La  Bulgaria e l’Italia: la chiesa di San Gervasio in Bulgaria a Mondolfo (PU)

di Paolo Galiano

La presenza dell’etnia bulgara in Italia risale all’Alto Medioevo: un’immigrazione di protobulgari è già attestata da Paolo Diacono nella Historia Langobardorum per il 568 e nel secolo successivo fonti bizantine riferiscono dell’arrivo in Italia di un capotribù bulgaro con le sue genti, che si stanziarono nel territorio bizantino in Italia orientale. Secondo alcuni Autori furono le autorità bizantine dell’Esarcato a far insediare genti bulgare nel territorio tra Fano e Senigallia a seguito dell’epidemia che aveva decimato la popolazione locale[1]. Si vennero così a formare insediamenti maggiori o minori di Bulgari, costituiti soprattutto da centri fortificati, lungo il Ticino tra Novara e Pavia (zona che prese il nome di “gastaldato di Bulgaria” sotto i Longobardi), presso Isernia (“gastaldato di Altzek o Alzeco”), a Rieti nella valle del Turano ai confini meridionali del ducato longobardo di Spoleto, tra la Romagna e le Marche (dove ai primi del 1200 i documenti attestano una divisione tra una Bulgaria nova presso Cesena e una Bulgaria vetula presso Rimini).

Per quanto concerne la zona adriatica, sono frequenti i toponimi che fanno riferimento alla Bulgaria specie in rapporto a edifici ecclesiastici: presso Cesena la pieve di Santa Maria in Bulgaria (ricostruita col nome di  San Biagio dopo la distruzione nel 1137 ad opera del duca di Milano[2]); pressoRimini la pieve, ora scomparsa, di San Giovanni in Bulgaria Nova a Verucchio (o a Corpolò, essendone difficile la sua localizzazione[3]); vicino Senigallia nella valle del Cesano[4]la chiesa di San Pietro di Bulgaria a Stacciola[5](o a Monteporzio, scomparsa[6]) e quella di San Gervasio di Bulgaria a Mondolfo.

L’esempio meglio conservato tra le quattro chiese dell’Adriatico con il nome di “Bulgaria”, non ostante tutti i rifacimenti e le alterazioni subìte nel corso dei secoli (in parte era stata adibita ad abitazione), è la chiesa di San Gervasio a Mondolfo (PU)[7]FIG. 1, dedicata a San Gervasio di Milano o per altri più probabilmente all’omonimo santo del luogo[8], un santo con i caratteri di protettore dei lavori agricoli.

La chiesa, che nel 1161 venne compresa in un monastero poi distrutto, ha subìto successive ricostruzioni dal XII secolo in poi ed è stata edificata, con asse est-ovest ed ingresso ad ovest, su di un preesistente edificio liturgico paleocristiano, come dimostrano la presenza di un arco riferibile ad un portale precedente e situato ad una quota più bassa dell’attuale ed altri particolari costruttivi presenti all’interno, a sua volta edificato su di una struttura tardoromana di cui restano colonne e murature sia nell’alzato che nei sotterranei, come dimostrano gli scavi eseguiti nel 2003-2004[9].

L’edificio romano preesistente non è di certa interpretazione: si pensa o alla statio detta ad pirum Philomeni, secondo il nome dato nella Tabula peutingeriana, o ad un tempio, considerando la presenza di colonne e di murature in grandi blocchi che mal si adatterebbero ad una struttura laica, o forse ancora ad un edificio di carattere funerario, come lascerebbe pensare la base marmorea riutilizzata  nella cripta con la scritta in greco “Nessuno è immortale[10]e il gran numero di tombe di età tardoromana reperite dinanzi all’ingresso di destra e dietro gli absidi[11]. Che questo fosse un edificio di particolare importanza e non una semplice statio lo potrebbero testimoniare la qualità dei materiali e le differenti forme dei resti di età romana reimpiegati sia nella chiesa che nella cripta elencati dal Lepore[12](colonne a fusto liscio o scanalato, capitelli tuscanici, corinzio-italici e corinzio-asiatici, basi attiche in marmo e in calcare).

San Gervasio presenta un abside semicircolare all’interno e poligonale a cinque latiall’esterno FIG. 2, nello stile ravennate di S. Apollinare in Classe e di S. Vitale, ambedue della prima metà del VI sec., le quali a loro volta seguono l’esempio dell’abside a undici lati del S. Giovanni Evangelista di Ravenna, fatto costruire da Galla Placidia nel V sec. FIG. 3. La pianta poligonale dell’abside è ripresa nell’abside della navata di destra, poligonale a tre lati all’esterno e semicircolare all’interno, che sarebbe però di epoca posteriore[13]. La forma poligonale degli absidi rientrerebbe tra i motivi arrivati a Ravenna per “azione dell’architettura orientale”, giunta in Italia ad opera “degli artefici calati da ogni parte al seguito della corte imperiale” a Milano e a Ravenna[14].

Di particolare interesse la cripta della chiesa FIG. 4, in stile romanico e risalente a fine X - inizio XI secolo o secondo Lepore[15]anche prima (l’Autore la ritiene aggiunta alla chiesa nel rifacimento di epoca preromanica): la cripta si presenta divisa in tre ambienti FIG. 5, di cui quello centrale, di maggiori dimensioni, è coperto da volta a botte anulare sostenuta da una sola colonna e terminante con un’abside decorata con cinque archetti ciechi, corrispondenti alla forma poligonale a cinque lati dell’abside superiore[16], segno dell’originaria antichità di essa.

Nella cripta si trova un manufatto di singolare importanza: un sarcofago del primo quarto del VI sec. posto in posizione di preminenza su di un rialzo marmoreo della zona absidale, riutilizzato secondo la tradizione locale per le spoglie di San Gervasio, sarcofago che dimostrerebbe la persistenza nel tempo della funzione funeraria del luogo a partire dalle inumazioni tardo romane scavate all’esterno. La decorazione del sarcofagoFIG. 6 è  scolpita su tutti e quattro i lati: sulla parte anteriore una croce a otto braccia su di un disco ed affiancata da due pavoni, sui lati brevi due croci latine patenti, riprese sui lati del coperchio a doppio spiovente, sulla parte posteriore una croce a sei braccia su disco e circondata dal una corona di fronde di alloro gemmata che termina con due foglie di edera. 

Il significato dei pavoni e della corona della vittoria in fronde di alloro è noto nella simbolica cristiana, ma più complesso ci sembra il significato da dare alle croci sul fronte e sul retro, perché esse vengono definite dagli studiosi “monogrammate”, cioè analoghe a quella del cosiddetto “labaro di Costantino”[17], ma è evidente l’assenza in ambedue dell’occhiello del P, elemento fondamentale per formare il monogramma costantiniano. È forse possibile secondo noi, seguendo le indicazioni del padre Testa[18] a proposito della simbologia paleocristiana, dare alle due croci un diverso significato: quella sulla faccia anteriore indica l’otto come numero di compimento e perfezione (i sette giorni della settimana ebraica più l’ottavo che è il giorno della Resurrezione ed è inizio del nuovo ciclo in cui entra l’anima del defunto) e quella della faccia posteriore il sette, cioè vista tridimensionalmente le sette direzioni dello spazio, in cui la settima direzione è il punto centrale da cui si dipartono i sei raggi, punto infinitesimale di grandezza inesistente per la geometria euclidea ma capace di generare tutto lo spazio, simbolo del Creatore di tutto l’esistente.

In quest’ottica, il fatto che nella croce a otto braccia le tre superiori vadano al di là del disco non è una “curiosa licenza che sa di cattivo gusto”, come scrive Francovich citato da Lepore, ma potrebbe avere un significato preciso: separando le braccia sul piano orizzontale e quelle rivolte in basso dalle tre che sono indirizzate verso l’alto forse lo scultore ha voluto significare la direzione verso l’oltre-umano che l’anima deve prendere per giungere al suo compimento o ha inteso significare la preminenza del mondo del Divino nei confronti di quello terreno (braccia orizzontali) ed infero (braccia inferiori).



[1]
BERNACCHIA La ‘Bulgaria’ del basso Cesano tra il tardoantico e l’alto Medioevo, in Polidoro. Studi offerti a d Antonio Carile (a cura di VESPIGNANI), Fondazione di Studi Italiani sull’Alto Medioevo, Spoleto 2013: per la possibile storia dei Bulgari in Italia pagg. 775-776, per gli insediamenti con nome “Bulgaria” in Italia pagg. 777-780.

[2]TURCI Cesena e il suo territorio, s.l. s.d. par. 6.10.

[3]MASCANZONI Le grandi fasi storiche fra XII e XV secolo nello specchio dei rapporti Verucchio-Rimini, inStudi Romagnoli”, vol. LIV, 2003 pagg. 17-31, nota 9.

[4]BERNACCHIA La ‘Bulgaria’ del basso Cesanocit. pagg. 791-792.

[5]BERNACCHIA Il castello di San Pietro in Bulgaria, conferenza tenuta il 21 Maggio 2005 a Mondolfo (PU) e stampata a cura dell’associazione “Monte Offo”.

[6]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano, University Press Bologna, Bologna 2000 pagg. 40-41.

[7]Ringraziamo Claudio Paolinelli della Biblioteca “Bernardino Genga” di Mondolfo (PU) per il materiale, testi e foto, inviatoci sull’argomento.

[8]La storia e l’architettura di questa interessante chiesa sono trattati per esteso da LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. pagg 57-69, per la cripta pagg. 101-103; per il sarcofago pagg. 123-127; per il fonte battesimale pagg. 144-149.

[9]PROFUMO Archeologia a San Gervasio, in “Incontro”, bollettino della Parrocchia di Mondolfo, n° 3 2006 pagg. 7-8 (riassunto degli scavi eseguiti dall’Autricequale Soprintendente per i Beni Archeologici delle Marche). LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. passim.

[10]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. pagg. 64 e 66.

[11]PROFUMO Archeologia a San Gervasio cit.

[12]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. pag. 66.

[13]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit.pag. 58.

[14]TESTINI Archeologia cristiana cit. pagg. 686-687.

[15]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. pagg. 101-103.

[16]LEPORE Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano cit. pag. 64.

[17]Il monogramma costantiniano ‒ in realtà adoperato fin dal I sec. e quindi precedente il tempo di Costantino ‒ è costituito dall’unione di X chi e P rho indicanti, come fa rilevare TESTA Il simbolismo dei giudeocristiani, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1961 (ristampa 1981), non le prime due lettere di Χρειστός ma una simbologia più complessa: il chi vale come iniziale di Χρειστός e la ro è presa nel suo significato numerico di 100, l’età che aveva Abramo quando gli venne fatta la promessa che dalla sterile Sara avrebbe avuto un figlio, quindi il 100 = P passò a significare “il figlio della promessa” e quindi il Messia il cui nome è identificato dalla X.

[18]TESTA Il simbolismo dei giudeocristiani cit.

 

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