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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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ISBN 87615-65-4 pag 110 euro 19,00

 
Questo particolarissimo libro di Claudio Lanzi, assai diverso dai precedenti, fa seguito ad una serie di conferenze dedicate agli aspetti iniziatici e simbolici del gioco ma soprattutto ad una serie di bellissimi e simpatici incontri con i bambini di alcune scuole elementari romane.
 
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Negli ultimi decenni, si è sviluppata una ricchissima sintassi del gioco infantile in cui gli adulti hanno sistematizzato, organizzato, diviso, i giochi con grande professionalità pedagogica o antropologica, attribuendo ad ogni attività delle specifiche caratteristiche didattiche, interferendo però, forse un po’ troppo pesantemente, con la dinamica ludica che contraddistingue i cuccioli d’ogni specie da centinaia di migliaia d’anni.
Dice infatti Lanzi: “Ma “prima”, cioè per tutte le migliaia d’anni di storia dell’umanità, quando non c’erano gli psicologi e gli antropologi, i bambini come diavolo avranno mai fatto a sopravvivere e a giocare?
Ma non sarà che improvvisamente ci siamo accorti che qualcosa sta distruggendo il mondo geniale dell’infanzia, e allora abbiamo deciso di riappropriarcene abusivamente, nella consapevolezza di non averne più i mezzi?
E’ proprio a questo punto che parte la ricerca di Lanzi, che con prudenza, rispetto ed amore s’inoltra nella memoria della sua e dell’altrui infanzia, scoprendo un universo che naufraga nell’oceano dell’imponderabile magia degli occhi sgranati di un bambino.
Per esemplificare alcuni dei giochi Lanzi si è avvalso della matita della sua amica Letizia Lucchesi, la quale ha condensato, attraverso disegni semplici, cose abbastanza complicate. Le scene sono ambientate in un’antica Grecia un po’ “romanizzata”, ma forse in un tempo fuori del tempo.
Lanzi se la prende ferocemente contro la globalizzazione socio-economica e la proliferazione di sistemi mediatici di comunicazione che hanno sfaldato la “magia” del gioco. E’ un vero e proprio “corpus” tradizionale che sta scomparendo, o meglio, che si sta snaturando (letteralmente: sta perdendo il contatto con la natura). Si tratta di tradizioni che ricordano ancora i castelli, i cavalieri, le fate, i viaggi iniziatici, le avventure d’amore e di guerra; tradizioni che ricordano il contatto fra l’uomo e i sui miti universali.
Potremmo dire che la perdita progressiva del Gioco “da cortile” dell’infanzia è lo specchio di un grave danno “ecologico”, oltre che sociale, e denuncia uno sradicamento dell’uomo dal suo territorio, da un ambiente sano, pulito, privo di iperstrumenti che ne guidino continuamente i percorsi e ne influenzino le necessità virtuali.
Le esperienze e la descrizione dei giochi che compaiono nel libro affondano in un universo che non è più neanche concepibile: non si tratta solo del silenzio e del verde che anche oggi è possibile trovare in qualche zona montana e neanche della “cordialità” che vive ancora stentatamente tra le persone di qualche comunità isolata, ma di intere e grandi città nelle quali il rapporto armonico fra individuo e ambiente è ancora vivissimo e palpabile.
Lanzi prende atto con rabbia e malinconia che un intero mondo è stato polverizzato e non ne è rimasto nulla! E uno sconvolgimento così rapido, e apparentemente “non cruento” come questo non è mai accaduto in migliaia d’anni di storia. Il filosofo tedesco Martin Heidegger se la prendeva già allora con la tecnologia. Chissà, si domanda Lanzi, che non avesse realmente ragione.
Sfiorando appena la vastissima folla dei “guru” dell’infanzia, il testo si domanda quale sia la vera origine del gioco e per quale ragioni gli adulti la “teorizzano” mentre ai bambini, ovviamente, importa solo giocare?
 
Perché il cucciolo animale gioca? Per imitazione degli adulti, per apprendimento? E perché il cucciolo umano sorride o ride dei suoi goffi tentativi di organizzare il mondo mentre l’adulto, spesso… si offende dei suoi insuccessi? E’ una mancanza di consapevolezza sulle conseguenze dell’insuccesso o c’è dietro qualcosa di più importante? Nel gioco dei fanciulli c’è solo vittoria e sconfitta come vorrebbero i matematici, oppure accade qualcosa di particolare, che integra queste due valenze in un piano d’esistenza completamente diverso da quello adulto?
 
altQuesto approccio, secondo Lanzi, mostra come la vera memoria dell’infanzia sia stata seppellita a gran velocità dall’adulto e sostituita con l’interpretazione dell’infanzia; quest’ultima tende ad analizzare i comportamenti del fanciullo con le categorie e i giudizi dell’adulto che, per quanto disponibile ad armonizzarsi con il bambino, da questo si sente ormai distante anche se magicamente affascinato.
Il bambino, nella nostra mente è “qualcosa che si è stati” e non si può più essere. Il bambino è piccolo nei confronti dell’adulto e fino alla post adolescenza seguita ad essere tale. Questa percezione così forte della differenza dimensionale riguarda solo pochi anni della vita media di un’uomo. Da 18 anni in poi, la dimensione corporea resta la stessa e spesso anche quella cerebrale, psichica e animica. E’ dunque un periodo che dura relativamente poco, mentre la giovinezza o l’età matura (cioè quei periodi in cui gli stereotipi comportamentali e relazionali hanno ormai compiuto la loro opera di… massificazione, quando non di devastazione, metodologica ed emotiva) durano, in proporzione moltissimo tempo, fino alla morte.
Prima di entrare nel merito dei singoli giochi (tutti analizzati con levità, con sottile ironia ma anche con una puntuale attenzione ad alcuni dei miti di riferimento) Lanzi fa notare come il mondo infantile susciti nell’adulto quella stessa nostalgia delle Origini, a cui alludono Eliade e tanti altri autori pur se con chiavi di lettura diverse.
Il gioco, visto nella chiave scomoda che viene proposta, non è solo “rappresentazione” ma è la vera e primigenia realtà della vita di un UOMO, è un piano d’esistenza, è ambiente di vita reale.
 
Nel gioco diventa possibile ciò che nella vita ordinaria dell’adulto è improbabile o assurdo.
Il gioco infantile è assai simile all’opera creativa di un compositore, di un poeta, di uno scienziato. Quando si è immersi nell’estasi della visione autentica, della creazione, o meglio, della riscoperta di quell’universo subliminale a cui accede solo il vero Artista, tutto il resto passa in secondo piano e resta evidente solo l’oggetto dell’estasi.
 
Com’è bello, osserva Lanzi, quello sguardo brillante di un bambino, privo di strategie, privo di quei pregiudizi che imparerà nel corso della sua “educazione”.
Ma, potremmo alla fine domandarci. Cosa abbiamo conservato, nella nostra vita, di quello sguardo splendido e musicale, di quello stupore?
C’è da dire che anche gli adulti giocano, ma mentre un bambino si diverte a fare sul serio e impegna il suo tempo con grande piacere nel gioco, un adulto s’impegna attraverso secondi e terzi fini e declassa il gioco a divertimento o passatempo. Un adulto cerca qualcosa per divertirsi. Un bambino si diverte e basta. Bella differenza, no?

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