mito di Osiride, come scrive Labouré (Secrets pag. 30 e articolo citato): “La similitudine tra (il mito di Osiride) e il mito di Hiram, assassinato e poi resuscitato nella persona del nuovo Maestro affascina i Figli della Vedova introdotti al terzo grado… al punto che certi riti massonici egiziani, come il Sovrano Gran Santuario Adriatico [cioè il Rito di Misraïm e Memphis linea Allegri-Ventura] hanno sostituito il mito di Osiride a quello di Hiram nei lavori del terzo grado”.

I primi sviluppi di questo interesse massonico per l’Egitto si riscontrano in una serie di testi a carattere iniziatico pubblicati subito dopo la fondazione “ufficiale” della Massoneria: “I viaggi di Ciro” del Ramsay nel 1727, il “Sethos” dell’abate Terrason nel 1731 e nel 1758 “Le favole egizie e greche” dell’abate benedettino Pernety, il quale nel 1779 fonderà una Società degli Illuminati prima a Berlino e poi ad Avignone, anche se esso non avrebbe nulla di massonico o di egiziano secondo alcuni (Caillet pag. 79). L’opera più completa fu forse il “Crata Repoa” pubblicato nel 1770 da Kopper e Hymnen, i quali avevano istituito a Berlino nel 1767 l’Ordine Reale degli Architetti Africani; questo testo potrebbe contenere, nella forma di romanzo, il rituale iniziatico di ammissione a questo Ordine.

Negli anni successivi vi fu un fiorire di Riti che ponevano come base dei loro lavori la sapienza egizia: l’Alliette fonda nel 1785 il Rito dei Perfetti Iniziati d’Egitto a Lione, ispirandosi all’Ordine degli Architetti Egiziani, nel 1801 viene costituito un Ordine Sacro dei Sapienti a Parigi e nel 1807 un Rito dei Magi veramente Asiatici, fino al Rito di Memphis creato dal Marconnis nel 1839 a Parigi.

Ma di tutte le organizzazioni di ispirazione egizia quella che ha maggior rilievo per la completezza dei suoi rituali e per i personaggi che ne hanno fatto parte è certamente il Rito di Misraïm, di cui tratteremo limitandoci agli elementi principali concernenti le sue origini.

Il Rito di Misraïm in quanto tale nasce ufficialmente nel 1801 a Venezia, fondato dal Filalete Abraham (probabilmente il conte Tassoni). In realtà vi sono prove che una Loggia di tale Rito esistesse già a Zante dal 1782 e a Venezia dal 1796 (Ventura pagg. 44-45): nel 1782 l’esoterista Parenti viene iniziato a Zante in una Loggia della Misraïm come 66° e porta il manoscritto del rituale degli Arcana Arcanorum a Bruxelles (ove il Rito fu istituito nel 1817), per poi essere iniziato come Martinista a Lione (Ventura pag. 41).

Un documento riferibile ad una Loggia misraïmitica di Lanciano risale al 1811 e un Supremo Consiglio dei Grandi Maestri del Rito di Misraïm è accertato nel 1813 a Napoli da appunti che fanno riferimento alla costituzione di una nuova Loggia a Roma (Caillet pag.91 – il documento ad essere precisi parla di un “Rito di Misphraim”).  Sempre a Napoli i Bédarride, sia Gad nel 1782 che Marc intorno al 1810, ricevono alti gradi della Misraïm.

Accanto al Rito italiano esiste anche un Rito di Misraïm in Francia, ove venne istituito dalla famiglia dei Bédarride, la cui storia appare piuttosto complicata.

Il padre Gad è iniziato nel 1771 ad Avignone da Israel Cohen detto Carosse: ad Avignone sappiamo dell’esistenza della Società degli Illuminati del benedettino Pernety, con la quale Bédarride potrebbe aver avuto contatti, a meno che il suo stesso iniziatore non ne avesse fatto parte. Marc Bédarride nel suo libro quasi autobiografico sulla Massoneria parla anche dell’influsso sulle origini del Rito misraïmitico del Rito Adonhiramita (Ventura pag. 42), il quale viene messo in rapporto, secondo il Ventura erroneamente (pag. 46 nota 3), con il barone Tschoudy, discepolo di Raimondo di Sangro e fondatore della Etoile flamboyante.

Nel 1782 Gad viene ricevuto nella Misraïm da Ananiah, Gran Conservatore egiziano, per poi ricevere il 90° grado a Napoli dal Gran Maestro Palombo.

Il figlio Marc è sicuramente nel 1811 un 77° della Misraïm, come risulta da un brevetto recante la sua firma proveniente dalla Loggia La Concordia a Lanciano in Abruzzo (Ventura pag. 24 nota 29 e Caillet pag. 90), diviene poi 90° a Napoli e a Milano riceve dal Maestro Cerbes il grado di Gran Conservatore (Ventura pagg. 42-43), cioè Sovrano Gran Maestro, il titolo che consente di istituire il Rito in altre nazioni.

Infine nel 1814 i Bédarride fondano ufficialmente a Parigi il Rito di Misraïm. Marc Bédarride prende le distanze dal Rito Egiziano di Cagliostro, affermando nel suo De l’Ordre Maçonnique de Misraïm che esso deriva da rituali che il Cagliostro aveva appreso in Egitto e che poi alterò formando un “sedicente rito iniziatico” (in Ventura pag. 41).

Dobbiamo quindi distinguere due diversi Riti di Misraïm: quello francese dei Bédarride è sicuramente posteriore al Rito esistente in Italia, come afferma il Caillet: “Gli elementi ad oggi conosciuti rendono come ipotesi più probabile che il Rito di Misraïm sia nato in Italia al più tardi nel 1810, con un sistema di 77 gradi portati a 90 tra il 1811 e il 1812” (pag. 92). Ma è possibile andare più indietro nel tempo, poiché il Rito italiano aveva probabilmente molto prima del 1810 le sue prime Logge nel Veneto e nelle Isole Ionie che da essa dipendevano, come afferma Ventura; scrive il Thory (cit. in Ventura pag. 24): “(il Misraïm) era molto noto a Venezia e nelle isole dello Ionio prima della Rivoluzione Francese del 1789. Esistevano anche parecchi Capitoli del Misraïm in Abruzzo e nelle Puglie”.

Nelle Isole Ionie si ha notizia della prima Loggia massonica nel 1740: “Toujours au milieu du XVIIIème siècle nous trouvons diverses traces d’activités maçonniques dans la région. Si la tradition dit vrai, dans les îles Ioniennes la première loge a été établie en 1740 avec le Provedidor del Mar comme Vénérable, malgré la récente Bulle papale de 1738 et malgré l’attitude négative de la République de Venise" (Rizopoulos, punto 3).

Proprio a Zante nel 1781 si ha notizia di una Loggia, La Filantropia, di cui fino al 1784, data della sua morte, era Gran Maestro Cesare Francesco Cassini (Rizopoulos, punto 14 e nota 9), nipote di Gian Domenico Cassini.

Questi, grande ermetista e fondatore della dinastia dei Cassini astronomi italiani ma naturalizzati parigini, fu il costruttore della sapiente meridiana di San Petronio a Bologna e socio dell’Accademia di Cristina di Svezia a Roma. La dedica a Cristina nel testo da lui scritto sulla meridiana di Bologna ha la forma di un djed egizio, certamente un calligramma non casuale (G. Languasco Cristina di Svezia,  J.D.  Cassini, la sua famiglia e la proto-massoneria italo-francese in Rebis in Arte Regia www. memphismisraim.it).

 Dell’Accademia romana fondata da Cristina, centro di Ermetismo e di Alchimia,  facevano anche parte personalità quali Francesco Maria Santinelli, la cui opera Lux Obnubilata, insieme al Novum Lumen Chymicum del Sendivogius, è alla base del Catechismo della Etoile Flamboyante fondata da Tschoudy, discepolo del Principe Raimondo di Sangro, società che avrebbe avuto parte nell’iniziazione di Gad Bédarride, qualora essa si identificasse con il Rito Adonhiramita di cui si è detto.

Da Zante, come si è detto, il Parenti nel 1782 (quindi al tempo del Cassini) portò in Europa il manoscritto dei rituali degli Arcana Arcanorum, i quali sono conosciuti anche in una versione scritta in italiano che tre massoni, Joly, Gabboria e Garcia (il primo dei quali presente tra i destinatari del documento del Supremo Consiglio misraïmitico di Napoli sopra citato), avevano ricevuto nel 1813 e poi consegnato nel 1816 al  Grande Oriente di Francia, il quale li inserì nel Rito di Misraïm (Labouré pag. 128).

A giudizio di alcuni Autori, tra cui Caillet, Labouré e altri, il vero centro del Rito di Misraïm è costituito da questi Arcana Arcanorum: “La finalità del Rito di Misraïm e Memphis, anzi il rito stesso, risiede negli Arcana Arcanorum… che costituiscono i quattro, talvolta i tre gradi terminali dei riti massonici egiziani, gradi specifici della Scala di Napoli (dall’87° al 90°). Gli AA sono presenti egualmente in altre organizzazioni, pitagoriche, rosicruciane o in certi collegi ermetici molto chiusi. Dal punto di vista massonico occorre distinguere tra il sistema dei fratelli Bédarride basato sulla Kabbalah dal Regime di Napoli che costituisce il vero sistema degli AA” (Labouré pag. 11). (nota dell’Autore: i “Quaderni del Rito di Misraïm”, cioè il manoscritto consegnato nel 1816 al Grande Oriente di Francia, portano solo tre gradi, 88°, 89° e 90°, mentre un commento agli Arcana Arcanorum scritto dal Rombauts nel 1930 per un rito massonico egizio del Belgio li colloca all’87°, 88°, 89° e 90° del Rito misraïmitico; si vedano su tale argomento da Labouré a pagg. 127-175, ivi anche sono riprodotti integralmente i testi citati).

Labouré fa risalire gli AA ancora più indietro nel tempo, riscontrandone le prime origini in testi alchemici ed ermetici del XVI e XVII sec. (pag. 130), il che farebbe degli AA una tecnica ermetica teurgica basata sulla magia eonica applicata in ambienti tra di loro almeno apparentemente distanti. E’ quindi dall’Italia ed in particolare da due regioni, Venezia e le sue isole e Napoli, che il Rito di Misraïm trae le sue origini.

Ma è a Napoli che troviamo la presenza di un altro Ordine che incentra la sua dottrina ed il suo rituale, in modo ancora più esplicito, sull’Egitto: l’Ordine Osirideo Egizio, del quale ancora di meno è noto circa le sue origini ed i suoi successivi sviluppi, che culminano come estrinsecazione all’esterno nella Fratellanza Terapeutica di Miriam (o Schola Philosophica Hermetica Classica Italica) fondata da Giuliano KremmErz (Ciro Formisano).

Secondo gli storici dell’Ordine e della Miriam la nascita di esso andrebbe riportata indietro nei secoli ad una colonia egizia che si stabilì a Neapolis (Brunelli parla di una “corporazione di egizi esistente a Napoli sin dall’età imperiale” per cui  “sarebbe rimasto l’Eggregore del culto egizio adattato a Fratellanza Magico-ermetica” – pagg. 28-29) nella zona che tutt’oggi porta il nome di Piazzetta Nilo: la fusione dei Misteri egizi portati da questa colonia con la spiritualità di un centro di sapienza italica, e pitagorica in particolare, presente a Neapolis avrebbe dato luogo alla costituzione di un Ordine che si è tramandato nel tempo fino ai nostri giorni.

Alcune fasi successive della storia di questo Centro Egizio (riteniamo meglio usare questo termine generico invece di Ordine o Rito) possono essere quanto meno intuite per quanto concerne i secoli tra il ‘500 e il ‘600: sappiamo della presenza a Napoli in questi secoli dell’Accademia del Pontano, di ermetisti come Giordano Bruno e Tommaso Campanella, i quali studiarono ambedue al collegio di San Domenico Maggiore che sorge proprio nei pressi della Piazzetta Nilo e del Palazzo De Sangro, del marchese Francesco Maria Santinelli (noto con lo pseudonimo di Fra’ Marcantonio Crassellame), uno dei maggiori ermetisti dell’epoca il quale frequentò sia Roma (Accademia di Cristina di Svezia) che Napoli e la cui opera sarebbe alla base del Catechismo della Etoile Flamboyante del Barone Tschoudy, infine di Giovambattista Della Porta.

L’origine visibile dell’Ordine Osirideo sarebbe dovuto a Domenico Bocchini (le notizie di seguito sono in parte tratte da Lo Monaco, cit.): iniziato al Rito Scozzese, entrò nella Loggia La Vigilanza di Napoli aderente al Rito Egiziano di Cagliostro del barone Lorenzo de Montemayor, ultimo Gran Cofto conosciuto nel Regno di Napoli, poi passò alla Loggia La Folgore di Napoli del Rito di Misraïm dei Bédarride. Egli sarebbe stato iniziato nella cerchia degli ermetisti discendenti dal De Sangro, i quali avevano come punto di riferimento il suo figlio primogenito Vincenzo.

Al Bocchini si deve una serie di lavori sulle origini dell’ermetismo a Napoli, da lui esemplato nelle due figure della Sirena Partenope e del fiume Sebeto, fiume sotterraneo del quale aveva già parlato Iacopo Sannazzaro nella sua Arcadia (Höbel Il Fiume segreto pagg. 53 ss).

Del Bocchini furono discepoli Pasquale De Servis e probabilmente il padre di Giustiniano Lebano, Filippo, avvocato dello stesso Foro cui apparteneva il Bocchini e massone come lui (anche se non abbiamo prove dirette della loro conoscenza). De Servis e Lebano insieme ad altri personaggi, il Marchese Orazio De Attellis e forse il Marchese Giuseppe Gallone e Crescenzo Ascione (Lo Monaco pagg. 24-28), costituirono l’Ordine Osirideo Egizio o Grande Oriente Egizio, nel quale sarebbero da distinguere due Riti: il Rito Egiziano Antico e il Rito Egiziano massonico modificato (Lo Monaco pag. 21).

A sua volta l’Ordine Osirideo tramite Ciro Formisano (Giuliano KremmErz, appartenente all’Ordine Osirideo e affiliato al Rito Egiziano Antico – Lo Monaco pag. 21 nota 37), avrebbe dato origine alla Fraternità Terapeutica di Miriam.

Ovviamente sorvoliamo sugli sviluppi successivi della Fratellanza miriamica, in quanto ciò esula dal nostro lavoro; dobbiamo però far notare un particolare curioso: mentre Raimondo De Sangro ed i Principi di Caramanico erano, o quanto meno si dichiaravano, fedeli servitori del Re Borbone, i loro successori da Bocchini in poi furono tutti di fede giacobina e antiborbonica, legati sia alla Carboneria massonica che ai rivoluzionari dei moti che percorsero l’Italia dal 1821 al 1848.

Tutti furono tra i sostenitori delle idee antimonarchiche, al punto che, ad esempio, Giustiniano Lebano dovette andare in esilio per sfuggire alla polizia politica, esilio che per altro gli fruttò interessanti conoscenze, quali il Conte Livio Zambeccari di Bologna, membro di una “società platonica” forse di estrazione ermetica, e il gruppo di martinisti napoletani che si riunivano a Parigi collegati sia con Eliphas Levi che con una società “magnetica” di Avignone (ricordiamo che il “magnetismo” costituiva una delle basi, ad esempio, del Rito Egizio di Cagliostro).

PARTE II – IL PRINCIPE RAIMONDO DE SANGRO DI SANSEVERO

Il vasto panorama di personaggi e di società che fino agli inizi del ‘700 hanno creato in Napoli quella particolare presenza ermetica e magica che la contraddistingue trova il suo punto focale nella figura di Raimondo De Sangro, il quale sembra porsi, se facessimo una raffigurazione grafica, come il punto di passaggio di una gigantesca clessidra spazio-temporale che partendo dall’inizio della storia arcana di Napoli giunge fino ai nostri giorni.

Personaggio di grande fama già ai suoi tempi, Gran Maestro della Massoneria napoletana ed intimo del Re di Napoli, il quale sovente lo protesse dai suoi nemici presenti nella stessa corte partenopea, autore di testi eruditi e di invenzioni meccaniche, sulla cui storia rimandiamo all’opera del suo discendente citata in Bibliografia, Raimondo De Sangro costituì il punto da cui si partirono per varie strade le manifestazioni del Centro Egizio napoletano: da un lato il Rito di Misraïm e dall’altro l’Ordine Osirideo Egizio, e quindi la Fratellanza Terapeutica di Miriam.

Raimondo De Sangro avrebbe infatti influito attraverso i suoi confratelli o i discepoli sulla successiva evoluzione di questi Riti aventi per base la sapienza egizio-alessandrina:

1.      il cugino Luigi D’Aquino Di Caramanico apparteneva alla stessa Loggia di Malta a cui era stato iniziato il suo conoscente e amico Cagliostro, il quale costituirà il Rito Egiziano di Lione;

2.      sempre al D’Aquino di Caramanico sarebbe da attribuire l’introduzione a Napoli del Rituale degli Arcana Arcanorum, rito che prese infatti il nome di Scala di Napoli;

3.      il barone Tschoudy discepolo di Raimondo trasferitosi in Francia fondò l’Ordine dell’Etoile Flamboyante o dei Philosophi Incogniti, che avrebbe avuto parte nella istituzione, attraverso Gad Bédarride, del Rito di Misraïm francese, e che comunque rappresentò uno dei principali punti di riferimento per i cosiddetti “Alti Gradi” della Massoneria per i suoi contenuti ermetico-alchemici;

4.      attraverso un secondo discepolo, il cui nome ci è ignoto, la sapienza del Centro Egizio sarebbe pervenuta a Giustiniano Lebano e Pasquale De Servis dai quali ebbe origine l’Ordine Osirideo Egizio o Grande Oriente Egizio (diverse le denominazioni negli scritti di Lo Monaco e Introvigne);

5.      da questo Ordine o Grande Oriente emanerà la Fraternità Terapeutica di Miriam fondata da Ciro Formisano, iniziato dell’Ordine Osirideo.

Raimondo De Sangro sembra quindi essere il punto nodale a cui perviene una sapienza antica che egli tramanda ai suoi successori fino alla nascita o quanto meno al completamento, come si è visto, dei due Riti, il Rito di Misraïm (e tramite Cagliostro anche della Misraïm francese) e l’Ordine Osirideo Egizio, e della Miriam da quest’ultimo derivata. Ma come e quando è pervenuta a lui questa conoscenza?

Se sono note le sue imprese e le sue opere (per cui rinviamo all’opera di O. De Sangro pagg. 27 – 31), meno conosciute sono le fonti da cui Raimondo trasse le sue conoscenze ermetiche, alchemiche e cabalistiche. 

Alcuni fondamenti della sua sapienza esoterica li possiamo indurre da certi particolari della sua stessa vita: ad esempio dal 1719 egli fu convittore al Seminario gesuita di Roma, e mentre nei primi anni di convitto mostrò segni di insofferenza non sentendosi adeguatamente valutato dai Padri gesuiti, come testimonia Origlia, quando Carlo VI gli offrì di cambiare scuola per rimanere a Napoli, essendo egli divenuto Principe De Sangro alla morte del nonno (il padre gli aveva già lasciato ogni titolo perché divenuto sacerdote), Raimondo preferì ritornare nel Seminario di Roma, come se a Roma egli fosse legato da qualche particolare interesse, al quale accenneremo più oltre.

Nel 1729  aveva costruito un palco rimovibile per la festa del Seminario superando nella gara architetti anche famosi che avevano presentato i loro progetti: disse che l’idea gli era stata data da Archimede durante il sonno, e questo ricorda le tecniche di “incubazione” in cui l’interrogante riceve risposta dal Dio alle sue domande durante il sonno, segno forse del fatto che già allora aveva dimestichezza con qualche tecnica particolare.

Non bisogna però dimenticare come Raimondo fosse amante dell’ironia, per cui la risposta potrebbe essere anche di spirito. La sua indole ironica si conferma quando nella sua Lettera apologetica sui Quipu peruviani in modo serioso propone l’introduzione, accanto al punto esclamativo (che Raimondo chiama “ammirativo”) e al punto interrogativo, del “punto ironico”, perché “le Ironie niun altro contrassegno portan con esse loro se non quello che suole dar loro la pronunzia di chi le profferisce” e quindi è difficile per chi legge apprezzare il significato ironico di certe frasi (Lettera apologetica pagg. 209-210).

Il Principe aveva anche accesso ai libri messi all’Indice dalla Curia romana, in quanto nel 1744 dopo la battaglia di Velletri aveva ricevuto da papa Benedetto XIV il permesso di leggere ogni genere di libri proibiti (Höbel pag. 109), letture a cui si dedicò negli anni successivi e dai quali avrebbe potuto trarre alimento per ampliare le sue conoscenze sapienziali.

Né dobbiamo dimenticare che dalla sua tipografia personale, che aveva sede nel Palazzo De Sangro (adiacente alla celebre Cappella), erano usciti, oltre ad opere notoriamente massoniche, quali il “Riccio rapito” di A. Pope e “Il conte di Gabalis” di Villars di Montfaucon, “I viaggi di Ciro” di Michel Ramsay, la prima opera con cui entra ufficialmente nella Massoneria il simbolismo cavalleresco e, a giudicare dalla copertina della sua Trinosophie, autore anche interessato al simbolismo geroglifico egizio .

Ramsay è il fondatore del Rito Scozzese, caratterizzato dall’adesione al cattolicesimo e dalla ripresa della mistica della Cavalleria, elementi che ben si adattavano alla nobiltà del tempo, e non a caso Raimondo fondò a Napoli una Loggia scozzese. Raimondo avrebbe anzi avuto il titolo più alto del Rito Scozzese, quello di Gran Professo (Africa pag. 23).

A proposito del suo periodo massonico, è interessante notare che le Logge massoniche napoletane (sulle Logge napoletane vedi Africa e soprattutto Höbel pagg. 113 ss.), originariamente di Rito Inglese, a seguito di una opposizione creatasi tra il loro fondatore, Larnage, ed il nuovo Maestro, Zelaya, si erano divise seguendo la prima i rituali della Massoneria “azzurra” mentre nella seconda si era avviato un processo di adesione ai cosiddetti “Alti Gradi“, e si trovavano quindi in lotta le une contro le altre.

De Sangro riuscì a riunirle tutte sotto il suo Maestrato facendo superare le opposizioni esistenti e riformandole nel modo descritto da Bramato (vedi più oltre). Questo è certo un segno del rispetto che Raimondo godeva nell’ambiente e che difficilmente poteva aver raggiunto nell’arco di soli due anni di adesione alla Massoneria, quanti sono quelli di cui lo stesso Raimondo scrive in una sua lettera al papa Benedetto XIV e riportata in Origlia (vol. II pagg. 354 ss.), a meno che l’onore che riceveva non fosse in realtà dovuto alla sua posizione esoterica nell’ambiente napoletano e non solo. 

In questo breve periodo massonico di solo due anni (anche se per Höbel tale periodo fu ben più lungo di quanto risulti ufficialmente, e ciò sarebbe confermato dal Barone Tschoudy, il quale nel testo della Etoile flamboyante riporta un discorso del De Sangro agli apprendisti della sua Loggia fatto nel 1745 – vedi Parole maestre pag. 70) fondò una Loggia a Napoli con il nome di La Concordia (Höbel pag. 120); secondo D’Andrea il nome era "Rosa d'ordine Magno", derivante dall'anagramma dello stesso nome del Principe.

A tale proposito scrive D’Andrea: “Riportiamo da Franco De Pascale in "Cagliostro e l'Italia. La nascita del Rito Egiziano", pubblicato in "Cagliostro Il Maestro Sconosciuto" di Marc Haven: ‘Ricerche accurate, svolte in archivi particolari, attestano la fondazione da parte del Principe Raimondo di Sangro di Sansevero di un Antiquus Ordo Aegypti, nel quale operò il Rito di Misraïm seu Aegypti, il 10 dicembre 1747. Ricerche fatte da vari studiosi in seguito a fortunati ritrovamenti, hanno dimostrato la formazione da parte del Principe di Sangro di una loggia segreta, ad indirizzo chiaramente ermetico e rosicruciano, chiamata 'Rosa d'Ordine Magno', loggia clandestina che si riuniva nel suo palazzo, e la connessione con la medesima, in quel periodo di persecuzione, del latitante ed esule barone di Tschoudy’ “.

Notiamo, per altro, che si parla di “archivi particolari” e di “fortunati ritrovamenti”, fonti che da un punto di vista strettamente storico non possono essere acriticamente accettate.

Riferisce invece Bramato (pag. 21) della fondazione di tre logge a seguito della riunione delle Logge dei Liberi Muratori di Napoli dirette da Larnage e da Zelaya sotto la guida del Principe: la De Sangro, la Moncada e la Carafa, dal nome dei loro Maestri, alle quali egli unì successivamente una Loggia di rito Scozzese, alla quale fa riferimento un testo ritrovato dallo stesso Autore nell’Archivio Segreto Vaticano e riportato come Appendice II nella sua opera (pagg. 73 ss.), dove vengono riportati i rituali ed i significati dei tre gradi superiori di Maestro Scozzese, Eletto e Sublime Filosofo, testo da taluni attribuito allo stesso De Sangro.

Ma questi elementi non ci dicono quale fosse l’ascendenza esoterica di Raimondo ed a quali fonti egli abbia attinto la sua sapienza, in particolare l’ermetismo egizio-alessandrino, se egli è stato, come si presume da più parti, tra i fondatori dei Riti Egiziani.  Possiamo solo avanzare alcune ipotesi su questo argomento.

In primo luogo, seguendo quanto dice Ventura sul “potere” trasmesso attraverso il sangue della propria famiglia (vedi Il mistero del Rito sacrificale Atanòr, Roma s.d., pagg. 39 ss.), di certo la famiglia dei De Sangro e dei Conti dei Marsi da cui essa discendeva, a sua volta discendente dai Duchi di Borgogna (le cui armi d’oro a tre bande d’azzurro sono riprese nello stemma dei Principi De Sangro - O. De Sangro pag. 111) e per il tramite di questi a Carlo Magno e prima ancora ai Longobardi, era ricca non solo di otto Santi e di numerose figure del mondo ecclesiastico tra cui quattro Papi ma, e soprattutto per quanto concerne questo discorso, di Eroi che hanno arricchito e rinnovato più volte il Genio familiare con le loro azioni guerriere, facendo a volte sacrificio di sé medesimi nella battaglia.

Uno per tutti è l’antenato Cecco, nipote di Francesco, primo Duca di Torremaggiore e primo Principe di San Severo (ibidem pag. 115), la cui tomba non a caso Raimondo volle porre all’ingresso del Tempio della famiglia, quasi a significare che da questi nasceva il filo rosso che legittimava, o meglio confermava nei De Sangro la “qualificazione” eroica, facendo del suo monumento la controparte del Santo Sepolcro posto di fronte ad esso sotto l‘altare maggiore del Tempio (probabile allusione alla “prima” e alla “seconda morte” che deve superare l’Iniziato per pervenire al compimento dell’Opera).

Anche i possedimenti di cui erano signori i De Sangro possono essere considerati tra le cause non materiali dell’ascendenza spirituale del Principe: a Torremaggiore era stata affidata dai Benedettini ai cavalieri dell’Ordine del Tempio l’Abbazia di San Pietro e successivamente papa Bonifacio VIII aveva loro donato nel 1295 il vicino castello di San Severo ed altre pertinenze. La domus di Torremaggiore raggiunse tale importanza da venire considerata atta ad effettuarvisi le ammissioni all’Ordine e sappiamo dai verbali di una deposizione rilasciata a Penne nel 1310 nel corso del processo ai Templari che qui venne inviato un frater tre anni dopo la sua ricezione come Templare “per essere sottoposto a riti che non potevano essere celebrati a Roma” (V. Ricci Insediamenti templari in Capitanata in www.medievale.it).

Il titolo di Duca di Torremaggiore forse non a caso veniva dato al primogenito che doveva in seguito assumere alla morte del genitore il titolo di Principe di San Severo.

Questo consente di supporre l’esistenza di una particolare sacralità del luogo che ne aveva fatto per i Templari il luogo ideale per speciali riti, la cui esecuzione non può che avere rafforzato il genius loci successivamente ereditato dai De Sangro.

Da dove possa venire la particolare sacralità di Torremaggiore non è possibile dire, l’unica cosa certa è che Torremaggiore e San Severo sorgono in territorio dauno e, secondo le leggende dei nostoi, Diomede fondò la città di Argos Hippion (oggi Arpinova) pochi chilometri a sud, nelle vicinanze di Foggia, città che prendeva nome da Argo, patria di Diomede, e hippos, perché considerata terra di cavalli. Diomede era strettamente connesso al cavallo: il nome della moglie era Euippion, “il buon cavallo”, e lui stesso era denominato “domatore di cavalli”.

Poiché nella concezione greca e più ampiamente indoeuropea il cavallo è strettamente connesso alla sacralità del Cavaliere in quanto “uomo armato a cavallo” (rimandiamo al nostro saggio su Le origini della Cavalleria in La guerra, i Templari e gli altri Cavalieri, Simmetria, Roma 2008), la leggenda di Diomede induce a ritenere che nella regione vi fosse uno speciale culto connesso al “guerriero a cavallo”.

A conferma del ruolo dato al cavallo ricordiamo che la monetazione di Arpi presenta spesso la figura del cavallo sul recto o sul verso connessa a divinità (Zeus, Atena, Persefone) o animali (toro), come si evince dai reperti archeologici ritrovati nella zona (M. Mazzei Arpi,  l’ipogeo della Medusa e la necropoli, Edipuglia 1995).

Per quanto concerne la possibile fonte egizia di Raimondo, possiamo dire che il rituale di maggiore importanza nell’ambito del Rito Egizio è costituito dai tre Arcana Arcanorum, divenuti il massimo grado del Rito di Misraïm: nascono probabilmente nell’ambito di Riti presenti a Venezia già nella prima metà del ‘700, ma il fatto che siano conosciuti anche con il nome di Scala di Napoli rende credibile che qui essi ricevettero una qualche forma di organizzazione o di perfezionamento, e certamente da Napoli giunsero in Francia tramite Cagliostro per opera del Principe Luigi D’Aquino di Caramanico, cugino di Raimondo, il quale, a quanto riferisce Lo Monaco, li avrebbe confidati in punto di morte al suo amico e confratello.

Questi gradi secondo Rambout (vedi in Labouré) hanno per base una conoscenza iniziatica di origine egiziana e, come afferma egli, in un periodo in cui ancora i testi originali non erano conosciuti, non avendo ancora Champollion decifrato il geroglifico. In realtà probabilmente Rambout confonde tra Egitto e dottrine ermetiche egizio-alessandrine, di epoca molto posteriore e probabilmente solo in parte connesse con l’autentica sapienza egizia originaria.

Che Raimondo avesse conoscenza dei geroglifici egizi, che al suo tempo, anzi già dai secoli a lui precedenti, erano considerati l’origine di ogni sapienza, è certo poiché tra le opere presenti nella sua biblioteca, di cui ci è pervenuto un elenco purtroppo parziale (in Spruit pagg. 262-279), è presente un testo sicuramente attinente a tale materia, gli Hyerogliphica di Pietro Valeriano (idem pag. 263 – vedi la nota su Valeriano), uno dei testi più completi sul simbolismo geroglifico, anche se in realtà si tratta più propriamente di simbolismo ideografico e naturalistico, e conosceva certamente il Kircher, anche se ne mancano i testi nell’elenco della biblioteca, essendo autore da lui ampiamente citato nella Lettera apologetica e in altre sue opere. 

Peraltro rari sono nelle sue opere i riferimenti ad un interesse specifico per l’Egitto: ad esempio le figure femminili della Cappella da lui eretta si stagliano contro obelischi fatti di pietre sovrapposte, e non monolitici quali sono quelli reali; altri due obelischi sono presenti al termine della navata, sormontati da una sfera simbolo del Sole.

Gli accenni nei suoi scritti alla “sapienza degli egizi” e alla loro scrittura geroglifica sono abbastanza rari e non vanno oltre la citazione generica; comunque Il frontespizio della Supplica inviata a Benedetto XIV dopo la messa all’Indice dei libri proibiti del suo lavoro sui Quipu peruviani reca una sfinge con il motto “Implexa explicat” (O. De Sangro pag. 50).

Altra probabile fonte della sua sapienza esoterica potrebbe essere stato il contatto diretto con l’ambiente rosacrociano ed ermetico napoletano, che si può far risalire a personaggi come Giordano Bruno e Tommaso Campanella, i quali come si è detto avevano studiato nel Collegio di San Domenico poco distante dal Palazzo dei De Sangro, Giovan Battista Della Porta e la sua Accademia  dei Segreti o il Marchese Santinelli, che frequentò Napoli nel 1667 (Höbel pag. 137) prima di stabilirsi nel Veneto.

Ancora alla fine del ‘600 ermetismo e Rosa+Croce erano certamente viventi a Napoli, come testimoniano lo scambio di lettere tra Federico Gualdi, l’ermetista tedesco vissuto a Venezia e probabilmente adepto della Rosa+Croce d’Oro, e un misterioso Reverendo di Napoli il quale chiedeva approfondimenti circa certe operazioni alchemiche; ricordiamo altresì che Gualdi fu anche in contatto diretto con il Santinelli stesso (si veda l’introduzione di Boella e Galli a Philosophia Hermetica di F. Gualdi, ed. Mediterranee Roma 2008, passim).

Una possibile fonte della sua conoscenza esoterica potrebbe essere stata la frequentazione degli ambienti ermetici ed alchimistici di Roma, città in cui fino a poche decine di anni prima era attiva l’Accademia esoterica fondata da Cristina di Svezia. Potrebbe essere stato introdotto in questi ambienti dal suo stesso padre, Antonio De Sangro, diplomatico per molti anni per conto di Carlo VI d’Austria presso le corti di Francia, Germania, Russia e Portogallo (O. De Sangro pag. 119), il quale, come riferisce Origlia (pag. 322) “era grande amatore delle belle lettere e di tutti coloro che le professavano” e, fattosi sacerdote intorno al 1725, soggiornò alcuni mesi a Roma: in tale occasione Raimondo “uscì dal Seminario per alquanti mesi, che ‘l Padre dimorò a Roma e quello partito risolse ben tosto novellamente tornarvi, non ostante che l’Imperator Carlo VI… l’avesse fatto intendere” che avrebbe potuto proseguire i suoi studi in qualunque altro collegio (idem pag. 323).

Il suo nome è posto nell’elenco “degli Arconti della Repubblica letteraria italiana tra i primi nomi annotati dal Muratori” (L. Sansone Vagni Raimondo di Sangro pag. 109, ed. Bastogi, Foggia 1992), segno che anche tra i suoi contemporanei Antonio era tenuto in grande rispetto.

Nella sua qualità di diplomatico Antonio certo aveva potuto conoscere personaggi di rilievo che frequentavano le corti d’Europa e in quanto amante delle “belle lettere”, termine a quei tempi molto ampio, forse conosceva gli scritti degli autori che avevano costituito l’Accademia di Cristina.

Ulteriore possibilità è che egli abbia appreso i primi rudimenti dell’ermetismo da giovinetto nel Seminario dei Gesuiti a Roma, ove era vissuto Athanasius Kircher (1602-1680) e dove ai suoi tempi si trovava ancora il Museo Kircheriano.

Questo al tempo in cui Raimondo fu convittore era affidato in custodia al gesuita Filippo Bonanni o Buonanni (1638-1725; vedi Villoslada Storia del Collegio Romano, Roma 1954,  pag. 187).

Bonanni, oltre che numismatico ed assertore della generazione spontanea (i lavori di palingenesia animale di Raimondo sui granchi di fiume come le sue sperimentazioni sulla creazione di sangue a partire da cibo masticato e letame sono attinenti alla concezione della generazione spontanea), era autore de Il Gabinetto armonico, pubblicato nel 1722 e di nuovo nel 1723, opera in cui trattava della musica (forse aveva riunito o almeno fatto dipingere una serie di strumenti musicali in una delle sale del Museo kircheriano), in cui scrive: “può la mente restare erudita riflettendo alle proporzioni delle note colle quali si compone la musica, che nelle scienze matematiche se non tiene il primo luogo a niun’altra è inferiore” (in Ghirardini pag. 3), affermazione del rapporto tra musica, matematica ed armonia di sapore pitagorico.

L’ultimo curatore del Museo prima dello scioglimento dell’Ordine dei Gesuiti fu Anton Maria Ambrogi (1713-1788; Villoslada pag. 187), il quale tradusse dal latino in italiano una composizione poetica sull’origine della luce del suo confratello e discepolo Carlo Noceti, opera stampata nel 1755 e dedicata proprio al Principe De Sangro, il quale con alcune sue opere si era distinto nello studio sui fenomeni della luce, ed aveva anzi preparato un testo sull’argomento che non fu mai pubblicato, nel quale riferisce Origlia (pag. 385): “la sua ipotesi [sull’origine della luce] viene totalmente poggiata sul primo capo del Genesi… facendo toccar con mano che in quel capitolo Mosè non spiega che il sistema da lui prodotto con entrar nel vero significato degli ebraici vocaboli”.

Questo sembra un accenno ad un’interpretazione cabalistica del testo del Genesi, arte nella quale Raimondo si dimostra nelle sue opere molto esperto, ma purtroppo questo saggio non vide mai la luce (nelle due altre opere sulla Lampada perpetua, Il Lume eterno e Lettere al cavalier Giraldi, non si fa parola di un’interpretazione basata sul Genesi).

La dedica del testo del Noceti tradotto da Ambrogi è dell’archeologo Anton Francesco Gori, appartenente alla Società Colombaria, un’associazione di eruditi etruscologi alla quale, come apprendiamo dalla dedica, apparteneva anche il De Sangro dal 1753 con il nome di Incalorito (Parole maestre pag. 53).

Di questa Società scrive uno storico, Marcello Marcucci, che “non fu certo un caso che quasi tutti i colombi fossero accademici etruschi e pure comuni fossero certe matrici culturali, quali talune suggestioni massoniche” (ibidem).

Uno dei suoi maestri nel campo dell’esoterismo ebraico potrebbe essere stato un cabalista del quale egli sarebbe stato discepolo durante il soggiorno a Roma oppure durante la permanenza di costui a Napoli, Giuseppe Athias (Ferrone cit. in Lettera pag. 13 e nota 14), amico di Giambattista Vico, il quale era a sua volta un intimo di Raimondo.

Commerciante ed intellettuale, da non confondere con un omonimo Joseph Athias, ebreo spagnolo autore di due edizioni della Bibbia (Catholic Encyclopedia sub voce), Giuseppe Athias era nato a Livorno, il cui porto costituiva il punto di collegamento tra l’Inghilterra e l’Italia e dove erano state fondate le prime Logge massoniche italiane; egli era tenuto in grande considerazione dal Vico come “il più dotto tra gli ebrei di questa età nella scienza della lingua santa” (G. B. Vico L’autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di B. Croce, pag.  55, Bari 1911), ed il Vico aggiunse una lettera del suo dotto amico alla sua “Autobiografia” nella seconda edizione del 1734. Athias soggiornò sicuramente a Napoli nel 1725 ove conobbe Giambattista Vico e Paolo Mattia Doria (Terzo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1966, pag. 160; vedi anche www.ispf.cnr.it).

Molteplici quindi e diverse tra loro le fonti dalle quali il Principe poté attingere la sapienza che ha dimostrato nelle sue opere, le quali sono applicate a settori così differenti tra di loro, tanto da far dubitare a molti suoi biografi che egli fosse veramente quell’Iniziato che altri ritengono egli fosse. Possiamo solo sperare che attraverso queste brevi note ci sia riuscito di far almeno intravedere il mistero della sapienza alchemica ed ermetica di Raimondo De Sangro, al quale si addice veramente l’epitaffio che egli stesso si scrisse in vita (Lettera pag. 181):   VIR MIRUS, AD OMNIA NATUS, QUAECUMQUE AUDERET.

Nota 1: Il libro “Hyerogliphica” di Pietro Valeriano:

(da http://www.italica.rai.it/rinascimento/cento_opere/valeriano_hieroglyphica.htm).

Il testo di Pietro Valeriano, Hieroglyphica, sive de sacris Aegyptiorum aliarumque gentium literis commentarii, vera enciclopedia antiquaria di immagini simboliche in cinquantotto libri, hanno una storia editoriale tormentata: pubblicati per la prima volta a Basilea presso Michele Isingrino nel 1556, con dedica a Cosimo de’ Medici (il fondatore dell’Accademia platonica di Firenze), fu più volte ripubblicata, tradotta in italiano, francese, tedesco. Particolarmente fortunata la traduzione italiana edita nel 1602 con il titolo di Ieroglifici overo commentari delle occulte significazioni degli Egizzi e d’altre nationi.

Il lento ma costante crescere e costituirsi del corpus iconologico di Valeriano si lega all’interesse diffuso, negli ambienti culturali neoplatonici, per gli Hieroglyphica di Orapollo editi per la prima volta a Venezia nel 1505 da Aldo Manuzio. L’ideazione ed elaborazione dell’opera avvenne in gran parte nella Curia romana, dove l’autore visse gli anni decisivi delle sue scelte e dei suoi progetti letterari, tra il 1510 e il 1530. Sono presenti, infatti, diversi accenni alla cabala e al ruolo di iniziatore e maestro che svolse a Roma in questa disciplina il cardinale agostiniano Egidio da Viterbo (vedi nota successiva).

Ogni libro degli Hieroglyphica, introdotto da una lettera di dedica a un personaggio di rilievo della cultura contemporanea, svolge una trattazione organica sul significato simbolico di oggetti, pietre, piante, animali, figure geometriche, numeri, attributi mitologici, espressioni dell’uomo e fenomeni della natura, opportunamente scelti in relazione al dedicatario.

Nel dare sistemazione organica a un vastissimo materiale, attinto dai più disparati campi, Valeriano mirava a creare un linguaggio costituito di sole immagini, confondendo il significato del geroglifico egizio con quello del simbolo, in senso morale o emblematico.

Lo sforzo combinatorio dell’umanista sembra voler unire, in un vero e proprio universo simbolico fittizio, tutto il mondo antico da Thoth a Claudiano, da Ermete Trismegisto a sant’Agostino, mediante un "discorso muto da concepirsi con la mente attraverso le immagini delle cose”.

Nota 2: Il Cardinale Egidio da Viterbo (1469 - 1532)

(adattato da www.bta.it/riv/conv/1996/10/28/a0/abstract/scafi.html e

 www.cassiciaco.it/ITA/001ago/Agostiniani/generali/egidio_viterbo.htm) 

 Fu filosofo e teologo agostiniano, patriarca di Costantinopoli, cardinale arcivescovo di Zara. Ebbe una grande preparazione umanistica e partecipò agli eventi della Riforma protestante. Il suo vero nome era Egidio Antonini: da giovane studiò a Viterbo presso l’Ordine degli Agostiniani, nel quale entrò a diciotto anni. Compì gli studi filosofici a Padova, poi fece numerosi viaggi, il che fu un'occasione preziosa per stringere rapporti di grande scambio culturale con letterati e filosofi del suo tempo, come l’amicizia con Ficino a Firenze, o con gli intellettuali dell’Accademia Pontaniana a Napoli. Divenne amico di Pontano, che gli dedicò il dialogo Aegidius.

La grande esperienza accumulata gli permise di diventare Generale dell'Ordine nel 1507. Alla sua preparazione teologica seppe unire un’erudizione vastissima poiché conosceva molte lingue antiche, come greco, ebraico, turco e persiano.

L'attività di Egidio da Viterbo, ("tra i più grandi cabalisti cristiani del Rinascimento" secondo l'opinione di F. Secret), è un esempio di quella nostalgia delle origini tipica della svolta tra Quattro e Cinquecento. Egidio esprime il desiderio di esplorare lo strato di verità comune a tutte le religioni e filosofie, espresso nell'antica sapienza dell'ebraismo e della letteratura ermetica e neoplatonica.

A Egidio da Viterbo, non a caso, è indirizzato il libro XVII degli Hyerogliphica di Valeriano, relativo alla cicogna, simbolo di pietà e vigilanza.

Sulle orme di Pico della Mirandola, il cardinale interpretava l'antica sapienza ebraica da platonico e da cristiano, in uno spirito di completa fedeltà alla Chiesa. Con appassionato sincretismo, il cardinale di Viterbo amalgamava reminiscenze bibliche, mitologia classica e allusioni cabalistiche per riformulare l'interpretazione della Scrittura. Lo studio della lingua con cui Dio parlò agli uomini era infatti secondo Egidio essenziale per una corretta lettura del testo sacro, come è spiegato nel Libellus de litteris hebraicis (1517), un alfabeto mistico di introduzione alla Scrittura.

In un voluminoso trattato dedicato a Clemente VII e scritto tra il 1528 e il 1531,  la Scechinah - termine ebraico per designare la presenza di Dio tra gli uomini - Egidio si sforzava di importare la cabala nel mondo dell'umanesimo cristiano.

La creazione non era che il riflesso delle dieci Sefiroth, i differenti gradi di espansione dell'energia divina. La Scechinah, la gloriosa presenza di Dio tra gli uomini, non era che la decima ed ultima delle Sefiroth. Il giardino dell'Eden era allora l'unione tra il cielo e la terra, il ponte tra i mondi superiori e quelli inferiori: in termini cabalistici il terzo mondo, quello della formazione (Yezirah), dove l'androgino creato nel mondo della creazione (Beriah) fu separato negli esseri distinti di Adamo ed Eva. Esso è dunque parte del processo della creazione, dove l'indifferenziato prende forma, ciò che è creato come spirito assume qualità e caratteristiche. Da qui Adamo ed Eva furono espulsi nel mondo inferiore della materia, dove ricevettero i loro corpi terrestri. L'uomo può così sperimentare tutti i livelli di esistenza, prima verso il basso e poi verso l'alto, nel suo anelito a riconquistare il paradiso perduto ed il cielo della creazione, e infine a ricongiungersi con Dio. Il giardino dell'Eden è dunque il luogo naturale per l'anima umana, fuori dal tempo e dallo spazio. Esso è anche una realtà interiore, visto che l'uomo possiede dentro di sé i quattro livelli del Divino, dello spirito, della psiche e del corpo.

La riscoperta della cabala e della lingua sacra, l'ebraico, da parte dei cristiani, era per Egidio segno dell'imminente unità spirituale degli uomini. Essa poteva rivelare tutti i segreti del mondo divino ed eterno.

ALLEGATO (in .pdf):  Tavole Sinottiche delle varie scuole

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