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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Ci capita sempre più spesso di domandarci come sia possibile, anche per un cittadino prudente e attento, districarsi in questa bolgia di pressioni e di equivoci culturali. La laica mania “tuttologica” di cui abbiamo già parlato tante volte in questi editoriali, ha aggredito pesantemente il patrimonio sacro della umanità, o confinandolo nella superstizione e perciò condannandolo come antirazionale, o stravolgendolo velleitariamente a dimostrazione di qualche tesi di comodo più o meno “scientifica”.

Esempi tipici di tali aggressioni sono rappresentati dalle forsennate “interpretazioni” della vita del Cristo e dei Vangeli. Ogni tanto arriva qualcuno a proporre soluzioni “rivoluzionarie”, trasferendole quando possibile, anche nel cinema: da quelle intimiste e social-progressiste tipo il recente Centochiodi, a quelle dei vari “musical” cristologici, a quelle totalmente demenziali come il Codice da Vinci.

Tutte cose che riescono a farci rimpiangere perfino i polpettoni americani, tipo “La Tunica” o “Ben Hur”, che almeno, anche nella loro sciocca e viscerale antipatia per Roma, non sparavano sentenze teologiche ad usum delphini.

Oggi invece siamo nell’epoca del “parliamone”. Tutti sanno tutto su Qumran e sugli esseni. Ogni radical-chic che si rispetti, ha la sua guida essena, e i Vangeli gnostici sono diventati pane quotidiano per tutti gli azzeccagarbugli televisivi. Augias elargisce compassatamente le sue apodittiche verità sulla umanità del Cristo mentre tutti gli “atei”, colti e ignoranti (da Odifreddi… a Celentano, per intenderci) discettano compiutamente di teologia, di etica, e promulgano encicliche e pastorali “laiche”.

Diventano perciò motivo di discussione, da parte della intellighenzia salottiera, la illibatezza del Cristo e le abitudini sessuali degli Apostoli (in genere c’è una forte preferenza per tutto ciò che ha a che vedere col sesso); ma non si disdegnano argomenti più “scientifici”, come le ipotesi mediche sulla morte del Cristo, sulla antichità della Sindone e, ovviamente, sui viaggi del celebre Calice di Giuseppe d’Arimatea.

Ma se la tradizione cristiana piange anche le tradizioni classiche non hanno motivo di rallegrarsi.

Infatti la reinterpretazione religiosa e la adulterazione del mito e del rito, ridotto a favola a lieto fine o, ancor peggio, totalmente stravolto nelle sue radici simboliche, è stata una delle grandi passioni degli scrittori e degli scenografi privi di idee proprie, che hanno impazzato negli ultimi cinquanta anni. Non è neanche necessario inventarsi una storia: la stessa si trova già tramandata e confezionata dai classici. Basta massacrarla con “effetti speciali”, e se ne possono trarre mille varianti di grande impatto popolare.

Le reinvenzioni mitiche diventano perciò motivo di funamboliche riscritture metastoriche che approdano nel romanzo o nel cinema, con lo stesso impatto (per la loro distanza nel tempo) che possono avere i racconti di fantascienza. Caso tipico e a tutti noto è rappresentato dalla serie di “Star Gate” dove, in un micidiale anche se spettacolare cocktail fra passato e futuro, viene fatto scempio della mitologia e della religiosità egizia.

Quello che ci intristisce, come al solito, non è la storia più o meno mistificante, ma la traccia che resta nelle menti di coloro che, con la religiosità e la mitologia, non hanno grande confidenza e l’abbattimento del confine, sempre più labile, tra la percezione indotta dai vari “grandi fratelli” (mediatica, immaginifica, creata ad hoc stravolgendo miti e riti) e il messaggio tradizionale, il riferimento ai “principii del sacro” che diventa sempre più irriconoscibile.

Ma si può giungere a soluzioni ancor più drastiche anche se, al momento, risibili. Ho per puro caso scoperto recentemente la presenza di uno “scrittore” italiano, molto noto nei cerchi delle vivaci intelligenze giovanili della editoria (e il fatto che io conoscessi solo di nome tale importante uomo di lettere la dice lunga… sulla mia ignoranza). Costui chiamasi Baricco, e ha riscritto, nientepopodimenoche, l’Iliade!

Ha però usato una provvida e geniale accortezza: l’ha privata degli Dei (considerati superflui alla vicende omeriche e soprattutto fuori luogo, in quanto interrompono stupidamente…l’azione umana. Cito direttamente l’Autore:

L'Iliade ha una sua forte ossatura laica che sale in superficie appena si mettono tra parentesi gli dei (sic!)”.

Ora io sarei assai tentato di esprimere qualche vibrato commento su tale “opera” e soprattutto sulle opinione dell’autore. Ma credo che gli amici di Simmetria non abbiano alcun bisogno di particolari suggerimenti e, per chi non avesse avuto ancora la fortuna di incontrare tale valido esponente della “laica cultura di regime”, la mia segnalazione sarà più che sufficiente.

Ritengo però che ogni uomo debba sentirsi in piccola parte responsabile dello stato della sedicente letteratura, e debba riflettere sulle cause e non sugli effetti della degenerescenza in atto. Riflettere senza pregiudizi e trarne le conseguenze senza rabbrividire, se ci riesce.

Caro René Guénon, caro Julius Evola: altro che “segni dei tempi”!!

C.L.

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