Comunicazione preliminare

Paolo Galiano

 

946 frate eliaL’approfondito studio della Prof.ssa Anna Maria Partini su Frate Elia pubblicato nella recente ristampa del testo del 1936 di Salvatore Attal Frate Elia compagno di San Francesco (ed. Mediterranee, Roma 2016) porta una novità nel campo degli studi alchemici sulla figura di Frate Elia: un’ampia, anche se non completa, raccolta delle schede bibliografiche dei testi manoscritti in cui sono riportati i testi alchemici attribuiti ad Elia (pp. 223-236).

La ricerca, alla quale il sottoscritto ha attivamente partecipato collaborando con la Prof.ssa Partini, ha condotto a risultati interessanti che dànno una nuova luce alla personalità di Elia, un genio del suo tempo, capace di essere al tempo stesso un eccellente organizzatore (a lui è dovuta la divisione dell’Ordine Francescano in Province), un diplomatico di alto livello (tentò la riconciliazione tra Papato e Impero, anche grazie alla personale amicizia con Federico II) e un grande architetto (sue le due basiliche di Assisi e la chiesa dedicata a S. Francesco a Cortona), ma anche un cultore dell’Arte alchemica, le cui opere erano conosciute ed apprezzate al suo tempo come nei secoli seguenti.

Questo breve articolo ha lo scopo di far conoscere le prima conclusioni che abbiamo potuto trarre dalle nostre indagini sulla ricerca dei manoscritti, e che devono essere considerate solo una comunicazione preliminare da approfondire per un prossimo lavoro dedicato specificatamente a questo tema.

 

IL NUMERO E LA DATAZIONE DEI CODICI

Ciò che in primo luogo è emerso è il numero cospicuo di codici alchemici contenenti opere di Frate Elia: finora erano stati descritti dai ricercatori, se prendiamo in considerazione il periodo di 180 anni compreso tra il 1819 (data della Vita di Frate Elia del padre Affò) ed il 1999 (pubblicazione dell’articolo della Pereira Alchemy and the Use of Vernacular Languages), un totale di 29 codici, in parte analizzati a fondo e in parte solo citati, mentre ora possiamo elencarne un totale di 75 [1] contenenti 97 lavori di Frate Elia, intendendo con “lavori” sia trattati integrali che singoli sonetti, per un totale di almeno 15 opere diverse, più un gruppo di altri scritti per i quali non è riportato un titolo specifico ed infine alcune citazioni delle sue opere o di frasi estratte da esse.

Il sonetto alchemico Solvete i corpi in aqua (presente in 16 codici, sia in italiano che nella meno frequente versione in latino) e il Vademecum (presente in 13 codici) risultano tra le opere più diffuse.

Il periodo di stesura dei codici si estende dalla prima metà del XIV secolo al XVIII secolo [2] , ma essendo questi copie di manoscritti precedenti ciò significa che in realtà non solo il numero di codici è molto maggiore di quello da noi riferito ma soprattutto che si deve andare ancora più indietro nel tempo, come sembrerebbe dimostrare una nota all’inizio del ms Mellon 29 del 1525 (Yale University, New Haven), nel quale l’amanuense ha riportato una frase scritta dal precedente autore del codice all’inizio del Lumen luminum di Elia, che qui riportiamo secondo il testo originale: Questo picol libro è experimentado nel 1315 Adi 16 del mese de marco [Marzo]: et è preciosa sopra ogni sorte dele scientie del mondo et è thesoro de tute le arte: et tuto el beneficio delarte è in due spetie […] Et una serue al sole laltra ala Luna. Et de queste cosse ho nascoso el nome suo in due figure.

La conoscenza dell’opera alchemica di Elia era quindi più ampia di quanto sia stato finora supposto, visto che fino al pieno 1700 i lavori a lui attribuiti vengono ancora tramandati in forma manoscritta; inoltre i suoi lavori erano diffusi nell’ambiente degli studiosi di Alchimia non solo come testo di studio ma anche come sperimentazione del lavoro alchemico ivi descritto.

Riportiamo un elenco dei titoli delle opere finora reperite con accanto il numero dei manoscritti in cui sono riportate:

1 – Opere e sonetti:

Sonetti: Solvete i corpi in aqua (16) e altri sonetti (30)

Vademecum (De Elixir ad album et rubeum) (13)

De Lapide Philosophorum (7)

Speculum Alchimiae o Speculum verae et non sophisticae artis Alchimiae (5)

Lumen luminum (4)

De compositione Lapidis o De Lapide (3)

Liber Saturni (2)

Epistola Solem ad Lunam crescentem (2)

Practica Fratris Heliae (3)

Ars Occulta Detecta (2)

De secretis naturae (1)

De Quinta Essentia (1)

Breviarium (1)

Rosarium Philosophorum (1)

L’Orto delle Ricchezze (1)

2 - Opere senza titolo specifico:

Opus Alchemicum (3)

Ad Congelandum Mercurium

Accipe Mercurium

Capitula Fratris Elyae

Liber Alkymie

3 - Citazioni dei titoli delle sue opere o frammenti estratti da esse (4).

AREA DELLE TRASCRIZIONI DEI CODICI

L’area di diffusione delle opere di Elia è indicata dalla distribuzione delle città in cui le copie sono state trascritte FIG. 1 (dato per ora pur troppo reperito nelle schede bibliografiche solo in un sesto dei manoscritti, 12 su 76), e che naturalmente indica la presenza in queste città dei manoscritti originali.

La lista delle città in cui operarono gli amanuensi comprende: Napoli [3] (tre codici), Ferrara [4] , forse Venezia [5] , e genericamente il Nord Italia [6] o in due casi l’Italia [7] senza specificazione di città; al di fuori d’Italia Vienne nel Delfinato [8] , Bamberga [9] , Obergurig presso Dresda [10] , forse Praga [11] .

Anche la diffusione a stampa delle opere di Elia fu relativamente precoce, visto che il Silber pubblicò nel 1486 il sonetto Solvete in due versioni lievemente diverse (una a firma di Elia e l’altra di Cecco d’Ascoli) nella Summa perfectionis di Geber [12] : la stampa a caratteri mobili aveva avuto il suo inizio nel 1450 e prima della fine del secolo le opere a stampa erano ancora rare rispetto ai manoscritti.

L’area in cui era nota l’attività di Frate Elia come alchimista era quindi molto vasta e le sue opere erano conosciute anche fuori del territorio italiano, ma forse il rilievo di maggior interesse è che l’area in cui si trovano le città nominate risulta esattamente compresa nei limiti del Sacro Romano Impero al tempo di Federico II FIG. 2, per cui è lecito supporre un influsso della corte fridericiana se non dello stesso Imperatore nella diffusione dei lavori di Elia.

I TRE GRUPPI DI CODICI

Le opere finora individuate si possono dividere in tre grandi gruppi:

a) trattati e sonetti sicuramente o con buona probabilità attribuibili a Frate Elia, in particolare:

- il sonetto Solvete i corpi in acqua, presente fin dalla metà del XV secolo nei manoscritti[13]; esso per altro non è riportato in tutti i codici con il suo nome, in quanto a volte è sotto nome di altro autore e a volte è anonimo.  Interessante il fatto che Giovanni Bracesco (vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo) ne La esposizione di Geber filosofo[14] cita in modo anonimo i primi due versi del sonetto: “Havrei caro che tu mi dichiarassi quelli versi: Solvete i corpi in acqua a tutti dico, voi che cercate di far sole e luna”, traendone lo spunto per una discussione tra Demogorgone e Geber sulla distillazione; il sonetto era quindi già tenuto in considerazione come “ricetta” alchemica;

- il Vademecum, nome comune a scritti di altri alchimisti indicante una forma di “compendio” dei processi alchemici, che nel caso di Frate Elia è caratterizzato dalla frase dell’incipit Cum infrascriptis aquis distillationibus o distillationum.

b) opere di altri autori ma attribuite in questi codici a Frate Elia: è il caso, per esempio, dell’Hortus divitiarum, sicuramente di Aurach ma riportato con il nome di Frate Elia in traduzione italiana come Orto delle ricchezze [15] ; del De lapide philosophorum qui ex antimonio minerali conficitur [16] , che è in realtà il Pretiosissimum donum Dei di Aurach; della Canzone di Rigino Danielli divisa in sedici sonetti attribuiti a Frate Elia [17] .

c) viceversa, opere di Frate Elia sono attribuite ad altri autori: il caso più conosciuto è il sonetto Solvete i corpi attribuito a Dante Alighieri [18] , ad Arnaldo da Villanova [19] e a Cecco d’Ascoli [20] .

La ragione di queste false attribuzioni di opere di altri alchimisti al suo nome potrebbe spiegarsi come un segno della considerazione in cui Elia era tenuto dagli studiosi di Alchimia dal XV al XVIII secolo, anche se  alcuni ritengono che si possa spiegare con il fatto che nel tempo in cui Elia e alcuni suoi confratelli svolgevano attività alchemica questa non era proibita, mentre, dopo la condanna della Chiesa nei confronti dell’Alchimia avvenuta nel 1317 o 1319 con una bolla di Papa Giovanni XXII (della quale non è noto l’originale [21] ), a partire da questa data l’attribuzione ad un personaggio ormai deceduto consentiva di pubblicare uno scritto senza incorrere nella condanna della Chiesa. La spiegazione non è convincente, visto che lo “scambio d’autore” è nei due sensi e che in molti casi in altri manoscritti della stessa epoca le opere sono correttamente attribuite ai loro veri autori.

ELIA E I SUOI CONTEMPORANEI

La testimonianza della notorietà di Frate Elia ci viene non solo dal numero dei codici che riportano il suo nome o dalla sua citazione in alchimisti di età posteriore: Elia viene citato per tre volte, come rileva il Thomson [22] , dall’illustre contemporaneo Michele Scoto nei codici a noi pervenuti della sua Ars alchemiae, uno dei quali databile al 1325 [23] . Michele Scoto, alchimista ed astrologo vissuto tra il 1175 e il 1236 circa (ricordiamo che Elia morì nel 1253), operò alla corte di Federico II, che sicuramente Elia conosceva già prima del 1239, data del suo tentativo di conciliazione tra l’Imperatore ed il Papa Gregorio IX, tentativo che presuppone una certa familiarità con Federico II, senza la quale Elia non si sarebbe potuto porre come intermediario tra Impero e Papato.

Nel cap. VII del ms Oxford Scoto dice, a proposito del Magistero minore, di avere di persona sperimentato la tecnica da lui descritta e di “averla insegnata a Frate Elia”; nel cap. X del ms di Palermo sulla dealbatio ci fa sapere che anche Elia era uno sperimentatore competente: “Pochi ho trovato che la sappiano fare ma vidi compierla da Frate Elia”; infine nel cap. XXI del ms di Palermo sulla sublimatio riferisce di aver usato la tecnica di un tale “Balac saraceno” e di averla “trasmessa a te, Frate Elia”.

Un codice della Biblioteca Marciana di Venezia, scritto per uno studioso di Ivrea nel 1475 (L. VI, CCXV), cita per primo Elia in una lista di autori medievali di testi alchemici, affermando forse in questo modo la sua priorità temporale tra gli alchimisti italiani. Anche se il giudizio che dà del suo lavoro non è dei migliori, vale la pena di riportarlo: “Frate Elia con stile mediocre rivelò in un certo modo i testi di alchimia, spiegando con il suo glossatore questa scienza: scrissero il Lilium e il Rosarium, chiarendo molti punti dubbi”.

In effetti un Rosarium philosophorum intitolato ad Elia si trova alla Biblioteca Nazionale di Napoli nel ms XII.E.15, datato tra il 1350 e il 1450 (ma opera dello stesso titolo è attribuita a John Dastyn, come osserva l’autore della scheda del manoscritto, e ad Arnaldo da Villanova[24]), mentre un trattato con il titolo Lilium attribuito ad Elia non rientra tra quelli da noi trovati (opere alchemiche con questo titolo sono state scritte tra XIV e XV secolo da autori sia italiani, come Guglielmo Ticinense, autore del Lilium de spinis avulsum, che stranieri, come il francese Bernard de Gourdon, il cui Lilium seu practica medicinae è datato al 1303 in un ms della Biblioteca Bodleiana, ed altri ancora).

 La diffusione degli scritti di Elia sul territorio del Sacro Romano Impero, il numero di manoscritti in cui è riportato il suo nome, il lungo periodo di tempo in cui egli venne ricordato dagli studiosi di Alchimia sono tutti elementi che consentono di dare nuova luce all’opera di questo illustre Francescano, rimasto per troppi secoli in secondo piano, se non addirittura ignorato dalla cultura ufficiale: l’opera di rivalutazione, iniziata a partire dai primi del XX secolo da pochi scrittori tra cui Salvatore Attal con il suo Frate Elia compagno di San Francesco, deve a nostro parere essere oggetto di studi e di ricerche più approfondite affinché possa essere data ad Elia la conoscenza che merita.

 

 

[1] A questi andrebbero aggiunti gli incunaboli, quali ad esempio la Summa perfectionis Geberii stampato da Eucharius Silber nel 1486 e il codice Chigi III 317 della Biblioteca Vaticana, ambedue contenenti due sonetti di Frate Elia.

[2] Il più tardo sembra essere il Gesuitico 336-2465 della Biblioteca Nazionale di Roma, databile al XVII-XVIII sec. Tralasciamo il manoscritto Wellcome 3945 della London Historical Medical Society, contenente in forma manoscritta lo Speculum alchymiae come parte della Biblioteque alchimique scritta da Poisson e Lalande e pubblicata nel 1887-1904 a Parigi..

[3] Reginense latino 1415 della Biblioteca Apostolica Vaticana; ms H 493 della Bibliothèque de la Faculté de médecine di Montpellier; ms SC R 091 T798 della Lehigh Library di Bethlehem, Pennsylvania, opera di Arnaldo di Bruxelles, amanuense e tipografo a Napoli.

[4] Ms 520 della Wellcome Medical Library di Londra, opera di “Matteo della Viola, barbiero, at Ferrara”.

[5] Ms Mellon 29 Yale University, Connecticut.

[6] Ms Mellon 7 Yale University, Connecticut.

[7] Ms Arundel 342 del British Museum; ms Rylands Lat 65 di Manchester.

[8] Ms 104 della Biblioteca Universitaria di Bologna, opera di Giovanni di Bartolomeo de Lachellis di Fontaneto.

[9] Ms 18 della Boston Medical Library, Massachusstts.

[10] Ms Vossianus Chym. F 8 della Bibliotheken Universiteit di Leida, opera di Pieter Jünger di Oschatz, proveniente in parte da Dresda e in parte da Obergurig in Sassonia, quest’ultima comprendente lo scritto di Elia.

[11] Ms Vossianus Chym. Q 33 della Bibliotheken Universiteit di Leida: la provenienza si argomenta dal fatto che sia il possessore del codice che la carta su cui esso è scritto sono di Praga.

[12]Nel ms 7443 della Biblioteca Nazionale di Spagna (XVI sec.) sono citati due trattati di Elia (lo Speculum Alchimiae e l’Epistola del Sole alla Luna) in possesso (o da lui stampati) del tipografo Iohannis Petreus, attivo a Norimberga nella prima metà del XVI sec. (vedi la nota al ms. VI, CCXV nel Catalogo codici latini nella Biblioteca Marciana di Venezia vol. V).

[13] Ms H 493 data: “1459 a Neapoli”, ora alla Bibliothèque de la Faculté de médecine di Montpellier ma originariamente nel Fondo Albani ai Lincei di Roma. Il sonetto è presente anche in testi a stampa della fine del XV secolo come il Chigi III 317 della Biblioteca Vaticana e l’incunabolo Summa perfectionis Geberi del Silber.

[14] BRACESCO La esposizione di Geber filosofo, Venezia 1551 p. 39. Il dialogo prosegue esplicitando il significato di “quegli altri versi, cioè Chi solvere non sa” di Cecco d’Ascoli, anch’egli qui non nominato.

La CORTESI BOSCO Per la biografia dell'alchimista Giovanni Bracesco (“Bergomum” anno XCII n° 3) identifica il Bracesco con un sacerdote vissuto intorno al 1540 a Cortona.

[15] Ms 515 della Wellcome Historical Medical Library di Londra.

[16] Ms Gesuitico 336-2465 della Biblioteca Nazionale di Roma.

[17] Ms SC R 091 T798 della Lehigh Library di Bethlehem, Pennsylvania.

[18] Ms H 493 della Bibliothèque de la Faculté de médecine di Montpellier.

[19]Ms XII.E.15 della Biblioteca Nazionale di Napoli.

[20] Nella Summa perfectionis Geberii nell’edizione a stampa di Eucharius Silber del 1486/1490.

[21] PEREIRA I Francescani e l’Alchimia, in “Convivium Assisiense” X (2008) 1, pp. 117-157, p. 123 nota 17.

[22] HARRISON THOMSON The texts of Michael Scot’s Ars alchemiae in “Osiris” 5 (1938), pp. 523-559.

[23] L’edizione dell’Arsalchemiae è dovuta a HARRISON THOMSON. Le prima citazione è tratta dal ms 125 del Corpus Christi College di Oxford del XV sec., le altre due dal ms 4 Qq A 10 della Biblioteca Comunale di Palermo, ritenuto il più antico dei tre manoscritti noti dell’Arsalchemiae essendo databile al 1325.

[24] Ad es. ms Additional 10764 del XV sec. della British Library.

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