Questo articolo sviluppa la brevissima intervista richiesta da Voyager sui culti orientali nella Roma imperiale dei primi secoli d.C.. Ovviamente per questioni di palinsesto nel breve intervento (che va in onda il 17/11/2010) compare solo una parte delle considerazioni a seguire.
 
altIl Mithraismo romano ha avuto tanti studiosi quante sono le illazioni fatte su di esso. Infatti, da autentico culto misterico, non ha lasciato alcuna testimonianza scritta "diretta" da parte degli adepti, ma solo notizie di seconda mano, di provenienza non pagana, come quelle che troviamo in Firmico Materno (IV sec), TertulliamoSan Girolamo (che, oltretutto è l’unico che ci consente un riscontro quasi puntuale con le raffigurazioni dei "gradi iniziatici" presenti nel famoso anche se piccolissimo Mitreo di Felicissimus di Ostia).[1] Il resto sono solo epigrafi (scarse), alcune statue che ripetono lo stesso tema con poche varianti, gli ambienti (spesso trasformati in chiese per lo più dedicate a santi "guerrieri") e qualche traccia musiva.
Riguardo il famoso papiro 574, aggiunto alla Raccolta Magica conservata nel Museo Nazionale di Parigi, pur essendoci stato un notevole "entusiasmo" intorno al medesimo, dobbiamo rilevare che trattasi di un testo prevalentemente gnostico, databile intorno all’inizio del IV secolo d.C., in cui formule neo-gnostiche, ebraiche e forse anche cristiane si sovrappongono continuamente.[2]
 
Mithra non è stato mai ufficialmente importato nel pantheon romano, non ha mai avuto un tempio a lui specificamente dedicato e un collegio sacerdotale "riconosciuto"; cioè non ha mai fatto parte del culto di Stato. Eppure è stato un culto molto seguito, a qualsiasi livello sociale e con una gran diffusione sia "domestica", sia in prossimità dei castra romani, sia dei punti d'incrocio tra le vie dell’impero (solo a Ostia Antica sono stati scoperti oltre 17 mitrei, tra grandi e piccolissimi).
Il simbolismo mitriaco, o almeno quel poco che oggi riusciamo a interpretare, appare assai slegato da quello indoiranico-zoroastriano e non possiamo assolutamente essere certi che esistesse una comunità zoroastriana che conservasse, a Roma, uno specifico culto del Dio. Oltretutto tale comunità avrebbe dovuto inserire Mithra nella assai più complessa mito-teologia zoroastriana, mentre un'estrapolazione di un culto isolato e sincretico come appare essere quello di cui stiamo parlando troverebbe maggiore spiegazione e logica in un contesto misterico-iniziatico e sotto un certo aspetto "esoterico".[3]
 
altA nostro avviso lo stesso simbolismo del Toro, che è una costante iconologica nella rappresentazione della liturgia mitriaca, per i romani potrebbe essere stato facilmente ricollegabile a quella ritualità agricola primordiale a cui si riallaccia la stessa fondazione di Roma. Tale ipotesi, che non ha ovviamente alcun suffragio testuale né iconologico (e che nella sua eterodossia potrebbe legittimamente suscitare qualche fastidio) possiede secondo noi un forte richiamo simbolicamente inverso alla coppia di buoi, uniti nel magico giogo rituale. In tal senso il toro (domabile solo dall’eroe) rappresenterebbe quel complemento ctonio del bue domato e forzatamente pacificato, che consente di stabilire in superficie il pomerium, la traccia, il confine. Non sosteniamo affatto che tale ipotesi sia verificabile nella valenza del rito segreto, ma poiché l’ascesa dell’iniziato rappresenta per molti studiosi una specie di attraversamento delle sfere celesti, non sarebbe così peregrino pensare che tale cammino inizi con la comparsa del fuoco di Mithra che sorge dalla pietra e si completi proprio nella terra, con una ri-fondazione sacrificale del patto coi cieli. 
 
Nel nostro Occidente troviamo il toro arcaicamente a Creta come amante di Pasife e padre del Minotauro, mentre in Egitto, in India e in Mesopotamia appare in varie forme rituali (sempre psicologicamente connesse alla potenza, alla fecondazione, all’impeto indomabile, ma anche alla "luna", le cui corna taurine sono sempre state un "sigillo" specifico), come per esempio la celeberrima raffigurazione dell’altorilievo del V° sec. sul fianco di una scala di Persepoli.
Nella mitologia greca Io, sacerdotessa di Hera, viene trasformata in vacca e tutti conoscono le sue peregrinazioni e i suoi amori con Giove trasformatosi in Toro (stessa forma utilizzata per il ratto di Europa). Il toro è la potenza tellurica per eccellenza; è la potenza generativa che può essere orientata, oppure è potenza cieca. Lo stesso Ercole tra le varie prove deve domare quel Toro che darà origine al mito del Minotauro, e quindi del labirinto Minoico.
 
altL’indagine simbolica su questo mito ci porterebbe molto lontano; a trovare ad esempio, gli innumerevoli riscontri tra il sacrificio del toro mitriaco e la cattura di quello erculeo. In entrambi i casi l’animale viene ricondotto in una caverna, in un antro. Viene cioè riportato nella sua valenza ctonia e nell’ombra. Luogo dove la sua potenza resta intatta ma dove il suo valore e la sua forza generativa lo ricongiungono alla terra. Quella terra che, come anticipato, sarà scavata dai riti di fondazione e poi resa fertile dall’aratro.
 
Il toro della fatica erculea è simbolicamente il medesimo che sarà oggetto della libidine sfrenata di una donna-maga. Per soddisfare tale libidine sarà necessario un grande architetto in grado di "progettare" una "finta vacca". Al termine della vicenda sarà necessario un "eroe" che riconduca la disordinata energia generante della terra nel suo stesso ventre.[4] In tali sacrifici ctonii c’è una compensazione magica che sposta il "fatto" da un'interpretazione mito-storica abbastanza banale a una simbolico-magica assai più vivace. Non dimentichiamo che Pasifae è sorella di Circe!!
Il toro è la forza primigenia, ma priva di ordine. Astrologicamente è il secondo segno zodiacale partendo dall’Ariete. Fin dai primordi, in Occidente come in Oriente, ha un simbolismo geometrico assai semplice e particolare: quello del cerchio sormontato dalla falce lunare. La falce di luna che s'installa sul cosmo, che ne domina il flusso, seguendo le sue pulsioni.[5]
Non possiamo non evidenziare come il toro appaia spesso contrapposto al leone, sia nei combattimenti reali del circo che in quelli virtuali della liturgia mediorientale. Due forze: tellurica, a volte ctonia l’una, celeste e solare l’altra, si oppongono e confrontano con pari dignità.
Alcuni autori hanno evidenzato come nell’iconologia mitriaca i tre animali che si alimentano del sacrificio del Toro (il serpente, lo scorpione e il cane) compaiano anche nello zodiaco che circonda la costellazione di Perseo ma, in questo caso, bisognerebbe forzosamente abbinare la "assunzione" celeste di Perseo a quella di Mithra, e a molti studiosi del mito ciò appare alquanto improbabile (inclusi noi).
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Interessante è invece che sia proprio lo scorpione (che ha tante valenze mito-storiche nella mitologia ittita) ad aggredire i testicoli del toro, mediandone il "potere" generante, e quindi a nostro avviso non è un caso che vada a cercare energia non dal sangue, come fanno gli altri animali, ma dal seme del toro.
Molti hanno voluto vedere in questi tre animali (serpente, scorpione e cane) anche una specie di "attentato" alle virtù salvifiche del sangue taurino, (a parziale similitudine del serpente che tende ad abbeverarsi alla coppa cristica nell'iconologia musiva di molte absidi della chiesa altomedievale, in "concorrenza" ai cervi o ai pavoni, che invece sono gli animali "abilitati" a tale eucaristia). 
Anche in questo caso ci sembra una prosecuzione della mania d’inizio secolo di tentare paralleli "ellenizzanti" fra mitraismo e cristianesimo. Ci pare assai più consono a quel poco che conosciamo del processo iniziatico mitriaco (vedi in seguito) seguire quella mitologia mitico-sincretica propria del periodo romano imperiale (quella di Plinio, per intenderci). Fedeltà, energia pura e prudenza non sono forse le virtù proprie del guerriero romano, seguace di tali culti?
A detta della maggioranza degli studiosi l’uccisione del Toro da parte di Mithra avviene quasi per missione divina: è un incarico sacrificale, non una mattanza. Il sangue servirà a dare nuovo vigore alla natura (spesso una spiga nasce dalla ferita inferta da Mithra ed è facile evocare, con questo, la epopteia eleusina o anche la mangiatoia piena di spighe dell’iconologia del Natale cristiano).
Ma a nostro avviso queste sovrapposizioni iconologiche (che nei miti si ripetono facilmente in quanto i simboli della natura hanno valori che precedono il rito che li "utilizza", non possono scadere in equivoci teologici, quasi che il cristianesimo si fosse sovrapposto indebitamente al culto mitriaco usurpandone i simboli). Siamo convintissimi che il cristianesimo abbia usato a piene mani ritualità, iconologie e "forme" preesistenti, ma rinviamo ai numerosi articoli su questo sito nei quali altri autori hanno cercato di mettere in evidenza l’assurdità di certe posizioni semplicistiche. Rispettare il valore universale di alcuni simboli non dovrebbe mai, a nostro avviso, portare a confondere i riti e gli scopi delle teologie di sostegno.[6]
 
Ma tornando al toro, siamo quasi certi che il sacrificio del medesimo non fosse un rito molto frequente. I mitrei erano infatti ambienti assai angusti e "familiari", inseriti spesso nella domus romana e coabitanti con stanze adibite ad altri riti (da quelli orfico-pitagorici a quelli dionisiaci, a quelli cristiani). Perc questo è probabile che il sacrificio del toro rappresentasse solo una singola fase, da praticare per iniziazioni collettive o forse che lo stesso venisse praticato in maniera simbolica. Dalla forma di alcuni mitrei (soprattutto quello vicino all’ara di Ercole a Ostia) e dalle scarse testimonianze d’epoca cristiana si immagina che il sangue venisse fatto cadere sugli iniziandi da una feritoia sul soffitto durante un percorso al buio. Dopo tale effusione si entrava nel tempio dove la statua di Mithra o l’icona del medesimo coronavano il percorso, forse col plauso (o il canto) degli astanti, seduti sul gradino che circondava la sala. Dopodicché l’agape iniziatica completava il sacrificio. Queste operazioni, sulla cui successione si hanno molti dubbi, dovevano comunque avere un notevole impatto emozionale, soprattutto se la loro esecuzione veniva mantenuta segreta e se gli iniziandi erano, come pare quasi sicuramente provato, provenienti dalle file dell’esercito in cui la fede per Roma e il sacrificio purificatore che conduceva verso la trasmutazione dell’adepto dovevano apparire il perfetto approdo "guerriero ed eroico".
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Ma come sappiamo Mithra arriva da lontano: è importato dalla cultura iranica e poi Zoroastriana. Sintetizzando al massimo in poche righe una mitologia assai sofisticata, Mithra è il conciliatore fra il “"io buono" Ohrmzad, solidale ad Ahura Mazda (il Principio spirituale benefico) e il principio malefico di Ahriman. Mithra è il campione della Verità e della Giustizia, il suo nome significa "contratto" o forse "patto" e nel X inno degli Avesta zoroastriani appare come il dio dei pascoli terrestri e dei pascoli celesti, ossia è un dio della "luce" più che del sole. Infatti alla fine del suo percorso "illumina" la caverna dove avviene il sacrificio.
Il suo passaggio nelle zone celesti per approdare nella terra è preceduto dal sole e dalla luna. In alcune rappresentazione (come quella del mitreo di Marino) il sole sembra infondergli un messaggio, collegandolo a uno dei suoi raggi. E in tale rappresentazione ricorda tante pitture medievali dove lo "spirito" parla col santo o con l’eroe proprio attraverso un raggio di luce.
Il suo manto stellato (non sempre) è ovviamente un manto celeste: è perciò un manto planetario e zodiacale. Il fatto di apparire sempre mosso è una caratteristica della glittica arcaica. Il manto mosso rappresenta l’azione in quasi tutta l’iconologia classica, ma anche l’influsso spirituale, il moto dell’anima, la continuità, fissata magicamente nell’istante in cui l’azione diventa liturgia.
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Anzi, sotto questo aspetto Mithra è la luce celeste che assicura l’ordine fra due tempi particolari, quello del massimo splendore, assicurato da Cautes (solstizio estivo) e l’altro da Cautopates (solstizio invernale). Ma questi due strani personaggi armati di fiaccole indicano forse anche i cicli più brevi come quello connesso all’alba e al tramonto e ovviamente il ciclo della vita, dalla nascita alla morte.
In questo modo Mitra, col suo corvo sul manto (come appare nel mitreo di Santa Prisca) porta gli ordini degli Dei (i maxima divum) e appare più come un "garante" dell’ordine celeste. Uno stabilizzatore dell’asse cosmico e della luce cosmica (forse addirittura come emblema della regolarità della precessione equinoziale).
L’abbinamento alle costellazioni, come accennato, è invece un po' forzato in quanto, se è vero che intorno alle Pleiadi ci sono il Cane, lo Scorpione e il Serpente, bisognerebbe far assumere a Mithra la funzione di Perseo. E questo tentativo è un po’ più arduo. Alcuni dannoal mito anche un'interpretazione che avallerebbe il passaggio, nella precessione equinoziale, dalla costellazione del Toro a quella dell’Ariete ma anche questa, a nostro avviso, è una lettura abbastanza "moderna" e forzata.
 
Perquesto il concetto di Sole invitto, attribuito a Mitrha in diverse epigrafi, ha spesso affascinato gli studiosi e, soprattutto nel secolo scorso, ha spinto verso i già accennati paralleli col cristianesimo, enfatizzati dalla nascita del Dio nel solstizio invernale. Ma sono situazioni diversissime. Nelle raffigurazioni in genere poste nell'abside del mitreo, Mithra e il Sole banchettano insieme mangiando probabilmente il Toro e il banchetto rituale, che sicuramente faceva parte del culto mitriaco, ne potrebbe rappresentare un'omologia: una rivivificazione del patto perenne per l’equilibrio "ecologico" tra cieli e terra.
Evidentemente l’ingresso e l’uscita del sole dalle due porte solstiziali rappresenta il culmine di un Ciclo. Sotto questo profilo ha quindi un senso astronomico considerare Mithra come ordinatore dell’eclittica da cui dipendono le fasi stagionali. Particolare importanza assumono il leontocefalo o le altre figure assimilate al Patres con il serpente arrotolato intorno al corpo, che spesso sono presenti nei mitrei insieme ad altre divinità del pantheon romano.
Molti vedono in tali raffigurazioni un parallelo con AjonPhanes o con le figure "saturnie" collegate alla ciclicità del tempo. In tale ottica Mithra assumerebbe la veste di psicopompo, che porta dalla dimensione del tempo ordinario a quella del tempo celeste dove il concetto di "tempo" non ha più le caratteristiche di Saturno ma assume quelle di Crono (come ci dicono anche Giuliano imperatore e Macrobio).[7]
 
altNon dimentichiamo che il "petrogenito" Mithra nasce dalla terra, armato di fiaccola e spada e che coi suoi due accompagnatori con la fiaccola alzata e la fiaccola abbassata rappresenta quasi una ierofania dei "tre stati" visibili della luce. Nel suo emergere dalla terra possiede una valenza ctonia: è un sole occulto. Forse proprio in questo ci ricorda il Sole nascente, rappresentato da Cristo nella grotta. L’aspetto guerriero emerge inoltre nel fatto che molti mitrei con l’avvento del cristianesimo sono sostituiti da analoghe grotte dedicate a San Michele, come quella bellissima e poco conosciuta di Sutri nel Lazio. Il culto "guerriero" si trasferisce pressoché immutato soprattutto ad opera dei popoli nordici. Anche Michele è un Angelo guerriero, un angelo di giustizia armato di spada e bilancia, con cui pesa le anime e porta equilibrio nell’universo. Nel mitreo di Sutri questa funzione di traghettatore assolta da Mithra è trasferita brillantemente a uno dei "santi" più misteriosi del Cristianesimo: San Cristoforo. Anche lui porta il Sole-Cristo, da una parte all’altra… del fiume cosmico. E spesso tra i piedi del Santo compare l’Anfesibena che, a detta di Ovidio, è figlia della Gorgone.
 
Cenni sui gradi iniziatici del mitraismo
 
Abbiamo visto che le "iniziazioni" mitriache erano probabilmente suddivise in sette gradi. Ai tempi dell’impero di Roma il settenario "celeste" più famoso era forse quello lunare. Sette giorni per ogni "fase", per un totale di 28 giorni in cui si compie un ciclo. Ovviamente esistono decine di settenari "magici": da quello dell’iride, all’eptacordo, ai pianeti tolemaici, alle stelle dell’Orsa, ecc...
Il simbolismo numerico-geometrico rappresenta uno degli elementi di maggior approfondimento nel nostro Centro studi Simmetria. Sono moltissime le chiavi interpretative dei settenari in ambito ermetico-iniziatico e si integrano spesso le une nelle altre.
Una delle più affascinanti che a nostro avviso è applicabile cum grano salis al processo iniziatico mitriaco può essere collegata al compimento della scala planetaria eptatonale e all’ingresso in una nuova ottava (con una dimensione eroica assai diversa dalla precedente). Tale ipotesi spiegherebbe efficacemente anche l’aspetto "ciclico" di personaggi come il Patres, avvolti dal serpente, presenti in alcuni mitrei e l’ingresso in quella dimensione "divina" consentita a colui che ha scalato il settenario.
La dimensione eroica è quella che sicuramente ebbe più presa nell’esercito; infatti gli adepti erano in buona parte soldati. E le "prove" tramandate per passare da un livello al successivo erano assai dure, anche dal punto di vista fisico (lotte, ferite e a volte vere e proprie torture).

Seguendo San Gerolamo ricordiamo brevemente i gradi iniziatici (in ordine crescente):
  • Corvo: il messaggero, quindi Mercurio; è lo psicopompo per eccellenza, la morte iniziatica.
  • Crypius o Ninphus: lo sposo con fiaccola, collegabile all’annuncio vespertino, Venere.
  • Miles: il soldato dotato di sacco elmo e lancia: Marte
  • Leo: il leone dotato di attizzatoio e folgore, Giove.
  • Perses: il Persiano, abbinato al falcetto e quindi sia a Saturno che alla luna.
  • Heliodromos : il corriere del sole, Sole.
  • Padre: coincidente o "convivente" con Mithra dotato di anello, copricapo frigio e di una falce di Saturno che lo pone fuori del tempo ordinario.[8]
L’abbinamento coi metalli corrispondenti ai pianeti non è stato sempre coerente per cui, pur trovandoci in un'epoca in cui gli albori dell’alchimia greco-alessandrina iniziavano a transitare nei nuovi culti sincretici, credo sia fuorviante insistere su paralleli di tal genere.
Senza entrare esplicitamente nel simbolismo dei vari gradi (vedi nota), mi limiterei al primo, che a tutti gli effetti sembra il più semplice, mentre in realtà, come tutti gli inizi… è il più complesso.
altMercurio è per eccellenza l’iniziatore: l’Hermes, il Thot, colui che consente l’ingresso ed è anche lo psicopompo per eccellenza in tutte le tradizioni mediterranee ai tempi dell’Impero. Tale ingresso non è casuale, ma è voluto dagli dei, che manifestano il loro assenso tramite il corvo (nero e quindi collegato anche alla cosiddetta "morte iniziatica").
Tale morte potrebbe trovare avallo nella lustrazione battesimale che viene tramandata come rito d’ingresso proprio di questa fase. Mercurio è rappresentato dal caduceo nel mitreo ostiense di Felicissimo, ma anche dal vaso. Vaso lustrale forse, oppure contenitore di una bevanda dal significato mistico.[9]
 
Nel bestiario medievale il corvo assume significati complessi, ma in quello greco romano è abbinato ad Apollo, mentre la cornacchia (sua stretta parente dal punto di vista ornitologico) ad Atena. Strabone lo collega all’Onphalos di Delfi e quindi gli attribuisce un potere oracolare che ben si adatta a tale "ingresso iniziatico". Tale aspetto dovrebbe far riflettere sul fatto che nella scala gerarchica rappresentata nel mitreo Mercurio è il più lontano dal Patres e da Mithra, ma nello stesso tempo è colui senza il quale non è possibile l’iniziazione. Il corvo-mercurio infatti compare nel mantello di Mithra e forse è lui stesso che rende il mantello spiritualmente agitato.[10]
 
Come si potrà notare da quanto riportato nelle note, ogni grado si può raffrontare a una "ascesa" planetaria, a un vero e proprio viaggio cosmico verso il Sole e, alla fine, verso la Luce stessa che precede il Sole, ma sia l’ordine, sia le prove connesse al livello, sia il reale senso di ogni gradino avrebbero bisogno di un'analisi che, nonostante le infinite ricostruzioni che sono state fatte dalla letteratura "esoterica" e da quella accademica, non può mai considerarsi esaustiva.
Per cui accontentiamoci della straordinaria impressione che si può ancora ricevere discendendo in un mitreo, soprattutto in uno di quelli in cui lo scorrere di un ruscello sotterraneo evoca culti e miti sommersi dalla storia, ma ancora viventi nella coscienza di ognuno. 

[1] San Girolamo, Epistole 127-II - Ammiano Marcellino.
[2] Il "Rituale" a cui si fa riferimento nel papiro occupa circa 1/12 della lunghezza del testo. Il rituale è accompagnato da una serie di prescrizioni d’ordine certamente magico, interpretate in chiave esoterica da Dieterich e Mead. Ma la sovrapposizione fra elementi egizi, caldaici, romani, greci, ed ebraici (tipici del secolo che caratterizza la caduta dell’impero) è tale da rendere il sincretismo operativo assai improbabile e difficilmente sperimentabile. La parte interessante del papiro è quella che presuppone la conoscenza di un uso del respiro e della voce. Inutile dire che da parte di molte "confraternite" magiche (compreso il "Gruppo di Ur" che ne trasse una prima traduzione italiana negli anni '30) è stato deciso di tentare di riattualizzare il rito. Ma resta il problema difficilissimo del recupero dei giusti suoni e delle varie operazioni descritte.
Ad esempio nel "Primo Logos" viene detto:
"Silenzio. Silenzio. Silenzio. Simbolo dell’eterno Dio vivente proteggimi, o Silenzio" nechtheir thanmeloy".
Sibila quindi a lungo S, S, e poi soffia dicendo:
proprophengè morios prophir prophengè nemethire arpsenten pitèmimeòy enart phirchechò psyridariò tyrephilba…
Mentre nel "Sesto logos" viene detto:
"Dopo che avrai detto questo vedrai le sette porte socchiuse e sorgere dagli abissi sette vergini in bisso, con un aspetto serpentino. Esse sono chiamate le Sorti dominanti del Cielo… Salve o prima Chrepsenthaès; salve o seconda Mechran; salve ….ecc)".
Come si vede trattasi di formulari per i quali è stata tentata varie volte un'interpretazione (ad esempio da A. Cepollaro nel 1954 con la sua traduzione e alcune analisi semiologiche). Ma trattandosi di "formule", oltretutto scritte in caratteri latini partendo da un greco poco chiaro, gli errori sono probabili e le chiavi di lettura molteplici.
Nello stesso papiro esistono poi delle liturgie di carattere prettamente gnostico, quali quelle presenti nelle Istruzioni per l’azione dove a prescrizioni sull’ora di inizio del rito e sulle sostanze da usare (radice di loto, scarabeo solare, unguento di rose, ecc...) opportunamente mescolati e usati seguono invocazioni quali: "Io ti ho consacrato affinché la tua presenza divenisse utile a me (pronuncia del nome dell’officiante) solo a me (di nuovo pronuncia del nome): ie ia èeè oy eia, perché solo a me fosse utile…".
Molti autori hanno completamente disconosciuto tale rituale come effettivamente "mitriaco" in quanto il sincretismo che lo pervade e la disomogeneità fra alcune parti fanno pensare a successive re-iscrizioni, trasformazioni e sovrapposizioni. Ne resta l’indubbio fascino che lo accumuna ad altri ritrovamenti dello stesso periodo.
[3] F. Cumont, Les religione orientales dans le paganisme romain, Paris 1906.
[4] Cfr. i vari miti del labirinto descritti in questo sito e ripresi nella nostra rivista.
[5] Nel simbolismo mariano la stessa falce lunare, abbinata al serpente, serve quale sostegno alla Madre Celeste, che si appoggia e, sotto un certo aspetto, si sostiene su entrambi.
[6] P. Scarpi, Le religioni dei misteri, Mondadori, Milano, 2002.
[7] Cfr. anche il nostro Sedes Sapientiae.
[8] In questo modo lo vede anche Massimiliano Papini in Il Rito Segreto op.cit.
[9] Estenderci ulteriormente con altri significati del vaso come alcuni hanno fatto sovrapponendo i secoli (dal cuore, al vascello ecc….) ci sembra azzardato in un breve articolo come questo e soprattutto in assenza di documenti di qualsiasi genere a suffragio.
[10] Ricordiamo brevemente gli altri gradi secondo la rappresentazione già citata del mitreo di Ostia.
Secondo Grado: Ninphus o ninfa fa pensare alla crisalide e alla ri-nascita. Viene posto sotto la protezione di Venere ed è appoggiato alla lucerna e al serpente. Le metamorfosi ovidiane così come L’Asino d’Oro di Apuleio in questo caso potrebbero soccorrerci ad avallare il senso della "trasformazione". 
Terzo Grado: il soldato. Tertulliano parla di un vero e proprio combattimento che caratterizzava tale fase. C’è la benda che forse potrebbe avallare l’ingresso nel labirinto e la rinuncia ai sensi normali. Secodno Tertulliano il miles doveva combattere simbolicamente "bendato" e riceveva una corona sulla punta di una lancia. Detta corona veniva poi deposta sulla spalla mentre l’iniziando pronunciava la celebre frase: Solo Mithra è la mia corona. Altri simboli di tale "grado" sono lo scorpione (che ritroviamo nell’effige finale della tauromachia), il gambero, l’elmo, il berretto frigio, la bisaccia e la lancia.
Quarto Grado: Leone. Forse dei personaggi vestiti da leoni o addirittura dei leoni veri e propri partecipavano al rito. L’iniziato, giunto al grado di leone era nella dimensione "ignea" e non doveva avere contatti con l’acqua. Forse c’era anche una prova di resistenza alla sete. Sempre Tertulliano ci dice che il leone doveva controllare la fiamma sull’altare e servire il banchetto rituale di pane e vino. Ovviamente il pianeta preposto era Giove e i simboli gioviani erano il cane (anche questo ritorna sulla tauromachia finale), il cipresso, l’aquila, l’alloro e, elemento particolare, la vespa (in parte collegabile al fuoco per il bruciore della sua puntura).
Quinto grado: forse è lo stesso Cautopates, tiene infatti in mano la fiaccola abbassata, è il custode e possiede l’arpa (forse quella di Perseo con cui viene uccisa la Gorgone). L’iniziato viene purificato col miele. Il grado è ovviamente sotto la protezione della Luna (la luna è fonte del miele secondo la tradizione persiana) e i suoi simboli sono l’arco, la faretra, il bastone, la falce di luna, la civetta e poi anche la brocca, il delfino e il treppiede. Una tesi che potrebbe essere suffragata da mitrei come quello vicino all’ara di Ercole a Ostia potrebbe far supporre che il labirinto accompagnasse il viaggio iniziatico di Cautopates. Anche la Gorgone, infatti, al pari del Toro, è spesso idealmente rinserrata nelle viscere della terra da cui trae la sua energia. Perseo, come Teseo, compie un cammino che deve passare nel buio e riuscire alla luce dopo aver compiuto l’esperienza eroica.
Sesto Grado: Heliodromo è Cautes con la torcia sollevata. Un'imitazione della levata del sole spettava forse a tale grado ma è assai difficile ipotizzare la complessità o forse la semplicità del rito. Sappiamo che era vestito di rosso e sedeva accanto a Mithra. Aveva la corona a sette raggi (forse simbolo anche della totalità dei gradi) e tra gli altri simboli troviamo la sferza, la spiga (anche questa compare nell’effige finale) il globo, il gallo (proprio della levata solare) la lucertola o il coccodrillo e la palma.

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