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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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 Prendo spunto dal precedente editoriale, relativo a “Sincerità e cattiva fede”  e mi richiamo sia al commento di  Stella Vordemann  pervenutoci recentemente,  come a numerosi altri brevi interventi, che ci sono stati inviati da amici e lettori, per aggiungere alcune precisazioni.

Nel breve editoriale in questione avevamo cercato di ricordare come la grande difficoltà nell’emettere giudizi sulla qualità e sulla “bontà” (intellettuale, etica, spirituale, ecc.) del nostro prossimo, fosse un problema filosoficamente assai antico e soggetto a varie e controverse soluzioni. Avevamo inoltre rilevato come lo “ius” che dovrebbe consentire di accedere sia alla legittimità del “fare” come alla vera e propria possibilità di giudicare i nostri simili, facesse parte di una categoria propriamente iniziatica (che i pitagorici, ad esempio, assegnavano ai gradini più elevati del durissimo processo di qualificazione).[1] Avevamo infine osservato come, in un’ottica tradizionale, ogni giudizio umano venga ad essere inevitabilmente contaminato dall’egoicità del giudicante e da quella rete “guenoniana” di motivazioni e relazioni metatemporali, che rende complesso il riconoscimento della Verità.
Ma non abbiamo mai detto che una Verità Assoluta non esista, né che non esista la possibilità di raggiungerla, o se preferite, di farsi raggiungere da Lei (per lo meno nella sua forma contenibile nell’umana natura).

altAbbiamo invece detto che una verità ostentata o vomitata o, ancor peggio vanagloriosa o resa inaccessibile per la superbia di colui che presume di detenerla… non può essere una Verità (e qui richiamiamo di nuovo il commento di S.V. sul nostro editoriale precedente).
Ci spieghiamo meglio in quanto ci sembra che, da parte di alcuni, si stia sempre più sviluppando un terribile equivoco fra il senso metafisico di Verità,  il conseguimento di tale verità o Sapienza (ermetica o spirituale), e l’informazione (a volte chiamata impropriamente cultura) intorno a categorie proprie della spiritualità o dell’ermetismo.
E vorremmo aggiungere, a commento… del commento di S.V. sul nostro precedente editoriale, che se una Verità ermetica fosse rintracciabile in un’enciclopedia o in un giornale non sarebbe … ermetica, e probabilmente neanche una verità.
La Verità (spirituale o ermetica) a cui stiamo alludendo, che essa sia rivelata, che sia raggiunta per via misterica o per via mistica, è per sua natura ineffabile, esoterica nel senso più completo e sublime del termine. Appartiene a quel tipo di conoscenza che “intender non la può chi non la prova”. Faccio notare che il Poeta dice “chi non la prova” e non chi non la legge, o la studia, o la capisce o… la fotocopia.
Se per caso qualcuno la detiene (realmente) e non vuol rivelarla… fa benissimo; anche perché, attraverso le parole, non è rivelabile un accidente che possa essere definito come realmente esoterico e tanto meno, spirituale. Attraverso l’esperienza (e qui siamo assai poco vicini ai “tomisti” e assai di più ai neoplatonici) è invece possibile che tale ineffabile contatto possa anche avvenire.

Cristo usava parabole che avevano un carattere anagogico, oltre che simbolico, e quindi adatte a chi aveva orecchi per intendere; ma, soprattutto, invitava pericolosamente, a fare come Lui. E non sembra che sia mai stato molto facile fare come Lui. Decisamente…troppo impegnativo.
Ma a tentare di parlare come Lui, purtroppo, ce ne sono stati e ce ne saranno milioni.
Su un piano completamente diverso, gli alchimisti rinascimentali (quelli veri perché anche in mezzo a loro c’erano un sacco di contaballe) usavano una terminologia strana, apparentemente contraddittoria, che non svelava un bel nulla a chi ne faceva un uso meramente intellettuale, da classico soffiatore sui carboni.
Del resto anche la comprensione della natura simbolica come la sperimentazione spagirica, non erano sufficienti ad alcuna realizzazione, se non si passava poi ad una applicazione reale e integrata, nel corpo, nella mente e nello spirito di chi operava pregando: finché non si perveniva ad una reale trasmutazione.

Ora è facile constatare come la “gestione” dell’informazione su tali scienze  sia caduta in mano a chi non detiene affatto la sostanza ermetica delle medesime e che costoro, pasticciando orgogliosamente, analogamente ai famigerati soffiatori, con misture filosofiche e straparlandone confusamente, inducono ormai loro stessi, ma soprattutto il loro prossimo, in una irrefrenabile confusione.

Ma allora sia il lettore neofita come quello assai più esperto si potrebbe domandare: a che serve il proliferare di tanti libri e di tanti articoli (compresi i nostri, ovviamente) sull’alchimia, sull’ermetismo, sulla spiritualità?
Sotto un determinato profilo sarei portato a dire:… assolutamente a nulla. Rappresentano solo i rudimenti del linguaggio, necessari per orientarsi. Sono solo una bussola, non sono la Verità e, purtroppo, in questo oceano di false bussole è assai difficile riconoscere quelle buone da quelle fasulle.
Su 1000 libri forse uno vale la pena d’esser letto, e su mille articoli forse… nessuno.

“ Se dipendesse da me, fra tutti i libri antichi, lascerei in circolazione soltanto gli Oracoli e il Timeo; gli altri li farei sparire dalla vista dei miei contemporanei perché arrivano ad essere persino dannosi ad alcuni di coloro che li prendono in mano per caso, senza la dovuta preparazione”.(Marino, Proclo o della Beatitudine, epilogo)

Il linguaggio, la comunicazione, la diffusione, l’informazione, non sono la verità. Ci troviamo in linea con i grandi esponenti del neoplatonismo fiorentino, la dov’essi dicono che la verità e l’amore si sviluppano nell’aristocrazia dei cuori e che non c’è un’altra sede dove tale vero e proprio miracolo possa avvenire.

non nasce però, questa Verità, la quale è una, dalla moltitudine delle doctrine, perché quello che è uno, da uno nascere debba; il perché bisogna che sopra l’anima nostra sia una sapientia, la quale non sia per diverse doctrine sparta, ma sia unita, e dalla unica verità sua nasca la molteplice verità degli uomini.” (M. Ficino Libro dell’Amore, VI-18)

Assai prima Sinesio, nelle sue Epistole ricordava:

“…Cosa può esserci di comune fra il popolo e la filosofia?

La verità divina ha da rimanere ineffabile; il volgo ha bisogno di un metodo diverso. Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio, a meno che non vi sia necessità estrema, non deve forzare le opinioni degli altri né lasciarsi forzare nelle proprie...” (Sinesio - Epistole 105)

Il solito disfattismo? Puzza sotto il naso? Snobismo? No, ma un semplice avviso contro la disgregante e caotica proletarizzazione della filosofia e, ancor più della Gaia Scienza. E mi auguro che in queste parole nessuno ravvisi una connotazione politica ma solo un autentico desiderio di “seguir virtute e conoscenza” (prima virtute, però, e… solo dopo conoscenza).
Ho ricevuto alcuni giorni fa una delle tante riviste “esoteriche” di carattere divulgativo, con degli articoli su… tutto lo scibile umano e trans-umano immaginabile: da Pitagora al sufismo, dalle prostitute sacre, alle Rune.

E se mi restasse un po’ d’ironia mi verrebbe da dire… dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.”

Tale cumulo di spirituali spiritati mi fa venir la voglia di rinviare il lettore al fil rouge che collega la maggior parte dei nostri editoriali (vedi “siamo tutti tradizionalisti”  o  movimentiamoci).
Questa, cari amici, NON E’ tradizione, questo NON E’ esoterismo, questa NON è spiritualità (e fin qui credo che si sia quasi tutti d’accordo).
Ma il nostro continuo e necessario “distinguo” non vuole neanche alludere a un “noi siamo quelli belli e buoni e gli altri sono brutti e cattivi, noi deteniamo qualcosa e gli altri no”.

Vuole invece, con grande forza, ribadire che non ci sono Verità e tradizione senza principi spirituali e senza omologia fra cielo e terra, e che senza trascendenza non c’è trasmissione iniziatica e neanche coerenza spirituale, e che non ci sono intelletto e coerenza spirituali se non ci sono forma e sostanza di ciò che viene trasmesso, e che non ci sono forma e sostanza senza colui che le può ricevere e trasmettere, e che non c’è chi trasmette se non c’è qualificazione, e non c’è qualificazione se non c’è Virtù e ius. E da qui si ricomincia daccapo. Semplice no?

L’era di internet ha permesso a tutti di straparlare su tutto: basta cercare, e iniziare un frenetico copia e incolla. Non importa se si capisce il senso, la portata, la provenienza, l’ascendenza, la legittimità, la coerenza di ciò che viene copiato o interpretato. L’importante è mostrare di saperla lunga, di far intendere che noi, non si fa per dire, ma con l’esoterismo e col simbolismo esoterico, ci giochiamo a tre sette.

Signori e signori, ora vi spiego la geometria sapiente della barba di Hammurabi confrontata con le auree proporzioni della basilica di Collemaggio!!

Che sia arrivata l’ora in cui l’esoterismo debba tornare ad essere… esoterico e che l’unico modo per far crollare questa babelica torre di illazioni sia quella di ritirarsi sull’Aventino?
No, anche questo non è possibile: Lo scempio e il saccheggio insipiente di testi destinati solo a chi si era lungamente preparato prima di poterli avvicinare sono ormai in atto, così com’è in atto la compravendita di documenti “riservati” o di “schola”.
Per cui molti dicono che tentare di mantenere una testimonianza tradizionale (come ci sforziamo, con alterne vicende in verità, di fare in questa sede) sia ancora un principio difendibile.
Altri, invece, sostengono che sia arrivato il momento di fare silenzio, di tirare i remi in barca, e di lasciare che i “nuovi” tuttologi, allegramente privi di qualsiasi “ius”, si parlino addosso, rimbecillendo gli sprovveduti con gli scoop su Leonardo, con le rivelazioni sulle amanti del Cristo o sui femminismi iniziatici alla “Susy Blady”, fino a quando la quantità di informazioni prodotte completerà la nuova religiosità “parascientifica” e demenziale che si sta formando.
Altri ancora pensano che ormai lo sfacelo sia totale, e che non riguardi solo il vento new age, ma abbia intaccato irrimediabilmente scuole e circoli d’antica ascendenza, da consentire che tutti… si “inizino” falsamente a vicenda, in questo “yoga-totale” in questa globalizzazione iniziatica che, a nostro avviso, fa rivoltare sia i Maestri che i Santi nelle loro tombe.

Chi ha ragione? 

Del resto per passare dall’ermetismo alla religione, anche all’interno delle stesse “chiese” ufficiali tale fenomeno, contrassegnato dai cosiddetti “movimenti”, è in piena escalation. Anzi, si sta già formando una religione trasversale “dei misteri di massa”, talmente controiniziatica da distruggere il senso stesso del mistero e del sacro, trasformando tutto in un’accozzaglia d’informazioni  e di emozioni.

Che fare? E’ un bel problema perché il senso della tradizione e della spiritualità, anche se volessimo recintarlo in un contesto limitato agli aspetti meramente “culturali”, non passa assolutamente da questa bagarre.  Viene perciò la voglia di smettere di partecipare a questo circo e di starsene zitti.

Ho sempre più il sospetto che sia necessario tornare all’antidemocratico principio del “qualificarsi per apprendere e non apprendere per qualificarsi”.

Ecco, questo, a mio avviso, è un bel koan su cui invito a riflettere tutti coloro che hanno avuto voglia e pazienza di leggermi fino a qui.

Riflettere, e se proprio vi sembra il caso, risolverlo.

E se la risposta fosse “comincia a star zitto tu” la considererei accettabilissima e forse anche sapiente.

 


 

[1] Buona parte dei libri di Simmetria è dedicata allo sviluppo di temi inerenti il metodo per la corretta ricerca di filoni autenticamente tradizionali e per evitare gli inganni e gli equivoci di percorso. Senza rinviare a testi specifici rinviamo direttamente il lettore alla sezione libri, sottosezione “Orientamenti spirituali
Si fa inoltre presente che la diatriba sul giudizio, che coinvolge la religione e la filosofia d’ogni regione del mondo, ha un suo interessante sviluppo nel “principio d’indeterminazione” di Heisenberg dove l’osservato (giudicato) e l’osservante (giudice) si influenzano vicendevolmente dando luogo a una serie indeterminata di combinazioni.

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