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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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(Il presente articolo anticipa la prossima uscita del libro di A. M. Partini sul "Donum Dei di Aurac" per le Ed. Med.)
Di Giorgio Aurach si sa ben poco, tranne le brevi notizie raccolte da Albert Poisson e da lui riportate nel manoscritto n. 52 del fondo Verginelli – Rota (Biblioteca dell’Accademia dei Lincei). Langlet – Dufresnoy gli attribuisce un Hortus Divitiarum ed un Rosarium, intramezzato da versi in tedesco e ornato da figure allegoriche di cui si è persa ogni traccia (1), e un testo sulla pietra filosofale, anch’esso andato disperso, stampato a Basilea nel 1686: De lapide philosophorum, qui de antimonis minerali conficitur.
Ma la sua opera più famosa è il trattato del Donum Dei, conosciuto anche sotto il titolo di «Prezioso» o «Preziosissimo Dono di Dio», illustrato da 12 immagini a volte di mirabile fattura che indicano attraverso la serie di “ampolle” le varie trasmutazioni della “materia” sotto l’azione del fuoco.
Come scrive Van Lennep, Georges Aurach è tra i primi che all’alba della iconografia alchemica sviluppò la tematica dei “vasi figurati” per rappresentare le varie fasi della Grande Opera, “materializzando il sogno dell’alchimista che attraverso i secoli trasferì nell’immaginario il processo chimico che si effettuava nel suo matraccio"(2)
Sono sempre stata attratta dalle immagini del Donum Dei, specie di alcuni manoscritti finemente miniati. Trovarli nel fondo Verginelli – Rota realizzava il mio desiderio di pubblicare uno di questi esemplari sia per il ricordo del Prof. Vinci – Verginelli, studioso di grande amabilità e cultura, sia per mettere in evidenza la meravigliosa Collezione di testi e manoscritti alchemici Verginelli – Rota (369 stampe dei sec. XV-XVIII e 57 manoscritti dei sec. XV-XIX), ancora oggi poco conosciuta e considerata.
Nel fondo Verginelli – Rota figurano 3 codici del Donum Dei di Aurach: ho preferito pubblicare il ms. 18, anche se scritto in un italiano alquanto rudimentale, per le sue belle figure e perché poco noto.
L’emozione di aver tra le mani un manoscritto, soprattutto se interessati anche al contenuto del testo, è un’esperienza vissuta da tutti coloro che attraverso la ricerca, si trovano a contatto con materie e personaggi che riguardano il passato. È come mettersi direttamente e sottilmente a contatto, immedesimarsi con luoghi e persone di una catena ininterrotta attraverso i secoli.
Quando a questo si aggiunge l’esperienza di altri eminenti studiosi dell’arte alchemica interessati allo stesso testo, è come trovarsi sulla scia di coloro che ci hanno preceduti, seguendo e continuando un filo che sussiste ininterrotto attraverso i tempi.
Mi sono interessata in modo particolare del Donum Dei nel 1986, quando ebbi l’incarico di curare la parte esoterica di una mostra sui “Primi Lincei”, promossa dall’Accademia dei Lincei per il IV centenario della nascita di Federico Cesi, fondatore dell’Accademia (1603)3.
Come scrive lo stesso Verginelli, la scelta di donare i suoi libri alla prestigiosa Accademia, è stata anche in omaggio a Cristina di Svezia e al principe Federico Cesi, ambedue interessati agli studi alchemici: “…A me, che ho fatto donazione dei miei libri ermetici, fa uno strano sentire l’assistere al “ritorno”, di questi libri alchemici alla sede che è storicamente e qualitativamente la più propria per essi: Palazzo Corsini, la reggia di Cristina, amica di alchimisti e alchimisticheggiante ella stessa. Ma c’è di più. Trovo, nel diligentissimo studio (Roma 1972) di Raffaello Morghen intorno all’Accademia Nazionale dei Lincei, una notizia non aliena intorno al Principe Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei nel 1603, una notizia che riporto tal quale per darle più rilievo. Precisamente il Morghen scrive: “S’intende che per il Cesi la ricerca scientifica aveva un carattere spiccatamente enciclopedico. Alle ricerche di carattere archeologico ed erudito egli alternava indagini alchimistiche e discussioni filologiche sui testi sacri”. In qualche notte di luna è bello immaginare che l’ombra del Cesi aggirandosi fra tanti libri ora ritrovi e riconosca qualche testo di sua conoscenza4.
Son passati tanti anni da quando mi interessai di queste opere. Ma già da allora proponevo agli studiosi di alchimia dotati di buona volontà, che valeva la pena di fare uno studio critico sui vari codici di Aurach con le loro varianti.
La donazione dei testi ermetici alla Biblioteca dell’Accademia dei Lincei fu seguita dal Catalogo alquanto ragionato dei libri, fatto dallo stesso Verginelli sotto il titolo Bibliotheca Hermetica5, dove egli, per ogni libro, elenca i contenuti più significativi e, con paziente esattezza, riporta testi sconosciuti, contenuti nei «Collectanea», nelle «Bibliotecae», e nelle «Miscellanee» rendendo in tal modo note e reperibili le opere più introvabili, ma soprattutto offre notizie preziose per chi desidera addentrarsi nella dottrina alchemica. È, come scrive lo stesso Verginelli, il primo catalogo di libri ermetici compilato in Italia. L’autore dedica il libro al suo grande amico Nino Rota, “studioso tacito e perspicace di cose ermetiche”:
 
AL MUSICISTA GRANDE E MIO PIU’ GRANDE AMICO
NINO ROTA
DEDICO
QUESTO CATALOGO
DELLA
RACCOLTA VERGINELLI-ROTA
DI
ANTICHI TESTI ERMETICI
(SECOLI XV-XVI-XVII-XVIII)
---
QUESTI LIBRI
CHE INSIEME RICERCAMMO E INSIEME RACCOGLIEMMO
POI CHE EGLI CI HA LASCIATO
OFFRO
AGLI STUDIOSI DI TUTTO IL MONDO
“UT QUAERANT ET INVENIANT ET LUX FIAT IN EIS” *
 
Riporto, da una lettera del Prof. Verginelli all’editore Nardini, alcune frasi che dimostrano i tratti più salienti della sua personalità ermetica:
“…eccoti qui il mio catalogo. Che fatica…
Mia intenzione è stata unicamente giovare agli studi cui ho dedicata tutta la mia vita, anzi per i quali ha avuto un senso e un frutto il mio vivere… Non ho mai amato altro oro che quello… filosofale. Ed è stata questa la mia ricchezza. Nella vita basta soltanto un po’ di agiatezza: per essere liberi. Ho amato l’amicizia, anzi l’amicizia sacra, pitagorica e mi sono recinto di oscurità”.
 
Breve sunto del testo e delle Figure
 
La “vera imaginatio”
L’autore inizia dando saggi suggerimenti ai “figli degli antichi Filosofi”, e affermando che rivelerà cose segretissime, sperimentate da lui stesso, viste “coi propri occhi” e toccate “con le proprie mani”. Come altri alchimisti sostiene che la “nostra Pietra” si fa di una cosa sola, l’hanno i ricchi, i poveri e si trova dappertutto.
Consiglia coloro che non hanno una profonda conoscenza della “nostra Scienza” di non intraprenderla senza essere preparati ad affrontare enormi spese. La pietra infatti è cosa difficilissima a trovare e molti ha portato alla follia; ma ritrovata, non richiede di altre cose, né più spese, perché “una sola è la pietra, una sola la medicina, uno solo il vaso e il regime”.
Ricorda che l’arte imita la natura, e in certe cose la corregge e la supera; chi a lei non ricorre per trovare la materia della “nostra pietra” lavora invano.
L’arcano dell’arte consiste nel cuocere zolfo e mercurio, agente e paziente, uomo e donna, finché non diventino una cosa sola; raccomanda di usare un fuoco leggero finché non sia fatta amicizia tra fuoco e acqua e che il vaso sia chiuso ermeticamente in modo che l’argento vivo non voli via e che lo zolfo non si bruci.
Tutto il magistero si fa con la “nostra Acqua”: “Sciogli tutto in acqua con la filosofica soluzione perché essa è lo sperma di tutti i metalli; quest’acqua congiunta con l’acqua nostra fa un’acqua chiara che purga ogni cosa… è l’acqua che uccide e vivifica, scioglie e congela, fa imputridire e poi germogliare, imbiancare ed arrossare”.
Ripete ancora che la porta sia ben chiusa e soprattutto di seguire e osservare le “operazioni” della Natura con la “vera immaginazione”, termine in realtà poco usato nella letteratura ermetica occidentale, ma molto attuale in alcuni lavori della psicologia contemporanea: “La natura fa la sua operazione a poco a poco. Io però voglio che tu operi, anzi che la tua immaginazione sia secondo natura, ed osservi da qualcosa si generino i corpi nelle viscere della terra, ed immagini questo per mezzo di una vera immaginazione e non fantastica”.
Lo stesso concetto è espresso, quasi con le medesime parole, nel Rosarium Philosophorum, attribuito ad Arnaldo da Villanova, da cui probabilmente ha attinto Aurach: “La natura effettua la sua operazione a poco a poco; pertanto voglio che tu faccia così e che perfino la tua immaginazione sia d’accordo con la natura, e vedi secondo natura da quali corpi sono rigenerati nelle viscere della terra. Immagina questo con la vera immaginazione e non fantasticamente”.
E cioè mettendosi direttamente a contatto con la natura, cogliendo sottilmente le sue operazioni, attraverso la sua facoltà immaginativa, intermediaria tra spirito e materia, sintesi di tutte le facoltà dell’uomo, creatrice di forme.
In ambedue i testi si nota la distinzione tra “vera imaginatio”, intesa come “immaginazione creativa” (di forme), e quella fantastica che proviene dai dati sensoriali o intesa come fantasticheria.
Sul piano psicologico si può distinguere nel processo dell’immaginazione una parte ricettiva, quando l’immagine si manifesta spontaneamente nella mente, e una parte attiva, quando si crea volutamente per poi esteriorizzarla in un disegno, nell’arte o per altri intenti. Questa facoltà tanto importante per ogni attività mentale, per la sua complessità e mobilità, sfugge normalmente alle analisi metodiche. Infatti è sempre in movimento in maniera molteplice e varia specialmente in particolari stati di coscienza.
Il processo dell’“immaginazione attiva” descritta da Jung consiste appunto nel prendere chiara coscienza delle immagini, (esteriori o interiori) che si susseguono nella mente, sia in forma spontanea, che come atto intenzionale.
C’è una differenza sostanziale tra una figura che sorge spontaneamente e quella che volontariamente vogliamo delineare nella mente.
Il mondo delle immagini è sempre in noi anche se spesso sfugge alla nostra attenzione. Osservando il loro scorrere, come se assistessimo alla proiezione d’un film, ci accorgiamo dell’attività immaginativa sempre viva in noi. Il sogno è il rappresentante per eccellenza di questo mondo: in esso tutto si svolge per immagini, i limiti di tempo e spazio sono superati in uno spettacolo dove il sognatore stesso è attore e spettatore. “Il sogno arriva nelle profondità dove realtà e irrealtà si incontrano, dove lo spirito e la materia si fondono, dove pensiero e fantasia fluiscono l’uno nell’altra, in cui scene reali e illusorie perdono la loro distinzione; si vive e si sente attraverso immagini interiori che l’occhio mentale segue come su uno schermo”.
Rendersi conto delle rappresentazioni che fluiscono nella nostra mente è già prendere una posizione attiva di fronte ad esse. Creare volontariamente una figura, un simbolo nella mente, visualizzarla richiede già una disciplina del mentale. Nelle dottrine Yoga e in altre discipline tradizionali, esistono insegnamenti che danno la possibilità di dirigere coscientemente e volontariamente le proprie immagini.
Una certa disciplina del mentale la troviamo nell’Ars Memorativa (Cicerone, Quintiliano, Dalminio). Lo sforzo di costruire nella mente figure da collocare in “loci”, teneva ferma l’attenzione ed esercitava un certo dominio sulla psiche e sulle immagini stesse. Ciò portava ad una maggior conoscenza delle possibilità interiori, e nello stesso tempo aumentava con l’esercizio la capacità di evocare e visualizzare cose e persone. La persona dotata di una certa “qualifica” si rendeva conto dell’importanza delle immagini adoperate. Da qui il passaggio dall’uso di quelle “concrete” a quelle “astrali” di Camillo Dalminio e poi a quelle “magiche” di Giordano Bruno.
L’immagine mentale può anche essere astratta, cioè pura creazione della mente stessa quasi indipendente dalle percezioni esterne. Essa sorge più facilmente nella mente dell’artista, del sognatore e in colui che ha facoltà paranormali. Mentre quella dell’artista viene poi realizzata nell’opera d’arte, e quella del sognatore svanisce prima o poi in vaghi ricordi, che possono più o meno interessare un’eventuale analisi psicologica, quella del chiaroveggente se corrisponde alla realtà esterna, ed è veritiera, viene da una conoscenza che va al di là dei limiti dello spazio e del tempo.
In realtà l’immaginazione è sempre una: è lo stato di coscienza che determina il piano su cui agirà (da quello elementare della percezione a quello degli stati più sublimi), e che permette gli scambi tra mondo interiore ed esteriore, tra spirito e materia, tra microcosmo e macrocosmo.
In alchimia l’“immaginazione” è uno strumento di particolare rilievo: le trasmutazioni della materia nell’athanor (forno), sono strettamente ed intuitivamente legate all’immaginazione dell’adepto, che deve accompagnare e intuire l’operazione che proietta o si manifesta nell’alambicco, operando in quel mundus imaginalis, definito da Corbin “mondo tramite in cui si spiritualizzano i corpi e in cui si corporalizzano gli spiriti.
Psicologicamente scacciare in sé o altri un’immagine negativa e sostituirla con una positiva fa già parte del “solve” e “coagula” alchemico.
“Le pratiche alchimiche, spirituali e materiali, nel secolo XVIII meriterebbero, scrive Antoine Faivre, un lungo sviluppo essendo la trasmutazione non soltanto dell’operatore, ma anche della Natura. Numerosi sono i trattati d’alchimia ispirati a Paracelso. Se per la preparazione della Grande Opera l’immaginazione è rimasta tradizionalmente la quintessenza di tutte le forze dell’uomo, vitali, morali e psichiche, questa quintessenza secondo la tradizione paracelsiana si concreta nell’astrum o corpo sottile. Ed aggiunge: “L’immaginazione è Astrum in homine, coeleste sive supracoeleste corpus, scrive Ruland. L’Astrum paracelsiano significava pressappoco la quintessenza; l’immaginazione è perciò l’estratto concentrato delle energie corporee e spirituali”. Jung, soffermandosi su “questa sorprendente definizione di Ruland”, osserva che non si tratta “di “immagini fantastiche” bensì di qualcosa di corporeo, di un corpus sottile di natura semispirituale” e rimanda al suo lavoro su Paracelso.
Secondo le leggi del trascendente, un’immagine agisce quando non viene solo pensata, ma anche presentata figuratamente. Tecniche di visualizzazione e pratiche meditative portano a un controllo e a una disciplina dell’immaginazione. La meditazione immaginifica svolge un ruolo importante nella pratica alchemica.
Essenziali nell’iter alchemico sono anche la meditazione e la preghiera. I testi ermetici raccomandano continuamente la necessità di vivere in solitudine allontanandosi dal rumore della città. Più volte il Palombara, nei suoi versi, consiglia di ritirarsi in campagna, in luogo tranquillo e ameno, dove “vivi a Dio, vivi a te solo e romito”, ed esorta ad abbandonare la città.
Avverte ancora che per comprendere il senso nascosto “dietro le parole” dei suoi scritti, bisogna meditare e riflettere: la scienza ermetica si conquista solo “con laborioso stento, e fatica intollerabile e profondissima meditazione”. Invita ancora a portare l’attenzione e riflettere sull’allegoria di Latona, madre del Sole e della Luna:
 
Sol quei ch’in lavarmi non si stancano
O stan patienti al sacrosanto offitio,
Prendon dal mio fosco aspetto inditio
Che sol col tempo i membri miei s’imbiancano…
Convien hor dunque che tu ben mediti
Con una mente divenuta angelica
Sempre di studio ogni dì più famelica
Che sol con questo i miei tesori erediti
 
Anche Aurach esorta più volte nel Donum Dei a gettare via i libri e dedicarsi ad “imbiancare il latone”, cioè a purificare, imbiancare la materia.
 
AZOT ET IGNIS
DEALBANDO
LATONAM VENIET
SINE VESTE DIANA
 
ricorda il Palombara sulla«porta magica», sotto il simbolo di mercurio.
Altro strumento indispensabile nell’arte alchemica è la preghiera. Orazioni e invocazioni spesso accompagnano gli scritti ermetici, per chiedere all’Alto il buon esito dell’Opera (v. sull’architrave della «porta magica», l’invocazione allo Spirito Santo, Rouach Elohim), e frequentemente terminano con le lodi al Signore per aver ricevuto il preziosissimo “Dono di Dio”. Famosa è l’immagine dell’“oratorio-laboratorio” del Kunrath dove l’alchimista in ginocchio con le braccia aperte e con il volto proteso verso l’alto chiede l’intervento divino; o quella del Barchusen (Elementa chemiae, 1718) dove Dio illumina l’artifex, in ginocchio tra i vari attrezzi del suo laboratorio, anche quelle del Mutus Liber, in cui la coppia Adepto e Soror-mistica è inginocchiata ai lati del forno con le mani giunte in preghiera. Le ultime due figure del Rosarium Philosophorum, testo basilare dell’alchimia, sono d’ispirazione religiosa, il “coronamento della Vergine” e la “Resurrezione del Cristo come Lapis”, vd. Anche Lettera di San Pietro (2, 4-9).
La “Vera imaginatio” apre appunto porte sconosciute e culmina con piani trascendenti, ove la Luce può manifestarsi in tutto il suo splendore. Visioni, bagliori, illuminazioni, accompagnano sovente i gradi più avanzati della mistica e dell’iter alchemico. “Quando la mente, meditando, si libri al di sopra della realtà tangibile, l’immaginativa ne raffigura l’invisibile ascesa in visioni, che splendono più di tutto ciò che la vita ordinaria possa mai offrire.
È il Donum Dei, la conquista della Pietra filosofale, la Luce che trionfa sulle Tenebre.
È quella illuminazione invocata dal Kircher al termine del suo viaggio nel mondo della “Luce”, descritto nella sua opera Ars Magna Lucis et Umbrae:
“Disperge has radiis animae fulgentibus umbras
Ut tua sit mea Lux, Lux mea sit tua Lux”
Dopo questo breve excursus sulle “immagini” cui ci ha portato la “vera immaginatio” di Aurach, non si può omettere un accenno sulla “vis imaginativa” di Ficino.
Il mondo delle immagini fu preso in seria considerazione da Marsilio Ficino il quale parla addirittura d’una Vis Imaginum.
Marsilio Ficino (1433-1499), filosofo umanista e sacerdote, fu il maggior conoscitore dei “testi ermetici” alla Corte di Cosimo dei Medici. Figlio di medico, s’interessò egli stesso alla medicina. Tra i molteplici scritti quello che più riguarda il nostro argomento è il De Triplici Vita che può considerarsi un’opera medica sui generis. Nel III libro (De Vita coelitus comparando) espone la sua teoria su quel potere della mente da lui chiamato “Vis imaginativa”, potere della mente di creare immagini. Chiama invece “Vis imaginum” il potere che poi le immagini stesse, mentali o concrete, possono esercitare sul mondo esterno.
Come “Vis imaginativa” Ficino intende non solo la potenza dell’immaginazione, ma anche il suo dinamismo cioè la trasmissione della immagine mentale (proiezione mentale attiva verso un effetto pratico). La trasmissione era operata mediante lo “spiritus” cioè per mezzo dello “spirito cosmico” e dello spirito umano. Il termine “spiritus” va inteso nel senso di “pir”, fuoco ( ∆ ), mentre ascende verso un pianeta, poi come “fluido sottile” che tutto pervade nel suo ritorno ( ).
Gli effetti potevano aversi sulla psiche o sul corpo dell’operatore stesso (effetto soggettivo, eventualmente psicosomatico), oppure sulla psiche e sul corpo di altre persone (effetto transitivo, eventualmente oggettivo); altri effetti potevano aversi a distanza su cose inanimate (effetti P.K. o effetti psicocinetici).
La vis immaginativa si rifletteva poi in varie direzioni: Vis Imaginum (la forza delle immagini); Vis Verborum (la forza delle parole, della preghiera); Vis Musicae (la forza della musica, degli inni sacri, ecc.); Vis Rerum (la forza occulta delle cose).
Egli estende la “Vis imaginum” alla creazione poetica e musicale (Vis Musicae). Colui che ascolta la musica o una lirica e ne subisce il fascino, ne ricrea interiormente l’immagine sonora.
Il potere di cui parla Ficino può essere anche di natura terapeutica, specialmente quando si tratta di immagini astrologiche (simboli planetari, zodiacali, ecc.). A quei tempi era inevitabile che un trattato di medicina includesse l’Astrologia, allora universalmente accettata e riconosciuta (almeno sotto quell’aspetto). Le prescrizioni mediche dovevano tener conto del fatto che le diverse parti del corpo umano erano governate dai 12 segni zodiacali e che i diversi temperamenti erano in relazione con le immagini dei singoli pianeti.
La “forza delle cose” cioè dei talismani, amuleti, ecc. può essere ottenuta o potenziata da immagini planetarie, opportunamente scelte (v. per es. il “quadrato del Sole” per curare le malattie).
L’immagine concreta, animata dalla Vis Imaginativa, ha già un potere effettivo (vis imaginum); il talismano infatti sarebbe una realizzazione materiale che racchiude in un oggetto reale la vis imaginum e la vis immaginativa.
Tra l’altro suggeriva di costruire un talismano raffigurante un’immagine del Cosmo dipinta nel soffitto della «camera più elevata» (dove si viveva o dormiva) con i colori consacrati a Venere (verde) e Giove (blu) e al Sole (oro). La rappresentazione del Cosmo, esempio di equilibrio, riflessa nella mente, portava equilibrio e serenità nell’osservatore.
Sotto l’influenza dei testi ermetici tradotti da Ficino nel Rinascimento fu molto in voga affrescare soffitti, o cupole con la configurazione astrologica corrispondente al momento della loro fondazione, come la cappella dei Medici a San Lorenzo e quella dei Pazzi a Santa Croce in Firenze. Nella volta della sala di Galatea, nel palazzo della Farnesina a Roma, è riprodotto invece il cielo di nascita di Agostino Chigi (1 dicembre 1466) fondatore della villa, come ha dimostrato Fritz Saxl.
E terminiamo riportando il pensiero del Sendivogio sull’Immaginazione come facoltà dell’anima che agisce oltre i limiti della materia:
“Sappia dunque il cercatore di questa santa Scienza che l’anima, tenendo nell’uomo – mondo minore o Microcosmo – il luogo di Dio suo Creatore come Vicerè, è collocata nello spirito vitale in sangue purissimo. Essa governa la mente e la mente il corpo… il corpo sta alla mente come lo strumento all’artefice. Invece l’anima opera nel corpo, ma la parte maggiore delle sue funzioni, domina al di fuori del corpo…”. Così anche Dio fondatore di tutte le cose, opera in questo mondo le cose necessarie… ma la sua immensa sapienza è anche fuori dal corpo del mondo e immagina altre cose molto più alte di quelle che il corpo del mondo può concepire, perché son fuori della natura: segreti del solo Dio.
“Di ciò è esempio l’anima che immagina molte cose profondissime al di fuori del corpo, similmente a Dio… l’anima immagina, ma non esegue se non nella mente, mentre Dio compie tutto nello stesso momento in cui l’immagina… l’anima immagina di essere a Roma o altrove in un batter d’occhio ma soltanto con la mente, mentre Dio ch’è onnipotente fa queste sostanzialmente. Così anche l’anima ha la potenza assoluta e indipendente di fare cose diverse, da quelle che il corpo può concepire; dunque se vuole ha il massimo potere sul corpo, altrimenti la nostra filosofia sarebbe vana… Tu stesso potrai concepire cose più grandi, perché ormai ti abbiamo aperto la porta”.
 
1 Langlet - Dufresnoy, Historie de la Philosophie hérmetique, Paris, 1742.
2 J. Van Lennep, Alchimie, Bruxelles, 1984, p. 87.
3 Mostra (31 maggio – 30 giugno 1986) su Federico Cesi e la fondazione dell’Accademia dei Lincei.
4 V. Verginelli, Bibliotecha Hermetica Catalogo alquanto ragionato della Raccolta Verginelli-Rota di antichi testi ermetici (secoli XV-XVIII), Ediz. Nardini, Firenze, 1986, p. 92.
5 V. Verginelli, Bibliotheca Hermetica. Catalogo alquanto ragionato della Raccolta Verginelli-Rota di antichi testi ermetici (secoli XV-XVIII), Nardini edit., Firenze, 1986.

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