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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Ognuno di noi si sarà sicuramente trovato tante volte nella necessità di esprimere e difendere i suoi sentimenti, i suoi pensieri, su questioni che ritiene “importanti”. La forza o la determinatezza con la quale tali pensieri vengono difesi ed esposti, risultano in genere proporzionali alla necessità, al bisogno, alla sicurezza, alla posizione che tali pensieri o sentimenti assicurano in relazione alla immagine che vogliamo fornire al nostro prossimo, o a quella che vogliamo avere di noi stessi.

Molto spesso noi chiamiamo “Verità”, questo variegato insieme di bisogni di sicurezze, di predominii, di tranquillità etiche e sociali, di piacere fisico o psichico, d’incremento della nostra “autostima”, che ci proviene dalla frequentazione mentale con tali idee. A volte ci spingiamo fino ad osare di chiamare “principii” questo coacervo di prevenzioni.
Ovviamente mi permetto di dire questo in quanto “credo” perfettamente alla esistenza di “principii” così come credo alla esistenza di una Verità.
Ma credo che sia gli uni che l’altra siano difficilmente descrivibili e tantomeno difendibili nell’ambito della dialettica umana.

Gli analisti ci insegnano (anche se all’interno dei confini della psiche) come in ognuno di noi, esistano mille motivazioni contrastanti per ogni azione (sia semplice, istintuale, che complessa, cioè strategicamente organizzata) per ogni relazione umana e come tali motivazioni imprigionino nella relatività più totale tutte le dichiarazioni d’intenti degli uomini, da quelle più nobili alle più ignobili.

Alcune di queste motivazioni sono coscienti, altre restano totalmente sepolte nei meandri del nostro inconscio ma sia fra quelle consce come fra quelle inconsce, è assai difficile individuare una inoppugnabile buona fede e una altrettanto chiara “verità”[1].
La cosa si complica quando pensiamo che ogni azione e anche ogni pensiero[2] hanno un riflesso sul pensiero e sull’opinione di altri che, a loro volta, possono essere motivati da mille spinte diverse e reagire, di conseguenza, con il loro consolidato “sistema” di motivazioni.

Questo coacervo di spinte contraddittorie realizza una specie di rete motivazionale che attiva un universo grandioso, un intricarsi di miliardi di fluidi che collegano ogni parte di ognuno di noi con ogni parte del cosmo. La sincerità di tale universo è confusa con la menzogna, la luce con l’ombra, il sogno con la veglia. E la contraddizione, che l’uomo s’impegna a superare attraverso la logica e la dialettica, umilia ogni pretesa di verità[3] e lascia solo ai presuntuosi e agli sciocchi la pretesa d’infallibilità. Apprezzare razionalmente la grandiosità di tale schema è pressoché impossibile[4]. La mente umana si smarrisce e qualsiasi matematica [5]affoga nei meandri dell’incommensurabile.
Per cui un’azione che sembra legittima, generosa, pura, fedele ad un etica, perfettamente logica e consequenziale, una volta che impatta con il pensiero del cosiddetto “prossimo” può risultare distorta o crudele o irrazionale, o peggio, può essere deformata, stravolta o interpretata sulla base di sentimenti, dei preconcetti e delle prevenzioni di colui che la osserva.

Il problema di base è la… presunzione di verità.

Io presumo di essere nel giusto (con una dose di buona o di cattiva fede[6]); tu presumi di essere nel giusto (con una uguale dose di buona o di cattiva fede). Solo Dio sa chi, fra noi due, è più puro e sincero… nella sua presunzione (cioè chi è che ha maggior… buona fede). Il risultato è che la mia presunzione di scienza, di verità e di onestà si scontra con la tua e, da due moti apparentemente semplici, nasce incomprensione, quando non livore, odio e tutta quella serie di pessimi sentimenti che caratterizzano la mente duale ed egoica e che fanno nascere i partiti, le fazioni, le sette, e gli estremismi di ogni tipo.

La “soluzione” del conflitto tra presunzioni avviene solo nel compromesso formale, che a livello familiare e sociale chiamasi “educazione” in quello religioso, chiamasi “devozione” o “rito” e a livello sociale allargato chiamasi “politica” e (orrore degli orrori) “amministrazione della giustizia”.

Ognuna di queste cose è necessaria a ciò che noi chiamiamo “convivenza civile” ma la presunzione di perfezione e di sapienza dell’uomo che “traduce” dei principi sacri[7] in leggi umane, regole e riti è sempre stata il mezzo e nel contempo l’ostacolo di qualsiasi cammino interiore[8].

Io, ad esempio, mi sono sempre domandato, e non ho mai risolto l’enigma, come si possa “studiare da giudice”, cioè come si possa presumere di misurare la “bontà” e la “giustizia” degli esseri umani e come qualcuno, che non sia investito dalla stessa volontà divina (cioè esente da parzialità), possa arrogarsi il diritto di misurarla. Eppure il mondo è pieno di Salomoni legalizzati, che pesano l’anima appoggiandola sopra i libri delle leggi umane ed emettendo cumuli di sentenze che, è statisticamente dimostrabile, sono quasi tutte…ingiuste.

Ovviamente in questo coacervo di presunzioni non esiste nessuna possibilità di riscatto per chi… presume di essere andato, addirittura, al di la del dualismo (e, ogni tanto, qualche detentore di “verità” assolute, tuona preoccupantemente sia nel mondo esoterico che in quello exoterico e dichiara in quale paese vive l’Assoluto).
Questa è forse la peggiore delle presunzioni e Isacco da Ninive[9], che era uno che se ne intendeva parecchio, la chiamava Superbia.
Ma, al di la della falsa coerenza comportamentale di coloro che presumono d’essere “non presuntuosi” e perciò non dualisti (che appartiene, per coincidentia oppositorum, solo agli imbecilli o ai santi e quindi è lecito… presumere, comunque, di esserne esenti) dobbiamo ammettere che, purtroppo, assai spesso… presumiamo d’essere sinceri.

Questa sincerità (presunta o vera che sia), qualora sia stata coraggiosamente esercitata, ci ha sicuramente messo spesso in un sacco di guai.
Perché cercare d’essere sinceri e in buona fede vuol dire anche manifestare la propria contraddizione, il proprio dubbio su se stessi e sul prossimo. E spesso vuol dire essere imprudenti o incoerenti, e rischiare sulla propria buona fede, senza preoccuparsi troppo dell’immagine che forniamo al prossimo, e del giudizio che verrà implacabilmente emesso su ciò che diciamo o facciamo.

Ed è facile scoprire che pochissima gente accetta la ricerca di sincerità e la buona fede, in quanto la maggior parte di noi uomini, modernamente addestrati, educati alla dif-fidenza, presuppone che, dietro ogni azione del prossimo, possano esistere fini prevaricanti, subdoli, malefici. In tal modo proiettiamo, in buona parte, le nostre paure e i nostri bisogni sulle intenzioni del prossimo. 

In questa rete di ipotesi e di immaginazioni, le persone meno generose e sincere (insomma “i furbi” dif-fidenti), possono cercare di gestire, in perfetta mala fede, quelli che furbi non sono, approfittando della loro buona fede. Credo che ad ognuno di noi siano state attribuite intenzioni o idee che non si è mai sognato di avere e di aver pagato per tali attribuzioni indebite.
E queste cose accadono quasi sempre per problemi di potere e di paura (per difendere il proprio orticello di idee, o per cercare di saccheggiare l’orticello del vicino) che creano pregiudizio, presunzione e infine…superbia. Potere idiota, oltretutto. Potere su piccole cose che per alcuni acquistano un valore pazzesco.

Questa è la ragione per cui Simmetria, nella precisa scelta di non amministrare verità apodittiche, nella assoluta accettazione di ogni tradizione spirituale, nel rifiuto di politicizzare le sue posizioni e di assumere posizioni oltranziste, è ben consapevole della sua fragilità.

Il “non far parte” è una scelta difficile ma è comunque una scelta e perciò soggetta alla opinione, alla presunzione sia nostra come di chi ci legge.

Comprendere, ma essere disposti a modificare il proprio assetto intellettuale e spirituale, non voler cambiare nessuno cercando di cambiare se stessi: questa è la scelta che ha guidato Simmetria e che ci piacerebbe portare avanti con diligenza.

Per tale ragione l’osservazione e la correzione degli altri è utilissima e non importa se condotta con enfasi o con flemma. Riflettere vuol dire guardare ciò che ci specchia nel nostro prossimo (sia che l’immagine sia brutta come che sia bella) mentre specchiare continuamente se stessi…è il problema di Narciso e vorremmo evitarlo, anche per non affogare nello stagno.

Essere equidistanti, con i propri sentimenti e le proprie necessità, da ogni turbamento dell’anima, è quasi impossibile[10]. Essere umili e privi di presunzione è obiettivo sublime ma altrettanto ostico. Essere sinceri è un eroico ma nobile tentativo. E vale la pena provarci con la certezza che ogni sincerità (o presunta tale) non produrrà necessariamente chiarezza e amore, ma aprirà regolarmente altri baratri: quelli dell’invidia, quelli della gelosia e tutti quegli altri che rendono così precario il castello delle illusioni umane. Cristo, di fronte al Sinedrio, è la manifestazione più eloquente di cosa comportano la sincerità e la buona fede. E Lui, oltretutto, non aveva una “verità” relativa ed “umana” da vendere al prossimo, ma una verità assoluta. E per stabilirla e ordinarla a livello cosmico, ha affrontato l’abisso della Croce.

Perciò crediamo che quando a proposito o a sproposito, sia in ambito ermetico che mistico, viene citata l’Imitatio Cristi,…forse non risulta ben chiaro questo aspetto.

(leggi i commenti)


 [1] V: “L’anima errante”, testo particolare del sottoscritto, fortemente ispirato ed apprezzato da uno degli esseri migliori che io abbia mai incontrato nella mia vita: P.Procesi.

 [2] Splendido è l’aforisma sulla minacciosa bocca del “mostro” dei giardini di Bomarzo “ogni pensiero vola”.

 [3]  V: De Santillana, Il Mulino di Amleto e anche Lanzi, Galiano, Misteri e Simboli della Croce cap 1.

 [4] Sia Guénon (I piani molteplici dell’essere) che Comaraswamy ci hanno provato più volte; e il tema della molteplicità illusoria è particolarmente approfondito nelle ultime Upanishad (a partire da Shankara) ma il dramma della inconoscibilità dell’Essere, per via razionale, resta sempre l’elemento che giustifica e nello stesso tempo scardina ogni filosofia.

 [5] Fa forse eccezione la matematiché di ordine pitagorico che, proprio per la sua valenza metafisica, mistica, e nel contempo esperienziale, si svincola dal solo processo logico-deduttivo e si apre verso la qualità del numero e la conoscenza per identificazione.

 [6] Intendiamo in questo caso per fede quella disposizione del cuore e dell’anima in uno stato di “consapevole abbandono”, di sicurezza lieve (mai enfatica o acefala), nella qualità di ciò in cui si crede. Quindi un po’ lontana sia dalla Scolastica “fede nelle cose sperate” come dalla subordinazione alla ragione positivistica.

 [7] Sulla ricerca di tali principi v. Smirnov, Filosofia Mistica- Simmetria 2006

 [8] La ricerca di “sé” nell’uomo che scopre che il vero nemico, il vero ostacolatore ha il suo stesso volto il suo stesso nome, caratterizza le fasi di ogni percorso iniziatico.

 [9] Discorsi spirituali ed. Qiqajon

 [10] Abbiamo visto decine di monaci e laici (ammantati a volte di aure magistrali), increspare velocemente la loro impassibilità e il loro serafico distacco non appena qualcosa colpiva realmente i loro piccoli castelli egoici e interessi privati. Nel terribile “libro della Vita perfetta” dell’Anonimo Francofortese appare assai bene la sublime difficoltà del Vero distacco e la sua coincidenza con l’Amore.

 

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