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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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altIl lavoro è una cosa seria, che ha assunto significati assai diversi a seconda del contesto sociale, politico, scientifico o filosofico, nel quale viene usata tale parola.

Partiremo perciò da molto lontano, da un argomento apparentemente estraneo ai nostri interessi, e cioè dal primo articolo della nostra Costituzione, che dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Tale affermazione, che, nell’intenzione di chi l’ha scritta, apre e giustifica la costruzione di uno stato e che quindi si riflette sul pensiero, sull’orientamento, sulla vita materiale e spirituale di una intera nazione, ha notoriamente creato molte difficoltà interpretative nella mente di tanti cittadini normali e tanto più nella mia.

Forse perché i Padri Costituenti (come a dire gli Apostoli), non hanno definito bene quale tipo di “lavoro” intendessero? Forse perché c’è un sacco di gente che ricava da qualcosa che riesce difficile definire “lavoro” delle cifre iperboliche (vedi calciatori, presentatori, motociclisti, “veline” e consimili mostri)? Forse perché esistono migliaia di poveracci che lavorano e non riescono neanche a sfamarsi? Forse perché ce ne sono altrettanti che evitano il “lavoro”, come uno sciatore durante lo slalom, eppure campano benissimo? Forse perché esistono speculatori e gestori del denaro, a livello mondiale, che “lavorano” solo per produrre enormi flussi di cassa che vanno inevitabilmente dalle nostre tasche alle loro?

No! Per nessuna di queste ragioni.

Ma per un fastidioso disagio semiologico, che però si riflette sul senso stesso di famiglia, di società, di gruppo, e quindi perfino di Stato in cui l’equazione che consente di trasformare il lavoro in una “virtù repubblicana” seguita a sembrarmi troppo difficile da risolvere.

Perciò, anche se sono assai impreparato sotto un profilo legislativo, in queste brevi note, vorrei tentare di ragionare da semplice cittadino che cerca di capire come si possa fondare uno Stato senza definire bene cosa si intenda per principio fondante.

La parola italiana lavoro deriva dal latino labor che vuol dire fatica, pena.

I dizionari etimologici ci danno anzi la probabile derivazione da labi nel senso di scivolare, cadere, come la lava (stessa radice linguistica) che si flette e scivola verso il basso. Il lavoro, in tal senso (seguendo il Devoto, il Migliorini, il Carassini ed altri)[1] sarebbe quindi un’attività che produce caduta e sofferenza.

Se accettiamo questa preoccupante semiologia dovremmo ammettere che la Repubblica Italiana è fondata sulla sofferenza, sulla pena e sulla caduta. E fondare uno stato sulla pena sembrerebbe il prodotto di una mente sadica.

E’ ovvio che non voglio neanche lontanamente pensare che nel lontano 1946 si sia potuto immaginare qualcosa di così avvilente, anche se devo ammettere che, col passare degli anni e con le pene e le scivolate che continua a fare questo povero paese nei costumi, nell’etica, nel diritto, ho avuto il sospetto che in questo articolo potrebbe essere riposta… una formidabile e perversa preveggenza…

Non ricordo, infatti, dove ho letto che la frase “fondata sul lavoro” sia stata frutto di un rocambolesco compromesso fra De Nicola, Terracini e De Gasperi. Sembra che soprattutto quest’ultimo avesse mitigato in tal modo la richiesta di Togliatti di promulgare che la Repubblica Italiana era basata “sui lavoratori” (intendendo con tale termine l’accoppiamento proletario-lavoratore, caratteristico dell’ideologia marxista sovietica); ma voglio sperare che questa sia stata solo una maldicenza.

Ammesso comunque che l’excursus semiologico da me riportato sia accettabile, mi sembra chiaro che, lo spirito costituzionale sottintenda che, se uno vuol essere un repubblicano d.o.c., deve essere un “lavoratore” e quindi, come si dice a Roma, “ha da soffrì ”.

Purtroppo la mia scarsa attitudine in cose giuridiche viene posta ancor più in travaglio dall’articolo 4 della suddetta Costituzione dove si dice che:

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società."

Ora mi domando: com’è possibile che il lavoro sia un diritto di tutti e, nello stesso tempo, debba essere promosso? Un diritto c’è… oppure non c’è. Se va promosso vuol dire che non c’è (o c’è solo parzialmente per alcuni, oppure è difficile esercitarlo); e allora, forse, non sarebbe più giusto chiamarlo “possibilità” e non diritto?

Ma la mia confusione viene ulteriormente incrementata dalla seconda frase dell’articolo 4, dove si dice che ogni cittadino ha il “dovere di svolgere una attività o una funzione che concorra ecc.”. Questa attività e questa funzione, che ora sono diventate un dovere, sono anch’esse un lavoro? Ma il lavoro non era un diritto? Oppure le parole attività e funzione indicano qualcosa di diverso dal lavoro?

Se così fosse vorrebbe dire che si può essere repubblicani anche senza lavorare (ehem…evviva, ora finalmente mi spiego tante cose).

Quindi la Repubblica Italiana non sarebbe basata sul lavoro ma sulla funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società che però, mistero dei misteri, è anche un “obbligo”?

Ora non voglio creare un ulteriore bisticcio fra il termine latino ius, che ha una portata assai più vasta, e il termine italiano diritto. Mentre infatti il primo ha un senso sacrale, il secondo è oggi assai più assimilabile al senso di “pretesa”.

Rinvio ad altri testi[2] l’approfondimento di tali differenze. Mi domando però, in assenza di una chiara idea sul “lavoro”, come si possa definire che cosa sia un lavoratore.

Ad esempio, un artigiano che produce cestini di vimini e magari si diverte pure a farli, va considerato un lavoratore oppure no?

Mi spiego ancora meglio. La fatica, la pena del lavoro, sono proprio indispensabili per essere repubblicani? Se per esempio faccio l’orologiaio e mi diverto da matti ad aggiustare orologi, e magari lo faccio la notte invece del giorno, sono un lavoratore, un trozkista, uno stakanovista, un anarco-insurrezionalista, un fascista, un matto? Insomma, sono degno d’appartenere alla repubblica o no?

E il contandino che possiede il suo ettaro di terra è un lavoratore o no? Piantare zucchine e patate, riuscendo a malapena a sfamare se stessi e la propria famiglia, senza aver modo di sfamare la società né elevarla spiritualmente, va considerato un “contributo al progresso materiale e spirituale della società” oppure no?

E poi c’è il problema dell’orario. Ora noi sappiamo che un lavoratore “dipendente” di un ufficio, pubblico o privato che sia (ammesso che non si trovi in malattia, in sciopero, in gravidanza, in cassa integrazione, in permesso retribuito, in ferie, in mobilità, o altro) di norma ha un orario di lavoro e un contratto, che dovrebbe mettere in relazione le ore di prestazione fornite al denaro che riceve (cosa che, come sappiamo, non sempre accade, sia per negligenza da una parte come per taccagneria dall’altra o per tante altre ragioni).

L’artigiano, invece, decide autonomamente del suo orario. Può ad esempio lavorare per 20 ore di seguito e la retribuzione se la dà da solo, nel senso che se la sua opera è apprezzata la vende altrimenti se la dà in testa… e muore di fame, insomma, rischia sulla sua pelle. Lo stesso dicasi per chi fa il parrucchiere, o il fioraio, o l’architetto, o qualsiasi altra professione autonoma.

Ma l’articolo 36 specifica chiaramente che il lavoratore:

 "..non ha il diritto di rinunciare alle ferie " e agli altri giorni di pausa. Santo Iddio: esiste anche un obbligo ad interrompere il lavoro. Quale? Quello dipendente o quello autonomo?

Non voglio minimamente entrare sull’onestà che dovrebbe definire i rapporti tra colui che lavora, colui che acquista il prodotto lavorato, e colui che gestisce il lavoro di altri oltre al proprio. Esiste un ginepraio di articoli giuridici costituzionali e non, che disciplinano la materia, ma che, a quanto pare, non riescono sempre a chiarirla.

Io voglio limitarmi a cercare di comprendere il senso delle parole e per ora mi sembra che nello stesso spirito costituzionale esistano almeno due categorie diverse di “lavoratori”. La prima chiama le sue prestazioni con il nome di lavoro, la seconda con il nome di arte o mestiere o opera.

Ora io ho l’impressione, ma posso sbagliare, che costituzionalmente sia considerato… più “lavoratore” il dipendente, mentre l’artigiano o il “libero professionista” (più frequentemente chiamati “autonomi”) rientrino con maggiore difficoltà nei concetti espressi costituzionalmente.

Ora quando è che un lavoratore diventa artigiano e un artigiano lavoratore?

Forse quando uno si diverte e l’altro pena? Forse quando uno ama ciò che fa e l’altro lo sopporta, quando non lo odia?

Sembrerebbe perciò che, se colui che si impegna a costruire o a far crescere qualcosa, ama la cosa che sta facendo, frutto della sua creatività e abilità, l’opera diventi arte (e questo vale per l’idraulico che mette una guarnizione a un rubinetto come per colui che progetta un ponte o un sommergibile). Invece,  se colui che “lavora” relaziona il suo impegno esclusivamente al denaro che ne riceverà in cambio (mentre il suo tempo è vincolato ad orari e impegni predeterminati) la sua opera diventa… lavoro, cioè pena. E’ così?

Sembrerebbe anche che sia proprio questo penare (che è misteriosamente un diritto per l’articolo 1 mentre diventa un dovere per l’articolo 4) a trasformare un semplice essere umano in… un repubblicano e sembra perfino (ma da uomo semplice qual sono non oso crederlo) che l’autonomia, soprattutto se non produce pena e non rende… abbastanza infelici, sia cosa poco gradita, poco confacente ad una repubblica democratica come la nostra.

E’ una mia paranoia? Forse.

Ora, lasciando da parte ogni ironia, ci si può domandare quale sia l’opera che dona diletto e quale sia invece quella che produce pena.

Nel celeberrimo “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, era assai difficile individuare una qualche forma di diletto in colui che, per tutto il giorno, stringeva gli stessi bulloni ed era altrettanto difficile relazionare il manufatto ad espressione d’arte. Il lavoro, a cui anche Chaplin accedeva… per diritto, ma soprattutto per necessità, lo trasformava in uno schizofrenico, sgranocchiato da una macchina che lo digeriva tra i suoi ingranaggi.

E ci si potrebbe domandare per quale ragione un’attività che può rendere alienati e schizofrenici, che può sviluppare (come ha sempre sviluppato) odio di classe e tedio debba essere considerata un diritto auspicabile.

Accidenti, un diritto che rende nevrastenici e che sviluppa odio fra chi lavora e chi “fa lavorare” a me sembra un gran brutto diritto, sia che venga chiamato “arte” come che venga chiamato “lavoro” o “mestiere” o “professione”, e non riesco a capire cosa c’entri con la “forma” con cui si organizza uno stato (repubblica, monarchia, dittatura, impero, tecnocrazia, ecc., ecc.).

Forse ci può consolare pensare che, a monte della Costituzione Italiana, abbiamo una… costituzione enormemente più antica, che apre in una maniera assai precisa e devastante l’inizio di tutti i rapporti umani con il lavoro, comunque esso venga inteso.

altDice infatti il Genesi, dopo la cacciata dei nostri progenitori dal Paradiso:

maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae”…”in sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram, de qua sumptus es; quia pulvis es et in pulverem reverteris.”

E potrebbe sembrare che tale frase stabilisca definitivamente (in quanto pronunciata dal più grande Ministro del Lavoro che ci sia mai stato nell’universo), che il lavoro, considerato nell’accezione semiologia da me proposta, sia effettivamente… una grandissima fregatura.

Ma, da questo punto in poi ci permetteremo un piccolo vezzo, pregando gli amici che hanno avuto la bontà e la pazienza di seguire le nostre assai sbrigative divagazioni costituzionali, di attribuire un senso un pochino più vasto alle nostre parole. Riteniamo che tale senso sarà facilmente fruibile per chiunque s’interessi, anche superficialmente, d’ermetismo.

Sappiamo bene (forse in virtù della devastante premessa biblica che abbiamo enunciato come delle tutt’altro che rassicuranti esperienze di chi, nell’arco dei millenni di storia dell’umanità, si è trovato ad essere vincolato alla catena della “produttività” e del lavoro) come alcuni profeti del business americani o giapponesi, soprattutto a metà del secolo scorso, abbiano molto giocato su dei parametri che riescono a creare motivazione, quando non entusiasmo, anche nell’operare intorno a qualcosa di estremamente ripetitivo, noioso o, come si usa dire oggi in sindacalese, “usurante”.

Come sappiamo, tali parametri hanno insistito sulla affiliazione del lavoratore alla sua opera, sul senso di squadra, di gruppo, su ”l'unione delle forze di molti” per ottenere un risultato collettivo (indipendentemente dal fatto che i beneficiari economici del risultato fossero pochi o molti).

Ciò si è fatto abbondantemente sia nei sistemi comunisti come in quelli capitalisti, cercando di motivare il prestatore d’opera all’opera stessa o alla “squadra”, o alla “superfamiglia-azienda” o infine allo stato, proponendo un fine superiore rispetto alla retribuzione e alla gratificazione personale.

In Giappone (ma anche in America) tale “senso d’azienda” è ancora molto forte e produce interessanti risultati (spesso ai confini con la religiosità corporativa di tipo medioevale che caratterizza alcuni aspetti della società nipponica), ma viene sempre più integrato, sia in Asia come in America, dalla spinta alla competizione interna.

Viene cioè proposto, come obiettivo “nobile”, quello del “successo”, della scalata al potere e del maggior guadagno, a discapito del prossimo e al di là di qualsiasi confine etico.

E chi non ottiene il “successo” che vorrebbe… va dallo psicoanalista, per ripristinare le sue coordinate sociali.

Tale aspetto è stato enfatizzato da alcuni psicoantropologhi come molto “tribale” e perfino molto “guerriero”, dimenticando che le strategie proposte utilizzano, al posto del coraggio e della forza propri delle “virtù” di una società “primitiva”, la scaltrezza e la malignità proprie di una società…evoluta e tecno-ubriaca come la nostra. E ’ evidente che ciò stravolge totalmente qualsiasi direttiva etica.

In questo contesto riteniamo importante rilevare come il “premio d’azienda” o il successo del “gruppo” o della struttura in cui si è inseriti,  abbia una caratteristica esteriore assai simile al premio spirituale post-mortem, che viene promesso al cristiano se opera correttamente in vita.

Entrambi sono premi ineffabili ed hanno un impatto meritocratico.

Sotto tale profilo il trasferimento in un ottica materialista di una metodologia propria della religione, è stato ed anche oggi assai sfruttato; lo stesso Marx utilizzò grandemente le categorie religiose per trasferirle nel suo sistema economico-politico “laico”. Ne abbiamo parlato in altre sedi raffrontando la liturgia materialistica a quella spirituale e sovrapponendo gli strumenti liturgici uno ad uno (icone, devozioni, riti, inni, colori, stendardi, processioni, cori, ecc., v Simmetria n°2-3-4).

La variante “capitalistica” dell’impostazione marxista, propone però con maggior forza un risultato assai più visibile, fruibile su questa terra: un riconoscimento immediato in potere e denaro, un sopravanzamento sugli “altri” e un riconoscimento di “supremazia” a breve.

Tale metodica, che definiamo di “carriera”, non è certo estranea alle sedicenti confraternite spirituali che operano assai spesso con gli stessi metodi che rimproverano all’industria.

Il discorso delle “medaglie” occulte o palesi che siano, ha fatto sì che sia la “santificazione” come il “primato magico” (e metto nello stesso calderone alcuni occultisti e alcuni organismi parareligiosi) abbia prodotto una rincorsa sfrenata fra ego deliranti, in cui tutti studiano sempre più da maestro o da santo e nessuno studia più da allievo.

C’è da dire che questi sistemi di spinte motivazionali al lavoro (come pena transitoria utile al raggiungimento di un maggior benessere a breve) hanno retto fino a qualche decennio or sono, ma sono oggi completamente superati da sistemi assai più sofisticati, basati sull’obnubilazione mediatica delle menti. Ne abbiamo in parte parlato negli editoriali precedenti dove abbiamo cercato di stigmatizzare l’abitudine di proporre soluzioni facili ai problemi dell’uomo, sia d’ordine materiale che spirituale, sovrapponendo spesso i due obiettivi (vedi quanto operato da alcune sette controiniziatiche che spingono moltissimo sul rapporto fra pratica pseudo-spirituale e ottenimento dei beni terreni).

Ora vorremmo tornare all’argomento da cui siamo partiti. E cioè al lavoro inteso come opera dell’uomo che cerca di estrarre dalla terra i frutti per il suo sostentamento. Il giudizio su tale Opera è stato da sempre accompagnato dall’analisi dei frutti della Terra. Se tali frutti sono buoni, al concetto di bontà si è spesso abbinato quello di bellezza e di risalita verso l’Artefice che ha inizialmente confinato l’uomo sulla Terra.

Ma giudicare per “risultati” rischia spesso di nascondere lo “stato dell’arte”, cioè l’interregno in cui un’Opera si completa, man mano che colui che la realizza aggiunge nuovi particolari all’azione. Il “presente”, categoria misteriosa inseguita per vie diverse sia dalle discipline zen come dall’ascesi apofatica, è l’elemento che si nasconde in ogni opera, in ogni lavoro spirituale.

Il lavoro (inteso anche come fatica, in questo caso) può essere di per sé premiante proprio se svincolato dall’ansia da prestazione, e dal ricordo o dall’attesa di qualsiasi riconoscimento pubblico o privato, che devii l’Attenzione dall’Opera.

Tra il momento in cui colui che opera sollevando, ad esempio, un martello, e quello in cui il martello colpisce l’incudine, si crea uno spazio-tempo sottoposto a infinite regole. Se la manovra è composta nel giusto modo il risultato sarà sempre “giusto” e bello (anche se apparentemente spiacevole), altrimenti sarà comunque “sbagliato” e brutto (anche se apparentemente gradevole). Ma i microistanti che contraddistinguono le fasi di avvicinamento del martello all’incudine, hanno tutti una vita propria, autonoma, hanno una loro bellezza, una loro finalità, una loro armonia e una loro variabilità. Ma è assai difficile vederli senza la necessaria attenzione. Il risultato è vincolato ad una successione infinita di tali istanti.

Se chiamassimo tali istanti con il nome di “mezzi” potremmo dire che il fine non giustifica affatto i mezzi ma che,  in ogni mezzo, è contenuta la nobiltà o l’indegnità del fine.

E’ incredibile come un effetto visibile e confinabile sensorialmente (e che può essere piacevole o spiacevole), sia il risultato di una successione spazio-temporale indefinita, quasi impercettibile nella sua velocità e difficilmente apprezzabile nei suoi particolari e nella sua eleganza.

Questo dovrebbe far riflettere su quale sia l’importanza e la bellezza che è possibile individuare in qualsiasi gesto (o in porzioni del medesimo), purché l’atto sia inserito e nello stesso tempo contenga un Opera che trascende l’atto stesso, lo sublima e lo rende perfetto.

Purtoppo, maggiore è il numero degli intermediari meccanici (o mentali) che noi mettiamo tra la volontà, il gesto dell’operatore e il raggiungimento del risultato, maggiore sarà l’estraneità di colui che opera rispetto al risultato conseguito,… e minore sarà la nobiltà e la bellezza del gesto dell’operatore stesso. E questo vale sia che l’uomo stringa fra le dita un martello come…la tastiera di un computer.

altOra noi sappiamo come l’Opera o l’Arte abbiano, nel linguaggio ermetico, un senso vastissimo e, in verità, anche la pena (o il lavoro) di colui che opera è prevista abbondantemente nel viaggio iniziatico (e non è davvero confinabile nell’Opera al nero, ma accompagna ogni fase dell’impresa). Perciò, i cultori di un certo tipo di Arte, non dovrebbero lamentarsi se al concetto di lavoro si abbina quello di pena, perfino… se viene citato all’inizio di uno statuto politico. 

Ma, per la società della materia e del consumo, la pena e il lavoro sono una conseguenza dell’assenza d’Amore per l’Opera e, soprattutto, della vacuità dell’opera richiesta che non ha nulla di sublime o spirituale. Il lavoro richiesto ordinariamente, è funzione esclusiva del “benessere psicofisico” raggiunto (o della bellezza fisica, o del prestigio, ecc.). E’ proprio in tal modo che il cosiddetto progresso mortifica qualsiasi speranza dell’anima.

In una ormai sempre più… utopica società, connessa in qualche modo allo spirito, la bellezza è invece svincolata dall’uso e dalla fruizione economica, è realmente libera da qualsiasi mercimonio e quindi assolutamente incompatibile con quel tipo di lavoro di cui abbiamo parlato all’inizio.

E’ l’eterno problema di Marta e di Maria. Lo spreco di profumi e il massaggio ai piedi del Cristo non era considerato né utile né bello. Eppure partecipava di una bellezza e di una utilità straordinaria e metteva in atto, istantaneamente, un premio invisibile insito nell’atto stesso, nei singoli istanti in cui era compiuto. Maria fruiva, anche e soprattutto in questa terra, della sublimità di un lavoro…splendidamente inutile, allargando generosamente la fruizione e la bellezza del suo gesto anche verso Marta e verso tutti coloro che non ne avrebbero mai capito il significato.

"Questo editoriale si accompagna a tre particolari immagini che hanno una straordinaria valenza spirituale e alchimica.  La prima è l'Adam, appena confinato sulla terra, che inizia a lavorarla (Monreale), la seconda è una tarsia di Lorenzo Lotto proveniente da Santa Maria in Bergamo e la terza proviene dalla cattedrale di Chartres. Le tre immagini, pur provenienti da luoghi e tempi assai distanti fra loro, affrontano tre aspetti cardinali del tema del "lavoro" e dell'"opera".

Forse si tratta di quelle modalità di lavoro (rare) che nobilitano l'uomo, e mi auguro che integrino efficacemente quanto, in queste brevi note, ho solo fugacemente accennato".

C.L.

[1] G. Devoto – Dizionario Etimologico, Le Monnier, Fi 1968, AA. VV:  Dizionario Etimologico  Rusconi Rn 2004, B. Migliorini- A.Duro, Prontuario Etimologico, Paravia 1950 – A. M.Carassiti Dizionario Etimologico, Gulliver 1997

[2] C. Lanzi Maleducazione Spirituale, ed Simmetria.

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