Il percorso iniziatico nella Villa Vigodarzere di Saonara  -  PARTE II -

Riprendiamo ora la descrizione e l’analisi della parte del testo concernente il Sepolcreto dei Cavalieri, analisi dalla quale riteniamo di poter ottenere risultati di un certo interesse.

altL’attraversamento sotterraneo della Grotta (Fig. 6), simbolica discesa nelle profondità della terra, è suddiviso in tre fasi: la prima è la visione della morte, sotto la forma del Sepolcreto dei Cavalieri, la seconda è l’iniziazione nella Sala del Giuramento davanti al Maestro, la terza, attraverso un passaggio ove l’Iniziato è sottoposto ai due Battesimi di Acqua e di Fuoco, è la visione del Baphomet in tutto il suo terribile splendore.

Discesi alcuni gradini si entra nel Sepolcreto dei Cavalieri (Fig. 7):Le armi appiccate intorno, i trofei che ricordano la prodezza templare, un cavaliere coperto dalla bruna armatura e steso sul maggiore dei sepolcri impugnando la spada a due tagli”. La scena indica la morte fisica che l’Iniziato deve superare prima di completare il suo viaggio iniziatico e corrisponde al “Gabinetto di Riflessione” nel rituale di ammissione al grado di Apprendista (nel rituale della Massoneria Egizia di Cagliostro, secondo il testo riportato da Haven pag. 26, la Camera di Riflessione ha proprio la forma di una grotta).

Ad essa segue la Sala del Giuramento, la cui formula, dice il Cittadella, è scritta sull’altare dove sono posti il pugnale, la spada e un bacile, simboli che ricorrono in Massoneria: la spada usata dal Maestro per toccare tre volte la spalla destra del candidato, i pugnali con i quali i Fratelli minacciano di morte chi divulgherà i segreti della Società, il bacile contenente acqua pura per la “prova dell’acqua” o quello contenente liquido infiammabile per la “prova del fuoco” (a meno che non si tratti della coppa del liquido dolce e amaro che l’Apprendista deve bere).

altNel passaggio che unisce la seconda sala alla terza, percorso in discesa ad accentuare il carattere di descensus ad Inferos, sono situate le raffigurazioni dei due rituali di acqua e di fuoco, corrispondenti a due delle tre “prove” cui è sottoposto l’Apprendista ma, considerata l’assenza di simboli concernenti la terza prova, cioè la “prova dell’aria”, potrebbe in realtà trattarsi di due dei tre Battesimi noti alla Gnosi protocristiana come allo gnosticismo eretico. In effetti il Cittadella come vedremo parla esplicitamente di “riti ofitici” e quindi questa seconda interpretazione ci pare più esatta.

Si tratta del Battesimo di Acqua, che si effettuava tramite l’immersione del battezzando in una piscina di acqua corrente, e del Battesimo di Fuoco, il quale era realizzato con l’unzione di un crisma particolare preparato a tale scopo ed aveva nel cristianesimo ortodosso il significato di un esorcismo; il terzo Battesimo era il Battesimo di Spirito Santo, per il quale si usava un secondo crisma, avente la proprietà di dare la rigenerazione spirituale al neofita. Rispetto alla descrizione del Cittadella, il quale pone prima quello di acqua e poi quello di fuoco, in realtà i due Battesimi andrebbero invertiti (sull’argomento si veda in modo esaustivo il nostro Le vie della Gnosi parte II cap. 2).

I due rituali sono presentati separatamente: il primo con un’urna, avente accanto il bassorilievo nel quale è scolpito il neofita “(nell’urna) il neofito ripiegato fuori colla persona all’ingiù, colle braccia pendenti, a cui sorregge il capo un Jerofante mentre un altro vi riversa sopra l’acqua lustrale alla presenza della civetta, simbolo della sapienza” (Fig. 8), il secondo con un braciere: “mirammo il cratere, o l’ara del fuoco colla grata ferrea al disopra, dove distendevasi il novizio, cui il vicino bassorilievo ti mostra giacente tra profumi, come per apparecchiarsi a quel connubio, che presso gli gnostici chiamavasi spirituale e teneva il posto d’ogni sacramento… poi scorgi i due accoliti che assistono al rito, la stella a sette raggi che rappresenta le prime sette emanazioni della divinità, la cicogna che vale amore, e la lettera G, impresa del gnosticismo”.

altI due rituali sono posti in connessione con due animali: quello di acqua con la civetta, quello del fuoco con la cicogna. La civetta, animale lunare, è simbolo duplice: simbolo negativo in quanto funesto e malefico già presso gli Egizi, connesso con le streghe (striges) e considerato di cattivo auspicio dai Romani, tanto che se una civetta entrava nel tempio di Giove era necessario praticare riti di purificazione (Cardini), d’altro canto per i Greci esso era invece simbolo della sapienza in quanto animale di Athena, il cui nome latino Minerva è legato sia a mens che  a mensura e a mensis, il periodo di tempo misurato dalla luna. La raffigurazione di Minerva si trova al lato orientale del Tempio massonico, dove siede il Maestro, nei rituali del Grande Oriente Scozzese, secondo il testo della Loggia “Quatuor Coronati”.

La connessione tra civetta-luna-acqua è chiara, meno chiaro il collegamento tra cicogna e fuoco: la cicogna è simbolo di fecondità e di sapienza per la posizione che assume su una sola zampa, nonché di amor filiale, poiché si ritiene che essa sia solita sfamare i suoi vecchi genitori (Chevalier-Gheerbrant  sub voce), come il pellicano fa con i suoi piccoli, ma nulla di tutto ciò ne fa un animale solare o quanto meno connesso con il fuoco, a meno che il Cittadella non si sia confuso nella sua descrizione, scambiando la fenice con la cicogna (non sarebbe la prima volta che egli commette un errore: ad esempio, come sopra detto, egli attribuisce ai cigni il ruolo di animali sacri a Venere, mentre lo sono le colombe).

Altra possibilità è che, poiché “la cicogna vale amore”, si faccia riferimento non all’amor filiale ma al sacramento gnostico, presente nello gnosticismo eretico protocristiano, noto come “camera nuziale”, adoperato in particolare dai Valentiniani ma anche in altre sette gnostiche, di cui si parla ad esempio nel Vangelo di Filippo (Erbetta vol. I pagg. 220-243): “Il Signore ha operato tutto con un mistero: battesimo, crisma, eucarestia, redenzione e camera nuziale” (loghion 68), “La camera nuziale è il Santo dei Santi” (loghion 76), “Se uno diventa figlio della camera nuziale, riceverà la luce” (loghion 127); si tratta di una unione di carattere spirituale, la quale forse aveva come corrispondenza nel cristianesimo ortodosso dei primi due secoli ciò che potrebbe essere un rapporto ierogamico tra “profeta” e “virgo subintroducta” (sull’argomento si veda Le vie della Gnosi parte II cap. I).

Tale interpretazione è confortata dalle parole del Cittadella a proposito del “battesimo di fuoco”: “quel connubio, che presso gli gnostici chiamavasi spirituale e teneva il posto d’ogni sacramento”, col che egli intendeva riferire il simbolismo del bassorilievo non alla “prova del fuoco” massonica ma al sacramento gnostico del matrimonio spirituale (“unione immacolata dotata di grande forza” è detto nel loghion 60), il cui simbolo era il bacio (“i perfetti divengono fecondi con un bacio” – loghion 31).

La lettera G presente nel bassorilievo ed interpretata come iniziale di Gnosticismo sembra essere un voluto travisamento della lettera G presente nel Tempio massonico, ove essa rappresenta l’iniziale di God o forse, in base a quanto scrive Guenon (Simboli della scienza sacra cap. 17), la trasposizione in lettere latine della parola Γεομητρια con riferimento all’Arte su cui è basata la Massoneria operativa.

Ancora più importante è la presenza di una stella a sette raggi, che per il Cittadella “rappresenta le prime sette emanazioni della divinità” e non è simbolo massonico, cui è propria la stella a cinque raggi; qui l’autore parla a nostro parere dei primi sette Angeli della Gnosi, i Primi-nati o Protoctisti, dei quali scrive Erma nel suo Pastore: “(i sei giovanetti che costruiscono la torre) sono i santi angeli di Dio, i primi creati ai quali il Signore ha assegnato il compito di sviluppare, costruire, governare la sua creazione” (Visione III, 4, 2), ai quali si aggiunge come settimo il Cristo, considerato nel giudeocristianesimo come il primo dei Sette Angeli: “I sei preposti alla costruzione camminavano con lui, alla sua destra e alla sua sinistra” (Simil. IX, 6, 2).

altQuesto insieme di dati induce a ritenere che nel passaggio tra seconda e terza sala non vi fosse la raffigurazione delle due prove massoniche dell’acqua e del fuoco bensì proprio un riassunto dei “sacramenti” gnostici, valentiniani o forse mandei (Erbetta pag. 219), come descritti nel loghion 66 del Vangelo di Filippo: “L’anima e lo spirito esistettero mediante acqua, fuoco e luce, il figlio della camera nuziale mediante fuoco e luce. Il fuoco è il crisma, la luce è il fuoco”. Mentre “l’anima e lo spirito” fanno riferimento al neofita che intraprende il suo percorso mediante il “battesimo di acqua”, il “figlio della camera nuziale” è lo gnostico che per mezzo del “battesimo di fuoco” ricongiunge la sua parte spirituale, lo pneuma, all’angelo cioè il logos o il nous (Erbetta pag. 218) e ritorna così alla pienezza del Pleroma.

Il “battesimo di acqua” è l’unione dei tre Battesimi di acqua, fuoco e Spirito presenti anche nel cristianesimo ortodosso, ad esempio presso i Nazareni (vedasi  Le vie della Gnosi appendice I), e dei quali nell’attuale cattolicesimo sono rimasti appena alcuni residui (l’acqua, il cero acceso, il soffio del sacerdote sul battezzando), il “battesimo di fuoco”, del quale nel cattolicesimo ortodosso potrebbe essere rimasta traccia nel rito della Cresima, è invece il passaggio dello gnostico alla perfezione mediante un secondo crisma che realizza l’unione perfetta tra pneuma e nous simboleggiata dal “mistero della camera nuziale”: “Chiunque entrerà nella camera nuziale accenderà la luce… I misteri dello sposalizio si compiono di giorno e alla luce. Sia tale giorno che la sua luce non tramontano” (loghion 126 – il riferimento al “giorno che non tramonta” richiama alla mente i capitoli della Regola sia dell’Ordine benedettino che dell’Ordine del Tempio sulla luce da tenere accesa per tutta la notte - si veda a tal proposito il commento all’art. 63 nel nostro saggio su La Regola primitiva dell’Ordine del Tempio, Simmetria, Roma 2010).

Al termine del passaggio si giunge nella terza sala del complesso, ove troneggia la gigantesca statua del Baphomet (Fig. 9), rappresentato da Jappelli con le stesse caratteristiche presenti nell’illustrazione del Mysterium Baphometis revelatum di von Hammer (Fig. 10): “lo Spirito santo di quella bugiarda teogonia (ofita e templare) appare nella statua gigantesca che ti sorge dinanzi… la sua corona triforme, la figura maschifemmina … tiene con ciascheduna delle mani la catena degli eoni o dei secoli, in cima alla quale dall’una parte il raggio di sole, dall’altra splende la luna… Baffomete fa germinare la terra, fiorire gli alberi. Ha un cranio tra i piedi, il mento barbuto e rimpetto giace un’ara rovesciata dal tempo ove leggesi il prototipo della fede ofitica che il Jappelli accortamente volle espresso in caratteri arabici.. perché l’orientale favella ci fosse velame a troppo liberi sensi… Né poteva il Jappelli meglio che col Baffomete crescere il meraviglioso a questa grotta”. Si noti la perfetta rispondenza dell’immagine a quanto si sa del presunto idolo templare attraverso le deposizioni estorte con la tortura ai Cavalieri, in particolare la sua relazione con la fecondità  (si veda Barber Appendice A).

Dall’insieme delle interpretazioni che abbiamo dato ci sembra che il Cittadella dovesse essere fornito di una conoscenza non irrilevante della Gnosi e dello gnosticismo, se si tiene presente che a quel tempo i papiri di Nag Hammadi (trovati nel 1945) erano ben lungi dall’essere stati tradotti e tutto ciò che si sapeva delle sette gnostiche e dei loro rituali era filtrato attraverso gli scritti dei Padri della Chiesa, certo non favorevoli a quelle.

Quale il rapporto fra gnosticismo e Templari secondo il pensiero dell’autore? Apparentemente il Cittadella ritiene i Templari effettivamente colpevoli delle accuse infamanti che furono loro rivolte, di eresia con l’adorazione di un idolo detto Baphomet e di comportamenti contro natura. Poiché essi “le voluttà dello spirito a quelle dei sensi scambiando, si abbandonarono all’enormezze della più nefasta lascivia”.

Da rilevare che l’autore fa esplicito riferimento nel parlare del Baphomet a Joseph von Hammer Purgstall, che egli chiama “eruditissimo consigliere”, autore di un Mysterium Baphometis revelatum che era stato edito nel 1819; il von Hammer, tra il 1819 e il 1821, data in cui pubblicò un suo libro di ricordi di viaggio, era stato sicuramente a Venezia (Il Giardino pag. 188), quindi poteva avere incontrato di persona lo Jappelli o il Vigodarzere suo committente o anche il nipote Andrea. Nel suo scritto Giovanni Cittadella dimostra di conoscerne bene il testo sul Baphomet, così come lo conosceva lo Jappelli, visto che questi trascrisse “in caratteri arabici i principii ofitici”, esattamente come si trovano disegnati nell’illustrazione del Baphomet riportata nel Mysterium Baphometis, così come le nozioni esatte e particolareggiate sulla “gnosi ofitica”, che lo Jappelli tradusse graficamente nei simboli e nei bassorilievi del Sepolcreto, certo tratte dall’opera del von Hammer.

altGià il tedesco Friederich Nicolai aveva interpretato il Baphomet come idolo gnostico, il cui nome sarebbe secondo questi traducibile con “battesimo di spirito”, etimologia ripresa anche dal Fulcanelli tra le sue diverse interpretazioni alchemiche del Baphomet, considerato “emblema delle tradizioni segrete dell’Ordine” (Dimore I pag. 164 e pag 165 nota 1)

Von Hammer Purgstall attribuiva ai Templari la colpa di essere stati in realtà eretici, in quanto eredi della setta degli Ofiti, setta presente nell’ambito del protocristianesimo orientale intorno al II sec., per cui la sua interpretazione del Baphomet templare, come di tutto ciò che riguarda i Cavalieri, è in realtà un’interpretazione assolutamente negativa e tutta la sua opera costituisce un’aperta condanna dei Templari considerati “colpevoli di apostasia, idolatria, impurità e di essere gnostici o addirittura ofiti sulla base dei loro stessi documenti” (per la sua posizione nell’ambito del templarismo dell’800 si veda Partner pagg. 160-167).

Evidentemente per Giovanni Cittadella e per il cugino Andrea le cose non stavano così, come infatti nota anche Agostinetti: “E’ strano che il massone Cittadella apprezzasse in modo così evidente Hammer, uomo della restaurazione che considerava i Massoni pericoli per le società e le istituzioni” (pag. 32 nota 7), poiché li considerava nell’ambito di una “teoria della cospirazione” come elementi di una catena di pericolosi attentatori alla società costituita, catena che andava dagli gnostici del protocristianesimo ai Templari e agli Albigesi per arrivare alla Libera Muratoria.

Quindi la domanda che ci poniamo è: per quale motivo il Vigodarzere e suo nipote Andrea Cittadella dopo di lui spesero tempo e denaro per creare il Sepolcreto Templare con i suoi annessi? Si trattava solo, come fa pensare Giovanni Cittadella, di una ricerca del meraviglioso, un giardino dell’horror per stupire ed impressionare le belle dame padovane?

Troppo precise le rispondenze con il pensiero ofitico o meglio gnostico per essere una coincidenza e troppo complessa la disposizione del giardino, dei suoi elementi, della sua stessa vegetazione per trattarsi solamente di un divertente gioco fatto per sbalordire e sconcertare gli ospiti.

Il motivo dell’apparente condivisione del pensiero di von Hammer, il quale era, ricordiamo, un funzionario di alto rango della diplomazia austriaca, potrebbe trovarsi in ciò che era successo nel 1826, quando Jappelli aveva dovuto fare abiura davanti alle autorità asburgiche della sua adesione alla Massoneria, perseguitata in tutta Italia e in Europa già da anni per il suo carattere segreto che preoccupava i poteri centrali.

Potrebbe pertanto essere che Giovanni Cittadella abbia preferito nascondere sotto l’apparente disprezzo per i Cavalieri Templari, definiti eretici e sodomiti, il vero significato esoterico del giardino, che solo un’attenta lettura ed un’analisi approfondita riescono a rilevare e a rivelare.

Alla fine del viaggio attraverso il giardino di Villa Vigodarzere vogliamo cercare la risposta ad una domanda: quali Templari sono stati raffigurati nel giardino di Saonara?

I Cavalieri del Tempio, nella loro realtà storica come nell’immaginario in cui furono successivamente avvolti, ebbero diversi volti (d’altronde il Baphomet a loro attribuito ebbe, secondo le testimonianze estorte al processo, anche quattro volti! – Barber pag. 230).

Prodi e temibili guerrieri, di cui “uno vale cento” come da taluni viene interpretato il nome del loro gonfalone Baussant, fedeli servitori del Pontefice romano dal quale direttamente dipendevano, pronti a dare la morte come a riceverla, ma anche capaci di grossolani “scherzi da caserma”, perché così alcuni autori considerano le accuse sugli oscula obscena: “il bacio sul sedere (era) un vero e proprio ‘atto di nonnismo’ teso ad umiliare la recluta dinanzi agli anziani, e l’esortazione verbale all’omosessualità (era) probabilmente nata come parodia del precetto che imponeva al Templare di dare tutto se stesso all’Ordine e ai confratelli… tipici esempi di bassa tradizione militare, che si insinuarono fra i costumi dell’Ordine quando la disciplina tradizionale cominciò ad allentarsi… secondo una fonte interna al Tempio ciò accadde sotto il magistero di Thomas Bérard” (Frale pagg. 142-143) Gran Maestro fra il 1252 o 1257 e il 1273.

Ovviamente la tesi moderna che questi usi sodomitici ed altro ancora derivassero da una modifica della Regola dovuta ad un Gran Maestro Roncelin, cui si attribuisce una “regola segreta”, è falsa semplicemente perché l’unico Templare di questo nome che conosciamo, Roncelin de Fos, non era un Gran Maestro dell’Ordine ma un Maestro di Provenza e poi d’Inghilterra, quindi impossibilitato a modificare in qualunque modo la Regola (Partner pag.91).

I Templari erano profondamente cattolici e la loro devozione a Maria Madre di Dio, devozione certo derivatagli dallo stesso Bernardo, “innamorato della Madonna” come fu definito, nacque con loro e si spense con loro, ed ultima testimonianza fu la preghiera scritta da un Templare nelle prigioni di Filippo di Francia: “Santa Maria Madre di Dio… proteggi l’ordine dedicato a te, santissima e gloriosissima… Te imploriamo umilmente… nonostante tutte le calunnie rovesciate su di noi dai bugiardi, come Tu sai, i nostri avversari siano ricondotti alla verità, sicché noi possiamo conservare i nostri voti e i comandamenti del Signore nostro Gesù”.

Ma sono gli stessi Templari che non si esimevano dal proteggere i musulmani, concedendo loro di avere luoghi di preghiera tra le mura del Tempio, fatto per quei tempi più che scandaloso, e di avere in Siria come loro tributari gli Ismaeliti della setta degli Assassini, musulmani di fede šī’ita, dal 1152 fino alla cacciata dei cristiani dal paese (tributo per altro pagato anche agli Ospitalieri - si veda Filippani Ronconi pagg. 210, 222-224 e 247 - tra i quali però vi fu chi nel XVII e XVIII sviluppò manifestamente un insolito interesse per l’Emetismo e l’Alchimia, come Manuel Pinto de Fonseca, Gran Maestro dal 1743 al 1773, con cui Cagliostro era in rapporto di amicizia).

Se sono quindi certi i loro rapporti con la più potente setta gnostica musulmana, ciò potrebbe essersi limitato ad un fatto politico ma non sarebbe possibile escludere un incontro anche sul piano culturale e religioso in un luogo già di per sé saturo di pensiero gnostico cristiano qual’era la Siria.

Né si deve dimenticare che proprio Sinān, il maggiore esponente degli Ismaeliti contemporaneo all’epoca di fondazione dell’Ordine del Tempio (visse fra il 1140 e il 1192), fu proprio colui il quale portò la riforma del pensiero della setta al suo più alto livello, proclamando la fine del Periodo dell’Occultamento, durante il quale l’Imam, incarnazione in terra della Potenza Suprema, era occulto, e l’inizio del ciclo della Rivelazione, nella quale lo stesso Sinān si identificava con il Signore dell’Essere (Filippani pagg. 205 ss.); il passaggio al ciclo della Rivelazione significa il passaggio dal tempo della Legge, šarī’a, al tempo della Verità, cioè della manifestazione esteriore della conoscenza occulta, bātin (Filippani pag. 228). E proprio Sinān inviò “un’ambasceria al re di Gerusalemme Amalrico I per chiedergli di inviare missionari fra gli Ismaeliti, onde insegnare loro la religione cristiana e convertirli” (Filippani pag. 210).

Nello stesso periodo il califfo di Bagdad an-Nāsir (1180-1225; il califfato di Bagdad era il centro della fede sunnita, opposta a quella šī’ita) ”promuove l’istituzione cavalleresca della futuwwa, di ispirazione nettamente šī’itainvitando tutti i principi dell’Islam a parteciparvi” (Filippani pag. 231 – contiamo di tornare sulla futuwwa e l’Ordine del Tempio in un prossimo articolo).

Si potrebbe vedere un rapporto tra la richiesta di missionari da parte di Sinān ed i suoi rapporti con i Templari? E come mai proprio in quel tempo si ebbe un importante sviluppo della futuwwa, questa forma di Cavalleria islamica in tutto e per tutto analoga a quella occidentale, ma con aspetti esoterici ben manifesti a differenza di essa, tanto da potersi definire “Cavalleria spirituale” ? (così traduce Sassi il titolo del testo di Sulamī sui principii della Cavalleria islamica Kitāb-ul-Futuwwa - La cavalleria spirituale, Luni, Milano 1998)

Sono tutti elementi o meglio coincidenze che lasciano da pensare, anche se non si hanno prove storiche di certezza, che “qualcosa” sia avvenuto in un periodo di tempo poco successivo la fondazione ufficiale dell’Ordine del Tempio e comunque anteriore all’inizio della sua decadenza, che alcuni Autori fanno risalire al tempo del Gran Maestro Thomas Bérard, come prima si è detto. Questo “qualcosa” potrebbe consistere nel passaggio di idee della gnosi šī’ita almeno ai livelli superiori di gerarchia dell’Ordine e viceversa.

Né i Templari furono del tutto immuni da contatti con il pensiero gnostico occidentale, a quel tempo affermatosi nel sud della Francia con i Catari, possibile conseguenza dell’alterazione dell’articolo 63 della Regola primitiva dell’Ordine nella sua traduzione in francese, in cui la soppressione del “non” presente nella Regola latina trasformò il senso della frase originaria in un esplicito “se avranno udito di un raduno di cavalieri scomunicati si rechino lì” (si veda in proposito il nostro commento alla Regola primitiva dell’Ordine del Tempio, Simmetria, Roma 2010).

Alcuni capi d’accusa al processo erano indicativi di usanze dei Catari, o perlomeno attribuite a loro nella comune credenza popolare, quale la mancanza di rispetto alla Croce (Barber pag. 231), l’implicita negazione del sacramento della Comunione nell’omissione delle parole di consacrazione durante la Messa (pag. 236), l’uso di una cordicella legata in vita, santificata a dire degli accusatori nel caso dei Templari dal contatto con il Baphomet (ibidem), la pratica dell’omosessualità (pag. 239).

Di tutte queste accuse in base alle testimonianze rese è la prima, lo sputare, urinare o calpestare la croce, usanza come già detto che aveva la sua lontana origine nella setta gnostica degli Ofiti a quanto riferisce Origene (“nessuno è ammesso nel loro consesso senza aver prima pronunziato maledizioni contro GesùContra Celsum VI 28), ad essere sicuramente attestata, sia pure con notevoli varianti, nella cerimonia di investitura del Templare anche se va forse considerata come una prova estrema per comprendere il comportamento del nuovo Cavaliere (Frale I Templari, pagg. 135-143),.

Dunque non possiamo escludere che una parte della gerarchia dell’Ordine (difficile pensare ai gradi inferiori, in genere costituiti da uomini di scarsa cultura) avesse ceduto ad infiltrazioni gnostiche šī’ite, catare o addirittura proto cristiane, quale lo gnosticismo ofita. Ma non si può affermare, a nostro avviso, che tutto l’Ordine si fosse trasformato in una setta gnostica, nella quale il neofita fin dal momento della sua ammissione veniva ammesso, a sua completa insaputa in base a quanto ci dicono le testimonianze, con rituali che gli dovevano certamente risultare incomprensibili.

Allora, cerchiamo di rispondere alla domanda che ci siamo posti: quali Templari dobbiamo riconoscere raffigurati nel giardino di Saonara? L’iter che abbiamo ricostruito non ha per centro il vero Ordine del Tempio, quale esso fu in realtà, ma venne adoperato il “mito templare”, sulla scia di quel revival romantico di quanto era medievale che venne di moda nella letteratura come in architettura tra la seconda metà del ‘700 e la prima metà dell’800, come aspetto esteriore di un rituale non templare ma riferibile ad un “alto grado” della Massoneria dell’epoca, forse correlato a forme connesse a pratiche provenienti dal Vicino Oriente.

Altri rituali, ma differenti nel contenuto e precedenti o seguenti a questo secondo il metro temporale, avrebbero avuto analoga origine, come il rituale della Scala di Napoli o Arcana Arcanorum, proveniente (per quanto è dato sapere ai profani) nella metà del ‘700 dalle isole veneziane in stretto contatto con l’Impero ottomano, regione dalla quale, ad esempio, all’inizio del 1900 sarebbe provenuta quella tecnica della “massoneria turca” presentata in un suo libro dal barone von Sebottendorf, fondatore della Thule Gesellschaft (La pratica operativa dell’antica massoneria turca, Il Delfino, Torino 1980 – I ed. Lipsia s. d., ma sicuramente prima del 1928, poiché il testo è argomento di un articolo di Arvo del 1928, riprodotto in Introduzione alla Magia vol. II pagg. 118 ss., Mediterranee Roma 1971 ).

In ogni caso, sia del tutto o in parte valido quanto abbiamo cercato di ricostruire, ciò che importa è che il giardino di Villa Vigodarzere rimane una tappa, sia pure insolita, nella lunga storia dell’Ordine del Tempio, a significare quanto i Cavalieri Templari siano ancora presenti a distanza di tanti secoli dallo scioglimento del loro Ordine e quanto potente sia il “mito” che essi, forse senza volerlo, hanno saputo creare.

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