Questo è l’estratto della conversazione solstiziale del Dicembre 2013, in occasione dell’allestimento del Presepio in Associazione ma poiché, in passato, abbiamo scritto assai spesso sul Dies Natalis, i suoi simboli religiosi, astrologici, ermetici ecc., rimandiamo anche ad alcuni tra gli articoli più interessanti pubblicati nel sito:
Cenni sul simbolismo esoterico del Natale (P. Galiano, G. Ersoch)
Laico Natale (Editoriale n.13) 

Storia e significati
La pratica di allestire un vero e proprio presepio (o presepe) viene fatta risalire a San Francesco nel 1223 (secondo quanto riporta Giovanni da Celano). Il biografo fa intendere che tale rappresentazione fosse fatta con persone e animali veri e che consistesse principalmente nella triade Maria-Giuseppe-Gesù, col bue, l’asino e la greppia o mangiatoia (praesepe in latino). In realtà la prima descrizione parziale di questa raffigurazione apapre nel Vangelo di Luca (II-7) dove si legge: Maria peperit filium suum primogenitum et pannis eius involvit, e reclinavit eum in presepio; quia non erat eis locus in diversorio . Subito dopo Luca parla sia della presenza dei pastori, sia dell’Angelo (forse Gabriele) che annuncia l’evento, sia delle milizie celesti festanti nel cielo. I dizionari semiologici danno varie origini al termine latino. La più accettata ci riporta a prae (davanti, innanzi) e saepes (siepe) ma può essere accettata anche la derivazione da praesepire (circondare). Le prime raffigurazioni della Vergine col bambino appena nato e avvolto nei "panni" sono presenti già nel III secolo (Roma, catacombe di S. Priscilla) e sotto questo profilo il presepio diventa antesignano di quell’hortus conclusus medievale e rinascimentale nel quale la Natività verrà raffigurata e interpretata in tanti modi diversi. Passare da questo ambiente "recintato" protocristiano alla definizione di un recinto sacro, protetto dalle potenze celesti, in cui si svolge il mistero della nascita e della trasformazione divina è facile. Possiamo perciò comprendere facilmente perché il Medioevo e il Rinascimento alchimici abbiano usato a profusione tale immagine, anche se non specificamente legata alla presenza del Cristo. Forme primigenie di una Natività assimilabile a un presepio (1300) si trovano anche a Bologna (nella chiesa di Santo Stefano) e a Roma (a Santa Maria Maggiore) con un lavoro attribuito alla scuola di Arnolfo di Cambio. Dal 1400 in poi tutti i pittori e gli scultori si sono almeno una volta cimentati nella rappresentazione della "scena della Natività". A partire dal XV secolo poi in tutta Italia, ma soprattutto a Napoli, si svilupperà una vera e propria arte  "competitiva" del presepio, che coinvolgerà le famiglie nobili dell’epoca in una gara per realizzare le rappresentazioni più straordinarie, assorbendo elementi simbolici ed ermetici provenienti assai spesso dalle confraternite più o meno segrete alle quali appartenevano le varie famiglie.
Progressivamente quest’arte, che s'abbinava spesso alla costruzione degli spettacolari "altarini" domestici, si aprì alla rappresentazione di tutte le "arti e mestieri" caratteristici del Medioevo e del Rinascimento. Ogni artigiano, ogni uomo del popolo si sentiva rappresentato e si riconosceva nei vari personaggi adoranti, dormienti, intenti al loro lavoro, estatici, indaffarati ecc. Le "fonti" principali del simbolismo del presepe sono ascrivibili ai Vangeli di Luca e Matteo, ma anche alla ricchissima tradizione apocrifa che parla spesso di Gesù prima dei fatidici 33 anni con una miriade d'episodi entrati nella tradizione popolare, anche se non assorbiti dalla sinossi ufficiale. Buona parte delle notizie della sua infanzia, alcune probabilmente reali, altre mitizzate dall’agiografia, provengono proprio da tali testi.

I simboli
In queste note daremo solo qualche cenno della simbologia animale soffermandoci specificamente sul collegamento con la Natività e il presepio. Per approfondimenti, oltre al sempre valido Le Bestiaire du Christe rinviamo anche al nostro Misteri e Simboli della Croce.

Il bue e l’asino
La prima testimonianza di tali presenze appare nel Protovangelo di Giacomo, uno dei numerosi apocrifi. Vengono a volte interpretati quali emblemi della tradizione pagana (asino) e di quella cristiana (bue) nel compartecipare al tepore necessario per scaldare il bambino divino. Personalmente abbiamo sempre trovato tale interpretazione abbastanza fragile anche se poi il cristianesimo (ma non Cristo) opererà una straordinaria sintesi del sacrum contenuto in entrambe le "religiosità". A nostro avviso assai più interessante può essere quella che riporta all’asino la vis generandi e cioè il fuoco basso e al bue la mansuetudine e la pietas dei fuochi superiori. Sotto un certo profilo entrambi forniscono un calore-umido atto a scaldare la materia divina appena depositata sulla paglia. L’asino inoltre, storicamente molto comune a quei tempi in Palestina, compare in altri tre importanti momenti della vita del Cristo: Nella fuga in Egitto, nel ritorno dallo stesso luogo, e infine nella Domenica delle Palme a Gerusalemme. Ha dunque questa particolare funzione di piccolo, ma potente trasportatore che manifesta la sua presenza con un suono abbastanza sgraziato, caotico, assai diverso da quello primordiale e affascinante del bue, il cui muggito, nella tradizione orientale, è formatore del bija mantram del Suono Primordiale. L’iconografia medievale che insiste fortemente sul Cristo in groppa all’asino, allude esplicitamente all’elemento sacrificale, metafisico e spirituale, che pur sedendo sull’elemento animale, viene glorificato dagli angeli sia alla sua nascita come dal popolo al suo arrivo in Gerusalemme.  Lo stesso elemento sethiano (per rifarci all’Egitto) che ha fornito il calore nella grotta sarà cavalcato e domato. (Anche se nel contesto metafisico i simboli possono mutare facilmente senso, possiamo trovare un parallelo di tale "dominio" in quello che la Vergine esercita col tallone sul serpente). Anche il bue si configura quale trasportatore. Ma mentre l’asino è destinato spesso alla macina e a girare intorno a un asse “"osmico”"senza fermarsi mai, (e quindi è collegabile al tempo ciclico e alla "necessità") il bue è aggiogato all’aratro e, attraverso la semina e la fecondazione della terra, realizza quel sator che poi troveremo nella sconcertante serie di quadrati magici attribuiti alla primeva presenza cristiana (cfr. Valvisciolo e Norba )

Le pecore e i Pastori
Le pecore, ovviamente, rappresentano il gregge dei fedeli. Detta in questo modo la rappresentazione potrebbe sembrare riduttiva. Si tratta, in realtà, di un gregge sapiente. La pecora è l’Agnus che, nelle varie parabole del Buon Pastore, viene soccorsa e guidata; è l’animale sacrificale di ogni etnia, e compare quale prototipo del pellegrino nelle raffigurazioni absidali di molte chiese protoromaniche (Santa Prassede, San Cosimato a Roma ecc.) dove, attraverso una processione di pecore, viene spesso raffigurato il cammino da Roma a Gerusalemme e viceversa. La transumanza del gregge è infatti un vero e proprio pellegrinaggio che, assai prima del cristianesimo, ma per tutto il Medioevo, era contrassegnato da ritualità potenti, celebrate dagli stessi pastori a protezione di un evento che durava molti mesi e si estendeva per centinaia di chilometri. La transumanza aveva sentieri consolidati, rischi, ascese e discese, santuari ed eremi di riferimento e assicurava l’economia d'intere regioni, sia per la concimazione naturale che avveniva lungo i percorsi, sia per l’apporto strategico della lana e del latte, che nel mondo rurale rappresentavano uno degli assi portanti della ricchezza d'un paese. Quindi il Pastore nella società arcaica è un capofamiglia, spesso assai ricco e potente o addirittura un re, mentre le pecore, (da cui il termine pecunia, denaro) rappresentano un valore oggettivo di scambio. Il Pastore, conoscitore dei sentieri segreti della transumanza, è un effettivo "capo" e spesso anche sacerdote nel clan familiare, è colui che si arresta e torna indietro per recuperare la famosa pecorella smarrita come si vede in una delle foto del presepio di Simmetria qui riportate. In altre immagini è possibile vedere le pecore in "uscita" dal loro punto di raccolta oppure dirigersi in varie direzioni; ma la "potenza" del gregge è proprio nell’andare verso una sola direzione. Questo, nella simbologia dei popoli arcaici, non indica la massa "acefala" che non si fa domande e che procede dove la spinge il cane, guidata solo dalla paura e dall’istinto, ma rappresenta invece un popolo correttamente orientato e coincidente con la volontà di colui che conosce la scienza degli orientamenti: colui che sa guardare le stelle e il cielo per trovare la strada dove dimora la pecora più straordinaria, l’agnus dei, o per chi vuole strizzare un’occhio ai miti greci, l’agnello dal vello d’oro, misterioso termine di conquista di coloro che lo devono cercare in un hortus particolare, quello delle Esperidi, figlie della Notte. Le nostre pecorelle, bianche come le nuvole che a volte prendono il nome da loro, attraversano dunque i prati del mondo e nel loro spostarsi ritmico secondo degli assi perfettamente orientati individuano, come le stelle notturne, la ciclicità cosmica, contrassegnano i tempi e le scansioni stagionali. Insomma sono esse stesse il tempo degli uomini in accordo omologico con quello dei cieli.

Pastori e personaggi particolari
Le varie tradizioni sviluppate da molti secoli nei borghi medievali hanno introdotto nel presepio due personaggi particolari Il pastore dormiente e quello contemplante. In genere si attribuisce al dormiente le caratteristiche del sognatore, ma anche di colui che si prefigura il senso occulto il mistero della nascita divina. Il suo è il sonno di chi dormendo "vede". Al contrario, il pastore con lo sguardo perso fra le stelle è chi, invece di guardare nella grotta, è in attesa di un segno. Cioè avverte che sta accadendo qualcosa, ma l’elemento emotivo lo porta a guardare al di fuori della scena centrale. Sogna a occhi aperti. In altre interpretazioni, a nostro avviso più congrue, tale personaggio ha scoperto qualcosa di particolare: è il primo ad aver individuato la "stella" e forse è lui e non quello dormiente, ad aver fatto da guida ai Magi. I suoi occhi infatti sono fissi al cielo e anche se l’evento sta svolgendosi sulla terra, lui viene per così dire "attraversato" dal messaggio celeste e ne diventa parte.

Il cammello e gli altri animali
Col passare dei secol nel presepioi sono entrati moltissimi animali, praticamente tutti quelli che contribuiscono all'economia rurale, ma anche quelli caratteristici del giardino celeste, del "Paradiso". Infatti tutta la rappresentazione della "Natività" trasforma il paesaggio in un hortus caelestis dove gli animali si riappropriano di quella bucolica età dell’oro dove l’agnello e il lupo vivono in pace, alimentati da quell’unica luce che proviene dalla stalla "cosmica", su cui torneremo a breve. Unico animale fuori contesto è il cammello. Questa presenza, che accompagna uno dei Magi, oltre a essere il traghettatore dei deserti per eccellenza (e quindi l’animale adatto ad attraversare il deserto dell’anima sconcertata di fronte a un evento cosmico che cambierà tutta la storia dell’Occidente), ha anche un’altra valenza: quella maligna. Il Medioevo raffigura spesso la testa del cammello a simulazione del diavolo. In questo, però, farebbe bene il paio con l’Asino già presente nella grotta e sul cui simbolismo elementare ci siamo già soffermati. Dice Maimonide che il cammello fosse cavalcato da Samaele quando si propose d'ingannare Eva nel Paradiso Terrestre e che la sinuosità delle gobbe indicherebbe la "tortuosità" del demone. Ma questa lettura è assai controversa. In alcune cattedrali francesi, ad esempio ad Amiens, il cammello è sinonimo d’obbedienza e carità.

La stalla o la grotta
Questi ricoveri d’emergenza ormai consolidati nella tradizione popolare non compaiono nei Vangeli canonici, ma vengono "dedotti" in funzione della presenza dei pastori e ovviamente della mangiatoia e anche del fatto che Maria e Giuseppe non avessero trovato posto in città. Sotto questo profilo è sciocco cercare una sinergia con la tradizione mitriaca, in quanto fino al X secolo (quando la tradizione mitriaca era ormai scomparsa) non esisteva una tradizione consolidata del Cristo nato in una grotta come invece il "petrogenito" Mitra. A tal proposito rinviamo ai due seguenti articoli:
Mithra: Cenni sul Mito e sul Simbolo
La Grotta degli Immortali (di D. Lanzetta)


La Stalla e la Grotta (a volte la grotta è anche una stalla) sono elementi che danno un senso a tutta la rappresentazione. In primo luogo preannunciano le "cripte" sulle quali verranno edificate le cattedrali e i complessi abbaziali. Sono l’emblema del piccolo tempio nel grande tempio: sono l’emblema della caverna del cuore (su cui si baserà buona parte della preghiera dell’esichia) e della caverna cosmica. Buona parte delle cripte ha il soffitto magicamente decorato con le stelle (come quella celeberrima della Sainte Chapelle di Parigi, ma anche quelle del duomo di Anagni, o di Rieti, o di moltissimi altri). In secondo luogo esiste un triplice simbolismo, assai evidente e studiato da moltissimi autori classici (da Corbin, a Guénon e tanti altri) in cui tale luogo è un evidente interiora terrae dove compare appunto l’occultum lapidem. In questo lapis, in questa mangiatoia-altare-sarcofago, viene deposto Gesù (rappresentazione comune nel Rinascimento). Quindi si tratta già di un’ara sacrificale dove il piccolo "Agnello" divino prefigura il fatto di dover essere mangiato (è appunto steso in una mangiatoia) e, come ostia primigenia, svolge la sua funzione salvifica e trasmutativa. A volte in tale mangiatoia (come in Durer e in Carnach) le spighe sostituiscono la paglia. La spiga annunciava i misteri eleusini. La spiga è però soprattutto una costellazione che rappresenta appunto una Spica di grano in mano a una delle forme primordiali della Grande Madre. Si dice che tale mito risalga a circa 5000 anni prima di Cristo, quando la stella più luminosa della Vergine, in base alla precessione equinoziale, sorgeva appunto insieme al Sole e contrassegnava il momento del raccolto; è quindi un’opera filosoficamente ed ermeticamente straordinaria aver rappresentato la costellazione della Spiga proprio all’interno d'una grotta e in unione alla Vergine. Cfr anche Christos Angelos, Christos juvenis

 

altGli angeli e le preghiere
Ci sono quattro momenti nel Vangelo di Matteo in cui compare un Angelo a Giuseppe (Matteo non ne dice il nome mentre Luca dice trattarsi esplicitamente di Gabriel). Il primo è quando lo avvisa che Maria è incinta per virtù dello "Spirito" Divino (sotto un certo aspetto prosegue l’annuncio già fatto a Maria). Il secondo quando testimonia la nascita di Gesù ai Pastori. Il terzo quando avvisa Giuseppe di partire per l’Egitto e, in una visione metatemporale possiamo dire che tale terzo avviso sia stato dato quando ancora la triade divina si trova nella grotta (come spiegato di seguito). Il quarto quando consiglia in sogno a Giuseppe d'intraprendere la via del ritorno. La presenza continua degli angeli, cioè dei messaggeri, ma anche degli esponenti delle milizie celesti, è molto attiva in Luca dove Gabriel compare al vecchio Zaccaria e annuncia la nascita di Giovanni a lui e a Elisabetta. Questa sincronicità di annunciazione sarà poi assai utilizzata nell’iconologia medievale e contiene comunque una serie di sottilissimi aspetti metafisici che influenzeranno fortemente l’ermetismo cristiano. Il successivo annuncio di Gabriele sarà rivolto a Maria e proprio dalle sue parole verrà tratta la  più "antica preghiera cristiana" e cioè l’Ave Maria, è assai interessante che poco tempo dopo ci sarà l’incontro fra Maria ed Elisabetta e in quell'occasione Maria stessa pronuncerà l’altrettanto antica, basilare e sapientissima preghiera  che è il Magnificat. Arrivato il momento del parto, Luca racconta che un solo Angelo appare inizialmente ad alcuni pastori, ma che subito dopo si aggiunge a lui una schiera della milizia celeste, che nella versione latina è impegnata a cantare: Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Ecco questi messaggeri ma anche queste milizie, questi guerrieri celesti, appaiono come uno sciame festante a glorificare l’evento e riempiono, nell’allestimento del presepio, quello spazio fra la terra e il cielo ch'è saturo della luce proveniente dalla grotta. Possiamo dire che prima della nascita una luce spirituale ha attraversato questo spazio (non importa, al momento, se tale evento viene interpretato solo simbolicamente oppure se gli si vuol dare un'evidenza storica). Dopo la nascita tutto lo splendore della stella confluisce in una piccola ara dove è deposto il bambino d’Oro e dalla grotta questa luce attrae gli emissari celesti e si diffonde verso gli uomini che posseggono la buona volontà. Su questo termine siamo tornati in altre occasioni. In questa sede ricordiamo che la voluntas è la virtù che appartiene a colui che possiede la discriminazione e che perciò può scegliere deliberatamente tra bene e male. Mica poco.

I Magi, la Stella e le Stelle
I magi sono ben attestati dal Vangelo di Matteo e più abbondantemente dall’apocrifo Vangelo dell’infanzia di Gesù che per primo cita i fatidici nomi (Melchiorre, Baldassarre e Gasparre). Indubbiamente tali personaggi sono stati "contaminati" nell’arco dei secoli dalla tradizione popolare, ma anche da quella alchemica e magica: si tratta appunto di magi o maghi e su questo non ci sono dubbi!! La tradizione primordiale cristiana ne accetta tranquillamente l’esistenza e dà loro un grandissimo valore ripreso poi da molti dei tradizionalisti più famosi del secolo scorso (Guénon, Corbin ecc...). Tre magi provenienti da tre direzioni dell’universo, la quarta direzione, quella che riporterà l’ordine cosmico, essendo rappresentata da Gesù stesso. In altre interpretazioni si accetta invece che si tratti di sacerdoti zoroastriani o comunque caldei (cioè provenienti tutti dall’Oriente), e particolarmente "ferrati" in quella tradizione astrologica che è arrivata assai contaminata fino ai nostri giorni.  
Da Filone D’Alessandria a Origene ma poi assai più frequentemente nella tradizione ermetica cristiana, ampiamente celebrata da vescovi e sacerdoti d'ogni secolo, tutti gli studiosi di simbolismo si sono occupati del significato della Stella. In alchimia essa compare come evidenza del conseguimento di una fase dell’Opera, e i Magi stessi, nella conversazione con Erode, dichiarano d'aver visto una stella indicare la nascita del Re dei Giudei. I vangeli fanno più volte riferimento a questa Stella. Tralasciamo completamente tutte le operazioni dovute ad astrologhi, astronomi e scienziati a vario titolo tese a dimostrare quale cometa o quale luminosissima congiunzione planetaria fosse avvenuta in quei tempi. Tale ricerca ha ovviamente portato a spostare la nascita di Cristo avanti o indietro di qualche anno o mese per farla corrispondere al calcolo con le effemeridi. L’angoscia, tutta moderna, di trovare date scientificamente dimostrabili ci lascia al momento indifferenti in quanto il vero elemento che conta nel nostro contesto è il simbolismo della stella. Presentammo per la prima volta una quindicina d'anni or sono, in un convegno dedicato appunto alla "Caverna cosmica" (da cui prese il nome un bel libro di Antonio Bonifacio pubblicato da Simmetria), la dottrina dei 3 uteri.  Il primo costituito dal cielo, cioè dalla caverna cosmica dove fermenta la Vita e splendono miliardi di piccole luci; il secondo costituito dalla grotta, che come quelle del paleolitico, conserva la liturgia più preziosa e accoglie il mistero dell’incarnazione, e infine la terza caverna: l’utero della Vergine, anch'esso piccola caverna cosmica irradiata dalla luce Cristica che la rende piena di Grazia. In tale caverna si compie l’occulto mistero della congiunzione del Dio-Oro-Sole-Cristo alla Vergine-Luna-Madre cosmica, detentrice della Spica e della Virtù sublime di poter essere contemporaneamente Mater Dei e Stella Matutina. Questa specie di successione di contenitori estende notevolmente il senso degli asterismi nelle cripte e spiega perché la celebrazione di determinati misteri riservati alle famiglie regali (come ad esempio nella Sainte Chapelle) potesse avvenire solo in cripta e perché assai spesso la liturgia delle ore, così legata alla sequenza temporale ritmata dalla salmistica, venga celebrata dalle comunità cenobite proprio in cripta. Che la notte stellata rappresenti il momento magico per eccellenza in cui far apparire il Cristo sembra ovvio. Tutte le indicazioni celesti sono visibili; le costellazioni indicano chiaramente la Via e sul rapporto fra la Spiga e la Vergine abbiamo già accennato, ma sicuramente l’apparizione della stella nel buio, l’attraversamento di una luce celeste che solca i cieli come una nave si adatta bene alla trasmissione dello Spirito Divino che consente questo parto speciale. Da 9 mesi questa stella che proviene dall’Oriente, sta indicando la Via e fecondando l’universo con la sua scia. Finalmente sopra la grotta esaurisce il suo compito, in quanto è stata accolta da Maria (amaritudo maris e domina maris), anima umana perfetta, immacolata, colei che poggia i suoi piedi sul "lunare" e come l’Iside velata realizza la pura concezione. L’oro, l’incenso e la mirra sono facilmente attribuibili ai tre "stati della maestà cristica". Quella divina, contrassegnata dalla perfezione e regalità dell’oro, testimonianza del compimento dell’Opera; quella trasmutativa e spirituale, caratteristica dell’incenso che sale al cielo attraverso il suo aroma quando viene bruciato sull’altare; quella specificamente umana, mortale e sacrificale, caratteristica della mirra, usata nelle imbalsamazioni e nelle profumazioni dei cadaveri: è evidente che questi tre elementi sono sottoponibili a interpretazioni più sottili che qui non indicheremo, ma basti porre in evidenza che nelle composizioni degli incensi dedicati alle liturgie pontificali tali elementi verranno sempre abbondantemente impiegati (rinviamo al libretto Aromi nelle nostre edizioni). 

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