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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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1008 soleDante

Inizia un nuovo anno: quello dei calendari ufficiali. Una nuova navigazione in acque ormai conosciutissime ma perennemente infide, come quelle illustrate nel mio editoriale natalizio. Un mare navigabile solo con la nave dei folli o con un briciolo di dislessia linguistica. Quel minimo che nasconda le omologie più preoccupanti e confonda i pirati e le sirene.

Ma inizia cosa?

Sono convintissimo che nessuno, che non parta assolutamente da zero, anzi da “nulla” , possa iniziare qualcosa di nuovo. Forse si può proseguire e modificare il vecchio, forse si può interrompere e poi ricominciare in modo “ diverso” o forse… si può lasciare tutto, o quantomeno il superfluo. Ma dov’è il superfluo, dov’è il necessario: e dov’è invece l’indispensabile?

Come fai a raccontare ai giovani (e ai meno giovani) che cosa è tradizionalmente superfluo, in una società letteralmente affogata nel superfluo e obbligata a considerarlo indispensabile (a partire da questo oggetto su cui sto scrivendo) mentre assai spesso è priva del necessario (sia fisico che spirituale)?

E’ facile parlare di come “dovremmo o vorremmo essere”, è facile lamentarsi per quello che si dovrebbe fare e che non si è fatto, o per cosa si dovrebbe cambiare e che non abbiamo cambiato (e che siamo certi non cambierà). Ma all’ interno di questo equivoco globale altrimenti chiamato progresso, nessuno è in grado di lasciare niente anche se pensa di modificare continuamente tutto, e pochissimi sono in grado di cambiare qualcosa, soprattutto se stessi.

Questo è l’assurdo: in questa abbagliante fantasmogoria del transitorio, in cui tutto sembra cambiare ad ogni istante, in cui tutto diventa vecchio prima desser stato giovane, non cambia proprio nulla, perché l’illusorio, l’impermanente, il mutevole ha divorato la percezione delleterno.

Iniziare e liberarsi

Nel gennaio del 1959, ero sulla cima di una delle più belle montagne dell’Aretino, arrampicato su una roccia che dominava una sterminata distesa di alberi che si perdeva all’ orizzonte. Ero in compagnia di un uomo straordinario, che commentava sapientemente un certo Isacco da Ninive (che io non sapevo assolutamente chi fosse) e mi diceva che “sia per iniziare come per essere iniziati realmente ci vuole un'anima pulita, una mente sgombra e un cuore nuovo, pieno di speranza; e, infine, un coraggio enorme” .

Io ero poco più di un adolescente e annaspavo disperatamente per cercare di capire la differenza tra iniziare ed essere iniziati ma lui non se ne dava pena. E diceva inoltre che bisogna buttare veramente il vecchio dalla finestra, un po come fece San Francesco con le stoffe del padre; buttare tutto, insieme alle abitudini, alle apparenze, alle falsità, ai pregiudizi, alle aspettative; insomma bisogna gettare un carico enorme”. A quei tempi c'era la terribile abitudine (oggi ne abbiamo di ben peggiori) di gettare cose vecchie dalla finestra, l'ultimo giorno dell'anno. Era da poco passato il 1 gennaio ’ 58-’ 59 e qualcosa, in verità, l'avevo buttata anche io, sia materiale che mentale: ma ero giovanissimo e, avendo appena cominciato a vivere, non sapevo proprio organizzarmi per pensare cosa cambiare.

E poi mi spiegava sogghignando: “ però non basta buttare le cose dalla finestra o, come dicono oggi gli psicologi, rimuoverle, perché resteranno comunque da qualche parte dentro il nostro condominio di personalità mutevoli, e non potranno mai essere smaltite. Infatti (in genere si riflette poco su questo aspetto) anche le stoffe preziose regalate da Francesco (nel loro significato letterale e simbolico) forse fecero felice qualche poveraccio, ma ricaddero sui problemi del padre .

Queste parole mi sconvolsero. Ero nel periodo dei grandi entusiasmi. In modo abbastanza imbecille consideravo Che Guevara, Francesco e in parte anche... Elvis Presley come idoli equivalenti. Ero nell’età in cui si pensa che per cambiare il mondo bisogna, come minimo, fare qualche bella rivoluzione; e il Buddha, il Cristo, Pitagora, Che Guevara, Garibaldi, San Francesco ecc. mi sembravano tutti abbastanza simili, tutti… dei grandi rivoluzionari.

Ma questo discorso del mio saggio amico in cima alla montagna, oltre a demolirmi le immagini di alcuni “miti”, mi mise di fronte al fatto che perfino la decisione del Buddha di mollare moglie e figlio per andare a sconfiggere il dolore, aveva procurato non poco dolore proprio alla moglie e al figlio (c’è un bellissimo film che mette in luce questo aspetto). Ovviamente questa considerazione aprì la mia giovane mente ad una valanga di ingarbugliamenti filosofici sul libero arbitrio, sulla scelta, sulla libertà, su chi libera chi, da cosa, ecc.. E a 17 anni queste domande non possono avere risposta, neanche provvisoria, ma creano un gran subbuglio.

Insomma decisi che cambiare era un bel problema, soprattutto per me, e scoprii che, a volte, gettare tutto quello che consideriamo inutile o dannoso per perseguire un ideale che ci sembra superiore, può procurare infelicità a quelli che non prendono la stessa decisione. “Lascia tutto e seguimi” andava perciò meditato, nei suoi molteplici significati che io ero ben lungi dall'aver capito.

Una quindicina di anni dopo (sono molto lento a capire le cose) in compagnia di molti altri coetanei affascinati dall'Oriente, pensai di aver capito che, per lasciare veramente e consapevolmente la presa, non basta una riflessione, anche se la stessa può durare tutta una vita; ma forse è necessario qualcosa d’ altro. Cosa? Sull’orma di tanti cercatori più bravi e profondi di me, mi accorsi che siamo in grado di crearci infiniti alibi, infinite scuse, infinite realtà fittizie e perfino infinite filosofie.

E per la miseria, mi dissi, come può essere che una ricerca della Sapienza, anzi un amore per la Sapienza, possa portare a risultati così contraddittori e contrastanti? E da questo derivò la decisione di scriverne e di cercare, per rifletterci meglio, fissare e confrontare alla disperata ricerca dell'Origine: insomma della Domus Sapientiae. E qui, come per molti della mia generazione, arrivò Guénon a proporre un minimo d'ordine, un filo logico e, anche se poi me ne sono notevolmente distaccato, non posso far altro che ringraziarlo.

Rileggendo, anni dopo, ciò che avevo scritto in gioventù, mi accorsi di aver parlato soprattutto dei miei dubbi, delle mie lotte, delle piccole conquiste e delle infinite perdite. Gettai "eroicamente" tutto nel secchio dei rifiuti, pensando di essere in grado di ricominciare, dopo aver deciso che la ricerca del Vero non sarebbe terminata mai e che non apparteneva solo alla testa. E infine (questa volta un grande contributo lo diedero Echkart e i suoi amici mistici) decisi che senza il cuore non avrei cercato e tantomeno trovato niente.

Ma in realtà tutto quello che avevo gettato era ancora in me, come pensiero, come memoria, come reminiscenza, e come sentimento. E tutto questo era dolore, paura e disagio.

Mi accorsi perciò, con angoscia e stupore, che non lasciamo mai nulla e che questa storia del "distacco sublime" celava una gran fregatura e che, anche se avessi mobilitato tutti i mistici renani, insieme ad un nutrito battaglione di filosofi buddisti e ad una mezza centuria di stoici greci e romani, sarei sempre rimasto li, attaccato come una cozza alle mie paure non dichiarate, appiccicose come l’ Attak.

Non è solo il fascino del mondo che non ci lascia liberi ma proprio la paura, la paura di cambiare davvero, definitivamente. Che è assai simile alla paura di morire.

Siamo stati abituati a curare i sintomi del nostro star male e non le cause. Per cui, una volta rimosso, spostato, alleviato il dolore immaginiamo che questa sia una specie di guarigione. Una volta che si sia modificato scenario, lavoro, moglie, paese, amante, religione, amici, ecc., crediamo di esser cambiati o, peggio, di esser liberi. Ma la medicina che vogliamo è sempre un oppiaceo: quello che fa smettere di soffrire e fa credere d’ esser migliori e più potenti o, addirittura, che dona piacere. Ecco perché l'esercito infestante dei "guru della domenica" promette liberazioni e saggezza a piene mani e trova migliaia di gonzi pronti ad entusiasmarsi.

Ma smettendo di soffrire ed essendoci illusi di esser diventati più liberi, perché più forti e potenti, non abbiamo, in realtà, cambiato un accidente: abbiamo semplicemente spostato alcune cose sgradevoli nella nostra “discarica personale e provvisoria”; non ce ne siamo affatto liberati perché la liberazione non consiste in questo. 

Infatti i pensieri, le idee, le iniziative, le risorse intellettuali ed economiche, i rapporti umani: sono tutte cose che siamo in grado di consumare o di sprecare abilmente. Ma non gettiamo mai niente anche perché, nella normale condizione umana, non possiamo farlo. Viviamo in un mondo finito, in una mente finita, in uno spazio finito: e in un mondo finito qualsiasi cosa resta nella finitezza del mondo.

E qualsiasi cosa ci porti ad affacciarci verso l’infinito ci terrorizza, precipitandoci in una specie di horror vacui. Che bello l'infinito, ma mettetelo dentro una bottiglia, per favore.

Dice Gregorio di Nissa, nel De anima et resurrectione: “ Quando guardiamo il Cosmo presente in noi, ci sentiamo non poco aiutati a raggiungere ciò che è nascosto per mezzo di ciò che ci appare” . Ma il problema è nel percepire pienamente tale “ cosmo” e non una proiezione intellettuale ed immaginifica del medesimo perché, se questa percezione fosse reale e completa, le gambe tremerebbero all’ idea dell’abbandono di ciò a cui siamo abituati.

Diadoco di Foticea nei suoi 100 capitoli sapienziali, ci pone di fronte a questo inganno: “… Lo stesso Spirito nasconde normalmente questo dono (la plenitudine della coscienza) affinché , dalla costatazione di non aver raggiunto lamore come abitudine costante, possiamo conoscere il nostro assoluto non valore. L anima, a questo punto, soffre conservando il ricordo dell amore spirituale e non riesce a riceverne il sentimento perché non è giunta al compimento delle azioni immuni da errore e difetto. In questa attesa deve far violenza a se stessa per praticarle e giungere, attraverso il loro compimento, a gioire della dolcezza divina in un sentimento di pienezza compiuta .

Questa preparazione al vero salto nel vuoto, all'abbraccio mortale e salvifico con lo Spirito, per una reale iniziazione e completa trasformazione, è assai scoraggiante proprio perché pone il dolore come inevitabile mezzo sapienziale di conoscenza (non il dolore masochistico autoflagellante) per chi dedica una vita alla pratica, al silenzio e alla introspezione continua.

Ne consegue che, nella vita ordinaria, ogni uomo è ben lieto di avere un’anima finita in un corpo finito, in una visione iconologicamente delimitata. Meglio una casa con pareti sicure dove mettere una salvezza garantita e magari anche un Dio a nostro uso e consumo, a nostra misura e portata di mano, senza tanti dolori

Gli oceani e le discariche (fisiche) del mondo sono perciò piene dei nostri rifiuti, così come la nostra mente e la nostra anima sono sommerse nella discarica dei nostri pensieri, delle nostre parole, delle nostre opere e delle nostre… incommensurabili omissioni .

Noi stessi, siamo finiti e qualsiasi cosa spostiamo (fuori o dentro noi stessi) ricade inevitabilmente nell’ angusto spazio psicofisico che noi occupiamo: sia che si tratti di oggetti materiali che di pensieri, di idee: tutto si accumula; cose, persone, sentimenti e ideali in una sola, immensa discarica a cielo aperto dove tutto diventa indistinguibile e tossico.

Forse dentro l’apparente modificazione (per alcuni evolutiva per altri involutiva) dell’ Universo di cui siamo parte infinitesima, si manifesta potentemente la spinta entropica, ingrigente, mortificante, amante dell’ indistinto e dell’ amorfo. Quella spinta mortifera, deprivata del sacro e della trascendenza, che affligge i nostri giorni e li priva di "scopo".

E, invece, come far risorgere nell’ anima degli uomini la spinta sintropica, quella che ha affascinato tanto Fantappié e che ancora riscalda il cuore di alcuni becerissimi uomini della tradizione come me, che vedono purtroppo con chiarezza nell'Universo una prodigiosa finalità cosmica e rigettano come assurde e diaboliche le relativistiche opzioni del caos e dell’ evoluzionismo casuale?

Con la trasmutazione d’Amore.

Non vedo altre possibilità, ma… sono in buona compagnia: da Marsilio Ficino a S. Ilario, da Plotino a Pico della Mirandola, da Santa Hildegarda a Fra Brandano (da noi recentemente riscoperto).

Proprio per questo credo che qualsiasi inizio, inteso sacralmente e tradizionalemente, comporti una “morte” necessaria, per raggiungere una trasformazione possibile. Così come illustrato a volte nei testi alchemici rinascimentali, dove la morte del “Vecchio Re” prelude alla nascita del nuovo Re e al coito con la Regina, una macerazione autentica ed una morte trasmutativa rappresentano l’unica porta per il cambiamento e la liberazione, senza distruggere nulla ma trasformando tutto.

Alcuni pensano (soprattutto all’ interno di certe confraternite o logge un pochino decadute) che ritualizzare formalmente una morte ed una rinascita sia un reale initium. Si tratta di un metodo assai in uso: ma (e qui divento categorico) si tratta di una baggianata clamorosa.

Assai più difficile è proporsi realmente di “morire” per rinascere.

Perciò, con ineffabile saggezza, il grandissimo Isacco da Ninive ci dice:

"Quando la tua anima sarà vicina ad abbandonare la regione delle tenebre vedrai questi segni: il cuore sarà come una fiamma accesa e ardente giorno e notte; il mondo ti apparirà effimero, come polvere e spregevole come un rifiuto; la dolcezza di nuovi pensieri, che giorno e notte fioriranno in te ti renderà indifferente ai cibi.

Una fontana di lacrime sgorgherà in te, e scorrerà libera, quasi fosse una sorgente perenne che accompagnerà ogni tua azione: la lettura, l’orazione, la meditazione il tuo pasto quotidiano e le tue bevande e qualunque altra cosa tu faccia. Quando vedrai avvenire questo dentro di te esulta, perché avrai attraversato il gran mare (il Vero cambiamento). Accresci la tua pratica e sii vigilante perché questa grazia cresca in te ogni giorno. Però ricorda: non sei ancora salito sulla montagna di Dio….”

E in questa prospettiva mi pare opportuno augurare un buon 2017 a tutti.

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